Essere i Miami Heat

 Essere i Miami Heat

Copertina a cura di Marco D’Amato

La stagione NBA 2019/2020, terminata poco più di una settimana fa, verrà probabilmente ricordata come la più singolare della storia NBA, e i Miami Heat hanno avuto un ruolo chiave nel renderla tale. La squadra di coach Spoelstra, contro ogni più roseo pronostico di inizio stagione, ha infatti raggiunto le Finals NBA (arrendendosi in 6 gare ai Lakers) con una squadra totalmente nuova rispetto a quella vista l’anno precedente, ma in grado di sconfiggere le migliori squadre della Eastern Conference e arrivare a due partite dall’anello.

Per capire in che modo Butler & Co. siano riusciti ad arrivare a giocarsi il titolo, occorre tornare a oltre un anno fa, ovvero alla firma proprio dell’ex-76ers.

 

L’offseason 2019

Al termine del “Dwyane Wade Farewell Tour 2018/19” i Miami Heat si trovavano probabilmente nella peggiore situazione possibile, con una squadra non così scarsa da poter tankare per arrivare a un giovane talentuoso, ma neanche così forte da poter ambire a uno dei primi 4 posti della Eastern Conference. Inoltre, il salary cap, intasato da numerosi contratti sproporzionati di giocatori mediocri, sulla carta non avrebbe consentito alcun tipo di manovra in grado di smuovere la situazione.

Quello che a Miami negli ultimi anni non è mai mancata, però, è l’identità di squadra e di franchigia: la cosiddetta “Culture”, ovvero una mentalità basata sul duro lavoro in palestra e sulla costante comunicazione tra giocatori e coaching staff. In più, la città di Miami è storicamente una delle mete preferite dei free agent e dei giocatori che vogliono cambiare squadra, anche se nel corso delle ultime offseasons questo aspetto di fatto non ha mai consentito a Riley e soci di aggiudicarsi grossi nomi. La svolta arriva nel luglio di un anno fa, quando Jimmy Butler, in uscita dai 76ers, dichiara apertamente di voler giocare per i Miami Heat , desideroso di provare sulla propria pelle la celeberrima “Culture” che si sarebbe dovuta sposare alla perfezione con il carattere dell’ex-Timberwolves.

Butler arriva in Florida grazie a una trade a quattro squadre che coinvolge, oltre a Miami e Philadelphia, anche Portland e Los Angeles, sponda Clippers. Assieme al prodotto di Marquette University arriva anche Meyers Leonard da Portland, mentre a salutare i lidi di South Beach sono Josh Richardson (76ers) e Hassan Whiteside (Trail Blazers).

Comincia così la metamorfosi dei Miami Heat 2019/2020, che, dopo 5 stagioni spese nella mediocrità più totale senza un alpha dog in grado di renderli competitivi, riescono finalmente a vedere la luce in fondo al tunnel, anche perché al draft 2019 scelgono Tyler Herro, guardia classe 2000 proveniente da Kentucky che, come vedremo tra poco, risulterà decisiva in diverse partite nel corso dei Playoffs.



I Miami Heat pre-Covid 19

Nonostante l’aggiunta di Jimmy Butler e l’assenza delle zavorre Hassan Whiteside (impegnato a distruggere la difesa di Portland), Dion Waiters (sospeso più volte dalla dirigenza per comportamenti poco professionali) e James Johnson (messo fuori roster non avendo passato i requisiti fisici minimi del training camp), gli esperti considerano i Miami Heat una squadra in grado di conquistarsi i Playoffs da settima/ottava ma senza la possibilità di giocarsela contro le migliori della classe.

Gli Heat, invece, sorprendono tutti vincendo 11 delle prime 14 partite e chiudendo il 2019 con un inaspettato record di 24 vittorie e 9 sconfitte, valido per il terzo posto nella Eastern Conference dietro solamente ai Milwaukee Bucks e ai Boston Celtics. Per quanto determinante, l’apporto del neo-arrivato Jimmy Butler e il modo in cui è stato utilizzato è risultato leggermente diverso da quello che tutti coloro che seguono gli Heat da vicino si sarebbero aspettati: l’ex-76ers è entrato in punta di piedi nello scacchiere di coach Spoelstra mettendosi completamente al servizio della squadra, giocando molto con la palla in mano ma preferendo spesso servire il compagno libero piuttosto che crearsi un tiro per sé stesso.

Di questo inaspettato stile di gioco hanno beneficiato, tra tutti, Kendrick Nunn, Duncan Robinson e Bam Adebayo, autori di una regular season molto al di sopra delle aspettative. Se per quest’ultimo ci si poteva aspettare un salto di qualità importante vista la partenza di Whiteside e le incoraggianti prestazioni di fine stagione 2018/19, la stagione di Nunn e Robinson, invece, ha stupito tutti.

Kendrick Nunn, undrafted, è stato il secondo miglior marcatore dei Miami Heat per il primo quarto di stagione (16.1 di media con il 46% dal campo e il 38% da 3) partendo in quintetto fin dalla prima partita al posto di Goran Dragic, a cui Spoelstra ha coraggiosamente riservato il ruolo di sesto uomo. Nel corso dell’anno il rendimento di Nunn è stato piuttosto costante, nonostante un inevitabile calo rispetto al clamoroso inizio di stagione, e in 67 partite (tutte da titolare) il prodotto di Illinois ha viaggiato a 15.3 punti di media (44% dal campo e 35% da 3) con 3.3 assist e 2.7 rimbalzi in 29.3 minuti, cifre che gli sono valse un posto nell’All Rookie 1st Team 2020, accanto a nomi illustri ben più blasonati del suo.

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A Duncan Robinson, invece, si sono aperte le porte del quintetto dopo 5 partite, complice l’ennesimo infortunio a Justise Winslow. Da quel momento, il sophomore ex-Michigan è partito nello starting five 68 volte sulle 69 partite disputate in regular season, acquisendo sempre più responsabilità in fase offensiva grazie al suo mortifero tiro da 3 punti che in molte occasioni è stato in grado da solo di tenere in piedi l’attacco dei Miami Heat (che hanno sempre schierato due non-tiratori assieme in Butler e Adebayo). L’esplosione definitiva avviene contro gli Atlanta Hawks lo scorso 12 dicembre: Robinson segna 34 punt con 10/14 da 3 (record di franchigia pareggiato) in oltre 43 minuti, conducendo Miami alla vittoria per 135 a 121 dopo un supplementare.

Robinson finirà la stagione regolare a 13.5 punti di media con il 47% dal campo e un clamoroso 44.6% da 3 su 8.3 tentativi in meno di 30 minuti a partita.

Dopo una prima parte di stagione molto positiva e caratterizzata da una fase difensiva efficiente tanto quanto quella offensiva, i Miami Heat tornano sulla terra ed è proprio la difesa a fare le spese di questo calo continuo prima del lockdown, decisamente insolito per una squadra allenata da Erik Spoelstra. La seguente tabella testimonia il fatto che la difesa degli Heat abbia perso efficacia, anche a causa della presenza in quintetto di ben tre difensori sotto la media in Nunn, Robinson e Leonard, mentre la fase offensiva è sempre rimasta molto efficiente.

OFFRTGDEFRTG
OTTOBRE (5 partite)106.699.3
NOVEMBRE110.7105.0
DICEMBRE112.1111.1
GENNAIO113.5111.4
FEBBRAIO115.9113.7
MARZO (5 partite)109.0106.5
Stats via stats.nba.com

Inoltre, per quanto gli Heat abbiano mantenuto inviolata per diverse settimane la American Airlines Arena (alla fine il record tra le mura amiche sarà 29-7), il loro rendimento in trasferta non è mai stato continuo: 15-22 a fine regular season, record non troppo lontano da quello di squadre da lottery come Pelicans e Kings. Per questi motivi la squadra di coach Spoelstra, prima dell’inizio dei Playoffs, non ha mai dato l’impressione di poter dare seriamente fastidio alle migliori squadre della lega ma, come vedremo tra poco, il fatto di aver giocato i Playoffs in campo neutro ha sostanzialmente eliminato il “mal di trasferta” di cui la squadra della Florida ha sofferto durante la stagione regolare.

Per far fronte a questi problemi, il 6 febbraio 2020 i Miami Heat decidono di sacrificare Justise Winslow per arrivare ad Andre Iguodala proveniente da Memphis, un giocatore estremamente versatile ed esperto in grado di essere utile in tantissimi modi. Assieme a lui atterrano a Miami Solomon Hill e Jae Crowder; quest’ultimo avrà un ruolo tanto fondamentale quanto inaspettato nelle economie della squadra di coach Spoelstra per tutti i Playoffs. Inoltre, gli Heat riescono incredibilmente a liberarsi della zavorra rimasta, con Waiters che finisce a Memphis (verrà tagliato dopo poco) e James Johnson a Minnesota.

Se da una parte Andre Iguodala ha faticato non poco a riprendere il ritmo partita e a integrarsi in squadra (non metteva piede in campo dalle Finals dell’anno primao), Jae Crowder è subito risultato determinante, prendendosi addirittura il posto in quintetto poco prima dell’interruzione; l’ala ex-Jazz nelle 20 partite di regular season disputate con gli Heat ha viaggiato a 11.9 punti, 5.4 rimbalzi, 1.8 assist e 1.3 recuperi in 27.7 minuti tirando con il 48% dal campo e con un irreale 45% da 3 su 6.4 tentativi (con i Grizzlies stava tirando con il 29% da 3 su 5.9 tentativi).

La pausa forzata pre-bubble di Orlando

Prima di analizzare brevemente le otto partite nella “bolla” di Orlando che hanno preceduto i Playoffs e da cui non sono emerse particolari novità, è necessario spendere qualche riga sui benefici che l’interruzione forzata della regular season per oltre quattro mesi ha apportato ai Miami Heat.

A trarre vantaggio da questa spiacevole situazione sono stati sia i giocatori più esperti (Dragic, Butler, Crowder) che si sono potuti riposare per oltre due mesi prima della riapertura, sia i giovani (Herro, Robinson e Adebayo), che hanno sfruttato questa pausa come fosse una sorta di offseason tra rookie e sophomore year (Robinson per comodità lo consideriamo come una matricola) per migliorare diversi aspetti del gioco in cui non avevano brillato nel corso della stagione regolare, dedicandosi in particolare alle analisi video assieme agli assistant coach.

In seguito, una volta riaperte le strutture (13 maggio), nelle settimane precedenti al training camp precedente ai seeding games, hanno messo in pratica le nozioni imparate, ottenendo risultati soddisfacenti: improvvisamente sono uscite allo scoperto le doti da passatore di Tyler Herro, utilizzato spesso da Spoelstra come principale handler della second unit, e, in misura minore, di Duncan Robinson.

 

Bam Adebayo, invece, ha migliorato il tiro, come testimonia il 78% ai liberi nei Playoffs (+9% rispetto alla RS) e il 46% dal midrange su 1.9 tentativi, che per quanto non sia un sample così ampio, rappresenta comunque un miglioramento rispetto al 22% su 1.3 tentativi della stagione regolare.

 

Per quanto riguarda il basket giocato, coach Spoelstra ha continuato a utilizzare il quintetto visto prima della sospensione (Nunn-Robinson-Butler-Crowder-Adebayo) con Dragic da sesto uomo. Ad esclusione di Kendrick Nunn, i giocatori degli Heat si sono fatti trovare in condizioni fisico-atletiche impeccabili dopo il lungo stop; il rookie undrafted di Miami, entrato nella “bolla” di Orlando qualche giorno dopo dei compagni dopo essere guarito dal Covid 19, non è mai riuscito a trovare la condizione della prima parte di stagione: in 5 seeding games Nunn ha viaggiato a 10.3 punti di media con il 31% dal campo e il 21% da 3, dando spesso l’impressione di essere un pesce fuor d’acqua. A beneficiare di questo sfortunato calo di Nunn è stato Goran Dragic, che a partire dalla prima partita di Playoffs si è ripreso a suon di ottime prestazioni il ruolo da starter nello scacchiere di coach Spoelstra.

 

I Miami Heat non hanno overperformato ai Playoffs

Il lungo cammino dei Miami Heat ai Playoffs è stato raccontato e analizzato in maniera approfondita da numerosi redattori di The Shot nel corso di tutta la post season, per cui in questo paragrafo cercheremo di trarne un bilancio complessivo, dal primo turno contro i Pacers alle Finals contro i Lakers, cercando di capire per quale motivo, a mio parere, gli Heat nei Playoffs non abbiano overperformato.

Bisogna premettere che la “bolla” è stata la realizzazione del sogno proibito di Pat Riley, il quale da sempre imposta il training camp di inizio stagione come un addestramento militare in cui i giocatori sono isolati dal resto del mondo, così da rendere il gruppo compatto fin da subito e creare una solida chimica di squadra. A Orlando è successo esattamente questo, ed è stato uno dei motivi che hanno contribuito a dare continuità alle prestazioni ai Miami Heat, qualità che nella prima parte di stagione era mancata più volte.

Il modo in cui la squadra di Spoelstra ha approcciato questi Playoffs non è stato così diverso da quanto visto in regular season: l’assenza di una gerarchia ben definita, aspetto risultato evidente fino alle Finals, ha reso gli Heat una squadra imprevedibile, capace di affidarsi a giocatori diversi per vincere una partita o addirittura una serie.

Premesso che Butler ha subito una trasformazione completa rispetto alla regular season per quanto riguarda le giocate nel clutch time, risultando mortifero nei finali di partita in entrambe le metà campo, in tutte le serie Miami ha trovato protagonisti diversi: ad aprire le danze è stato Goran Dragic, il quale ha torturato degli impotenti Indiana Pacers a suon di 20elli, finendo con 22.8 punti di media con il 48% dal campo e il 41% da 3 (7.3 tentativi), 5.0 assist, 4.0 rimbalzi e 1.3 recuperi.

Contro i Milwaukee Bucks (sconfitti 4-1) è stato Jimmy Butler a salire in cattedra, mettendo le cose in chiaro fin da gara 1, chiusa con 40 punti (13/20 FG, 2/2 3FG, 12/13 FT), 4 rimbalzi, 2 assist e 2 recuperi.

Gli Heat sono stati in grado di arginare l’MVP della regular season Giannis Antetokounmpo (22+11+5 nella serie con il 51% dal campo, il 21% da 3 e un pessimo 54% ai liberi), infortunatosi prima in gara 3 e successivamente anche in gara 4, grazie a un’attenta difesa sia di squadra che individuale, soprattutto da parte di Jae Crowder.

L’ex-Memphis ha giocato una serie incredibile anche nella metà campo offensiva, segnando 15.2 punti di media con ben 4.4 triple realizzate a partita su 10.2 tentativi (43%).

Nelle Eastern Conference Finals le cose sono andate diversamente: Bulter ha fatto un passo indietro rispetto alle sfide contro i Bucks (è stato il quarto miglior marcatore degli Heat contro i Celtics), mentre hanno avuto ruoli più importanti Goran Dragic (soprattutto nelle prime 2 partite, chiuse rispettivamente a 29 e 25 punti), Tyler Herro e soprattutto Bam Adebayo, MVP quasi indiscusso del terzo round. Con la serie sul 2-1 Miami, il rookie ex-Kentucky ha sfoderato una prestazione fuori da ogni logica da 37 punti con 14/21 dal campo e 5/10 da 3, compresi 17 punti nel decisivo quarto periodo.

Bam Adebayo, invece, oltre alla clamorosa stoppata game saving in gara 1, ha messo la parola “fine” alle Conference Finals in gara 6 grazie a una prestazione dominante da 32 punti (11/15 al tiro), 14 rimbalzi e 5 assist. Contro i Celtics, il neo-All-Star di Miami ha viaggiato a 21.8 punti di media con 11 rimbalzi, 5.2 assist, 1.7 recuperi e 1.0 stoppate 39.1 minuti. Questa sequenza di 3 giocate consecutive in gara 6 ha, di fatto, chiuso la partita e la serie.

 

Purtroppo contro i Lakers gli Heat hanno dovuto fare a meno di Goran Dragic per oltre quattro partite e di Bam Adebayo per 2, e la squadra di coach Vogel ne ha approfittato portando meritatamente a casa l’anello contro una mai doma Miami che ha saputo allungare la serie fino alla sesta partita. Rimarranno nella storia gara 3 di Jimmy Butler (40 punti, 11 rimbalzi, 14 assist) ma soprattutto gara 5, chiusa con 35 punti, 12 rimbalzi, 11 assist e 5 recuperi in oltre 47 minuti di utilizzo, in quello che è stato un duello epico contro LeBron James (40+13+7).

Come scritto in precedenza, in queste 21 partite di Playoffs i Miami Heat hanno giocato con una continuità di rendimento che in Florida non si vedeva da diverso tempo, il tutto reso possibile grazie all’estrema fiducia che ogni giocatore ha riposto nei propri compagni, nel coaching staff e in sé stesso, aspetto che ha consentito alla squadra di Spoelstra di rimanere compatta e di rimontare più volte svantaggi in doppia cifra.

Ultimo, ma assolutamente non meno importante, è proprio coach “Spo”, il condottiero di questi Miami Heat che ha saputo trovare il gameplan quasi perfetto contro tutte le squadre, anche rispondendo immediatamente agli aggiustamenti degli allenatori avversari dimostrando di essere sempre un passo avanti a loro.

La serie finale contro i Lakers, nonostante non abbia avuto un esito positivo per gli Heat, è stata emblematica da questo punto di vista: dopo aver perso malamente le prime due partite, senza due giocatori chiave e con James e Davis che sembravano uomini tra i bambini, si è inventato una difesa a uomo molto flottata sul lato forte che mai si era vista nel corso della stagione, avendo, inoltre, come interpreti diversi giocatori difensivamente sotto la media. Con questa strategia (e grazie a un Butler commovente) Miami è riuscita a sconfiggere i Lakers per due volte portando la serie a gara 6.

 

E adesso?

Attualmente il futuro dei Miami Heat è più roseo che mai, la squadra ha il giusto mix tra giovani potenzialmente molto forti e veterani affermati da tempo, con una superstar che incarna alla perfezione i principi della squadra della Florida.

Da un certo punto di vista gli Heat sono usciti vincitori dalle Finals 2020, in quanto, tenendo sempre presente il contesto a dir poco anomalo, hanno dimostrato di essere un’organizzazione tra le migliori della lega che fa seguire i fatti alle parole (un po’ come ci ha abituati Jimmy Butler) e con un coaching staff di assoluto livello.

Gli Heat già in questa offseason avranno la possibilità di aggiungere un paio di giocatori che farebbero compiere alla squadra un ulteriore passo in avanti, ma gli occhi di Riley & Co. rimarranno puntati alla free agency 2021 in cui, tra tutti, potrebbe essere free agent Giannis Antetokounmpo.

Dall’altra parte, però, Pat Riley, celebre per avere il grilletto facile a proposito di trade riguardanti altre stelle, potrebbe essere rimasto talmente impressionato da questa run di Playoffs da tentare il tutto e per tutto già a partire da quest’anno, cercando di arrivare a un grosso nome da affiancare a Jimmy Butler.

Dopo quanto mostrato da Adebayo, Herro e Robinson, e augurandosi che continuino a sviluppare il proprio potenziale (specialmente i primi due), gli Heat potrebbero non avere bisogno di firmare una superstar come Antetokounmpo e potrebbero puntare su nomi meno altisonanti ma più funzionali al gioco di coach Spoelstra e al roster attuale.

Davide Possagno

Sono un Heat-Lifer ormai da oltre 10 anni, da quando comprai il dvd su Dwyane Wade in edicola: fu amore a prima vista. Ancora maledico Pat Riley per aver maxato Whiteside, privandoci così del nostro Flash per un interminabile anno e mezzo.

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