Domande e risposte sulla prossima stagione NBA

 Domande e risposte sulla prossima stagione NBA

Copertina a cura di Alessandro Cardona

LeBron James che alza il suo quarto Larry O’Brien Trophy, con annesso premio di MVP delle Finali: è questa l’immagine con cui si è conclusa la più strana stagione della storia della NBA, interrotta dall’epidemia di COVID-19, ripresa nella celeberrima bolla e finalmente conclusasi dopo quasi un intero anno dalla prima palla a due. La fame di pallacanestro degli appassionati non ha però limite, e molti di loro si stanno già interrogando su dove, come e quando inizierà la stagione 2020-21. Ecco tutto quello che, finora, è trapelato.

 

Le condizioni necessarie per la ripartenza

Com’è facilmente intuibile, la pandemia ha causato danni economici non indifferenti anche ad un colosso come la NBA. Dovrà dunque essere trovato un accordo con l’Associazione Giocatori, soprattutto per quanto riguarda il salary cap delle prossime due stagioni.

La soluzione più probabile è mantenere, con un artificio, approssimativamente lo stesso cap di quest’anno, circa 109 milioni di dollari, per evitare una free agency giocata esclusivamente al ribasso.

I nodi da sciogliere non sono pochi: uno dei principali riguarda la divisione dei ricavi tra le squadre, dal momento che, almeno per ora, permangono ordinanze diverse tra i vari Stati per quanto riguarda, ad esempio, l’ingresso dei tifosi nelle arene.

Nelle scorse settimane Adam Silver era stato chiaro: l’obiettivo della NBA era una Regular Season da 82 partite con il pubblico presente. Stando alle voci più recenti, però, l’aumento dei contagi sembra aver cambiato almeno parzialmente le carte in tavola: si parla di forti investimenti in test rapidi, in modo da tutelare la sicurezza dei fans, ma non c’è ancora nessuna certezza in tal senso e anche il numero delle partite va verso una probabile diminuzione.

Per ora nessuna delle parti in causa vuol sentir parlare di lockout, ma non ci sentiamo di escludere con assoluta certezza questa opzione. Tassazioni differenti tra Stati, rinnovi di contratto, opzioni esercitabili da squadre e giocatori, trade exceptions: come verrà gestito tutto ciò, alla luce di un salary cap diverso da quello previsto? Per ora ogni operazione di mercato, scambi compresi, è momentaneamente bloccata e si attendono dunque novità, che presumibilmente arriveranno a breve.



Draft NBA 2020: come, dove, quando

Qui almeno una certezza c’è: la data del draft è già stata fissata dall’NBA ed è, a meno di altri rinvii, il 18 novembre. La direzione imboccata per la Draft Combine, con interviste effettuate su Zoom e video sulle prodezze effettuate in palestra inviati dai prospetti (che per la verità non verranno probabilmente presi in grossa considerazione), è quella prescelta: il draft dovrebbe svolgersi virtualmente negli studi della NBA in Connecticut, con Adam Silver e Mark Tatum ad annunciare le scelte in diretta.

Misurazioni e test medici verranno invece effettuati in presenza e saranno probabilmente determinanti nel far salire o scendere i vari giovani nelle board. Il discorso fatto in precedenza sul salary cap rimane ovviamente valido, essendo anche i rookie contract regolamentati in maniera piuttosto rigida.

 

Che ne sarà della G-League?

Domanda molto interessante che per ora non ha una risposta certa. Le opzioni passate al vaglio finora sono parecchie e si spera di arrivare ad una decisione definitiva prima del 2021:

  • Non disputare la G-League e allargare i roster. Nel 2017 i roster sono stati aumentati da 15 a 17, data l’aggiunta dei due two-way contracts: una possibilità sarebbe quella di convertire i salari dei giocatori con un contratto two-way al minimo salariale standard, rendendo di fatto i roster composti da 17 elementi a pieno regime.
  • Disputare una serie di incontri in tempi brevi in una bolla in modo da mantenere attivi i giocatori più giovani.
  • Tentare di stilare un calendario più classico, tenendo però conto del fattore distanza. Le squadre di G-League hanno un budget molto più basso rispetto alle loro “sorelle maggiori” e dunque si spostano solitamente su voli commerciali o addirittura sugli autobus, soluzioni che l’epidemia ha reso difficoltose da effettuare. È dunque probabile che, in caso si scegliesse questa opzione, si tenti di organizzare incontri in luoghi tra di loro più vicini.

Il destino della lega di sviluppo appare dunque piuttosto nebuloso: speriamo si arrivi presto ad una soluzione per questo campionato che, nonostante i budget ridotti e una minore esposizione mediatica, esercita spesso e volentieri un grande fascino.

 

Quando potrebbe iniziare la free agency?

L’obiettivo è non sforare la data del 1° dicembre, in modo da lasciare a squadre e giocatori almeno una ventina di giorni prima del Natale. Assumendo che il draft non venga ulteriormente posposto è molto difficile, comunque, che l’ora X venga fatta scoccare prima del Giorno del Ringraziamento (26 novembre).

 

Il quesito da un milione (di miliardi) di dollari: quando si alzerà la prima palla a due?

Ci piacerebbe tanto poter scegliere una data ben precisa e dirvi “Sì, la accendiamo! È la nostra risposta definitiva!“, ma anche qui le certezze latitano. Possiamo escludere ormai definitivamente l’opzione “1° dicembre”, dato che i vertici della Lega hanno dichiarato che forniranno la data d’inizio otto settimane prima.

Tenendo conto di questo, l’ipotesi che sembrava aver preso più piede fino a pochi giorni fa era quella di un’inizio nel Martin Luther King Day, che cade il 18 gennaio 2021, in modo da lasciare una forbice di tempo soddisfacente per lo svolgimento dell’offseason e riuscire comunque ad evitare la contemporaneità con l’inizio della NFL. Ma nella serata di ieri tutto è cambiato: gli uffici della NBA hanno fatto sapere che l’intenzione è quella di un inizio fissato per il 22 dicembre 2020, con una Regular Season da 72 partite. L’ obiettivo è quello di un calendario molto vicino a quello tradizionale da 82 partite che permetterebbe anche di terminare i playoff entro l’inizio dei Giochi Olimpici, fissato il 23 Luglio 2021. USA Basketball ha già cominciato a sondare l’interesse delle varie stelle a partecipare, presupponendo un lasso di tempo sufficiente per prepararsi al meglio per il torneo.

Ipotizzando una finestra minima di due mesi per la postseason, preceduta da una settimana di riposo, le 72 partite dovrebbero essere disputate in poco più di quattro mesi: è facile intuire come l’All-Star Game di Indianapolis sia a forte rischio di cancellazione. Inoltre l’obiettivo della Lega è quello di ridurre il più possibile gli spostamenti delle squadre, ad esempio disputando più partite consecutive contro la stessa squadra. L’ipotesi di una o più bolle, al momento, continua a non essere presa in considerazione dai vertici NBA: si giocherà comunque nelle arene, con o senza pubblico. Potrebbe essere confermato il play-in tournament per assegnare l’ottavo posto ai playoff nelle due Conference, già sperimentato quest’estate ad Orlando.

Il progetto è suggestivo, ma è necessario che tutto venga fatto molto in fretta. Entro pochi giorni, una settimana al massimo, dovrebbe arrivare l’annuncio, dopodiché resterebbero meno di due mesi in cui condensare draft, free agency e training camp. Tempi molto stretti, soprattutto perché l’NBPA dovrebbe accettare tutte le condizioni. La stagione è terminata meno di due settimane fa e i giocatori potrebbero storcere il naso all’idea di riprendere ad allenarsi così presto; il problema più grande, però, potrebbe essere economico.

Il BRI, acronimo di Basketball Related Income, è la somma di tutti gli introiti della NBA connessi al mondo della pallacanestro, che a fine anno viene diviso in maniera paritaria tra i giocatori e proprietari. All’inizio di ogni stagione si mette in atto il cosiddetto Escrow System: ad ogni giocatore viene trattenuto il 10% dello stipendio, che viene poi restituito del tutto o in parte nel caso in cui il totale dei salari risultasse inferiore alla somma spettante ai giocatori. Vista la situazione economica attuale, però, la percentuale trattenuta dovrebbe aumentare per mantenere il rapporto 50/50 e si è parlato addirittura del 25%: si dovrà dunque trovare un accordo in tal senso e potrebbe volerci più tempo del previsto.

In ogni caso i dialoghi procedono: è nell’interesse di entrambe le parti trovare un accordo e sicuramente filtra positività, vista anche il successo della bolla di Orlando dal punto di vista organizzativo. Le priorità sono chiare: secondo la NBA un inizio successivo al 22 dicembre porterebbe perdite superiori a mezzo miliardo di dollari ed un’altra stagione senza tifosi sarebbe difficilmente sostenibile. La vendita dei biglietti rappresenta infatti circa il 40% dei ricavi, una quota decisamente troppo ingente per essere rimossa. Dal canto loro i giocatori sono favorevoli al ripristino di un calendario quantomeno simile a quello tradizionale, che permetterebbe loro di tornare a riposare durante l’estate.

Una trattativa che assomiglia ad una corsa contro il tempo per arrivare a quella che sembra, nonostante i lati negativi, la soluzione migliore, ingenti interessi economici e un velo leggero ma costante di incertezza dovuto agli sviluppi futuri della pandemia: è questione di giorni, poi scopriremo se quella gigantesca macchina che è l’NBA si sarà dimostrata ancora una volta così efficiente.

Enrico Bussetti

Vive per il basket da quando era alto meno della palla. Resosi conto di difettare lievemente in quanto a talento, rimedia arbitrando e seguendo giornalmente l’NBA, con i Mavericks come unica fede.

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