Doc Rivers dovrà imparare dai propri errori

 Doc Rivers dovrà imparare dai propri errori

Copertina a cura di Alessandro Cardona

Al termine di sette anni passati da capo allenatore dei Clippers, Doc Rivers lascia la squadra in seguito alla cocente eliminazione dai playoff contro i Denver Nuggets. La storia di Rivers a LA è composta da diversi alti- i molti record stagionali della franchigia e le due annate (‘17-18, ‘18-19) in cui la squadra ha superato abbondantemente le aspettative- e tanti, troppi bassi, specialmente nella post-season.

L’annuncio è stato presentato come una separazione consensuale, ma da quel che si può intuire dai report di Jovan Buha (The Athletic) è chiaro che Steve Ballmer ha preso la decisione di licenziare l’allenatore pochi giorni dopo gara 7 delle semifinali di conference.

Infatti, stando alle fonti del giornalista, la separazione tra le due parti è il culmine di anni di fallimenti nella post-season e di diverse vedute per il futuro della squadra. Anche nel caso i Clippers fossero riusciti ad avanzare nella post-season, perdendo in semifinale contro i Lakers o alle Finals contro gli Heat, il processo che ha portato la stagione della squadra a essere caratterizzata da alti e bassi avrebbe probabilmente portato al licenziamento di Doc Rivers.

Il résumé di Rivers ai playoff non è all’altezza della sua fama: Doc con i Clippers ha vinto solo tre serie in 7 anni, si è fatto rimontare non una, ma due volte in una serie in cui era in vantaggio 3-1 e il record di 3-8 nei closeout games è probabilmente tra i peggiori della storia per un allenatore.

L’ultimo di questi fallimenti è stato la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso.

La serie contro Denver ha messo in mostra il punto debole dei Clippers più evidente quest’anno: la guida dalla panchina. La gestione delle rotazioni, ad esempio, è da sempre uno dei punti più critici per Rivers.

La natura potenzialmente camaleontica del roster è ciò che ha portato molti a considerare i Clippers tra i favoriti a inizio stagione.



Pochi esperimenti con le lineup

Oltre al quintetto titolare e al duo di scorer dalla panchina, Doc Rivers ha potuto fare affidamento a role player dagli skillset complementari per le due star di LA, come Beverley, Shamet, Zubac, Morris e Green.

Vuoi giocare una big ball aggressiva a rimbalzo e fisica in difesa senza perdere difesa sul perimetro e spacing offensivo? Si poteva schierare un quintetto con quattro ali intercambiabili (George, Leonard, Morris, Green) e Zubac, un centro di sette piedi abbastanza agile da trappare occasionalmente Dončić sul perimetro. Preferisci un quintetto piccolo con tanti tiratori e diversi handler per introdurre meglio le tue star nei set offensivi? Puoi contare su Beverley, Shamet e uno stretch big a scelta tra Green e Morris, a seconda del matchup, per ottimizzare al meglio l’output offensivo di Leonard e Morris senza però soffrire troppo nella metà campo difensiva.

Rivers, però, non ha mai esplorato le diverse anime della sua squadra.

La lineup composta da Beverley-Shamet-George-Leonard-Zubac è stata utilizzata in stagione per meno di 3 minuti; Beverley-George-Leonard-Green-Zubac, invece, non è mai stata utilizzata, così come i due quintetti citati prima.

Nel corso della stagione regolare Rivers ha fatto troppo affidamento su Harrell e Williams e, quando questi non hanno reso come ci si aspettava, la squadra non è riuscita a trovare nuove soluzioni per reagire agli aggiustamenti avversari.

Durante i playoff Rivers ha invece mantenuto le cattive abitudini instaurate durante la stagione regolare, come ad esempio schierare quintetti con anche quattro panchinari in campo contemporaneamente nonostante i loro problemi difensivi, come Harrell, Williams, Shamet e Jackson.

 

Lettera dal passato: tornano i favoritismi

Il fatto di preferire alcuni giocatori a discapito di altri più meritevoli è un’altra grossa critica che da sempre viene fatta a Rivers. Sempre secondo Jovan Buha di The Athletic, quest’anno uno dei problemi maggiori nello spogliatoio è stata l’incapacità dell’allenatore di gestire la “vecchia guardia” – principalmente Harrell, Williams e Beverley- dopo l’arrivo delle due star l’estate scorsa.

Williams e Harrell, in particolare, hanno goduto di un trattamento di favore durante tutta la stagione, playoff compresi, nonostante delle prestazioni al di sotto dei loro standard. Williams ha tirato malissimo nelle due serie giocate dai Clippers (33% da 3 punti vs Dallas, 14.8% vs Denver), ma la sua capacità di penetrare Nord-Sud e di creare palla in mano sono rimaste due risorse preziose per la squadra, legittimando così i suoi 26.2 minuti a partita. Lo stesso non si può dire, purtroppo, dei minuti concessi a Montrezl Harrell.

L’esperienza del lungo neovincitore del 6MOTY nella bolla è iniziata sotto i peggiori auspici. Ha raggiunto i compagni con un mese di ritardo, dopo essere uscito per stare con la famiglia durante gli ultimi giorni di vita di sua nonna, una delle persone più importanti nella sua vita. Devastato emotivamente dalla perdita, e visibilmente fuori condizione per le settimane passate lontano dai campi da gioco, l’Harrell visto nella bolla è stato la copia sbiadita di quello visto durante la stagione.

Le ormai note lacune difensive si sono ingigantite e in attacco Harrell non è più riuscito a incidere, sbagliando diversi tiri ravvicinati e facendo rimpiangere il finishing d’élite mostrato in questi anni.

Probabilmente infastidito dai numerosi errori al tiro, Harrell ha spesso cercato ostinatamente il canestro, esacerbando uno dei suoi punti deboli, la tunnel vision.

 

Nonostante le sue prestazioni suggerissero di ridurne il minutaggio, come fatto nel secondo turno con Reggie Jackson, Rivers ha invece continuato a riporre una fiducia eccessiva nel suo scudiero, compromettendo pesantemente la serie contro i Nuggets.

 

Risorse sprecate

In aggiunta alle prestazione opache in attacco e ai noti gravi problemi in difesa, i quintetti con Harrell in campo hanno fatto anche una fatica incredibile sotto i tabelloni. Le lineup con George, Leonard e Harrell hanno concluso la serie con il 46.9 REB% nei minuti giocati. Per confronto, le lineup con Zubac al suo posto hanno controllato in maniera molto più efficace i rimbalzi: 53.9 REB%. Per ragioni puramente comparative basti guardare a come hanno performato in questo aspetto le 16 squadre di questi playoff: il 53.9 REB% sarebbe valido per il primo posto, sopra a OKC; il 46.9 DREB% si posizionerebbe invece appena sopra ai Rockets, quindicesimi in questa particolare classifica.

Tutto questo è ovviamente visibile in una statistica come il NET rating: nelle lineup con George e Leonard, la presenza di Harrell ha avuto un impatto tremendo, facendo registrare un fragoroso -30 nei playoff, di gran lunga il dato peggiore della squadra.

Net Rating dei quintetti con Leonard e George in campo
Net Rating dei quintetti con Leonard e George in campo

Nonostante Rivers fosse sicuramente consapevole di tutto ciò, ha continuato a dare minuti a Harrell, contribuendo alla sua disfatta, e conseguentemente al tracollo della squadra.

Il suo compagno di reparto, Zubac, invece, è stato il miglior difensore per LA su Jokić e complessivamente i quintetti con lui in campo hanno dato ottimi risultati.

Se i Clippers avessero voluto limitare i suoi minuti per adottare una difesa più mobile e avere più spazio in attacco con quintetti small, avrebbero sicuramente potuto farlo. Rivers ha invece scelto di andare da Harrell, che non è riuscito a dare un contributo reale alla squadra.

Marcus Morris rappresentava invece per i Clippers un’arma tattica che mancava agli avversari: un’ala versatile con tiro da 3 e capace di cambiare in difesa su più ruoli e di giocare da 5 per brevi tratti di partita. Similmente a Morris, Green è un lungo capace di tirare da 3 e che offre una difesa diversa da quella di Zubac- più mobile sul perimetro- senza però concedere troppo nel pitturato.

Morris ha concluso i PO con soli 31.5 minuti a gara (30.5 contro Denver), esclusa la partita in cui è stato espulso dopo 11 minuti di gioco. Rivers ha scelto di schierarlo con questo minutaggio nonostante Morris sia stato la miglior versione di sé stesso: ottimo al tiro (62.3 TS%) con pochissimi tiri presi fuori ritmo, e un ruolo molto più marginale rispetto a quello interpretato a New York (13.8 USG%). Nella metà campo difensiva Morris si è distinto nel primo turno per una grande difesa su Luka Dončić; nella serie contro Denver Morris ha avuto un impatto minore nella propria metà campo, ma comunque mai negativo.

Landry Shamet è un altro giocatore vittima della confusa gestione delle rotazioni di quest’anno. Dopo una grande prima stagione da professionista, il sophomore dei Clippers ha dovuto giocare per gran parte della stagione in un ruolo che non ottimizza le sue doti da grande tiratore, emarginato in un quintetto della panchina a trazione anteriore con Williams, Harrell e Jackson a prendersi la maggior parte delle responsabilità offensive. Limitato ad aspettare fermo sul perimetro gli occasionali scarichi dei compagni, Shamet non ha mai trovato il suo ritmo. Al contrario, averlo utilizzato in un ruolo offensivo così marginale e al fianco di tre terribili difensori, non ha fatto altro che evidenziare i suoi difetti- in particolare la sua fragilità difensiva.

Vedendo Duncan Robinson mandare in confusione la difesa dei Lakers grazie a un continuo movimento sul perimetro, è difficile giustificare quanto fatto da Doc Rivers quest’anno.

Shamet ha risposto presente alle rare occasioni che gli sono state concesse, più dagli infortuni subiti dai compagni di reparto che da Rivers. Nelle undici partite in cui Shamet ha tirato più di 10 volte, i Clippers hanno un record di 8-3. Al di là del record, è chiaro che un tiratore come Shamet ha bisogno di essere coinvolto nell’attacco per fare bene, con un volume elevato di tiri.

Le due partite della miniserie con Miami sono una buona dimostrazione di quanto detto, con Shamet che ha totalizzato 45 punti e 12 assist nei due incontri stagionali:

 

Pochi aggiustamenti

Dal punto di vista tattico Rivers non è mai stato aggressivo negli accorgimenti, lasciando sempre libertà al coach avversario di dettare i termini d’ingaggio, adottando un atteggiamento passivo. Nella serie contro Dallas, Carlisle ha sfruttato alla perfezione il suo innamoramento per Harrell punendolo con Marjanović, o ancora ha sfruttato il più possibile la volontà della difesa di LA di cambiare con facilità sui blocchi tra gli esterni, facendo attaccare Dončić in 1vs1 contro Reggie Jackson o Landry Shamet.

Contro Denver, invece, Rivers non ha mai attaccato i punti deboli della squadra di Malone, come abbiamo visto fare sia dai Jazz che dai Lakers. Raramente i Clippers hanno coinvolto Jokić in un pick&roll con l’intento di portarlo fuori dalla sua comfort zone o di fargli commettere qualche fallo in più, e lo stesso discorso è valido per Michael Porter Jr, scorer di razza che Malone ha potuto schierare senza che venisse punito nella metà campo difensiva.

Quando la squadra si è trovata spalle al muro, è emersa la mancanza di identità che l’ha caratterizzata per tutta la stagione e che costituisce una differenza fondamentale con le altre contender: i Lakers sono sì caratterizzati dall’avere a roster due superstar incredibilmente complementari, ma dalla loro dimensione di squadra fisica e dalla stazza imponente; viceversa, i Rockets si sono tuffati a pieno nell’esperimento small ball di Morey; gli Heat, avversari dei Lakers alle Finals, sono l’incarnazione del gioco di squadra dall’attacco democratico.

I Clippers di Doc Rivers, invece, non hanno mai trovato la loro dimensione: sono rimasti un roster molto talentuoso con due star molto forti su entrambi i lati del campo, un paio di ottimi comprimari mal utilizzati, e una serie di panchinari di qualità, ma anche fragili, soprattutto difensivamente.

 

L’approdo ai Philadelphia 76ers

Nonostante i fallimenti ai playoff e un’ultima stagione burrascosa, Rivers lascia una franchigia che gli deve moltissimo. Doc è il detentore di praticamente ogni record immaginabile: maggior numero di partite allenate (564), vittorie (356), miglior record in stagione (63.1 W%), maggior numero di partite playoff allenate (59) e vinte (27).

Insieme a Chris Paul e Blake Griffin, Rivers ha il merito di aver posizionato i Clippers sulla mappa cestistica, e si può tranquillamente affermare che i Clippers senza Rivers oggi non avrebbero minimamente l’immagine di franchigia vincente necessaria per attirare giocatori di primissimo piano come Kawhi Leonard e Paul George.

Doc Rivers è stato fondamentale anche in diverse situazioni critiche fuori dal campo. Nel 2014, riuscì a tenere unita la squadra ai playoff durante la difficile situazione causata dal “caso Sterling” e, più recentemente, è subito diventato una voce fondamentale nella Lega in seguito all’assassinio di George Floyd prima e ai fatti di sangue di Kenosha successivamente, e al rinnovato movimento di protesta che ne è scaturito.

Ed è proprio per la sua abilità diplomatica, la sua leadership e il suo resumé incontestabile (20 anni di carriera, uno tra i sei allenatori in attività ad aver vinto un titolo, secondo per vittorie dietro Popovich e undicesimo all time) che Doc Rivers è stato fin da subito il candidato ideale per i 76ers.

Con la sua assunzione, i 76ers ribadiscono infatti ancora una volta che, secondo l’organizzazione, l’ostacolo principale al titolo non è nelle questioni tecniche, ma nell’assenza di una cultura vincente (a.k.a. le conseguenze dell’operato di Sam Hinkie), idea espressa in ogni mossa rilevante operata dalla franchigia in questi anni: l’assunzione dei Colangelo, l’all-in di due stagioni fa a spese della squadra “fatta in casa” con Covington e Saric e, ovviamente, i contratti di Al Horford e Tobias Harris.

L’intenzione è evidente anche nel modo in cui Elton Brand si è approcciato alla ricerca del nuovo allenatore. Se da un lato è sicuramente lodevole l’abilità nell’arrivare al miglior candidato disponibile prima degli altri (accordi presi a stagione in corso con Tyronn Lue, poi subito colloquio con D’Antoni il prima possibile e stessa cosa con Rivers), dall’altro appare chiaro che gli allenatori non sono stati valutati per come fanno giocare le loro squadre, mettendo in evidenza come ancora non ci sia un’idea di basket precisa.

Dal punto di vista tattico, è difficile conciliare il suo estremo fossilizzarsi su determinati giocatori e/o scelte tattiche mostrato ai Clippers con l’intricata composizione del roster Sixers, che può trovare fortuna solo attraverso un certosino lavoro di aggiustamenti in corsa e lineup situazionali, che possano nascondere i difetti ed esaltare le qualità, entrambi estremamente marcati, nei singoli giocatori e nel loro complesso.

Ciò detto, Doc Rivers può effettivamente essere l’uomo giusto per risolvere una parte importante dei problemi dei 76ers.

Infatti, se trovare la causa della stagione deludente di Philadelphia è difficile per un eccessivo numero di punti critici, di certo molto ha avuto a che fare con una chimica dello spogliatoio molto debole e la mancanza di una mentalità vincente ad ogni livello organizzativo, visibile solo in parte nell’assurda differenza di risultati tra casa e trasferta che abbiamo affrontato qui e in seguito nelle prestazioni opache all’interno della bolla.

Tra tutti i possibili candidati, è difficile negare che Rivers fosse il migliore per lavorare su queste problematiche.

Forte del contratto quinquennale e di, quasi certamente, una promessa di coinvolgimento nei processi decisionali (parlando di Brand nella conferenza stampa di presentazione ha dichiarato che lavoreranno insieme, dentro e fuori dal campo), Rivers si appresta a diventare un elemento fondamentale di questa squadra.

Il campo ci dirà se anche stavolta riuscirà ad entrare nella storia della franchigia, cambiandone la cultura: il potenziale c’è, entrambe le parti sembrano ben disposte e, d’altro canto, un Doc non può che portare buone sensazioni a Philadelphia.


Articolo a cura di Cesare Russo e Lorenzo Pasquali.

Lorenzo Pasquali

Ha deciso di esplorare nuove vette del masochismo tifando Clippers e Fortitudo. Le notti sogna un universo parallelo in cui CP3 e Griffin vincono il primo Larry OB della franchigia.

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