Mark Cuban è sempre un passo avanti a tutti

 Mark Cuban è sempre un passo avanti a tutti

Copertina a cura di Marco D’Amato

Le ultime notizie sulle condizioni psicofisiche di Delonte West hanno letteralmente fatto il giro del mondo: l’ex giocatore, tra le altre, di Cavaliers e Celtics, è stato fotografato mentre chiedeva l’elemosina a un semaforo sulle strade di Dallas.

La triste immagine è purtroppo solo l’ultima testimonianza del tunnel in cui è precipitato West, a cui era stato diagnosticato il disturbo bipolare già nel 2009, nel pieno della carriera. A livello sportivo le sue fortune sono rapidamente precipitate, dal fucile nella custodia della chitarra ai gossip sulla presunta relazione con la madre di LeBron James, fino al precoce ritiro a soli 29 anni nel 2012.

La situazione di Delonte, però, non ha fatto altro che peggiorare. Nel 2016 è stato avvistato mentre vagava scalzo per le strade di Houston e solo una decina di mesi fa è stato pubblicato su YouTube un agghiacciante video, che preferiamo non mostrarvi, in cui West viene violentemente percosso e strattonato da un uomo in mezzo a una strada di Washington. La clip si chiude con West ammanettato e a torso nudo che farfuglia, rabbioso e confuso, risposte sconnesse al suo interlocutore. Un’immagine di una tristezza infinita, che aveva attirato, esattamente come oggi, l’attenzione e la compassione di media e addetti ai lavori.

Dopo tante parole, però, Mark Cuban si è stufato e ha deciso, come spesso gli capita, di agire mettendoci la faccia. Il proprietario dei Dallas Mavericks, ultima squadra NBA di Delonte, ha cercato in tutti i modi di mettersi in contatto con il suo ex giocatore e alla fine ci è riuscito, dandogli appuntamento a un distributore di benzina. Una volta incontratosi con lui, lo ha convinto a pernottare per qualche notte in un hotel e ha contattato sua madre, per poi concordare insieme il ricovero di West in un centro di riabilitazione per le dipendenze da alcool e droga in Florida. Tutto questo, ovviamente, a spese di Cuban, che negli ultimi anni aveva già tentato più volte di aiutare il ragazzo.

Quando si parla di Cuban, probabilmente il primo pensiero va alle innumerevoli multe prese per i suoi rapporti controversi con gli arbitri o addirittura con David Stern, ma dietro la lingua lunga del proprietario dei Mavs c’è un uomo molto, molto più interessante.

 

La scalata al successo

Mark Cuban è nato e cresciuto a Pittsburgh, Pennsylvania, ma ha origini ebraiche, rumene e russe: il cognome originale del suo nonno paterno, prima che emigrasse, era Chabenisky. Lo spirito imprenditoriale e la capacità di adattamento, due qualità che avrà modo di far fruttare, emergono già a 12 anni, quando riesce a comprarsi delle scarpe da basket più costose vendendo sacchetti della spazzatura. Dopo le superiori inizia l’università a Pittsburgh, per poi spostarsi in Indiana, che sceglie senza neanche visitare il campus poiché è, a suo dire, la business school più economica tra quelle presenti nella lista delle migliori dieci di tutti gli Stati Uniti.

Nel 1982 si sposta a Dallas, dove lavora prima come barista e poi come venditore per una delle primissime aziende che producono software, venendo licenziato dopo meno di un anno. Decide quindi di fondare la sua prima azienda, MicroSolutions, portandosi dietro alcuni clienti dalla sua precedente esperienza nello stesso settore. Rivenderà MicroSolutions già nel 1990, guadagnandoci circa 2 milioni di dollari, ma il suo vero colpo di genio sarà investire 10.000 dollari in Broadcast.com, poiché interessato a trovare un modo per seguire le partite di pallacanestro dei mitici Indiana Hoosiers.

L’idea è semplice, ma estremamente all’avanguardia per i tempi: trasmettere la radiocronaca della partita in streaming sul web. Dopo soli quattro anni il sito viene acquistato da Yahoo! alla modica cifra di 5.7 miliardi: possiamo definirlo un investimento tutto sommato azzeccato, anche alla luce del fatto che Yahoo! chiuderà Broadcast.com già nel 2002, per coronare quella che verrà definita come una delle peggiori acquisizioni della storia di Internet.

 

L’acquisto e la rivoluzione dei Mavericks

Il 14 gennaio del 2000 inizia ufficialmente l’era Cuban per i Dallas Mavericks, acquistati per 280 milioni di dollari. Ci sarebbe davvero molto materiale a cui attingere per spiegare l’impatto dell’istrionico imprenditore, ma probabilmente bastano pochi numeri.

Dallas Mavericks 1981-20001 titolo di Division, 1 Finale della Western Conference e 6 partecipazioni ai playoff (l’ultima nel 1990)
Dallas Mavericks 2001-202016 partecipazioni ai playoff, di cui 12 consecutive, 11 stagioni da oltre 50 vittorie ed il titolo di campioni NBA 2011
Il giorno e la notte

Al momento dell’acquisizione, Dallas è sostanzialmente abbonata ai bassifondi della Western Conference, avendo toccato il fondo nel triennio 1992-1994 con appena 46 vittorie complessive. Solo nella prima stagione di Cuban, i Mavericks se ne aggiudicano ben 53, tornando ai playoff dopo dieci anni di assenza e togliendosi anche lo sfizio di eliminare gli Utah Jazz di Stockton e Malone, prima di alzare bandiera bianca contro la corazzata San Antonio Spurs in una serie che si rivelerà essere solo il primo atto di un’accesa rivalità.

L’uragano Cuban travolge però la franchigia a 360 gradi: all’inizio della stagione 2001-2002, i Mavericks abbandonano la vecchia Reunion Arena per trasferirsi nel moderno American Airlines Center, dotato di un enorme e coloratissimo maxi schermo e di microfoni posizionati vicino al ferro, che oggi sono la prassi in tutte le arene NBA. Vengono rinnovati i colori sociali, il marchio e le divise; i giocatori vengono coccolati come forse in nessun’altra franchigia, viaggiando su lussuosissimi jet privati e alloggiando nei migliori alberghi. Si intravede fin da subito l’impronta internazionale del roster: le due stelle sono il canadese Nash ed il tedesco Nowitzki, a cui si aggiungono il messicano Eduardo Najera e il cinese Wang Zhizhi, primo cestista proveniente dal paese del Dragone Rosso a giocare in NBA.

Cuban, però, non è soltanto un abile uomo d’affari pieno di soldi: il suo spiazzante mix di entusiasmo e anticonformismo gli ha permesso di entrare irrimediabilmente nel cuore dei tifosi di Dallas. Lo stereotipo del proprietario distaccato e passivo, che guarda la partita dal suo comodo skybox, proprio non gli appartiene: Cuban è sempre a bordo campo in mezzo ai suoi tifosi, indossando il più delle volte la canotta di uno dei suoi giocatori ed inveendo contro arbitri e avversari fin dalla palla a due. Non solo: segue regolarmente la squadra in trasferta spostandosi con il suo aereo privato ed è addirittura arrivato a ospitare a casa sua per una settimana il mitico Dennis Rodman durante le trattative per il suo ingaggio.

 

Mark ed i “grigi”: Quasi Amici

La cifra complessiva sborsata da Mark Cuban in multe comminategli dalla NBA è talmente alta da non essere precisamente definibile: si parla comunque di cifre oltre i 2.5 milioni di dollari, che vanno in realtà sostanzialmente raddoppiate data l’abitudine di versare, ad ogni multa, la stessa cifra ad un ente benefico. Impossibile ricordare tutte le dichiarazioni contro arbitri, avversari e talvolta anche contro la Lega stessa. Le più famose sono probabilmente quelle successive alle Finals 2006, perse clamorosamente dai Mavericks 4-2, nelle quali Cuban ha aspramente criticato un arbitraggio, a suo dire, troppo favorevole ai Miami Heat e alla loro stella Dwyane Wade, che tirò ben 97 tiri liberi nell’arco delle sei partite della serie.

Molte sue azioni e dichiarazioni non sono certo degne di ammirazione, ma il nativo di Pittsburgh non ha mai avuto paura di metterci la faccia e di affrontare le eventuali conseguenze delle sue azioni. Nel 2002 criticò pesantemente l’operato di Ed Rush, manager dei fischietti NBA all’epoca, dichiarando:

Non sarebbe in grado di gestire neanche un Dairy Queen.

I dirigenti di Dairy Queen, multinazionale nel settore dei gelati, si dichiararono offesi dalla dichiarazione, invitando Cuban a lavorare per un giorno in una delle loro gelaterie. Detto, fatto: per un’intera giornata, gli abitanti di Coppell, Texas, poterono gustarsi un Blizzard servitogli direttamente dal proprietario dei Mavericks.

Come si può, inoltre, non definire geniale questo Pesce d’Aprile?

Famoso è anche un episodio molto più recente: nel febbraio del 2018, nel corso di una stagione di transizione per Dallas, rilasciò dichiarazioni clamorosamente esplicite all’interno di un podcast riguardo alla pratica del tanking. Asserì infatti di aver cenato con alcuni dei suoi giocatori la sera prima e di aver detto loro “Perdere è la nostra migliore opzione“. La sua chiosa “Adam (Silver) odierà sentirmelo dire” fu decisamente profetica: pochi giorni dopo ricevette una multa record dall’incredibile cifra di 600.000 dollari.

 

Sempre un passo avanti

Non si ottengono costanti successi in ambito imprenditoriale senza una spiccata capacità di guardare al futuro e Mark Cuban è stato costante almeno quanto i suoi Mavericks durante i vent’anni della sua gestione. Nel 2009 assunse come Vice President of Basketball Operations Roland Beech, fondatore di 82games.com, il primissimo sito di analytics, dando fin da subito grande importanza a quelle statistiche avanzate che oggi sono alla base del lavoro di ogni GM.

Conoscendo la sua storia ed il settore lavorativo da cui proviene, non è difficile intuire il motivo dietro al suo occhio di riguardo verso le nuove tecnologie, che ha spinto i Mavericks nel 2018 ad accettare i bitcoin come metodo di pagamento per i biglietti, aprendo la strada alle altre franchigie; molto meno convenzionale è invece il finanziamento di alcuni studi per dimostrare gli effetti benefici per il recupero da alcune tipologie di infortuni della somatotropina, sostanza meglio nota come ormone della crescita e attualmente vietata nella NBA.

Tutta la sua abilità negli aspetti extra campo non deve trarre in inganno: Cuban è un grandissimo appassionato di basket e in alcune occasioni ha dimostrato anche un’ottima competenza in materia. Dopo le Finals 2012, ad esempio, smontò una ad una le tesi di Skip Bayless su LeBron James, citando anche aspetti tattici sulle Finali dell’anno precedente, vinte dai Mavericks proprio sugli Heat del Prescelto.

 

Businessman, ma anche uomo di cuore

Nel corso della sua vita, Mark Cuban non ha mai guardato in faccia nessuno, ma all’interno della “famiglia” Mavericks si è lasciato andare spesso a momenti di grande umanità. Come non commuoversi, ad esempio, osservando la premiazione del titolo del 2011, in cui invitò sul palco Don Carter, primo proprietario della storia della franchigia, assicurandosi che fosse lui la prima persona a sollevare il Larry O’Brien Trophy?

Tutti abbiamo visto il celebre buzzer beater di Vince Carter contro gli Spurs nel 2014, ma ciò che salta subito all’occhio non è forse il nostro eroe, rigorosamente con la t-shirt dei playoff, che si butta subito in campo ad abbracciarlo?

Non poteva mancare neanche la classica dichiarazione non esattamente diplomatica: nel 2015, dopo il clamoroso voltafaccia di DeAndre Jordan, definì i Los Angeles Clippers come una franchigia “non ancora degna di rispetto“.

Una storia molto meno pubblicizzata è invece la sua stretta amicizia con Chandler Parsons, talentuosa ala firmata dai Mavericks nell’estate 2014 con l’obiettivo di farne un pilastro della squadra. Il suo addio nel 2016 fu dunque piuttosto inatteso ed ebbe esiti nefasti: Parsons precipitò in una spirale infinita di infortuni e non tornò mai più il giocatore di prima. Le dinamiche dell’addio non sono state rese del tutto note, ma da quel che è filtrato pare che l’amicizia tra proprietario e giocatore abbia avuto un ruolo piuttosto ambiguo.

 

Should I call you…Mr. President?

Dulcis in fundo, non potevano mancare politica ed impegno sociale. L’idea della candidatura di Cuban a Presidente degli Stati Uniti come indipendente, lanciata scherzosamente prima delle elezioni 2016, è andata molto vicina a diventare realtà quest’anno: il proprietario dei Mavs ha ammesso di aver addirittura commissionato un sondaggio nazionale, che lo avrebbe visto conquistare circa il 25% dei voti.

Nel corso degli anni Cuban ha effettuato donazioni sia ai Repubblicani che ai Democratici, ma ha supportato pubblicamente Barack Obama e Hillary Clinton ed è stato storicamente durissimo con Donald Trump e soprattutto con il senatore Ted Cruz, col quale ha ingaggiato negli ultimi giorni l’ennesima battaglia su Twitter.

Al di là delle preferenze di partito, però, Cuban ha sempre dimostrato tutta la sua attenzione per il sociale: allo scoppio dell’epidemia ha dichiarato che avrebbe continuato a pagare regolarmente i dipendenti dell’American Airlines Center nonostante l’assenza di partite e, durante le manifestazioni del movimento Black Lives Matter, lo si è visto andare in strada, come sempre al fianco dei suoi giocatori.

Tutto si può dire (e spesso tutto si è detto) di Mark Cuban. La sua intemperanza, verbale e non, lo ha portato spesso al limite delle regole e, in qualche caso, anche a violarle; ciò che è innegabile, però, è la sua autenticità. La sua faccia tosta, il suo spirito d’iniziativa, la difesa incondizionata degli interessi dei Mavs: tutto ciò è sempre stato spiccatamente genuino e ha fatto di Cuban un proprietario incredibilmente unico, anche in un panorama variegato come l’NBA.

Enrico Bussetti

Vive per il basket da quando era alto meno della palla. Resosi conto di difettare lievemente in quanto a talento, rimedia arbitrando e seguendo giornalmente l’NBA, con i Mavericks come unica fede.

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