Il bilancio dei Boston Celtics ai playoff

 Il bilancio dei Boston Celtics ai playoff

Copertina a cura di Nicolò Bedaglia

Nella notte di domenica 27 settembre si chiude il cammino della stagione 2020 dei Boston Celtics, con una sconfitta per 125 a 113 contro i Miami Heat di Bam Adebayo, Jimmy Butler e di coach Erik Spolestra: una sconfitta che decreta il passaggio del turno della franchigia della Florida per 4-2 e che rispedisce in Massachusetts la compagine di coach Brad Stevens.
Provando a dare un giudizio sulla stagione dei Celtics, ogni tifoso non può che ammettere di essere soddisfatto, pur con l’amaro in bocca.

I due gioielli della squadra (Jayson Tatum, 22 anni, e Jaylen Brown, quasi 24 anni) si sono definitivamente affermati durante questi playoff, la squadra ha dimostrato ancora una volta che avrebbe le capacità per arrivare in fondo, con qualche accorgimento, e la fiducia di Ainge in Stevens rimane salda. L’amaro in bocca scaturisce dal fatto che per la seconda volta in tre anni i Celtics si sono trovati a un passo dal palcoscenico più importante della NBA, ma per qualche motivo non sono riusciti a raggiungerlo.

Cosa ha funzionato? Cosa non ha funzionato? Cosa rimane dei Celtics all’alba della particolare offseason 2020, in vista della stagione 2020-21?

 

La condizione fisica della squadra

Uno dei fattori più importanti a incidere sulla fine del cammino dei Boston Celtics è stato il calo di forma fisica. Questo può essere correlato principalmente alla cortezza della squadra, dovuta alla composizione della stessa – molti rookie e giocatori che non possono ancora scendere in campo in partite così importanti – e agli infortuni che l’hanno condizionata (Hayward su tutti, ma anche un Kemba Walker non al 100%, così come Tatum).

Durante gli ultimi incontri della franchigia del Massachusetts si è avuta la netta sensazione che, verso la fine del terzo e per tutto il quarto periodo, i giocatori avessero meno energie e fossero più stanchi e meno reattivi negli switch e nelle letture. Non a caso, i Celtics non hanno mai subito una sconfitta blow-out in questi playoff, ma tutte le partite perse sono arrivate perché sopraffatti dagli avversari durante il corso del secondo tempo di gioco, sintomo di una difesa non sempre ottimale nella seconda metà delle gare. L’esempio è presto fornito: avete mai visto un difensore del calibro di Marcus Smart farsi trovare alto sulle gambe? 

 

I Boston Celtics sotto pressione

Uno degli aspetti più lampanti che hanno segnato la postseason dei Celtics sono state le insufficienti prestazioni in cluch time. Sono mancati freddezza e cinismo, nonché l’abilità di chiudere le serrande in difesa nei momenti finali delle partite punto a punto. Analizzando qualche dato, i Celtics hanno giocato 13 partite in questi playoff in cui si è arrivati al cosiddetto “crunch time”, ovvero con il punteggio entro i 5 punti all’interno ultimi 5 minuti di gioco. Il record è stato di 6 vinte e 7 perse, con 3 vittorie avvenute contro i 76ers (e con i Celtics alle prime partite, non provati fisicamente).

In particolar modo, il tiro da 3 punti ha tradito gli uomini di Stevens in questo frangente: in stagione regolare i Celtics hanno mantenuto una percentuale di 36.4 di 3P% in crunch time, mentre ai playoff la stessa è scesa a 17.2. L’unico giocatore che si è distinto positivamente in questi momenti è stato Kemba Walker; escluso lui, gli altri giocatori sono stati un disastro in attacco: 23/64 dal campo e 3/22 da tre punti (13.6%).

E se contro Toronto – nonostante l’immensa fatica – nei momenti salienti la difesa dei Celtics ha saputo fare un salto di livello e ha retto l’offensiva avversaria (DefRtg 92.5, con +5.5 di Net Rating), contro Miami gli uomini di Stevens hanno pagato la propria incapacità a gestire i momenti in cui la palla scotta. Complice anche la forma fisica non ottimale, i giocatori avversari riuscivano a trovare con estrema facilità la via del canestro in tutte le partite giocate punto a punto, come conferma il Defensive Rating: un abominevole 150.0 contro Miami nel crunch time, sublimato nel parziale di 26-6 negli ultimi 9 minuti del quarto quarto di gara 6. 

Concentriamoci un attimo sui momenti finali di gara 6. Nei seguenti video si può evincere come i Celtics abbiano cercato di recuperare lo svantaggio e riprendere Miami affidandosi a un susseguirsi di triple, in una gara in cui già stavano tirando in maniera non eccellente e in una serie in cui hanno dimostrato che la difesa a zona avversaria andava attaccata con penetrazioni al centro, blocchi e giro palla.

 

In quest’azione dopo una serie di passaggi consecutivi la palla arriva in mano a Kemba Walker, che decide di prendersi una tripla con spazio. Scelta condivisibile, però ci sarebbe anche l’opzione di scaricare in angolo a Hayward per tentare una penetrazione sul fondo.

 

 

Questa clip dimostra in maniera lampante quanto i Celtics vinti dalla fatica e soggiogati dall’illusione che basti il tiretto da dietro l’arco per risolvere la partita – si siano accontentati della prima opzione disponibile e abbiano smesso di attaccare davvero. Smart riceve il passaggio e, nonostante ci fosse la chiara possibilità di mettere la palla a terra e penetrare a centro area, spara da tre punti, con ancora 17 secondi sul cronometro dei 24.

 

 

Ancora più lampante: in semi-transizione Brown tira da tre punti dopo soli 2 secondi dall’inizio dell’azione, al posto di battere dal palleggio un Herro posizionato molto male difensivamente.

 

La stessa tendenza quasi morbosa dei Celtics ad affidarsi al tiro da 3 punti quando la situazione si mette male si può ritrovare anche in altre gare dei playoff, e non esclusivamente negli ultimi momenti delle partite. Per esempio, in gara 2 delle semifinali di Conference, Toronto stacca Boston verso la fine del terzo quarto: dall’inizio del parziale avversario i Celtics tireranno 9 dei successivi 13 tiri da tre punti, nel cui totale va però considerata anche la striscia di cinque triple consecutive di Smart. Oltre a questa peculiare anomalia, si possono annoverare comunque tiri presi in maniera frettolosa, come i seguenti due.

 

Sempre contro gli Heat, in gara 2 i Celtics hanno provato prima a spaccare la partita con il tiro dall’arco, e poi hanno provato a recuperare lo svantaggio fino all’ultimo, spesso con triple avventate e insensate.

 

 

È stata quindi una pecca delle principali bocche di fuoco della squadra accontentarsi di una soluzione veloce, quasi di una scorciatoia, al posto di seguire il gameplan di Stevens ed eseguire giochi costruiti sul movimento palla (che in alcuni tratti di questa postseason i Celtics hanno eseguito in maniera eccellente).

 

 

Sembra scontato dirlo, ma con il passare del tempo e con lo sbattere i denti su delusioni come quella appena passata, la squadra migliorerà naturalmente la qualità della gestione dei finali nelle partite importanti. L’unico modo per sapere cosa fare, per mantenere i nervi saldi e il sangue freddo è esserci passati, e i Celtics stanno maturando una certa esperienza in questo tipo di situazioni.

 

Le gerarchie della squadra

Un’altra cosa che è mancata alla squadra di Stevens è stata la netta distinzione delle gerarchie in termini di responsabilità offensive. Il vantaggio di avere più giocatori a cui affidarsi in attacco quasi in ugual misura (Tatum, Brown e Walker) si è poi rivelato uno svantaggio in alcune situazioni di gioco, in cui nessuno dei tre sopracitati si prende la responsabilità di tirare. Questo spesso lascia aperta la porta a una continua ricerca di un extra pass per un tiro migliore (che non esiste), oppure apre le porte a Marcus Smart.

 

Questa improbabile tripla di Tatum è il risultato di un’azione spesa in deboli penetrazioni ed extra-pass, uniti alla buona difesa di Toronto.

 

Quando i giocatori che dovrebbero guidare l’attacco di Boston non sembrano intenzionati a compiere il loro dovere, sale in cattedra Marcus Smart, e quando questo succede non è mai una buona notizia per i Celtics. Per quanto Smart sia un asset preziosissimo del roster di Stevens, un DPOY caliber player che dà il suo contributo in attacco nonché uno dei veterani della squadra, il suo ruolo primario non è prendersi un alto volume di tiri.

In gara 6 delle ECF, Smart ha raggiunto il career-high nei Playoffs per tiri tentati (22), prendendosi 13 tiri nel secondo tempo (Tatum e Brown 11, Walker 10) e 6 tiri nel quarto quarto (come Brown e Tatum). In questa postseason, quando Smart ha tirato almeno 12 volte i Celtics hanno avuto un record di 2 vinte e 6 perse; in stagione regolare il record si assesta su 8 vinte e 12 perse.

 

La stessa cosa è accaduta in gara 2 delle ECF, in cui Marcus si è preso tiri che non gli competono (13 tiri tentati, 4 nel quarto periodo), che non gli sono richiesti e che segna con meno facilità di un Tatum o di un Walker, come i seguenti.

 

 

La conclusione è che questa non è la squadra di Marcus Smart, e quando lo diventa – per eccessiva veemenza del diretto interessato o per mancanza di iniziativa di quelli che dovrebbero essere le prime opzioni offensive – finisce male (anche nel post partita, come testimonia gara 2 contro Miami).

 

Jayson Tatum e Jaylen Brown

Arrivando a parlare dei protagonisti di questa playoff run, non si può non menzionare l’enorme miglioramento fatto vedere dalle due punte di diamante della franchigia di Boston. Sia Jayson Tatum sia Jaylen Brown hanno ripagato le aspettative che molti tifosi avevano riposto in loro all’inizio dell’anno, confermando i salti di qualità che si erano intravisti nel corso della Regular Season.

 

Il #0, da febbraio fino all’inizio della postseason, è salito in cattedra giocando ad un livello sublime (27.1 PPG, 7.1 RPG con il 47.4% dal campo e il 46.3% da tre) che ha mantenuto anche durante i playoff (25.7 PPG, 10.0 RPG e 5 APG con il 43.4% dal campo e il 37% da tre).

Il Jayson Tatum che si è presentato nella bolla è un giocatore in grado di leggere bene il gioco e prendersi spesso i tiri giusti al momento giusto; con l’infortunio di Hayward, che ha costretto i Celtics ad affrontare Philadelphia e Toronto senza uno dei propri playmaker (inteso come giocatore che legge il gioco e gestisce il ritmo dell’azione offensiva), si è vista la sua capacità nel coordinare l’attacco e trovare spesso l’uomo libero, utilizzando una tecnica di passaggio notevole, leggendo linee di passaggio a volte incredibili e raddoppiando la sua AST% rispetto ai playoff dello scorso anno, passando da 10 a 21.3%.

Tatum ha dimezzato il numero di long two durante questi playoff, prediligendo invece il tiro da dietro l’arco e migliorando la qualità della sua shot selection; nonostante ciò alcune volte si accontenta ancora della più facile opzione del tiro da tre punti, senza sfruttare appieno i mismatch creati dagli early pick and roll di Stevens). 

Di seguito si può notare forse il suo miglioramento più lampante: come sia migliorato nel leggere il gioco e nel trovare l’uomo libero. Nella prima clip riesce a servire il rollante (Theis) con i tempi giusti, riconoscendo che la linea di penetrazione gli è preclusa dalla presenza di Gasol; nella stessa situazione contro Milwaukee nelle ECSF 2019, ingolosito da una linea di penetrazione più diretta, va dritto per dritto contro Brook Lopez, ignorando il roll di Horford. 

 

Nonostante tutto, non sono mancati alcuni problemi nel gioco del ventiduenne di St. Louis: i Celtics hanno sofferto particolarmente la sua secca offensiva nelle ultime tre gare delle ECF, in cui ha complessivamente segnato solo tre punti in tutti e tre i primi quarti. L’atteggiamento in è variato da un tentativo di aspettare passivamente la partita alla ricerca di tiri improbabili per sbloccarsi (come quello del prossimo video).

Il successo in postseason dei Celtics passerà inevitabilmente dalla sua abilità nel gestire i possessi decisivi e non eclissarsi lasciando ad altri il palcoscenico, e Stevens ha bisogno che il suo miglior giocatore faccia la voce grossa nei finali di partita (in gara 6, dal momento in cui gli Heat hanno iniziato il contro-sorpasso e il parziale decisivo nel quarto quarto, Tatum ha tirato 1/6, sbagliando anche un tiro libero). 

 

Simili parole di elogio possono essere spese anche per Jaylen Brown: il #7 ha avuto un impatto devastante in entrambi i lati del campo, affermandosi come un difensore d’élite e al contempo come una delle principali sicurezze offensive dei Celtics, mantenendo medie di 21.8 PPG, 7.4 RPG con il 47.6% dal campo e con solo una partita con meno di 16 punti in tutto il corso della postseason. Il suo apporto e la sua importanza sono aumentate nel roster rispetto allo scorso anno, risultando in uno USG% maggiore.

Nonostante le difficoltà avute contro la difesa di Toronto, Brown è riuscito a limare uno dei suoi più gravi problemi: il ball-handling in penetrazione, diminuendo la TOV% nonostante il maggiore impiego. Offensivamente ha di molto migliorato la sua shot selection rispetto allo scorso anno, trovando più canestri in contropiede e attaccando maggiormente l’area dal palleggio sfruttando il suo micidiale primo passo: il tutto mantenendo intatta la sua efficienza difensiva.

 

Sono proprio le sue prestazioni difensive ad essere rimaste impresse maggiormente alla fine di questi playoff. Brown si è dimostrato un difensore asfissiante sulla palla, annullando completamente Siakam nella serie contro Toronto, costringendo Harris a pessime prestazioni offensive (0 punti segnati quando marcato da Brown) e facendo un buonissimo lavoro contro Miami su Butler, riuscendo persino a contenere Bam Adebayo in gara 5, quando richiesto da Stevens. In seguito sono proposte alcune clip difensive parecchio esplicative.

 

I margini di miglioramento sono comunque presenti: Brown ha dimostrato di soffrire di alcuni cali di concentrazione e non è stato sempre perfetto nel seguire l’uomo lontano dalla palla, problema che ha portato allo sfortunato game winner di Anunoby in gara 3 contro i Raptors.

 

Gordon Hayward 

Una parola va spesa anche sul povero Gordon: la sfortuna lo perseguita, e di conseguenza perseguita anche i Boston Celtics. Anche per questi playoff, Stevens si è trovato privo di uno dei migliori interpreti del suo gioco, il quale ha deciso, una volta ritornato tra i ranghi, di sacrificare la sua presenza affianco alla moglie durante la nascita del figlio per contribuire alla causa.

A bocce ferme, molti dei fan stanno iniziando a tirare le somme dell’esperienza dell’ex Utah in biancoverde (e questa postseason di certo non aiuta) in vista della quasi scontata mossa di questo autunno. Hayward probabilmente eserciterà la player option nel suo contratto, per un ultimo anno a 34 milioni di dollari.

Andando ad analizzare però le prestazioni, è evidente come i Celtics giochino meglio quando Gordon si trova in campo: non solo è uno dei migliori rimbalzisti della squadra, ma è anche capace di dettare il ritmo e i tempi di gioco, con ottime abilità di lettura delle opzioni che vengono offerte dalla difesa e discrete abilità di passaggio. Non a caso, è proprio con il ritorno in campo di Hayward che i Celtics sono riusciti a vincere, per due volte, contro la zona di Spolestra e dei Miami Heat. In questi playoff l’ORtg dei Celtics è aumentato di 10 punti con Hayward in campo.

È anche vero che difensivamente è stato meno incisivo del solito, complice l’infortunio dal quale non aveva ancora recuperato quando è risceso in campo in postseason, e che ne ha compromesso soprattutto la mobilità laterale e la capacità di contenere le penetrazioni.
Sarà interessante valutare il suo impatto il prossimo anno con un roster perfezionato e un ruolo, per forza di cose, più marginale e da veterano, sempre che la sfortuna non gli metta ancora i bastoni tra le ruote. 

 

La difesa dei Celtics

In ultimo, è necessario elogiare forse l’elemento più importante che contraddistingue il roster dei Boston Celtics: la difesa. I Celtics si sono distinti come la quarta difesa dell’NBA per DRtg in stagione, e ai playoff il trend non è cambiato: sono stati la migliore squadra per punti concessi nella bolla. Durante le partite, ci sono state sequenze sublimi della difesa sulla palla di Boston, e alcuni esempi sono forniti qui di seguito. Gli interpreti sono tutti da elogiare, dai due Williams a Smart, da Tatum e Brown fino persino a Walker, che però rimane l’anello debole della catena.

Ciò che piano piano è andata mancando è stata la capacità di andare in aiuto con i tempi giusti e un’adeguata protezione del ferro, il quale era sempre troppo scoperto una volta battuta la difesa sul perimetro. 

 

Una menzione particolare va a due giocatori che hanno impressionato durante il corso di questi playoff nella metà campo difensiva: Daniel Theis e Grant Williams. Il secondo ha eccelso nella difesa sulla palla, riuscendo a seguire in maniera incredibile le penetrazioni degli avversari (un po’ come faceva Horford nel 2018), pagando però nelle tempistiche di aiuto e a rimbalzo.

Il primo invece si è contraddistinto come uno dei migliori stoppatori nella bolla, compiendo un lavoro egregio in post basso contro Embiid, facendo invece più fatica contro un centro più atletico e mobile come Adebayo, che lo costringeva ad andare fino all’arco dei tre punti per poi batterlo in palleggio.

 

Un piccolo “nota bene” è doveroso nei confronti del rookie Romeo Langford, che in questi playoff ha giocato pochissimo per via della tendenza di Stevens a far giocare poco i rookie non pronti e per un infortunio al polso. Nella manciata di minuti in cui si è trovato partecipe, Langford ha subito grattato la superficie del suo potenziale nella metà campo difensiva, contenendo una penetrazione di Milton.

 

Conclusioni

Come anticipato all’inizio dell’articolo, è impossibile per il tifoso Celtics non provare un amaro retrogusto nell’inghiottire questo boccone. Era finalmente una stagione in cui non si incontrava un MVP-caliber player nel cammino verso le Finals, senza alcun tipo di drama e con delle incoraggianti premesse.

Allo stesso modo, è impossibile però non rispecchiarsi nelle parole rilasciate dal coach Brad Stevens dopo l’eliminazione: “Ho veramente apprezzato come hanno giocato a basket per tutta la stagione. Ho veramente apprezzato come si sono battuti. Ho apprezzato come hanno escluso tutto ciò che non importava. Ho apprezzato il modo in cui hanno fatto sentire la loro voce, sia dentro la bolla sia prima”. Un messaggio di positività e di celebrazione di un gruppo che, sono sicuro, l’anno prossimo tornerà ancora più forte.

Federico Peschiera

Tra tutti gli sport che ho praticato, seguito e che tuttora seguo (tantissimi), il basket occupa il gradino più alto del podio, inattaccabile da qualsiasi angolo. E se ormai le capacità sul campo sono un ricordo lontano (diciamo pure sogno) tanto vale scriverci qualcosa sopra. Ah, Per evitare possibili conflitti di interesse: "Let's go Celtics" e "Dai Vu Nere Alè"

Invia
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments