La psicologia del contract year

 La psicologia del contract year

Copertina a cura di Francesco Ricciardi

Nel film Jerry Maguire Tom Cruise interpreta Rod Tidwell, il procuratore di un giocatore di football che, in procinto di rinnovare il suo contratto, si rivolge all’agente in questi termini:

Coprimi di soldi!

Questa frase, divenuta ormai iconica, è rappresentativa di quanto sia importante per gli atleti nel panorama americano siglare un contratto remunerativo. Il mondo NBA non è avulso da dinamiche molto particolari riguardanti denaro e contratti, spiegate nel dettaglio nel manuale del salary cap di The Shot.

Il peculiare fenomeno che si intende analizzare approfonditamente in questo articolo è quello del contract year.

 

IL FENOMENO DEL CONTRACT YEAR

Il cosiddetto contract year effect è noto principalmente per quanto concerne gli sport nordamericani: questo fenomeno si presenta quando un giocatore incrementa notevolmente le sue prestazioni nella stagione precedente alla scadenza del contratto.

Negli ultimi decenni, diversi studi – alcuni dei quali saranno citati e approfonditi in questo articolo – hanno analizzato questo fenomeno e riscontrato un incremento medio delle prestazioni nel contract year che oscilla tra il 3% e il 5%: tale miglioramento della performance porterebbe i giocatori ad ottenere offerte più ricche al momento della scadenza del contratto.

Una volta firmato il nuovo contratto, tuttavia, le performance offerte tornano a livelli simili o addirittura inferiori a quelli delle stagioni precedenti al contract year. La difficoltà nel replicare queste prestazioni al venir meno di un incentivo esterno – in questo caso, la proposta di una ingente quantità di denaro – può essere analizzata attraverso una riflessione sul costrutto psicologico della motivazione e la differenza esistente tra motivazione intrinseca ed estrinseca.

 

LA MOTIVAZIONE IN PSICOLOGIA

In psicologia, la motivazione è definibile come “il perché dello stato di attivazione” e “la direzione del comportamento”. La motivazione riguarda le forze interne ed esterne che influenzano una persona ad agire ed è determinata da un bisogno, che può essere gratificato attraverso gli incentivi.

È possibile distinguere tra:

  • Motivazione intrinseca, correlata a ricompense psicologiche quali il senso di sfida e achievement, l’apprezzamento altrui e l’opportunità di usare le proprie abilità;
  • Motivazione estrinseca, correlata a ricompense tangibili quali salario, contratto, sicurezza e benefit.

Il fenomeno del contract year è legato in modo indissolubile alla motivazione estrinseca: l’aspettativa di un contratto remunerativo rappresenta una condizione incentivante tangibile ed esterna. Questo incentivo gratifica il bisogno e comporta la scelta di un determinato corso d’azione, che tuttavia può cambiare una volta esaurita la potenza incentivante della ricompensa tangibile.

Breve spiegazione delle differenze tra motivazione intrinseca ed estrinseca

Di seguito sono proposti alcuni articoli scientifici riguardanti il tema del contract year, il primo dei quali tratta esplicitamente la distinzione tra motivazione intrinseca ed estrinseca.

 

LETTERATURA SCIENTIFICA E CONTRACT YEAR

Gli autori di uno studio hanno raccolto i dati delle performance di giocatori NBA e MLB (la principale lega americana di baseball), distinguendo tre periodi nella loro carriera:

  • Pre-contract year: annata precedente al contract year, priva di alcuna influenza esterna;
  • Contract year: ultimo anno di contratto, in cui è presente un incentivo esterno;
  • Post-contract year: annata successiva al contract year, in cui l’incentivo viene rimosso.

Sono state successivamente analizzate le statistiche individuali dei giocatori in queste tre annate, distinguendo tra scoring statistics (statistiche legate ai punti segnati) e non-scoring statistics. I risultati della ricerca mostrano sia un incremento, rispetto all’annata precedente, delle statistiche legate ai punti segnati nel contract year, sia un peggioramento, rispetto a contract e pre-contract year, delle prestazioni nel post-contract year.

Queste evidenze vengono interpretate dagli autori alla luce delle teorie motivazionali esistenti in psicologia: i risultati infatti rispecchiano le teorizzazioni riguardanti la motivazione estrinseca (l’incremento delle prestazioni in presenza di un incentivo esterno) e intrinseca (il peggioramento del rendimento al venir meno di tale incentivo).

Viene inoltre rilevato come l’incremento delle prestazioni nel contract year sia predittivo di un aumento del salario nella stagione successiva, che tuttavia non è correlato alla performance individuale nel post-contract year. Pertanto, gli autori sostengono che in queste circostanze le franchigie dovrebbero aspettarsi un peggioramento delle prestazioni, denominato “contract year syndrome“.

Un’altra ricerca invece ha analizzato il fenomeno del contract year in relazione a diversi fattori: gli autori individuano nella loss aversion (o “avversione alla perdita”) uno dei fattori fondamentali coinvolti nella dinamica del contract year: i giocatori pagati più del proprio effettivo valore sarebbero motivati a migliorare la propria performance per evitare una perdita di denaro alla firma del contratto successivo.

Tale effetto si presenterebbe esclusivamente per coloro che – nonostante non stiano rispettando le attese derivanti dal proprio salario – hanno ancora la possibilità di attenuare la propria perdita attraverso un miglioramento delle prestazioni. Al contrario, i giocatori la cui performance si allontana irreparabilmente dagli standard definiti dal contratto sarebbero demotivati e non mostrerebbero incrementi nelle principali voci statistiche; mentre coloro le cui prestazioni stanno eccedendo ogni aspettativa non gioverebbero di alcun incentivo esterno, in virtù del fatto che si attendono un cospicuo aumento di salario a prescindere da eventuali miglioramenti.

Gli autori hanno diviso il campione di giocatori analizzati in quattro sottogruppi, sulla base del rapporto tra salario percepito e livello di prestazioni:

  • Altamente sopravvalutati: performance molto scadente rispetto al salario;
  • Parzialmente sopravvalutati: performance abbastanza scadente rispetto al salario;
  • Parzialmente sottovalutati: performance che eccede le aspettative derivanti dal salario;
  • Altamente sottovalutati: performance che eccede notevolmente le aspettative derivanti dal salario.

Successivamente è stata analizzata la differenza di prestazioni nel contract year offerta dai diversi sottogruppi e, congruamente alle ipotesi, è emerso che sono i giocatori parzialmente sopravvalutati a migliorare in modo significativo le proprie prestazioni. Per gli altri tre gruppi non è stato rilevato alcun incremento statisticamente significativo delle performance.

Nell’interpretare questo risultato, i ricercatori citano la “tournament theory” (o “teoria dei tornei”), formulata da Lazear e Rosen nel 1981, secondo cui quando gli agenti coinvolti in un torneo competitivo hanno livelli eterogenei di abilità:

  • Gli agenti meno talentuosi tendono ad arrendersi (give up);
  • Gli agenti maggiormente talentuosi tendono a portare la propria squadra verso la vittoria;
  • Gli agenti con un livello di talento intermedio sono i più influenzati da fattori situazionali come incentivi esterni e ricompense (nel caso del contract year, un contratto remunerativo).

Gli autori hanno inoltre rilevato come l’effetto del contract year venga eliminato in presenza di una team option nel contratto dei giocatori, che permette alla squadra di prolungare tale contratto alle stesse cifre: l’incentivo esterno non è presente, pertanto non si osservano incrementi nelle prestazioni.

Un altro studio si propone di scoprire che tipo di giocatori sia maggiormente soggetto all’effetto del contract year: gli autori hanno quindi analizzato le prestazioni nel contract year in relazione al PER (Player Efficiency Rating), voce statistica volta a misurare l’impatto di un giocatore nei minuti passati in campo.

I giocatori oggetto di studio sono stati suddivisi in tre sottogruppi sulla base del loro career-PER, ed è emerso che le performance di coloro che presentano un livello di PER intermedio sono maggiormente suscettibili all’effetto del contract year.

Questo risultato – in linea con quello dello studio citato in precedenza – è interpretato alla luce di alcuni principi logici facilmente intuibili:

  • Questa fascia di giocatori è più incentivata dal denaro rispetto ai giocatori con un PER superiore, che con ogni probabilità hanno altre fonti di reddito con cui integrare il proprio salario;
  • I giocatori con alti livelli di PER hanno generalmente un’età più avanzata: è pertanto altamente probabile che abbiano già beneficiato di contratti lunghi e molto remunerativi nella loro carriera;
  • Il sottogruppo di individui con basso career-PER è composto da giocatori mediamente meno talentuosi, che è plausibile abbiano costantemente dato il massimo per ritagliarsi dei minuti e un ruolo rilevante all’interno della propria squadra: pertanto, il loro margine di miglioramento è ridotto.

 

TRASFORMATI DAL CONTRACT YEAR

Nel corso dei decenni sono stati documentati alcuni casi eclatanti di incremento delle prestazioni nel contract year, che hanno fatto emergere questo fenomeno rendendolo noto anche ai non addetti ai lavori.

Erick Dampier è uno dei giocatori più citati a causa del notevole miglioramento della performance nella stagione 2003-2004, che lo portò a siglare un contratto remunerativo con i Dallas Mavericks. In quella stagione l’allora centro dei Golden State Warriors balzò in cima alle principali voci statistiche, affermandosi come 4° miglior rimbalzista della Lega con 12 rimbalzi a partita (fino ad allora ne aveva catturati 6.4 in media a partita), 1° alla voce dei rimbalzi offensivi con 4.6 a partita e 3° per percentuale di realizzazione dal campo con il 53.3%, realizzando 12.3 punti a gara (fino ad allora la sua media in carriera era 8.3 con il 43.2% di precisione).

Questo exploit portò Dallas a offrirgli un contratto per sette stagioni alla cifra complessiva di 73 milioni di dollari: tuttavia, nelle stagioni successive Dampier non riuscì a riproporsi sugli stessi livelli e tornò ad essere il giocatore che era sempre stato, registrando medie di 5.9 punti e 7 rimbalzi.

Raccolta delle migliori giocate di Erick Dampier

Nella free agency del 2005, il 27enne Stephon Marbury, forte di una stagione da 21.7 punti a partita con la precisione del 46% dal campo, rinnovò il suo contratto con i New York Knicks per quattro anni alla cifra di 73.5 milioni di dollari, pari al 33% del monte ingaggi della franchigia della Grande Mela.

Nei tre anni successivi trascorsi ai Knicks però non riuscì a confermarsi sui livelli proposti nel contract year, segnando una media di 15.9 punti a partita con il 42% di precisione dal campo.

La medesima sorte toccò a Rashard Lewis, che nell’estate del 2007 firmò un contratto da 118 milioni di dollari in sei anni con gli Orlando Magic, pari al 34% del monte ingaggi della franchigia della Florida. Lewis era reduce dalla sua miglior annata in carriera con la maglia dei Seattle Supersonics, chiusa a 22.4 punti e quasi 7 rimbalzi di media a partita. L’allora 27enne non riuscì tuttavia a raggiungere gli stessi numeri nelle tre stagioni successive, le uniche affrontate interamente con la maglia dei Magic, in cui fece registrare 16.8 punti e 5.2 rimbalzi di media a partita.

Il career high di Lewis – 50 punti contro i Clippers

La free agency del 2016 passerà alla storia come una delle più controverse di sempre, a causa del vertiginoso aumento del salary cap che indusse diverse franchigie a offrire contratti remunerativi a giocatori di livello mediocre.

Ian Mahinmi, centro degli Indiana Pacers, era reduce dalla miglior stagione nella sua carriera: 9.3 punti e 7.1 rimbalzi di media a partita con il 58.9% di precisione dal campo. Sull’onda dell’entusiasmo, Washington decise di offrirgli un contratto da 64 milioni di dollari in quattro stagioni, che Mahinmi non è riuscito ad onorare: il centro francese fece registrare medie di 5.3 punti e 4 rimbalzi nella squadra della capitale.

Dopo una stagione da 8.4 punti e 5 rimbalzi di media in soli 20 minuti di impiego a partita, nell’estate del 2016 l’allora 23enne Meyers Leonard fu ben felice di firmare un nuovo contratto con i Portland Trail Blazers. I miglioramenti da lui attesi, tuttavia, non sono mai arrivati: Leonard nelle ultime stagioni ha fatto registrare 5.4 punti e 3.7 rimbalzi a partita, non riuscendo ad onorare il contratto di 41 milioni di dollari firmato quattro anni fa.

Matthew Dellavedova è stato uno degli eroi della corsa al titolo dei Cleveland Cavaliers nel 2016: la sua performance nei playoff, unita ad una stagione chiusa con 7.5 punti di media e il 41% di precisione dalla linea da tre punti, portò i Milwaukee Bucks a offrirgli un contratto di quattro anni alla cifra complessiva di 38.4 milioni di dollari. Nelle ultime stagioni, tuttavia, la produzione offensiva di Dellavedova non è stata all’altezza del suo salario: il giocatore, che nel frattempo è tornato a Cleveland via trade, ha fatto registrare una percentuale di realizzazione dai tre punti notevolmente inferiore, pari al 33%, segnando in media 5.5 punti a partita.

Ma oltre a tutti questi nomi illustri, molto probabilmente il primo giocatore che viene in mente quando si pensa al contract year è proprio Marvin Williams, fresco di eliminazione dai playoff con i Bucks e conseguente ritiro. Nell’estate del 2016 Marvin Williams, forte di una stagione chiusa a 11.7 punti e quasi 7 rimbalzi di media a partita, rinnovò il suo contratto con gli Charlotte Hornets alla cifra di 54.5 milioni di dollari in quattro anni. Le medie tenute nelle stagioni successive, tuttavia, non sono all’altezza del contratto firmato: 9.4 punti e poco più di 5 rimbalzi di media a partita.

Williams però non è nuovo a un notevole incremento di prestazioni nel contract year: il suo primo contratto con gli Hornets, un biennale da 14 milioni di dollari, fu firmato dopo una stagione chiusa a 9.1 punti a partita. La stagione seguente Williams peggiorò il proprio apporto offensivo, facendo registrare una media di 7.4 punti, in linea con le prestazioni dell’annata precedente al contract year (7.2 punti a partita).

Alcuni tra i contratti più assurdi siglati nell’estate 2016

 

CONTRACT YEAR E MODELLI PREVISIONALI

Alcuni ricercatori hanno proposto un modello statistico in grado di aiutare le franchigie NBA a distinguere gli effettivi miglioramenti dei giocatori dagli incrementi poco durevoli delle prestazioni indotti da incentivi esterni.

Un modello particolare si propone di stabilire in che percentuale la produttività di un giocatore è attribuibile a incentivi esterni, e in quale è effettivamente determinata dalle sue caratteristiche: ciò potrebbe aiutare le squadre ad offrire contratti equi e ponderati e, allo stesso tempo, determinare quali giocatori potrebbero beneficiare maggiormente dalla presenza di incentivi esterni.

L’autore auspica un’estensione del suo lavoro di ricerca, volta ad analizzare separatamente le diverse franchigie NBA per cercare una correlazione tra il livello di prestazione offerto dai giocatori in relazione ai propri contratti e la percentuale di vittorie che ci si attende dalla squadra. Se una squadra è composta da giocatori che nel contract year mostrano un incremento della produttività sopra alla media, come varieranno i risultati del gruppo nelle diverse stagioni a seconda della presenza o assenza di incentivi esterni?

 

CONCLUSIONI

Il fenomeno del contract year è sicuramente peculiare e controverso ma ben inquadrato dalle teorie psicologiche sulla motivazione intrinseca ed estrinseca. Negli ultimi decenni, una grande mole di ricerche ha confermato l’esistenza di un “contract year effect”, di cui le franchigie devono tenere conto per evitare di destinare importanti risorse economiche ai giocatori sbagliati.

I giocatori, dal canto loro, avranno sempre e solo una richiesta da fare ai propri agenti: “Coprimi di soldi!”.

Andrea Romeo

Studente di psicologia sociale e del lavoro, appassionato di basket fin da quando stava in panchina

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