La sfida nella sfida, LeBron contro Davis

 La sfida nella sfida, LeBron contro Davis

Copertina a cura di Marco D’Amato

Con l’impressionante sequela di infortuni che hanno caratterizzato l’avvio delle NBA Finals – impattando inevitabilmente anche sulla storia di Gara 2 – tanti dei temi d’interesse circoscritti alla sfida tra Lakers e Heat, sono decaduti. Almeno rispetto alle aspettative in sede di presentazione, pur ammettendo che il terzo episodio può riaprire i giochi senza ombra di dubbio.

Quello che è emerso fino ad ora, dati alla mano, narra della grandezza del duo formato da LeBron James e Anthony Davis, sostanzialmente non limitabile dagli Heat (soprattutto con Adebayo e Butler acciaccati), come già visto nelle precedenti serie di questa postseason con Portland, Houston e Denver.

A seguito del dominio nella seconda sfida, i paragoni con altre grandi coppie della storia NBA hanno iniziato a sprecarsi, allargando il focus della discussione oltre le esperienze circoscritte ai Lakers che furono. Sicuramente a sproposito.

C’è chi scomoda Shaq e Kobe, chi li pone a raffronto con Magic e Kareem, fino a citare i soliti Jordan e Pippen (con quest’ultimo che ha voluto metterci del suo, avventurandosi in dichiarazioni abbastanza contraddittorie). In realtà, se vogliamo restar ancorati alle Finals 2020, laddove gran parte degli appassionati pronosticano praticamente certo l’anello per i gialloviola, il vero dubbio può riguardare soltanto il premio di MVP della serie.


Sarà LeBron o AD? Chi dei due verrà valutato più decisivo, al mantenimento di questi standard elevatissimi? Quale delle due narrazioni prevarrà sull’altra?

Inutile approfondire, ad esempio, quanto il livello di James appaia irreale calcolandone chilometraggio, esperienza (decima finale disputata) ed immortalità metaforica (difficile ricordare una forma simile per un altro giocatore all’alba dei 36 anni, nel passato).

Contemporaneamente, la risposta di Davis al primo vero grande palcoscenico nella carriera – partendo da un’esperienza playoff sostanzialmente nulla prima di questa stagione – sembra fugare ogni dubbio possibile sulla sua proverbiale forza, in entrambi i lati del campo.

La verità è che i due si completano in maniera pressoché perfetta, rendendo efficace un supporting cast di cui spesso si è chiesti se fosse ideale per il raggiungimento del successo.

Del resto, era stato lo stesso James a dichiarare quanto lui e Davis si stimolassero reciprocamente “in modo interessante”, a poche ore dall’avvio della regular season 2019/20: parole oggi più che mai indiscutibili. Tanto quanto lo appaiono le recenti ammissioni di Dwyane Wade – uno che con LeBron ha giocato 4 stagioni vincendo 2 anelli – il quale ha dichiarato apertamente che “Anthony Davis è il miglior partner con il quale James abbia mai giocato”.

 

La coppia più forte della lega

Certo, non è mai produttivo lanciarsi in giudizi assoluti, ancor meno prima della conclusione dei giochi stagionali. Difficile però ricordare un duo tanto impattante in entrambi i lati del campo, osservando il campionato che sta andando concludendosi.

Per quanto riguarda Anthony Davis ad esempio, è innegabile quanto la sua aggiunta abbia modificato la difesa dei gialloviola, trasformandola in una delle più efficienti della lega dopo i disastrosi risultati dello scorso anno. I meriti sono da ripartirsi anche con il coaching staff e una serie di aggiunte a roster come quelle di Dwight Howard e Avery Bradley, quest’ultimo assente giustificato per la ripartenza nella bolla di Orlando.


Tuttavia la possibilità di utilizzare un potenziale all around come AD, in grado di intimidire sotto canestro e difendere su almeno tre ruoli (se non quattro), hanno regalato ai Lakers una efficacissima arma a disposizione. Spesso è stato in grado di trascinare anche le prestazioni offensive, soprattutto in questa postseason dove, a seguito di accorgimenti progressivi, anche le percentuali di tiro sono andate migliorando (vedi in particolare le serie contro Portland e Houston).

E questo ha inevitabilmente aiutato James ad applicarsi in modo diverso rispetto alle stagioni passate, dove aveva preso campo l’ipotesi che The Chosen One si prendesse consapevolmente dei turni di riposo in difesa, costretto a trainare la manovra offensiva in solitudine. A Cleveland prima e a Los Angeles poi.

In effetti, la possibilità di accompagnarsi con un talento tanto completo come quello di AD è ancor più la chiave dell’efficienza losangelina, partendo da questo assunto. Anche perché le attenzioni (ed i successi) portati da un giocatore biblicamente forte permettono a LeBron di gestire ancor di più le sue energie, sfruttando al meglio l’esperienza maturata in 17 anni di onorata carriera.

Come abbiamo più volte visto anche nei primi due episodi della Finals, James può permettersi di aspettare ancor più la partita, senza l’affanno di dover trainare la squadra in attacco da subito, ma non per questo controllandola di meno.

Anzi, la gestione dei tempi di gara, coincidente con un dispendio energetico più oculato, rendono LeBron assoluto direttore delle sorti dei suoi, in grado di impattare con freschezza favorendo parziali offensivi importanti quando necessario.

Da questo punto di vista, anche le fredde statistiche confermano quanto detto, mantenendosi nettamente vicino alla tanto sopravvalutata “tripla doppia di media”. Che di per sé non significherebbe troppo – e non rappresenterebbe una differenza sostanziale rispetto ai precedenti viaggi all’ultimo atto stagionale – ma concretamente è rappresentato da qualità registiche di primo ordine, senza intaccare l’apporto realizzativo divenuto consuetudine. E tutto ciò è indispensabile per accendere il sopracitato supporting cast, dove le fiammate dei vari Caruso, Caldwell-Pope e Morris divengono decisive, grazie anche al sostegno di Green e Rondo nella gestione degli equilibri tra le manovre offensive e la gestione difensiva.

In linea teorica – e per stessa ammissione dei protagonisti – AD funge così da prima opzione in attacco, dimostrando di poter essere difficilmente arginabile tanto sotto canestro quanto dal midrange, o in movimento, spesso anche da dietro l’arco. Anche le sue percentuali dalla lunetta sono tornate a crescere, dopo un calo visibile in avvio di bolla, a tutela di un alto livello di concentrazione favorito da condizioni ideali in cui esprimersi.


E non esistono accorgimenti concreti, a maggior ragione con la già citata assenza di un Adebayo che appariva come unico difensore (insieme a Giannis) capace di limitarne la forza. Anche perché Davis è in grado di poter tirare sempre con qualche decina di centimetri di vantaggio sulla massima estensione dell’avversario, quando preso a uomo, stanziandosi su percentuali altissime di true shooting nonostante tutto.

Di contro, come visto in Gara 2, contro una eventuale difesa a zona, LeBron è pronto a salire sugli scudi, offrendo soluzioni migliori per scardinarne le maglie, per quanto Davis possa far valere in quelle circostanze le sue capacità a rimbalzo, trovandosi a giocare più vicino al pitturato di quanto non accada se marcato da pari ruolo.

Ed anche questo non è assolutamente scontato, considerando il leitmotiv rispetto alla sua volontà di giocar centro o meno, con una tendenza a navigar lontano dalle zone dove il gioco si fa spigoloso, con risultati vincenti come avvenuto nella serie con Denver. Della serie, perché dibattere su una struttura continuativa quando puoi cambiare a piacimento, sfruttando le debolezze avversarie?

Insomma – come è giusto che sia – abbiamo riempito video, post e podcast di illazioni e paragoni rispetto a quanto perfetto potesse essere il fit tra James e Davis, soprattutto in parallelo con la completezza di altre coppie come quella formata da George e Leonard, nell’inutile esercizio di determinare quale fosse la più dominante. Se proprio dobbiamo giungere ad una conclusione, i risultati del campo appaiono fattuali, e la prospettiva di un agile successo nella serie con Miami confermano l’affermazione di paragrafo.

Al solito, sarebbe meglio citare il buon Trap ed il suo “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”, aspettando così il momento dell’effettiva conquista del Larry O’Brien Trophy da parte dei gialloviola, prima di teorizzare sul premio di migliore tra i due. Ma visto che ci siamo, proviamo a delineare una prospettiva, magari motivandola.

 

Chi merita l’MVP della Finals?

Come immaginabile, chi vi scrive non ha accesso né alle opinioni né alla psiche di LeBron James, permettendosi così di enunciare con certezza quanto segue. Tuttavia l’affermazione che al Re sia più che sufficiente conquistare il quarto anello in carriera, accettando di lasciare il premio di migliore al compagno tanto voluto a suo fianco, mi sento serenamente di spenderla.

Lo abbiamo visto concentrato e determinato nel far sì che tutto funzioni al meglio, gestendo personaggi notoriamente difficili da domare, cercando di donar più armonia possibile al gioco dei Lakers guidandolo dal campo.

I suoi detrattori a questo punto sorrideranno polemicamente, sciorinando il solito “è chiaro che sia così, considerando che ha smantellato e ricostruito la squadra a suo piacimento, come sempre”.

Questione ai limiti del discutibile, lo ammetto, ma anche se fosse, dove sarebbe il problema di un atteggiamento plenipotenziario se giustificato dalla conquista del diciassettesimo titolo di franchigia?

La versione di LeBron apprezzata in questa postseason, rappresenta una ennesima fase di una carriera lunghissima, e ci restituisce un mix perfetto di esperienza e concretezza. Un giocatore in grado di decidere quando usare la prepotenza di un fisico strabordante, a fronte di opzioni dalla distanza. Capace di dettare ritmi blandi ad accelerazioni letali per chiunque provi a frapporsi tra lui ed il ferro.

Insomma, quel suo “voler mettersi al servizio di AD” – restando in secondo piano – appare più una facciata che un dato reale, perché James le partite le gestisce, dominandole anche e soprattutto con la gravity generata.

Quindi, al mantenimento di queste prestazioni, il titolo di MVP delle Finals sarebbe tutt’altro che rubato, a dimostrazione di un terzo livello di dominio sulla lega.

Lo abbiamo visto condurre i big three di South Beach aggiungendo un tiro efficace ad un atletismo unico, per ritrovarlo conducente in solitaria nel suo prime assoluto in quel di Cleveland. Oggi lo avremmo come “falso secondo violino”, con capacità di controllo tali da scomodare il miglior Kubrick o l’ultimo Lynch, a voler far un paragone cinematografico.

Dall’altra parte abbiamo la conferma di un qualcosa già intravisto da qualche anno, finalmente sbocciato in tutto e per tutto: l’atipicità e la completezza di un talento cristallino come quello di Anthony Davis.

Dominante anche quando meno evidente, guardia in un corpo da centro, con un gioco efficace a 360 gradi in entrambi i lati del campo.

Sembra di descrivere il giocatore perfetto e, nell’inevitabilità di ripetersi, viene naturale interrogarsi se questo sia il prime di AD oppure se ci siano ancora margini di miglioramento.
Indubbiamente l’MVP sarebbe un’ulteriore iniezione di fiducia per lui, che ripartirebbe con una consapevolezza ancor più grande dei propri mezzi, se possibile. E non sarebbe niente di buono per gli avversari, destinati a trovarselo davanti la prossima stagione.

Anche perché, per attenzioni mediatiche, ad oggi guardando ai Lakers abbiamo sempre parlato di “James e Davis” in questo ordine, con l’ex Wildcats destinato comunque ad apparire come secondo, malgrado l’importanza ricoperta.

Per quanto sembri scandaloso parlarne – perché la vittoria di un titolo resta comunque un risultato di squadra – per lui potrebbe quasi rappresentare una rivincita.

In conclusione, i due son talmente complementari che stanno giocando divinamente allo stesso livello, non solo per quel che riguarda le prime due gare di Finals ma proprio per tutta la postseason apprezzata ad oggi.

Tanto dipende dal risultato della terza sfida, ma dovesse concludersi ancora con una vittoria dei gialloviola, il premio di migliore potrebbe seriamente rappresentare l’ultima motivazione di interesse per seguire l’epilogo stagionale.

James ha dalla sua una carriera granitica, dalla quale proviene una popolarità discutibile che contribuisce ad una narrazione che lo renderebbe indiziato perfetto per la destinazione del premio.

Dall’altra parte, in nome di un eufemistico “largo ai giovani”, Davis potrebbe spuntarla restando semplicemente sui dati di fatto. Perché è innegabile quanto il suo apporto sia decisivo per i successi dei suoi in entrambi i lati del campo, stando al centro di ogni impostazione tattica voluta da Vogel, il coaching staff e, apparentemente, da James stesso.

Difficile prevedere un meritato vincitore tra i due, ovviamente presupponendo un mantenimento delle prestazioni già registrate ad oggi.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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