L’arte dell’accoppiamento imperfetto

 L’arte dell’accoppiamento imperfetto

Copertina a cura di Francesco Villa

Il pensiero laterale è la capacità di generare soluzioni molteplici e creative allo stesso problema.

Oltre ai Knicks e ai Kings, forse non i migliori esempi di questo approccio, la franchigia che nell’ultimo decennio ha dimostrato di poter pensare fuori dagli schemi per tentare di avvicinarsi al titolo NBA sono gli Houston Rockets, capitanati dal General Manager Daryl Morey. L’anticonformismo di Morey, per quanto ben lontano dall’essere indiscutibile, è stato molto spesso pionieristico e ha rivoluzionato l’approccio al basket – soprattutto in attacco – con l’implementazione del mega-creator, dei quintetti small e dell’utilizzo delle triple come arma primaria.

La scelta di scambiare Capela a favore di un’ulteriore ala come Covington è stata inizialmente letta come il livello successivo dell’esperimento offensivo della small ball D’Antoniana, dove l’attacco è la portata principale della serata mentre l’altro lato del campo viene visto quasi solo come un contorno; ma nonostante queste premesse, quanto mostrato nella bolla dalla “piccola” Houston è stato in realtà anche simbolo di una vera e propria rivoluzione difensiva.

Purtroppo non tutte le rivoluzioni riescono col buco, come mostrato dall’accoppiamento coi Lakers che ha enfatizzato i limiti di una difesa eccessivamente undersized, ma i risultati lontani dall’obiettivo non rendono questo approccio difensivo meno interessante o non degno di approfondimento.

Uno dei modi più semplici con cui leggere il basket è vederlo come un gioco di vantaggi, dove l’attacco tenta di muovere la difesa in attesa di capitalizzare sugli errori avversari. Mentre buona parte degli schemi difensivi punta a contenere l’attacco, lasciandogli così spazio di manovra mentre i difensori tentano di chiudere i possibili punti di pressione, lo schema difensivo heavy switch – che Houston ha implementato ormai da qualche anno a questa parte – punta a fare la scelta opposta.

Cambiando su ogni blocco Houston fa saltare lo spazio di manovra dell’attacco, lasciandogli però la possibilità di scegliere gli accoppiamenti – cioè i punti di pressione – che preferisce. Tornando a ragionare in termini di vantaggi, Houston preferisce lasciare un vantaggio reale agli avversari piuttosto che un vantaggio potenziale che necessita del continuo dell’azione per venire a concretizzarsi. La differenza principale che rende l’heavy switch di questa stagione una rivoluzione rispetto a quello delle stagioni precedenti si trova in una nuova tattica difensiva che possiamo chiamare “l’arte dell’accoppiamento imperfetto”, nata proprio dalla trade Capela-Covington e che trova fondamento in tre punti chiavi: la versatilità, gli aiuti e l’attacco.

 

La versatilità

L’arte dell’accoppiamento imperfetto ha portato a un’importante inversione di tendenza: anziché rincorrere, la difesa si fa inseguire dall’attacco. La difesa generalmente è una coperta corta che per quanto si possa tirare non può essere in grado di coprire tutto il letto, ma l’heavy switch di Houston permette alla squadra di scegliere quale lato lasciare scoperto, rendendo più prevedibile l’organizzazione avversaria e riducendo così il numero di variabili da leggere.

Il primo punto chiave per la difesa Rockets – e il vero motivo della trade riguardante Capela – è la necessità di massima versatilità nei giocatori, così da avere come punti deboli mancanze difensive ritenute meno preoccupanti verso cui indirizzare gli avversari. Capela è sicuramente un rim protector di livello molto maggiore rispetto a Tucker o Covington, ma i due falsi centri Rockets di contro hanno una maggiore mobilità, maggiori capacità sul perimetro e in generale una maggiore capacità di leggere le rotazioni, permettendogli di essere più efficaci negli aiuti ed evitandogli il rischio di mettersi in situazioni di eccessivo svantaggio.

Trovare otto giocatori senza punti deboli è impossibile, ma Houston ha dimostrato che è possibile trovare otto giocatori d’alta versatilità, in grado di eccellere in alcune aree della difesa senza subire eccessivamente nelle restanti. La presenza in squadra di una schiera di fisici undersize tra i centri ma oversize tra le guardie permette, pur con i dovuti limiti, di avere costantemente in campo in ogni giocatore un livello minimo sufficiente di difesa perimetrale e di difesa d’area, rendendo così i Rockets sicuramente attaccabili in vari punti, ma meno dipendenti dai matchup per mantenere una difesa di buon livello.

La potenzialità dell’intercambiabilità viene poi sprigionata nella transizione difensiva: avendo giocatori potenzialmente accoppiabili con tutti gli avversari, Houston è stata tra le squadre che ai playoff ha concesso agli avversari meno punti in contropiede e da palle perse.

 

Gli aiuti difensivi

Se si parla di imperfezione nell’accoppiamento, è perché l’intercambiabilità garantisce un livello minimo di difesa, ma è comunque possibile trovare nei giocatori Rockets archetipi con capacità, preferenze e tendenze difensive diverse.

Dividiamo i Rockets in due linee difensive: i più importanti giocatori della prima linea di difesa sono Austin Rivers, Danuel House ed Eric Gordon, ottimi difensori perimetrali con stazza sopra alla media rispetto ai pari ruolo che gli permette di mantenersi fastidiosi anche in situazioni di post; la seconda linea invece è composta da P.J. Tucker e Robert Covington, intimidatori sia dentro che fuori il pitturato, però con piedi lenti per tentare di tenere giocatori più piccoli ed agili. Nel mezzo dei due gruppi troviamo Westbrook e Harden, con il primo che è una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde che unisce l’amore per le big time plays con dimenticanze difensive spesso difficilmente giustificabili, mentre il secondo è un ottimo difensore in post up, dotato di mani veloci ma troppo poco affidabile sul perimetro.

Per mantenere la coperta ben fissata agli angoli del letto è necessaria una comunicazione costante e un aiuto continuo tra le due linee di difesa. Il più grande punto debole su cui Houston tenta di fare il gioco delle tre carte è sicuramente quello della taglia, e per ovviare a questo problema la tattica difensiva si basa su diversi punti: stunt e recover sulle penetrazioni, l’uso delle mani sugli entry pass, lo scram sui cambi peggiori e la ricerca dello sfondamento.

L’assenza di un rim protector rende la chiusura del pitturato ancora più un compito di squadra, soprattutto se viene sempre permesso al portatore di palla avversario di attaccare sul giocatore che preferisce dei cinque in campo: lo stunt e recover è una tecnica difensiva che si basa sul lasciare temporaneamente il proprio matchup prima di tornare sul proprio uomo.

Nella clip postata da Mo Dakhil si vede quanto la presenza di Tucker (e Covington) come cinque permetta di tirare fuori il massimo potenziale da questo tipo di soluzione difensiva. L’utilizzo di un falso-centro permette una mobilità laterale che manca alla quasi totalità dei cinque tradizionali, rendendo meno punibile lo stunt grazie alla grande velocità nei closeout.

Cambiando così intensivamente, Houston non solo rischia di soffrire le penetrazioni avversarie, ma soprattutto i post up dei centri sui propri giocatori. Per limitare questo mismatch i Rockets hanno evitato il più possibile la riuscita degli entry pass e hanno utilizzato scram switch nel caso in cui gli avversari non fossero riusciti a capitalizzare il vantaggio con un passaggio istantaneo al centro.

Oltre ad essere stata una delle squadre con più rubate e più deviazioni a partita durante i playoff, Houston è anche stata la squadra con più sfondamenti subiti, con in particolare Tucker leader tra i giocatori davanti anche a un esperto in questa categoria come Kyle Lowry.

Che la lega sia sbilanciata nelle chiamate arbitrali, fischiando anche i contatti più lievi fuori dal pitturato e permettendo un gioco molto più fisico in area, è cosa nota a tutti. Dopo aver impostato per anni il proprio attacco per sfruttare questo differente criterio nella metà campo avversaria, con questa nuova tattica difensiva i Rockets hanno beneficiato più di tutte della fisicità permessa sotto le plance, tentando di ricucire la disparità fisica con una maggiore aggressività, ricerca del contatto e uso delle mani.

 

L’attacco

Spesso si dice che l’attacco sia la miglior difesa e Houston, più di tutti, ha interiorizzato questo proverbio. Il piano difensivo dei Rockets obbliga gli avversari a giocare come gioca Houston, puntando per 48 minuti l’anello debole in campo e tentando di far saltare gli aiuti delle seconde linee difensive per trovare un compagno libero. Ma una volta portati gli avversari sullo stesso piano di gara, la squadra texana è convinta di avere a disposizione il miglior attacco della lega, e quindi è convinta di poter creare in attacco vantaggi molto maggiori rispetto a quelli che lascia in difesa.

Se prediamo come esempio la serie contro Oklahoma City, i Rockets grazie alla trade di Capela avevano sempre a disposizioni spaziature perfette, e i peggiori tiratori in campo (Westbrook e Jeff Green) possiedono un bagaglio tecnico che li rendono capaci di attaccare gli spazi lasciatigli per arrivare al ferro o per servire i compagni. A confronto i Thunder avevano spesso in campo giocatori come Adams o Dort, non tiratori dai grossi limiti offensivi.

In questa clip di Gara 6 possiamo vedere come la presenza di Adams e Ferguson porti i Thunder a non sfruttare al meglio le dimensioni del campo, aiutando così la difesa di Houston che si sente ancora più legittimata a collassare in area e chiudere le possibilità di tiri al ferro nonostante l’assenza di un reale protettore d’area.

 

Non è difficile pensare come sarebbe stato portato avanti a parti invertite un attacco di questo tipo: sostituendo Adams con Tucker e Ferguson con House, possiamo immaginare quest’ultimo aprire il campo posizionandosi in angolo e P.J. portare un pin sul closeout di OKC, permettendo così al proprio compagno di squadra di prendere un tiro ad alta percentuale.

 

Perché questa strategia difensiva non ha funzionato?

Come anticipato, questa impostazione difensiva è stata sicuramente un esperimento interessante ma ha portato con sé una serie di limitazioni che sia Oklahoma City sia Los Angeles sono stati in grado di sfruttare a proprio vantaggio.

Il primo punto è che l’attacco Houston riesce ad andare a pieno regime solo con Harden in campo, mentre la difesa deve essere mantenuta per tutti e 48 i minuti di gara; James Harden ha giocato in media poco meno di 40 minuti a partita, erodendo già così parte del vantaggio basato sulla maggiore consapevolezza offensiva. Unito a ciò, Houston si è trovata a dover combattere per i propri canestri contro accoppiamenti molto complicati, come per esempio Dort al primo turno e Anthony Davis al secondo, mentre i loro avversari sono riusciti più facilmente a scombussolare i piani difensivi di Houston e costringere la difesa texana a inseguire l’attacco: il mismatch hunting di Paul su Covington è un chiaro esempio di ciò.

Covington non ha sicuramente una velocità di piedi tale da essere il migliore difensore per tenere il play avversario, ma nonostante ciò nei finali di Gara 3 e 4 l’uomo nel mirino di Oklahoma City è stato James Harden, dimostrando come RoCo non fosse sicuramente il più grande punto debole in campo. Puntare Covington però ha significato togliere a Houston il miglior uomo in aiuto, togliendo così anche uno dei punti cardine dell’organizzazione difensiva.

Il punto chiave che ha portato all’uscita contro i Lakers è stato ovviamente la mancanza di fisico e centimetri per tenere il duo LeBron James-Anthony Davis. AD in particolare è stato la kryptonite di Houston, essendo difensivamente in grado di chiudere su ogni ruolo e offensivamente in costante vantaggio su qualsiasi accoppiamento.

Affrontato l’accoppiamento con Anthony Davis, è importante parlare dei motivi che hanno portato i Rockets a compiere l’ulteriore passo verso la costruzione di questa squadra small ball a tutto tondo.

Quella di Morey non è una crociata contro i centri, quella di Morey è una crociata a favore del miglior quintetto disponibile in ogni situazione. Se Morey avesse avuto a disposizione giocatori come Bam Adebayo, Draymond Green o meglio ancora Anthony Davis non li avrebbe sicuramente scambiati ma, anzi, avrebbe tentato di esaltarli al massimo nella costruzione di squadra. Essendo però tutti i rim protector più versatili già occupati e tenuti stretti dalle proprie franchigie, il GM di Houston si è trovato un passo indietro rispetto agli avversari e ha provato una strada alternativa per ricucire il distacco.

La presenza di Capela sicuramente avrebbe aiutato nei rimbalzi e nella protezione del ferro, ma di contro avrebbe limitato eccessivamente la versatilità sia offensiva sia difensiva, andando nel complesso a peggiorare la qualità del gioco proposto dalla squadra.

Con l’ennesima delusione da digerire e l’addio di D’Antoni, non è ancora chiaro come si presenteranno i Rockets alla partenza della prossima stagione. Se però c’è qualcosa di cui essere certi è che ogni strada, non importa quanto strana e fuori dai canoni, verrà vagliata dal front office di Houston per trovare finalmente quel “piece away” per arrivare al titolo NBA.

Stefano Gaiera

Ha già pronti tutti i pezzi per costruire il carro di Lonnie Walker ed è un servo leale dell’unica vera PointGod: Dejounte Murray. Il suo credo è che Il tiro da 3, alla fine, sia solo un "Jumperino" che non ci ha creduto abbastanza.

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