Nello Utah qualcosa deve muoversi

 Nello Utah qualcosa deve muoversi

Copertina a cura di Marco D’Amato

La stagione dei Jazz risulta molto difficile da analizzare. Già in un precedente articolo, relativo a quanto successo nell’epoca pre covid, avevo usato la classica analogia delle montagne russe per descrivere il suo andamento. Bene, la serie contro i Nuggets è stata la perfetta rappresentazione in scala dell’intera annata. Sotto 1-0 nonostante l’esplosione offensiva di Mitchell da 57 punti in gara 1, Utah ha reagito vincendo le tre successive, per poi perdere le ultime tre e uscire all’ultimo tiro.

Il fatto che l’ultimo tiro lo abbia preso Mike Conley è un’altra rappresentazione beffarda di ciò che si sperava ad inizio stagione e di quanto invece sia successo. L’arco disegnato dalla sua tripla pareva perfetto, ma la palla si è infranta sulla parte posteriore del ferro: per un momento i tifosi Jazz hanno covato la speranza che entrasse, ma la dea bendata, anche questa volta, non ha premiato Conley.

A quel punto, con ancora davanti agli occhi le immagini della delusione di Mitchell consolato da Murray, la mia mente si è proiettata verso il futuro, riflettendo su ciò che ne sarà di questa squadra nei prossimi anni. Per poter fare tutto questo, bisogna prima analizzare a mente fredda quanto successo contro i Nuggets e capire quali conclusioni sia necessario trarre.

 

COSA NON HA FUNZIONATO: LA DIFESA

Contro Denver, Utah si è trovata nell’inusuale situazione di non riuscire ad avere risposte sul lato difensivo. Jokić ha dimostrato ad ogni partita la sua unicità tecnica, ma Gobert è riuscito a fare un lavoro tutto sommato accettabile contro di lui. Il francese ha costretto il centro serbo a prendersi malvolentieri un numero cospicuo di tentativi dall’arco e, ad inizio serie, si è potuto vedere come Jokić fosse più riluttante ad optare per la soluzione personale.

Il lungo dei Nuggets è un giocatore che brilla particolarmente nella creazione di gioco per i compagni, e contro le lunghe braccia di Gobert ha stentato a trovare le consuete linee di passaggio. Per assurdo, gli hand-off tipici del gioco della Denver di qualche anno fa si sono visti più con Plumlee che con Jokić: se il serbo riceveva staticamente lontano dal canestro, Gobert gli rimaneva francobollato senza concedergli il passaggio.

In una situazione normale, la mossa tattica di rendere Jokić uno scorer e non più il centro focale dell’attacco dei Nuggets sarebbe potuta risultare decisiva. La logica contromossa apportata da Malone si è suddivisa in due componenti: spronare il serbo ad essere più aggressivo da tre e affidare un maggior peso in attacco a Jamal Murray. Il problema per i Jazz è che Murray nella serie ha giocato ai livelli delle migliori point guard della storia recente.

Denver è stata brava a cavalcare il canadese, mettendo a nudo il principale problema difensivo dei Jazz di fronte ai migliori playmaker della lega: il pick and roll. I Jazz sono stati tra i primi utilizzatori della cosiddetta drop coverage, che eseguono ormai da anni. Con tale schema si intende la copertura bassa del pitturato da parte del difensore del bloccante, per contenere le possibili penetrazioni in area e non concedere in questo modo tiri di buona qualità al ferro. Questo assetto difensivo ha fatto la fortuna di Utah nella stagione regolare per anni, con Gobert che ha raccolto due premi come miglior difensore dell’anno proprio grazie al suo ruolo di boa centrale, interpretato ai massimi livelli possibili.

Il problema nel difendere il pick and roll in questa maniera è il contenimento del creatore avversario, che dopo aver sfruttato il blocco riesce a costruirsi una situazione di vantaggio. La logica (statistica) che spinge Snyder ad adottare tale schema è quello di concedere agli avversari solo tiri contestati al ferro o arresti e tiro, che siano dalla media distanza se il diretto difensore passa sul blocco o da tre se passa dietro. Se il bloccante si apre verso la linea da tre per il cosiddetto pop, solitamente la difesa di Utah tende a concedere questa opzione all’attacco avversario e anche con Jokić è stato cosi.

Come già sottolineato, il centro serbo ha avuto luce verde per prendersi qualsiasi tiro dalla distanza e qua si è registrata la prima anomalia statistica che ha portato l’ago della bilancia a favore dei Nuggets. Jokić, infatti, in stagione regolare aveva convertito le sue conclusioni da tre punti con il 31.4%, mentre nella serie la sua percentuale ha raggiunto il 47.8%, passando (controvoglia) da 3.5 tentativi a partita a 6.6. Se la difesa dei Jazz era quasi riuscita a fare uscire la serie dai binari prediletti di Denver, questo netto incremento delle percentuali dall’arco di Jokić è stato fondamentale per i Nuggets per far saltare il banco.

 

Con Jokić a vestire i panni del finalizzatore, Jamal Murray è diventato il vero trascinatore dei Nuggets. Il playmaker di Denver è tecnicamente quanto di più indigesto possibile per la difesa dei Jazz e di certo non si è fatto troppi scrupoli a scoccare le sue frecce. Utah non ha mai provato a modificare il suo schema difensivo, sperando in una normalizzazione delle sue percentuali, ma il canadese ha giocato una serie non esattamente ripetibile.

Se Mitchell è riuscito ad aumentare sensibilmente la sua produzione, una parte del merito va alla sua migliorata selezione di tiri, mentre Murray ha giocato con quello che gli concedeva la difesa. Per rendere l’idea, se entrambi avessero tirato con le percentuali della stagione regolare, Mitchell avrebbe segnato 30.9 punti a partita invece che 36.3, Murray invece ne avrebbe fatti 22.0, contro i 31.6 tenuti nella serie. Senza voler nulla togliere a Murray, che è sbocciato in questi playoff, probabilmente ha sfoderato una prestazione più unica che rara.

Che peso dare quindi ad una eliminazione figlia di una prestazione difensiva negativa, evidenziata da una super performance di un singolo?

Arrivati alle finali di Conference, il sistema difensivo basato sulla drop coverage pare avere degli evidenti limiti intrinsechi, dato che quasi tutte le squadre che arrivano ai playoff hanno almeno un giocatore in grado di segnare a proprio piacimento sui pick & roll. Se si trovano di fronte un centro restio ad uscire dalla propria area, questi giocatori non si fanno pregare due volte per prendersi tiri dal palleggio in uscita dal blocco, soluzione ottimale per punire in particolar modo la difesa dei Jazz. L’evoluzione della NBA suggerisce che un centro con una buona rapidità laterale sia meno vulnerabile agli attacchi avversari, per il solo fatto di non avere un chiaro punto debole.

In questo contesto è facile intuire come Gobert non sia un profilo che risponde a questo identikit: se la società deciderà di investire su di lui, l’unico sistema difensivo possibile sui pick and roll sarà quello adottato fino ad oggi, pregi e difetti inclusi.

 

Pare quindi fondamentale, se si vuole seguire questa strada, la ricerca sul mercato di un giocatore capace di difendere e passare sopra i blocchi al ritmo dei playmaker avversari. Se già in precedenza si conoscevano altri difetti del roster dei Jazz, quest’ultimo è stato evidenziato da Murray e dovrà essere mitigato se vorranno davvero coltivare ambizioni di fare un passo avanti nei playoff.

Quest’anno infatti il roster di Utah non aveva un difensore adeguato come point of attack, ovvero un giocatore in grado di mettere pressione sul creatore di gioco avversario, che nella maggior parte dei casi coincide con la point guard più pericolosa. O’Neale, che è ascrivibile alla categoria di wing stopper, ha provato a prendersene cura, ma con risultati alquanto negativi. A conti fatti, appare evidente che il miglior difensore su Murray fosse Mitchell, che però è stato messo alla frusta nell’altra metà campo.

 

O’Neale ha dovuto sputare sangue dietro a Murray, racimolando miseri risultati, ma se ha sfigurato in questa serie è anche perché è stato quello che più si è dovuto adattare alle esigenze della squadra. Snyder inoltre l’ha lasciato perennemente da solo contro Murray, non mandando mai un terzo uomo in aiuto contro il gioco a due tra Jokić e Jamal, lasciandolo quindi allo sbaraglio. Nel seguente esempio, Murray viene invitato dalla trap di O’Neale a tornare sul lato sinistro del campo, verso Gobert. La point guard canadese però è talmente più veloce di Ingles che può permettersi di prendere tempo e attaccare il ferro appena Rudy fa un passo verso Jokić.

 

Per poter mettere pressione a Jamal e costringerlo a liberarsi della palla passata la metà campo (in stile diamond defense), sarebbe servito un profilo difensivo più rapido. Anche questo accorgimento sarebbe però risultato complicato da mettere in atto considerando i profili a roster: solo Mitchell infatti avrebbe potuto unire la forza e la velocità necessarie per tentare di limitare Murray, mentre sarebbe stato difficile pensare ad uno show da parte di Gobert, data la sua relativa mobilità. Si sarebbe potuto provare a eseguire qualche trap, ma il rischio di lasciare un quattro contro tre gestito da un passatore come Jokić ha frenato i Jazz.

La presenza del serbo ha fatto sempre desistere Snyder dal tentativo di togliere la palla dalle mani di Murray: con le suddette carte in mano, coach Quin ha preferito aspettare che la point guard dei Nuggets tornasse a segnare con delle percentuali normali, cosa che però non è mai successa.

 

COSA HA FUNZIONATO: MITCHELL

Le note positive di questa esperienza sono alquanto limitate, ma Mitchell con le sue prestazioni si è chiaramente meritato le luci della ribalta. I miglioramenti che ha messo in mostra nella bolla di Orlando lasciano ben sperare, dato che fino a marzo due difetti risultavano più evidenti che mai: la mancanza di visione nei passaggi e la scarsa qualità nella selezione dei tiri.

 

Se la qualità dei tiri presi da Donovan è sensibilmente migliorata, la gran parte dei meriti si può ascrivere alla sua rinnovata tecnica di tiro. Il tiro più importante per un esterno nella NBA di oggigiorno, soprattutto per i creatori di gioco, è quello dal palleggio, nel quale in passato Mitchell è stato abbastanza deficitario. Se riuscisse invece a mantenere la padronanza e il controllo nel movimento che ha mostrato nella bolla, diventerebbe veramente difficile da marcare.

La prova visiva viene supportata anche dai numeri: nelle 6 partite prima dell’inizio dei playoff, Mitchell ha preso 4.5 tiri da 3 dal palleggio, realizzandoli con il 37%: non male se paragonato al 31.6% con cui ha convertito gli stessi tiri durante la stagione regolare. Il 51% su 7.3 tentativi contro i Nuggets è chiaramente un outlier statistico e non può essere eccessivamente preso in considerazione, ma se Mitchell dovesse confermarsi sui livelli mostrato questo agosto, ogni componente del suo gioco ne trarrebbe vantaggio. Le difese finirebbero per essere meno conservative, non potendosi più permettere di passare dietro i blocchi e a quel punto lo spazio che avrebbe a disposizione grazie a questo miglioramento gli permetterebbe di avere delle linee di passaggio più semplici, oltre ad avere più varchi per poter andare a canestro, come d’altronde successo contro Denver.

 

Il fatto che sia riuscito ad andare cosi spesso al ferro e in lunetta è un ottimo segnale per il suo futuro. Anche in questo caso, non è tutto oro quel che luccica e risulta difficile valutare con precisione dove finiscano i meriti di Mitchell e dove inizino i demeriti di Denver.

I Nuggets hanno infatti dimostrato di avere dei problemi non da poco in termini di difesa perimetrale, ma ancor più note sono le loro difficoltà in prossimità del canestro. Ad esempio, nella serie contro i Rockets dello scorso anno, Mitchell aveva convertito i tiri al ferro con il 46.9%, mentre contro i Nuggets la percentuale dalla stessa zona del campo è stata del 67.4%. Cosa ci si può attendere dall’ex prodotto di Louisville in questa specifica situazione di gioco? Difficile a dirsi. La costanza nel cercarsi l’accoppiamento difensivo che preferisce attaccare è una dote messa peraltro in mostra già nel suo anno da rookie contro Oklahoma. Sarà in grado di ripetere prestazioni analoghe contro difese più propense a cambiare sui blocchi come i Rockets o si accontenterà di nuovo di tiri dai 3-5 metri?

Solo il tempo darà una risposta, ma il voto che darei a Mitchell per la serie giocata rasenta la perfezione e non vedo grandi motivi per non essere positivi. Il problema è che oltre a Mitchell c’erano solo 5 giocatori degni del palcoscenico dei playoff e, alla lunga, la pochezza della panchina è stata determinante. Se in gara 5 il blackout è parso soprattutto mentale, nelle due partite rimanenti i giocatori dei Jazz hanno dato la sensazione di arrivare ai momenti decisivi con le pile scariche. Presi singolarmente, credo che nessuno abbia demeritato più di tanto visti i loro profili, il problema semmai è dovuto a delle carenze intrinseche del roster.

 

COME VALUTARE QUESTA ESPERIENZA E QUESTA SQUADRA?

Tanti trattatori di palla, pochi giocatori pronti a fare le piccole cose necessarie per rendere un gruppo veramente coeso sul terreno di gioco. L’assenza di Bogdanović è pesata in questa serie più per il buco creatosi nella rotazione che per le sue capacità tecniche, che non sono granché complementari al resto della squadra. Il peggioramento passando da lui a Niang è evidente e anche Morgan, per quanto non abbia sfigurato, non è riuscito ad incidere, risultando talmente negativo in attacco da oscurare quanto di buono fatto nell’altro lato del campo. Bojan sarebbe stato utile per allungare le rotazioni, ma niente di più.

Utah si trova con lui, Ingles, Conley, Mitchell e Clarkson restricted free agent in estate. Sono cinque giocatori che hanno bisogno di avere la palla fra le mani, chi più e chi meno propenso alla creazione per la squadra. I tre esterni sono piccoli e/o leggeri, mentre le ali (O’Neale incluso) risultano tutte poco atletiche e sottodimensionate. In un anno i Jazz sono passati dall’essere una squadra incentrata sulla difesa ad avere troppe bocche da fuoco in attacco. Questi playoff hanno dimostrato come avere una squadra poliedrica e pronta ad adattarsi agli aggiustamenti degli avversari sia la risposta più efficace e percorribile ai super-team: Utah ha voluto quest’anno prendere una strada precisa, provando a puntare su un attacco esplosivo per accompagnare Gobert. L’idea non è da buttare, ma deve essere rivista.

Mitchell, con le ottime letture messe in mostra nella bolla, ha legittimato l’idea della franchigia di svilupparlo come creatore di gioco. Stante questa visione di Donovan, è evidente che il suo compagno di reparto ideale non potrà essere Conley, soprattutto tenendo in conto il lato difensivo. Ma l’ex Grizzlies non sarebbe l’unico che rischierebbe di vedere il pallone molto meno di quanto previsto al suo arrivo a Salt Lake City, dato che la stessa sorte potrebbe toccare a Bogdanović.

Il croato già a febbraio aveva mostrato dei segnali d’insofferenza per quanti pochi palloni ricevesse col ritorno di Conley, mentre di contro Ingles si lamentava del fatto di dover partire dalla panchina. E se anche lo stesso Gobert dovesse continuare a chiamare sempre più palloni per sé, come in parte già ha cominciato a fare, si potrebbe facilmente intuire che i galli nel pollaio dello Utah sarebbero davvero troppi: c’è bisogno che qualcuno cambi aria.

Alexandros Moussas

Attendo l'avversarsi della profezia di Joseph Smith con il ritorno del Messia(h) nel continente che gli appartiene, come descritto in "The book of Mormon". Che non sia l'anno giusto proprio il duecentenario delle primi visioni avute da Smith? E se il profeta fosse già tra noi, rinato a Elmsford, New York? Sogni, speranze e fede in Quin.

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