I primi playoff dei Mavericks di Doncic

 I primi playoff dei Mavericks di Doncic

Copertina a cura di Edoardo Celli

L’annata da sophomore di Luka Doncic è stata fin da subito estremamente positiva: lo sloveno è passato dall’essere una matricola molto promettente ma che aveva già messo in mostra maturità e solidità, ponendo quasi paradossalmente qualche dubbio sul potenziale futuro, ad un giocatore che già oggi è difficile porre fuori da primi 10-15 della Lega. Il suo rendimento nella Regular Season ha superato anche le aspettative più ottimistiche e, in alcuni tratti, non è sembrata un’eresia considerarlo nel discorso MVP. Contestualmente, però, alcuni aspetti del suo stile di gioco e di quello dei suoi Mavs hanno suscitato alcuni dubbi sull’effettiva replicabilità in un contesto di playoff, con difese più attente e preparate, spazi congestionati ed un livello di pressione decisamente più alto. L’accoppiamento con i Los Angeles Clippers sembrava, in quest’ottica, deleterio, data la presenza di parecchi difensori di alto livello come Beverley, George e Leonard: i Mavs non sono stati effettivamente in grado di sovvertire i pronostici e sono caduti sotto i colpi di Kawhi, ma ne è venuta fuori una serie emozionante e degna di attenzioni, di cui vale la pena parlare anche in ottica di previsioni future.

 

L’attacco di Dallas è rimasto ad altissimi livelli?

La risposta migliore è probabilmente un generico “più o meno”. L’Offensive Rating dei Mavericks nella serie (dato fornito, come tutti quelli che seguiranno, da basketballreference.com) è stato di 113, un dato da prendere ovviamente con le pinze vista la dimensione estremamente ridotta del campione di partite: rispetto al 116.7 della Regular Season si registra sicuramente un calo, ma si parla comunque di un valore positivo. Complessivamente Dallas è dunque riuscita a mettere la palla nel cesto senza troppi patemi, ma nell’arco della serie ha avuto diversi alti e bassi.

I primissimi 5 minuti della serie devono essere stati qualcosa di simile ad un incubo per i tifosi Mavericks: i Clippers mostrano tutta la loro forza cambiando a piacimento sui blocchi, chiudendo tutti gli spazi e mettendo in mostra un’intensità davvero elevata. L’azione emblematica è probabilmente la prima: è lampante come, pur muovendo maggiormente palla e uomini, Doncic non riesca a stanare i Clippers per azionare la sequenza delle rotazioni che tante volte, in stagione, ha bucato con irrisoria facilità. Penetrazione forzata e palla persa.

 

Con il passare dei minuti la situazione è cambiata e Luka è riuscito a tornare ai consueti livelli di creation, punendo la difesa sia attaccando il ferro che scaricando ai compagni. Il succo è tutto lì, nella prima metà di Gara 1: a tratti i Clippers sono riusciti ad ingabbiare Doncic e altre volte lo sloveno è stato il consueto coltello nel burro.

Il più efficace Doncic stopper è stato senza il minimo dubbio Ivica Zubac. Il centro croato ha mostrato al mondo tutti i suoi progressi ed è ormai un giocatore dall’impatto assolutamente positivo anche a livello di playoff e che merita sicuramente un alto minutaggio. Le cifre non lasciano spazio ad equivoci: quando marcato da Zubac, Doncic ha tirato con il 31.8% dal campo (7/22) e l’11.1% da tre punti (1/9), percentuali notevolmente più basse rispetto a quelle contro ogni altro difensore.

La difficoltà dell’accoppiamento difensivo è riscontrabile anche osservando le numerose occasioni in cui Doncic è sembrato intimidito dalla presenza di Zubac in area, rinunciando alla penetrazione o forzando triple fuori ritmo in stepback. Qui i Clippers eseguono con tempi perfetti la drop defense e Zubac dimostra di essere in grado di tenere dal palleggio Dorian Finney-Smith, prima che l’ala dei Mavs conquisti un fallo francamente dubbio.

Ben diversa è stata la situazione con Montrezl Harrell al posto di Zubac, mai realmente capace di tener botta sotto le plance nè di trovare i giusti tempi di aiuto, o quando Dallas ha portato un piccolo, tendenzialmente Curry o Hardaway Jr., a bloccare per Doncic. Troppo spesso i Clippers hanno frettolosamente rinunciato allo show, accettando il cambio e lasciando al loro destino i vari Lou Williams, Landry Shamet e Reggie Jackson.

La serie disputata da Doncic rimane pazzesca comunque la si guardi ed ha messo bene in mostra quali siano le aree in cui già oggi è tra i primissimi nell’intera NBA, come la ricerca e lo sfruttamento dei mismatch, e quelle in cui c’è ancora da lavorare. Come sempre, un singolo giocatore non basta a determinare successi ed insuccessi di una squadra, ma una corposa parte delle fortune dei Mavs passeranno senza ombra di dubbio per i margini di miglioramento del numero 77.

 

A.A.A. buoni rollanti e rinforzi in ala cercasi

Che dire, invece, degli scudieri dello sloveno? Lasciando un attimo da parte la spinosa questione Porzingis, che verrà trattata nell’ultimo paragrafo, è impossibile non partire citando le due note più liete: Seth Curry e Trey Burke. Ne abbiamo parlato fino allo sfinimento nella serie giornaliera di articoli sui playoff qui su The Shot: i due hanno messo letteralmente a ferro e fuoco la difesa avversaria per le prime quattro gare, segnando indifferentemente da fuori e in penetrazione. In Gara 5 e Gara 6 sono comprensibilmente calati, insieme al resto della squadra, ma la loro è rimasta una serie da incorniciare, avendo fornito una credibilissima alternativa come portatori di palla con Doncic in panchina. Il futuro di Curry, che ha fatto registrare un fantastico 69.7% di TS% nella serie, è legato, salvo clamorose sorprese, a doppia mandata alla franchigia di Mark Cuban, avendo firmato l’estate scorsa un quadriennale per complessivi 32 milioni di dollari. Diversa, invece, la situazione di Burke, che sarà free agent al termine della stagione. Il ventisettenne, che aveva già vestito la maglia dei Mavs per una parte della stagione scorsa, è stato richiamato in fretta e furia per questo rush finale nella bolla, dopo l’infortunio di Jalen Brunson. Trey ha brillato come mai fatto prima in carriera, facendo vedere grande facilità di realizzazione e meno problemi del previsto in difesa, ma la sua conferma è tutt’altro che scontata. Nonostante ci siano voci su un J.J. Barea lontano da Dallas nella prossima stagione, il rientro di Brunson renderebbe comunque piuttosto affollato il backcourt dei Mavericks.

A dirla tutta, Rick Carlisle necessiterebbe anche di qualche garanzia in più dal lato difensivo da parte delle sue guardie. L’unico ad avere la stazza necessaria è Tim Hardaway Jr., che ha però confermato la sua solita discontinuità. THJ ha alternato momenti in cui è sembrato ispirato anche come portatore di palla in situazioni di pick and roll, situazione che si è vista poco in Regular Season, a tiri sugli scarichi inesorabilmente sputati dal ferro in momenti cruciali della partita. La sua percentuale da tre punti nella serie, 35.2%, è significativa: discreta, ma si può sicuramente fare meglio. La difesa messa in mostra, invece, è sicuramente insufficiente per partite di questo livello e sul lungo periodo si potrebbe rivelare una tassa pesante da pagare. Hardaway Jr. ha una player option da circa 18 milioni di dollari per il prossimo anno e c’è la pressoché totale certezza che deciderà di esercitarla; dopodichè, nell’estate 2021, i Mavericks potranno decidere se rifirmarlo a cifre più contenute o provare a guardarsi altrove.

Le vere necessità di Dallas sono però altrove. Dorian Finney-Smith ha dimostrato, tutto sommato, di poter ritagliarsi i suoi minuti anche in postseason, ma rimane comunque un giocatore con limiti piuttosto evidenti. La sua percentuale al tiro da tre è passata dal 37.6% della Regular Season al 36.7%, un calo accettabile visto anche l’aumento del volume e del “peso” dei tiri, ma le sue abilità come palleggiatore e creatore di gioco sono e rimangono appena accettabili, niente di più. È un difensore versatile ma tende ancora a pagare dazio quando portato in post, e non ha ancora dimostrato abbastanza per poter prendere in consegna la stella avversaria con continuità. Dorian, però, è anche l’unica vera ala su cui i Mavs possano fare affidamento, visto che Justin Jackson è ben lontano dal poter avere minuti ai playoff e Michael Kidd-Gilchrist può essere schierato, nel basket moderno, solo se accompagnato da quattro tiratori. Un altro 3&D, come ad esempio Jae Crowder, sarebbe ossigeno puro per Dallas, che però farebbe probabilmente carte false per un giocatore più completo come Kelly Oubre Jr., capace anche di giocare il pick and roll e di offrire un minimo di secondary creation.

Il discorso sui lunghi è decisamente più semplice: l’infortunio di Powell ed il mancato ingresso nella bolla di Willie Cauley-Stein ha privato Doncic di un vero partner per il pick and roll. Coach Carlisle, maestro nel mettere in campo il giocatore giusto al momento giusto, è riuscito a sfruttare Marjanovic come un’interessante arma tattica in determinate situazioni, ma il ritornello è sempre lo stesso: il serbo non potrà mai, per le caratteristiche che ha, giocare più di 15 minuti a gara ed è comunque un centro fondamentalmente statico. Maxi Kleber ha giocato una serie disastrosa al tiro (solo 5 triple realizzate su 26 tentativi), avendo messo tutto quello che aveva nel tentativo di limitare in difesa un Kawhi Leonard semplicemente troppo più forte di lui. Resta un giocatore da confermare ad occhi chiusi, un buon tiratore da fuori ed un difensore versatile, ma non è così mortifero come tagliante ed è un po’ troppo leggero per farsi sentire sui blocchi e sotto canestro. L’intesa tra Doncic e Powell aveva ormai raggiunto livelli molto elevati, ma è onestamente ottimistico pensare che un infortunio grave come la rottura del tendine d’Achille non abbia ripercussioni sul rendimento di un giocatore così atletico come il canadese. C’è dunque la possibilità che Donnie Nelson possa sondare la free agency per trovare un sostituto, senza scordarsi anche di tutte le difficoltà che hanno avuto quest’anno i Mavericks nel proteggere il ferro.

 

Nonostante i limiti, i Mavs non possono prescindere da Porzingis

E a proposito di difesa è impossibile non parlare di Kristaps Porzingis, il giocatore in assoluto più difficile da giudicare. Il lettone, dopo la tanto chiacchierata espulsione dopo soli 19 minuti in Gara 1, è uscito definitivamente di scena a metà serie, saltando le ultime tre partite per problemi fisici e lasciandoci con un campione veramente esiguo da analizzare. Lasciando da parte i suoi cronici infortuni (problema con cui comunque a Dallas dovranno fare i conti, un giorno o l’altro), le prestazioni nella metà campo difensiva non hanno certo fatto gridare al miracolo. Quando accoppiati con KP, Leonard, Morris e Harrell hanno banchettato sotto canestro, segnando senza troppe difficoltà, e in generale Porzingis è sembrato spaesato, lento ad afferrare le rotazioni, a muoversi in aiuto e inefficace nel contenere il pick and roll. La scelta di Carlisle di difendere drop con lui in campo è assolutamente condivisibile ma l’Unicorno dovrà fare in futuro molto meglio di così: subire canestri dalla media è un male messo in conto, consentire facili sottomano è inaccettabile.

Quando la palla ce l’hanno i Mavs, però, c’è ben poco da dire: se Porzingis tira 9/17 da tre punti e 20/23 ai liberi, diventa un attaccante semplicemente letale. Non è un passatore di alto livello ed il suo contributo offensivo è quasi puramente realizzativo, ma la sua sola presenza in campo fa venire il mal di testa ai difensori avversari. Giocatori troppo lenti vengono battuti con facilità in palleggio e faticano a seguirlo fuori dall’arco, mentre se il difensore paga eccessivamente dazio in centimetri non può in alcun modo contestare il tiro.

Non sono pochi i dubbi sul lettone, tra condizione fisiche e difficoltà in difesa, ma il suo potenziale offensivo rimane ancora davvero troppo intrigante. Il giudizio è sospeso, nell’attesa della prossima stagione che comincerà davvero a fornire i primi spunti importanti sul futuro dell’Unicorno: i Mavs avranno bisogno di un KP in forma fin da subito per iniziare a gettare le basi per la costruzione di una futura contender.

Enrico Bussetti

Vive per il basket da quando era alto meno della palla. Resosi conto di difettare lievemente in quanto a talento, rimedia arbitrando e seguendo giornalmente l’NBA, con i Mavericks come unica fede.

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