Cosa è successo tra Lakers e Rockets in Gara 5

 Cosa è successo tra Lakers e Rockets in Gara 5

Copertina a cura di Nicolò Bedaglia

I Los Angeles Lakers tornano in finale di Conference a dieci anni dall’ultima volta. La notizia che segue il 119 a 96 di gara 5 è sicuramente questa: una sfida a senso unico, con un lungo strascico di garbage time, che consacra il passivo di 4 partite a 1 con cui la serie si consegna alla storia.

I Rockets vi escono sostanzialmente dopo il terzo episodio, non riuscendo a proporsi in campo con un’intensità degna delle due partite a seguire, in cui tutto potrebbe riaprirsi.
E questo avviene grazie agli accorgimenti operati da Vogel a partire dalla sconfitta di gara 1, ma anche per demeriti di Harden e compagni, mentalmente troppo brutti per essere reali.

Che il clamore attorno alle vicenda di Danuel House abbia inciso sul morale dei ragazzi di D’Antoni è evidente, e non solo a posteriori. La storia che porta all’esclusione dalla bolla dell’ala piccola ex Phoenix Suns, è tanto carica di non detti da poter generare ogni tipo di dietrologia, ma non rappresenta comunque una giustificazione per la regressione di Houston, surclassata non solo a rimbalzo (50 a 31 per i Lakers in gara 5) ma anche nei tiri pesanti.

Nella vittoria decisiva, infatti, LeBron e compagni chiudono con un 51.4% da dietro l’arco sporcato addirittura negli ultimi minuti di incontro, mettendo a segno 19 triple su 37 tentativi e superando così il principale demone della loro postseason. Danny Green e Kentavious Caldwell-Pope combinano per un 6 su 9 complessivo, con l’ex campione del mondo finalmente concreto per 14 punti, da affiancarsi all’ottima prova di Kuzma dalla panchina (17 punti, 3 su 6 dall’arco) e da un super Markieff Morris.

Il gemello parte come centro del consueto starting five small, a svantaggio della coppia formata da Howard e McGee che vedrà il campo solo negli inutili minuti finali, chiudendo con 16 punti ed un perfetto 4 su 4 da tre che contribuisce in modo decisivo a creare il solco tra le due squadre.

 

Con un James da 29 punti, 11 rimbalzi e 7 assist, Anthony Davis può prendersi un turno di riposo, producendo quella che forse è la sua peggior partita in questa edizione dei playoff.
Iniziata forte difensivamente, con l’ex Pelicans da subito in grado di cambiare sempre e contestare ogni conclusione a disposizione, e lasciata correre nella metà campo offensiva, dove tira poco e perde la bellezza di 6 palloni totali.

La storia delle ultime due gare della serie è talmente scontata da rendere superflue le ultime prestazioni opache di AD, che sarà ovviamente fondamentale a prescindere da quale avversario incontreranno i gialloviola nel penultimo atto stagionale.

Ma andiamo con ordine, recuperando due spunti provenienti da una gara decisamente distante da un elimination game medio, come già sottolineato in precedenza.

 

Houston, abbiamo più di un problema

Chi si aspettava i Rockets attaccare la partita, rimane immediatamente deluso dalla prima frazione, conclusa con un passivo di 35 a 20 a vantaggio dei Lakers. E dire che Houston appare più concentrata ad andare il ferro in avvio, piuttosto che cercare il solito tiro dalla lunga distanza, temendo il parziale generato da un’ennesima serata infelice a livello di percentuali. Un timore che si realizza comunque, vista la concentrazione con cui Los Angeles si presenta in campo nel limitare i principali attaccanti avversari.

Russell Westbrook ci pensa da solo a favorire gli sforzi di James e compagni, producendo una partita nervosa, in cui tira malissimo per tutti i 36 minuti di impiego (4 su 13 dal campo, 0 su 3 dall’arco) e riuscendo a farsi ricordare per una serie di siparietti finali a livello di trash talking, decisamente evitabili.

D’Antoni prova a neutralizzare i raddoppi quasi sistematici su James Harden, facendo partire in punta la sua stella, distribuendo gli altri quattro giocatori nei due angoli estremi a coppie, allargando il campo davanti a sé.

 

Anche questo favorisce il rientro in partita in avvio di secondo quarto, con un parziale di 17 a 2 che sembra riaprire le sorti della sfida, ricacciato indietro da una tripla di LeBron dall’angolo, prima della clamorosa stoppata in contropiede di Caruso proprio sull’ex MVP.

 

Ma il linguaggio del corpo generalizzato nei giocatori di D’Antoni, non lascia spazio a dubbi particolari su una eventuale incertezza dell’esito finale. E nonostante Harden concluda una buona partita da 30 punti, 6 rimbalzi e 5 assist (con 12 su 20 dal campo), appare mal sostenuto da un supporting cast insufficiente, dove si salva solo il vecchio Jeff Green, almeno numericamente.

Le prove di Robert Covington e Eric Gordon appaiono speculari al dannoso Westbrook di cui sopra, ed il 37% dal campo accompagnato dal 26.5 dall’arco, ancora una volta non lascia spazio a particolari speranze.

I Lakers scelgono di battezzare P.J. Tucker quando riceve lontano dalla sua mattonella preferita, quella che porta le solite triple dall’angolo, invitandolo a forzare da posizioni poco congeniali oppure ad accontentarsi della penetrazione (realizza 2 triple su 6 tentativi, per 8 punti totali).

 

Si giunge così all’half time con i Rockets che incassano 62 punti in totale – veramente male in difesa – per 51 punti realizzati, grazie principalmente alla run sopracitata tra il primo ed il secondo quarto. Non riescono a capitalizzare meglio neanche le 13 palle perse losangeline della prima metà, un record in negativo per questa edizione playoff di squadra, con qualche rimbalzo concesso per una serie di extra possessi texani. Il parziale finale lo determina una tripla di Ben McLemore allo scadere, praticamente sulla sirena.

 

C’è veramente poco altro da dire e da vedere rispetto alla prestazione dei Rockets, e questo la dice lunga su 48 minuti in cui i californiani sembrano davvero sforzarsi poco per centrare il passaggio del turno. Un qualcosa ai limiti del paradossale che getta pesantissime ombre sul futuro di Houston: l’inusuale esperimento small che ha portato ad Atlanta Clint Capela durante l’ultima trade deadline, appare decisamente naufragato.

 

LeBron e i Lakers con la testa alta

Come avvenuto al primo turno contro Portland, a Vogel e i Lakers serve inciampare nella prima partita di una serie, per trovare lentamente la chiave decisiva a svoltare il tutto a proprio vantaggio. Ancora una volta gli accorgimenti difensivi si aggiungono di gara in gara, di successo in successo, agevolati da quattro vittorie consecutive.

Rispetto alla sfida con Houston, è necessario – come già visto nei precedenti recap di analisi – abbandonare i due lunghi in quintetto per un approccio più small, coronato con un utilizzo massiccio di Morris anche nello starting five, più che produttivo negli ultimi due episodi della serie.

In gara 5 i Lakers partono nei primi possessi giocando Flex Offense, con James che va a cerchio all’interno dell’area. Il livello di forma del numero 23 si conferma ancora ottimo, visibile nei momenti in cui decide di premere sull’acceleratore per concludere in modo difficile da arginare.

 

Per evitare i raddoppi in post alto dei Rockets su LeBron – come avvenuto per gran parte di gara 4 – Vogel forza una manovra in cui James imposta in isolamento da un lato, con i restanti compagni dall’altro, complicando così l’accorgimento difensivo di Houston.

 

Ancora una volta la consapevolezza di uno sforzo minimo per ottenere tranquillità nel punteggio, favorisce un approccio blando all’interno della sfida, generando le sopracitate leggerezze che si trasformano in palle perse, e decretandone la sostanziale conclusione in avvio di terza frazione.

Qui Kuzma sale decisamente sugli scudi, trasformandosi nel finalizzatore principe uscendo dalla panchina, ancora una volta accompagnato dalla sorpresa Talen Horton-Tucker.

 


THT viene inserito nella rotazioni durante il secondo quarto, facendosi trovare sufficientemente pronto nell’approccio, per chiudere la sua partita con 9 punti totali e 4 su 7 dal campo, tornando in campo nei minuti finali.Quelli in cui Vogel “regala” la passerella anche a giocatori poco utilizzati nei precedenti episodi, chiudendo con Howard, McGee, Dudley e J.R. Smith in campo.

C’è molto poco altro da dire, se non tornare a sottolineare la prestazione finalmente produttiva da dietro l’arco, sia per qualità che per quantità, che favorisce i parziali positivi.
Lasciamo decadere nel nulla anche i curiosi siparietti tra un Rusell Westbrook frustrato ed il solito Rondo provocatore, che portano il numero zero di Houston a perdere definitivamente le staffe nel finale, cadendo nelle provocazioni provenienti dal pubblico (!), ad opera proprio di William Rondo (il fratello dell’ex playmaker dei Celtics).


Incredibile ma vero – in una situazione in cui sono ammessi i pochi familiari dei giocatori presenti ad Orlando – il fratello di Rajon viene addirittura allontanato dall’arena. Probabilmente una scena destinata a restar unica nel prosieguo di questa edizione.

Dieci anni fa, una versione dei gialloviola guidata da Kobe Bryant e Marc Gasol, con Phil Jackson in panchina, liquidava i Phoenix Suns in quattro partite in Conference Finals, prima di conquistare il Larry O’Brien Trophy dopo 7 partite tesissime contro i Celtics di Pierce, Garnett e Allen.

Sembra davvero un’altra epoca, e l’intervallo tra l’ultima finale di Conference disputata e quella conquistata nella bolla di Orlando, rappresenta il più lungo nella storia della franchigia.
Il modo con cui i Rockets vengono liquidati – con un dispendio energetico minimo in gara 4 e gara 5 – non può che rappresentare una soddisfazione per Davis e James, determinati nell’avanzare a testa alta in una cavalcata che può rivelarsi storica, per quanto ancora piena di potenziali insidie.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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