Cosa abbiamo imparato dal terzo giorno di playoff

 Cosa abbiamo imparato dal terzo giorno di playoff

Copertina a cura di Sebastiano Barban

Siamo arrivati alla terza puntata del nostro appuntamento con le analisi delle partite di questo primo turno di playoff nella bolla.

Oggi torniamo alle quattro serie analizzate due giorni fa (qui l’articolo): allungo per Toronto e Boston, pareggio invece per Utah e soprattutto per Dallas, capitanata da un Doncic da record con 70 punti nelle prime due gare di playoff della sua carriera.

 

TORONTO RAPTORS – BROOKLYN NETS (2-0)

analisi di Gianmarco Galli Angeli e Marcello Salvo

Dopo aver dominato per larghi tratti in gara 1, anche la seconda sfida di questo primo turno di playoff va ai Raptors. Una sfida molto diversa dalla precedente condotta per larghissimi tratti (quasi 40 minuti) dai Nets, ma vinta dai canadesi con un’accelerazione inarrestabile nell’ultimo quarto. La franchigia di Brooklyn ha saputo adattarsi alla grande agli avversari ma la differenza di qualità tra i due roster ha deciso la partita.

Il migliore dei Nets in gara 2 è stato, con molta sorpresa, Jarrett Allen il quale sembra aver letto il nostro articolo dopo il primo incontro coi canadesi. Big Jay ha iniziato a mettere in mostra tutte le sue doti da passatore nello short roll, trovando con facilità tiratori liberi, mettendo in crisi la difesa dei Raptors e fornendo punti facili ai bianconeri. È stato molto aggressivo a rimbalzo, strappando più volte il pallone dalle mani di Ibaka, ma soprattutto si è preso ogni cambio che gli si presentasse davanti, aiutando molto la difesa bianco-nera che ha più volte avuto problemi a navigare tra i blocchi, come sanno bene Levert e Harris. Oltre ad accettare tutti i cambi è riuscito pure a rendere bene in questi mismatch, specialmente su Siakam, Lowry e VanVleet. Nella clip si vede proprio una di queste siuazionit: Allen accetta il cambio e prende in marcatura il #43 dei Raptors che prova a batterlo in penetrazione ma non riesce a superarlo e deve tentare un layup complesso che non va a bersaglio.

 

The Frosho si è reso indispensabile grazie alla sua rim protection. Già nel primo quarto si è capito quanto Big Jay stesse dominando sotto le plance, quando Kurucs lo ha sostituito non è riuscito minimamente ad avere l’impatto del suo compagno di squadra e dopo 30 secondi Vaughn ha rimesso in campo Allen. Se si stabilizzasse su questi livelli e mantenesse le tendenze mostrate in gara 2 il #31 dei Nets sarebbe il centro perfetto per trionfare ad est con il roster al completo. Grossi meriti sono anche da spartire con il coach: nonostante la sconfitta si è dimostrato aperto a modificare il suo gameplan, caratteristica fondamentale per sopravvivere nella lega.

Se la difesa schierata di BKN ha funzionato non si può dire lo stesso di quella in fase di transizione. Norman Powell ha costantemente approfittato di vere e proprie praterie che si è trovato davanti per andare a chiudere al ferro. Come si vede nella clip il #24 prende il rimbalzo e parte all’arrembaggio trovando il vuoto o quasi davanti a sé e concludendo con un layup sulla testa di un impalpabile Kurucs, con distacco il peggiore dei Nets.

 

Tutte queste occasioni sono state causate da quello che è stato il più grande punto debole della formazione allenata da Vaughn, i turnover. Dopo i 14 di Gara 1 ieri si è andati oltre arrivando a perdere ben 17 palloni. Le cause sono da trovare nella frettolosa ricerca di esecuzione di uno schema offensivo e nell’ottima difesa dei Raptors. Nella clip si vede proprio ciò: l’errore di Johnson è figlio di una decisione presa sbrigativamente, quello di Luwawu-Cabarrot dell’intensità dei canadesi, quello di LeVert delle capacità di Siakam di leggere in anticipo l’azione e l’ultimo è causato dalla stanchezza.

 

Insomma la difesa dei Raptors è sicuramente uno dei fattori chiave della serie. Dopo essere stata decisiva in gara 1 anche ieri gli uomini di Nurse sono stati abilissimi ad imbrigliare il giocatore più pericoloso dei Nets, Caris LeVert, costretto a prendersi tiri forzati (5/22 dal campo) e reinventandosi pointguard. Anche quando ha attaccato il ferro però ha sempre dato l’impressione di perdere un tempo di gioco rispetto all’azione, soprattutto per merito della pressione dei canadesi. Come si vede nella clip infatti, LeVert supera con facilità Anunoby attirando su di sé Lowry, si ferma per un istante perdendo il ritmo e anziché scaricare verso uno smarcato Tyler Johnson cerca un jumpshot dalla media che finisce lungo.

 

Il maggior problema dei Raptors è l’attacco a metà campo. Ciò è stato evidente già contro una difesa disastrata come quella dei Nets, ma il timore che alla lunga questa cosa possa pesare è reale. In queste gare l’uomo della salvezza è stato senza dubbio Fred VanVleet che nei momenti favorevoli alla squadra di Brooklyn ha sempre dato il meglio di sé. Anche in Gara 2 non si è smentito, su un tentativo di fuga degli avversari ha fatto 10 punti di fila e rimesso in carreggiata i Raptors. La point guard va costantemente marcata in uscita dal P&R, dispone infatti di un rilascio rapidissimo e una precisione élite da dietro l’arco. Riesce anche ad andare al ferro assorbendo i contatti dei lunghi senza soffrire la stazza e si è messo in mostra pure come facilitatore, diventando il primo giocatore  nella storia della  franchigia a mettere 20 punti e 10 assist nelle prime due gare dei playoff. Come si vede nella clip è abilissimo a sfruttare la sua agilità per mandare fuori giri tutta la difesa e concludere al ferro.

 

Nell’ultimo anno è migliorato molto diventando un cestista completo. Si può dire senza problemi che in questo momento, grazie all’energia che mette e la semplicità di esecuzione, è il giocatore più in forma tra i canadesi e sta facendo quello che ci si aspettava da Siakam in questo inizio serie.

Ormai questo turno di playoff sembra essere già scritto ancor di più a causa della dipartita di Joe Harris. L’ala dei Nets ha lasciato la bolla non per motivi di salute ma a causa di ragioni ancora non specificate. Senza uno dei migliori della squadra (in gara 2 oltre al solito lavoro in attacco è andato anche a prendersi 15 rimbalzi) le speranze per gli uomini di Vaughn sono ridotte al lumicino. Ci si aspetta una prestazione di tutt’altro livello da parte di LeVert così da poter provare a strappare almeno una vittoria ed evitare lo sweep ma le possibilità che la serie termini 4-0, come vi avevamo detto nella preview, si alzano sempre di più.

 

DENVER NUGGETS – UTAH JAZZ (1-1)

analisi di Alexandros Moussas

Il secondo capitolo della serie vede di nuovo un elemento dei Jazz in copertina: coach Quin Snyder, creatore di un sistema in grado di sopperire alle carenze del roster in termini di talento. Il segreto di pulcinella della partita è la qualità dei tiri. I Jazz nella loro veste di squadra che gioca di penetra e scarica per cercare tiri da tre o al ferro (moreyball ai suoi massimi azzarderei) hanno preso i tiri che volevano lasciando ai Nuggets quelli che voleva. Il fatto che l’82% dei tiri presi dai Jazz sia stato o al ferro o dall’arco (per CleaningTheGlass) fa capire in che proporzioni il piano partita di Snyder stia riuscendo. Se si aggiunge che i Jazz hanno fatto la loro seconda performance in termini di assist (32) e una delle migliori nella gestione della palla (solo cinque perse nei primi tre quarti) è facile intuire come al contrario Malone sia in estrema difficoltà sul lato difensivo.

Se i Nuggets sono infatti riusciti a limitare gli switch di Jokic su Mitchell e a togliere Grant dalle sue tracce come marcatore primario, non si puo’ dire che siano stati risolti tutti i problemi. Donovan ha ancora troppa facilità a trovare il mismatch con Porter, che d’altro canto sta diventando sempre più importante offensivamente per Denver rendendolo difficilmente sacrificabile. Ma Porter e Jokic assieme sono una coppia che da sola ti rovina un sistema difensivo, troppo complicato nasconderli entrambi, ma senza di loro i Nuggets paiono avere difficoltà nel tenere il ritmo di punti dei Jazz.

Nella porzione competitiva della partita i Jazz hanno tirato 19/33 da tre contro il 10/23 dei Nuggets. Per quanto sia vero che la percentuale dei Jazz sia insostenibile e frutto di una performance particolarmente felice, il numero di tiri da tre punti creati (quasi tutti di ottima fattura) è proporzionale alla qualità dei due attacchi. Anche ipotizzando che le due squadre abbiano tirato con le loro medie stagionali da dietro l’arco, Utah sarebbe stata comunque avanti di 15 punti per via della migliore selezione nei tiri.

Dovendo scegliere un giocatore dei Jazz, probabilmente indicherei Royce. Ha limitato Murray 6/13 con 0/1 da tre lottando molto meglio dietro ai blocchi rispetto alla prima partita e non lasciando mai il canadese in una situazione di tranquillità. Il gioco a due tra Murray e Jokic è stato molto meno incisivo proprio grazie a lui, dimostrando ancora una volta come sia senza alcun dubbio un difensore fondamentale per i Jazz sul perimetro. Nella seguente clip ad esempio si vede come riesca a correre perfettamente dietro ai blocchi impedendo a Murray il tiro in sospensione appena uscito dal blocco di Jokic, riuscendo cosi a rallentarlo. Come conseguenza, si ritrova a giocare in maniera statica contro Gobert all’altezza del gomito, avendo cosi poco spazio per guadagnare qualche centimetro di vantaggio dal palleggio e senza poter avere una chiara linea di passaggio per il centro serbo.

 

 Ma la partita di Royce è stata completata, andando forte a rimbalzo quando Gobert veniva trascinato da Jokic lontano dal canestro e smazzando ben 8 assist. Questo dato alquanto singolare è legato ad un cambio di atteggiamento evidentemente suggeritogli da Snyder. O’Neale infatti ha messo molto meno palla per terra, non esponendo il pallone ai difensori dei Nuggets, optando ogni volta fra due opzioni: il tiro direttamente dalla ricezione e il passaggio.

 

Difensivamente, l’esemplificazione sono due possessi ad inizio delle due rispettive frazioni, in cui si vedono due chiare scelte tattiche di Snyder. La palla esce quando la difesa collassa su Jokic in post, e poi la difesa di Utah decide scientificamente di lasciare tirare Craig.

 

Anche nell’azione a cui mi riferisco del secondo tempo si vede un accoppiamento che puo’ sembrare alquanto bizzarro, ma che ha funzionato alla grande: Morgan su Jokic. Poter usare qualche minuto il rookie sulla stella dei Nuggets permette a Gobert di caricarsi meno di falli e di fare roaming a centro area, rimanendo pronto ad aiutare in ogni frangente. In questo caso, con Jokic in post basso, Gobert si stacca da Millsap quasi pregandogli di tirare da tre.

 

Il risultato è stato che entrambi non hanno tirato altre triple. Sembra che la decisione di Snyder di concedere loro dei tiri completamente aperti da tre li abbia messi in difficoltà non essendo dei giocatori pronti a prendersi un gran numero di conclusioni, e questo dettaglio ha collaborato a toglierli dalla partita.

Jokic sta venendo costretto a giocare isolamenti dalla difesa lontana dal pallone di Utah. I suoi numeri sono incredibili, potrebbe avere una percentuali migliori dal campo, ma la sua funzione principale è sempre stata quella di facilitatore per gli altri. La marcatura uomo a uomo di Gobert gli toglie i passaggi che rappresentano anche l’ingranaggio principale dell’attacco di Denver. Le sue ricezioni sono piuttosto statiche e spesso o al gomito o in post basso. Fargli prendere la palla più spesso in punta potrebbe essere un primo accorgimento da parte di Malone. Se Gobert non lo seguisse Jokic deve prendersi dei tiri da 3 (0/1 nell’ultima partita) per stanare il francese, in modo poi da poter aprire il campo per i tagli dei compagni e magari giocare qualche consegnato per Murray o Porter. Perché Denver deve disperatamente tirare di più da 3.

Mitchell nella scorsa partita ha fatto rumore per i 57 punti, ma anche in termini di assistenze non aveva figurato male. La sua crescita era iniziata già durante le prime partite nella bolla, in questa partita ha deliziato i tifosi Jazz con dei passaggi di eccellente qualità.

 

 

Con la ciliegina sulla torta rappresentata da questo passaggio a tagliare il campo di fronte al raddoppio di Murray.

 

Donovan ha faticato ad inizio partita contro Mitchell, poi nel terzo quarto si è acceso segnando 18 punti, danzando dietro ai blocchi per far perdere le sue tracce. Craig aveva iniziato bene in difesa, ma un errore a inizio primo quarto da 3 ha dato l’impressione di avergli tolto molta fiducia, nel terzo quarto. Da quel momento non è più riuscito a limitare l’ex Louisville, e senza una risposta di Murray dall’altra parte per i Nuggets non c’è stata speranza. Le sue percentuali non sono minimamente sostenibili al momento (79% di TS% in queste due partite), ma la sensazione è che sia un giocatore diverso ed evoluto rispetto a quello di inizio stagione. Ben più dei passaggi, sta convertendo le triple dal palleggio ad un livello senza precedenti, e come avevo accennato in un precedente articolo, questo fondamentale è probabilmente la chiave per un suo netto miglioramento.

 

Le difese sono costrette a rispettare il suo tiro senza poter passare dietro ai blocchi e aprendo cosi delle linee di penetrazione che prima venivano precluse a Donovan.

Anche questa volta mi permetto una postilla, questa volta per decantare la prova di Clarkson. Entrato con Utah in svantaggio e con Craig che fino a quel momento aveva fatto un egregio lavoro su Mitchell, l’ex Lakers è riuscito a segnare praticamente ogni tiro creando i presupposti per la vittoria, concretizzatasi poi con l’esplosione offensiva di Mitchell nel terzo quarto. Clarkson è probabilmente il giocatore che più di tutti sta sfruttando la panchina corta dei Nuggets, trovando poi spesso la difesa avversaria già messa in difficoltà dal Mitchell delle prima due partite è riuscito a banchettare sui resti della rotazione di Denver.

 

BOSTON CELTICS – PHILADELPHIA 76ERS (2-0)

analisi di Andrea Snaidero

Come osservatori ed appassionati di basket, la cosa più sbagliata da fare ai playoff è reagire in maniera esagerata (il caro vecchio overreact) dopo gara 1 della prima serie, soprattutto con una cornice così particolare a questa postseason 2020.
Eppure, come ha correttamente evidenziato il mio collega Cesare nell’analisi di gara 1, varie questioni erano ancora aperte alla vigilia del secondo scontro tra Philadelphia 76ers e Boston Celtics. 

La prima è la questione quintetto: Brett Brown decide di far partire titolare Matisse Thybulle, sperando in un vantaggio sulla difesa perimetrale contro le ali di Boston, soprattutto contando il fatto che Gordon Hayward sarà bloccato per varie settimane a causa dell’infortunio patito in gara 1. Il vlogger più amato della NBA non sarà però un grande protagonista: per lui 2 punti, 2 rimbalzi, 1 assit, 3 falli ed una palla persa in 24 minuti.

Il calo offensivo di Philadelphia in gara 1 è stato soprattutto dato dal non utilizzo di Joel Embiid come terminale offensivo primario dalla squadra dopo il primo quarto. Se da un lato è normale che con lo scorrere del tempo la partita esca dai binari prestabiliti e le guardie più piccole e veloci prendano il sopravvento, mi ha stupito che dopo l’intervallo lungo Brett Brown non abbia ribadito l’importanza di dar palloni nel pitturato al camerunense.

I giocatori della città dell’amore fraterno dimostrano dalla prima palla a due di aver ben capito la lezione: Embiid è costantemente cercato nel primo quarto e mostra tutto il suo arsenale offensivo: chiuderà la prima frazione con 15+3+3 tirando 6 su 9 dal campo, a testimonianza del fatto che se Philly vuole avere una chance in questa serie, deve passare per la sua superstar.

 

 

Escludendo il garbage time del quarto quarto, Embiid continuerà a segnare molto e bene, chiudendo la gara a 34+10 con il 53% dal campo e segnando 12 liberi su 13 tentati, a testimonianza dell’aggressività dimostrata. Non a caso Brown sceglie di far giocare meno Burks a causa delle sue tendenze all’accentramento del gioco nelle sue mani che avevano tolto palloni a Joelone.

Anche Josh Richardson mostra il lato migliore che era mancato in gara 1: aggressivo per tutta la partita, chiuderà con gli stessi punti di gara 1, 18, ma con un’efficienza molto migliore e una capacità di creare dal palleggio nei momenti più caldi. Spesso le risposte agli allunghi di Boston arrivano da lui.

Shake Milton gioca una partita efficiente da comprimario. I suoi limiti di gestione del pallone  e playmaking sono ormai evidenti, ma lo scoring in questa gara gli sorride: 14 punti con il 62.5% dal campo per lui.

Le notizie buone per noi tifosi di Philadelphia però finiscono qui: Tobias Harris chiude con 4/14 dal campo e dimostra ancora una volta il suo essere altalenante offensivamente; Horford chiude con 4 punti e 2 rimbalzi in 23 minuti di gioco; la squadra in generale gira offensivamente male, affrettando tiri per recuperare un vantaggio che sfuma rapidamente dopo il primo quarto e terminando il match con il 42% dal campo e il 24% dall’arco.

E adesso veniamo all’elefante nella stanza e la ragione principale della sconfitta di Philadelphia: il fallimento della strategia difensiva di Brett Brown, che insiste con una drop coverage del pick and roll di Boston, con Embiid che indietreggia a proteggere il canestro lasciando metri liberi per i pull-up dalla mezza distanza ai biancoverdi. Una strategia che può funzionare con l’apporto difensivo di Simmons sul perimetro, ma che è destinata al fallimento senza la sua presenza e contro una squadra che ha degli eccellenti interpreti del pick and roll offensivo.

Intervistato nel prepartita, Brown ha dichiarato che scegliere una strategia difensiva contro Boston è il tipico caso di pick your poison, e su questo sono d’accordo. Sono anche d’accordo con il fatto che concedere long 2 e tiri dal midrange sia la migliore strategia difensiva da un punto di vista matematico. Quello su cui non sono d’accordo è insistere con una strategia che evidentemente non funziona e in cui i giocatori in primis non credono:

 

Lasciare spazio dal palleggio a giocatori come Kemba Walker e Jayson Tatum vuol dire darsi la zappa sui piedi. 

I Celtics traggono enormemente beneficio dalla strategia difensiva fallimentare di Philadelphia: tutto è facile per Boston, dato che ogni pick and roll è eseguito senza pressione sul portatore di palla. Questo libera le conclusioni dal midrange (13/25 di squadra) e gli scarichi in ritmo per i tiratori da tre punti (44.2% di squadra). A partire da metà del secondo quarto il solco tra le due squadre inizia ad approfondirsi per non richiudersi mai.

Tatum chiude con 33+5+5 con il 66% da tre ed il 60% dal campo; Kemba 22 punti con il 50% dal campo, nonostante un fallimentare 1/6 dalla lunga distanza; Jaylen Brown 20 punti tirando non benissimo, ma dimostrando un killer instinct utilissimo in ottica playoff.

Notevole l’apporto di Grant Williams, 9+6 in 20 minuti con il 100% dal campo ed un paio di seal screen su Horford molto efficaci per le penetrazioni dei suoi. La ciliegina sulla torta della gara per Boston è la schiacciata, umiliante, di Brown:

 

L’impressione di chi scrive è che Philadelphia abbia fatto bene il suo compito nel primo quarto, ma che le mancanze strutturali e tattiche siano un solco troppo profondo da colmare. 

 

LOS ANGELES CLIPPERS – DALLAS MAVERICKS (1-1)

analisi di Lorenzo Pasquali

Dopo gara 1 molti avevano la sensazione che Dallas meritasse la vittoria. La squadra di Carlisle si era presentata con molta più cattiveria agonistica e più attenzione nei dettagli di un gameplan complessivamente migliore rispetto a quello degli avversari. Tutto ciò si è ripresentato nella seconda gara della serie: i Clippers ancora una volta hanno giocato con un’intensità inadeguata al contesto, e Dallas stavolta ha punito la squadra di LA.

1) I blackout difensivi dei Clippers

Come è spesso accaduto durante la stagione regolare, la difesa dei Clippers è stata colpita duramente l’assenza di Beverley. Il nativo di Chicago è il chiaro leader vocale ed emotivo nella propria metà campo, e senza di lui la difesa della squadra di Ballmer è sembrata persa. Troppe incomprensioni tra i giocatori che hanno portato a canestri facili per Dallas, come in questa occasione:

 

E qui ancora Morris si dimentica di Boban lasciandolo solo al ferro:

 

I Clippers hanno il 75% di win share nelle partite con Beverley in quintetto, mentre ne vincono solo il 50% il caso contrario. Il playmaker titolare è in dubbio anche per gara 3: se si ritroveranno nuovamente senza di lui, i Clippers dovranno farsi trovare pronti nella propria metà campo, facendo uno sforzo extra per comunicare tra di loro.

2) Carlisle sta dominando il duello con Rivers

Dopo due gare è ormai evidente che il coach dei Mavericks sia due o tre mosse avanti nella scacchiera. Carlisle conosce bene le debolezze di Rivers e le sfrutta con astuzia: Dallas, ad esempio, parte con diversi set per attaccare Zubac, ben consapevoli che al primo errore il centro croato verrà seppellito in panchina a favore di Harrell. Con Trezz in campo, Carlisle sfrutta subito le lacune del centro avversario o con i pick and pop di Porzingis, o con la taglia fisica di Marjanovic.

 

In gara 2, Trezz e Boban sono stati accoppiati per circa 6 minuti, tra il primo e secondo quarto. In quei 6 minuti, Harrell ha collezionato 0 punti e 2 rimbalzi. Marjanovic, invece, ha concluso lo stretch di gioco con 8 punti e 5 rimbalzi, contribuendo al parziale che ha permesso ai texani di andare sul +14. Boban è la kryptonite di Harrell: troppo grosso per poter essere spostato sotto al ferro e troppo lungo per poter concludere a canestro con lui nelle vicinanze.

Da una parte Carlisle sta utilizzando i pezzi a propria disposizione al meglio. Alcuni esempi sono Curry e Burke che entrano per gestire l’attacco della second unit, o MKG viene utilizzato come stopper difensivo per equlibrare quintetti leggeri.

I quintetti di Rivers sembrano, invece, gli stessi quintetti utilizzati in stagione, preconfezionati nella concezione di primo e secondo quintetto. Raramente vediamo Shamet venire utilizzato per il grande tiratore che è, magari sfruttando gli spazi creati da Leonard e George. Trezz invece, come detto, viene mandato a morire contro un avversario scomodo.

3) Troppo Reggie Jackson

Per rimpiazzare la point guard titolare è stato scelto Reggie Jackson. I risultati sono stati impietosi: l’ex Pistons ha forzato in attacco e non è mai riuscito a contenere efficacemente le penetrazioni avversarie:

 

 

Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti qual è il ruolo migliore per Jackson. Da quando è arrivato, la differenza nelle prestazioni tra quando parte dalla panchina con un ruolo ridotto, o in quintetto, è enorme. Rivers potrebbe concedere più minuti a Shamet, che in stagione ha +13.5 net rating quando gioca con Leonard e George (154 minuti), e che potrebbe aiutare a spaziare il campo senza concedere delle voragini in difesa.

In vista di gara 3, i Clippers devono assolutamente prepararsi mentalmente e scendere in campo con l’intento di spaccare la partita e mandare un segnale forte, per smorzare gli animi di una squadra in missione come quella guidata da Doncic.

La Redazione

La redazione è un mostro a più teste e con un numero ancora maggiore di mani. E come nel significato più letterale, del latino monstrum, è una "cosa straordinaria".

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