Da Bullets a Wizards, la storia della rivoluzione di Abe Pollin

 Da Bullets a Wizards, la storia della rivoluzione di Abe Pollin

Copertina a cura di Francesco Perillo

Primavera 1997. A livello NBA, a Washington sembrano esserci diverse ragioni per sorridere.
La squadra della capitale – i Bullets – funziona particolarmente bene, e non sono solo i risultati (fuori al primo turno playoff contro i Bulls di Jordan) a lasciar ben sperare.

L’organico è giovane, fresco, futuribile. Ben costruito e pronto ad esplodere con quel pizzico di esperienza che può aggiungere una stagione da 46 vinte e 36 perse, un viaggio in post season contro i migliori del lotto e, soprattutto, un gruppo con diverse stelle emergenti.

Ci sono due “Fab Five” riuniti, dopo la cocente sconfitta di Michigan nella finale NCAA del 1993, e non si tratta di nomi da poco. Chris Webber era arrivato con il titolo di Rookie of the Year in tasca direttamente dai Warriors, a causa di incomprensioni con lo staff tecnico: tre stagioni da oltre 20 di media, con un contributo totale in entrambi i lati del campo, e 10 rimbalzi a partita nella stagione appena conclusa.

Era già uno dei giocatori più completi nella lega per ruolo, con margini di miglioramento ancora ampi.

Accanto a lui, Juwan Howard – partner in crime di C-Webb se poteva essercene uno – stanziatosi su medie speculari durante la prima triade di campionati disputati tra i pro.
Pochissime squadre nella lega potevano avvalersi di una coppia di power forwards simili, destinate a condividere il quintetto con uno scherzo della natura come il romeno Gheorghe Muresan.

Non esattamente un ballerino, ma in grado di far valere i 231 centimetri di altezza in materia di intimidazione e presenza (tra l’altro, laureatosi Most Improved Player per la stagione 1995/96).

Anche nel back court le cose appaiono tutt’altro che preoccupanti. C’è Rod Strickland a gestire la manovra, sapiente point guard che tanto bene aveva fatto in quel di Portland, che aveva trascorso il suo primo campionato a Washington con 17 punti e 9 assist per incontro. Al suo fianco Calbert Cheaney, una guardia arrivata nella NBA da pupillo di Bobby Knight a Indiana, perfetto per completare lo starting five perché capacissimo di comprendere come e quanto inserirsi, anche offensivamente, nel gioco di una squadra che aveva cambiato due allenatori (Jim Lynam e Bernie Bickerstaff) per raggiungere l’ottava piazza di Conference. Guardando alla panchina troviamo l’importantissimo contributo di Tracy Murray, accompagnato da comprimari dignitosi come Tim Legler (uno che giocava poco ma sbagliava ancor meno da dietro l’arco), l’esperienza di Jaren Jackson ed Harvey Grant (il fratello di Horace) e l’imprevedibilità di Chris Withney.

Una manciata di apparizioni in campo le colleziona anche Ben Wallace, esordiente da garbage time, che avrebbe avuto modo di farsi notare qualche anno dopo nella Motor City.

Insomma, le cose vanno quasi bene e dovrebbero andar meglio, per quanto la concorrenza ad est appaia spietata (soprattutto tra le emergenti, ammesso che così siano definibili squadre come Pistons, Hornets e Hawks) in una decade dominata da Bulls e Knicks e dove vanno forte anche i Miami Heat di Pat Riley.

C’è un problema però: il nome. Quel “Bullets” (proiettili), ereditato dallo spostamento da Baltimore della franchigia di Abe Pollin, appare un po’ troppo evocativo per la capitale degli Stati Uniti, soprattutto considerando il tasso altissimo di omicidi da arma da fuoco che ne caratterizza la (pessima) fama. L’assassinio cruento del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin – fautore della pacificazione tra Israele e Palestina, ucciso durante un comizio per mano di un colono ebreo di estrema destra ed amico personale di Pollin – rappresentò la proverbiale goccia che trabocca il vaso.

Imperativo cambiare, un cosa rara ma non inedita nella storia dello sport statunitense fino a quel momento.

Il pezzo a seguire – ad opera dei Clash e pubblicato nel loro album Sandinista – rappresenta una critica feroce alla politica estera statunitense (con particolari riferimenti alla rivoluzione cubana, a quella Sandinista in Nicaragua, citando l’invasione sovietica in Afghanistan oltre alle figure di Victor Jara e del Dalai Lama).

Va da sé che nella scelta del titolo il riferimento al nome della franchigia della Capitale non appaia casuale, per quanto il frontman Joe Strummer abbia sempre negato ogni tipo di conoscenza remota dello sport americano.

Volendo allargare lo sguardo, però, rappresenta un motivo in più nella mente di Pollin per mettere in soffitta “Bullets” ed abbracciare un nuovo ciclo.

 

Arrivano i Wizards

Questo episodio ricorda più che vagamente quello che sta accadendo in questi giorni, sponda NFL, con i Washington Redskins, che sono in procinto di cambiar identità dopo 87 anni di onorata storia nel Football Americano.

Trasferiti nella capitale da Boston dopo 5 anni di vita, la scelta di un logo ed un nickname che richiamasse ai nativi d’America si fondava su nobili intenzioni, almeno da quel che si dice ufficialmente. Redskins voleva richiamare al coraggio e alla fierezza degli originali abitanti del continente, peccato però che il termine “pellerossa” fosse stato coniato con valenza dispregiativa dai coloni inglesi.

Malgrado tutto, però, la squadra diviene una delle più conosciute del lotto, ed il logo raffigurante il più tipico dei volti nativi, altrettanto venduto a livello di merchandising.
Almeno fino all’omicidio di George Floyd, con le rivolte esplose al grido di Black Lives Matters, in nome dei diritti civili delle minoranze presenti nel paese.

Il cambio di nome s’impone al centro del dibattito, rimediando dapprima rimandi seccati da parte da parte del proprietario Dan Snyder ed infine l’avvio delle operazioni di rivoluzione identitaria. Anche e soprattutto in seguito ad una rivolta da parte degli sponsor, iniziata da FedEx con Nike, Pepsi e Bank of America a seguire.

Si tratta di una modifica tanto inusuale quanto sostenuta da ragioni sociali, indubbiamente discutibile, ma con rimandi a ciò che era avvenuto 23 anni prima ai Bullets della NBA, divenuti infine Wizards.

 

La storia della franchigia, del resto, narrava numerose evoluzioni prima del cambio nome.
Nasce nel 1961 in Illinois come Chicago Packers, diventando subito Zephirs la stagione seguente. Nel 1963 la prima relocation nel Maryland con sede a Baltimore, acquisendo il nickname della squadra fondata nel 1944 e rimasta nella lega per 11 stagioni: i Bullets (3 anni di ABL, 2 anni di BAA ed infine 6 di NBA).

Nel 1973 si sposta definitivamente nell’area metropolitana di Washington, diventando dapprima Capitol Bullets, ed infine acquisendo la denominazione completa e conosciuta almeno fino alla primavera del 1997.

Nel frattempo non solo si era aperta l’era Wes Unseld (leggendario centro arrivato a Baltimore nel 1968, inizialmente accoppiato con Earl Monroe prima del trasferimento ai Knicks di quest’ultimo), ma con l’arrivo di Elvin Hayes e Bob Dandridge, i Washington Bullets riescono anche a conquistare il primo titolo della loro storia, sconfiggendo i Seattle Supersonics in 7 partite nelle Finals del 1978.

Con la rivincita all’ultimo atto della stagione seguente (con i Sonics stavolta campioni), il raggiungimento della post season diverrà sempre più sporadico e, anche quando si raggiungevano i playoff, il sogno la maggior parte delle volte s’infrangeva al primo turno, stagione 1996/97 inclusa. Seppur, come già detto, si intravedesse un futuro brillante per un organico promettente.

Eppure – come già detto in precedenza – la volontà di cambiar denominazione alla squadra da parte di Abe Pollin risale storicamente a quattro giorni dal funerale dell’amico Rabin. Ucciso “da proiettili sparati alla schiena”, tanto da far dichiarare al proprietario della franchigia quanto il nickname dei suoi “non fosse appropriato per il mondo dello sport”.

Che la città fosse letteralmente ostaggio di delle gang – e quindi di abuso di droga e scontri a fuoco – era questione puramente di contorno, almeno nel maturare delle intenzioni di Pollin a riguardo.

L’antefatto decisivo si era svolto a Tel Aviv, e colpiva la sfera personale di un uomo scosso dalla perdita di un amico, deciso a lanciare un minimo segnale possibile.

Ma il processo che porta ad una modifica simile non può esser certo rapido ed indolore. Soprattutto perché la nuova denominazione deve incontrare il più possibile il favore dei fans, che restano sempre e comunque coloro che acquisiscono il merchandising, riempiono le arene e (dovrebbero) tifare la franchigia.

Nella primavera del 1997, attraverso un concorso con la catena di fast food Boston Market, la dirigenza riceve 500.000 proposte dai tifosi (per oltre 3000 nomi diversi), all’interno delle quali si trova veramente di tutto: da Funkadelics ad Astronauts, per dire.

I 5 finalisti vengono ulteriormente rimandati al giudizio popolare, al prezzo simbolico di un dollaro a voto da destinarsi alla lotta contro la violenza cittadina. La scelta finale è tra Dragons, Sea Dogs, Stallions, Express e Wizards. Inevitabilmente, ha la meglio quest’ultimo.

Anche perché – e qui intervengo a livello personale – per quanto “maghi” sia piuttosto bruttino, i restanti avevano ben poco da dire, ad eccezione del già abusato Dragons, che poteva comunque gettar ombre oscure sulla volontà di prendere le distanze dalle bande cittadine. Avessi mai dovuto votare, per quanto il doppio senso di Stallions potesse rappresentare la più bizzarra delle soluzioni, sarei andato con lo scartatissimo Funkadelics, principalmente per rimandi musicali.

In realtà il primo logo disegnato, per quanto complesso, non appare neanche così malvagio e lo stesso vale per le rinnovate uniformi, destinate addirittura a migliorare con il tempo (anche qui, parere estetico personale e quindi discutibile).

Ma le polemiche non si placano, anzi, per certi versi si accentuano. Addirittura Morris Shearin, presidente cittadino della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), la butta subito sul razzismo, constatando il fatto che il Ku Kulx Klan era solito definire il proprio leader assoluto “Imperial Wizard”. Decisamente forzato, ma sufficiente ad inquietare ulteriormente Abe Pollin, in cerca di scrollare ogni riferimento violento possibile dall’immagine dei suoi.

Inoltre esisterebbero già gli Harlem Wizards, squadra di puro esibizionismo cestistico creata già nel 1943, che rivendicando la paternità del nickname, intentano una causa per violazione del marchio.

In ogni caso, per la stagione 1997/98 Webber e compagni si presentano a nastri di partenza con una nuova maglia, un nuovo nome ed una nuova arena (MCI Center), speranzosi di poter aprire un nuovo ciclo.

Lo stesso in cui ripone la sua fiducia Abe Pollin, sollevato di aver “ripulito” la franchigia da una denominazione equivocabile e speranzoso di poter vedere i suoi ai playoff negli anni a venire.

 

Guns of Washington

Ma come si suol dire, non tutte le ciambelle escono col buco. I nuovi Wizards non accedono alla post season per un pelo, chiudendo con un record di 42 vinte e 40 perse, a vantaggio degli entranti New Jersey Nets. Una squadra che si gode i giovani Keith Van Horn e Kerry Kittles, guidata da Sam Cassell e Jayson Williams (13 punti e 13 rimbalzi di media per lui). Dietro a questi quattro, ci sono ottime pedine del livello di Kendall Gill, Sherman Douglas, Chris Gatling e Rony Seikaly, e la vittoria in più ottenuta rispetto a Washignton regala l’onere dello sweep di rito al primo turno, contro i Bulls dell’ultima danza.

Il campionato seguente (funestato dal lungo lockout di inizio stagione) porterà Webber a Sacramento, in cambio di Mitch Richmond e Otis Thorpe, e la squadra ritorna rapidamente nei bassifondi di Division, Conference e lega.

Nel 2001 Michael Jordan, che nel frattempo aveva ricoperto il ruolo di executive, decide clamorosamente di rientrare in gioco, canalizzando le attenzioni mondiali su una squadra tutto sommato mediocre, che neanche la sua presenza riesce a riportare in post season.

Un’impresa che si completerà solo nella stagione 2004/2005, con coach Eddie Jordan al timone, guidando talenti come Larry Hughes, Antawn Jamison e soprattutto Gilbert Arenas.
Malgrado la rivoluzione identitaria non abbia portato i risultati sperati in campo, a livello di merchandising (complice l’aiuto di MJ e del suo iconico numero 23) le cose non vanno malissimo, anche se quel riferimento scomodo ai proiettili ed alle armi da fuoco è destinato beffardamente a tornare.

La storia è una delle più incredibili mai sentite circoscritte al mondo NBA, ed è tristemente ben conosciuta.

Riguarda proprio Gilbert Arenas ed il collega Javaris Crittenton, dei presunti debiti di gioco da riscuotere e storie tese che possono risolversi secondo una sola legge: quella della strada.
Peccato che la resa dei conti avvenga negli spogliatoi dei Wizards, la vigilia di Natale del 2009: Agent Zero tira fuori dal suo armadietto un vero e proprio arsenale di armi, mentre il compagno risponde puntandogli contro la sua pistola.

I due arrivano ad un passo dal dramma, rientrata grazie all’intervento degli altri Wizards presenti, ma che non passa inosservata a livello di cronaca nazionale. David Stern li sospende entrambi, malgrado dalle indagini risulti che le armi trovate negli armadietti risultassero scariche, ma è impossibile soprassedere.

La carriera di Gilbert si avvia così verso un rapido declino (già favorito dagli infortuni, in verità), mentre Crittenton finirà con una condanna da 23 anni (17 in libertà vigilata) per una serie di vicende che avverranno negli anni a seguire.

Ad ogni modo, l’evento vergognoso avviene pochi giorni dopo la dipartita del vecchio Pollin, deceduto all’età di 86 anni proprio nel Novembre 2009, quasi a risparmiarsi il ritorno di fiamma di quell’analogia che ardentemente aveva provato ad eliminare dalla franchigia di cui era owner.

Quello tra i proiettili e Washington, la capitale violenta di un paese che difficilmente riuscirà a scrollarsi di dosso la passione per le armi attraverso una vendita incontrollata che ancora oggi narra di insensati scontri a fuoco finiti in tragedia, è un connubio che Pollin ha provato a spezzare.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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