22 considerazioni sulle amichevoli NBA

 22 considerazioni sulle amichevoli NBA

Copertina a cura di Sebastiano Barban

Tra due notti gli appassionati di NBA avranno gli occhi puntati sulla Disney-ball di Orlando per la fase finale di questa stranissima Regular Season. Le 22 squadre all’interno della bolla hanno però già avuto modo di sfidarsi in alcune partite amichevoli, organizzate dalla Lega per cercare di rimettere il più possibile in condizione i giocatori prima che il gioco si faccia duro. Andiamo a vedere com’è andata, analizzando ogni singola squadra.

 

Boston Celtics

Le prime due partite di questa bolla per i Celtics hanno mostrato elementi contrastanti, quasi agli antipodi (a parte le performance di Jaylen Brown, sempre più stella di questa squadra).

 

Contro i Thunder si è assistito ad una pessima prova degli starter, con però diversi exploit da parte di alcuni membri: in particolare è necessario menzionare l’ottima prova di Tremont Waters (7pt e 5 ast) che ha mostrato doti di playmaking e passaggio notevoli, oltre all’ormai già nota maturità e confidenza di Theis nella metà campo offensiva (a compensare la pessima prova nella metà campo difensiva).

 

Contro i Suns, invece, si è visto l’opposto: starter molto più sul pezzo offensivamente e una difesa perimetrale che sembrava andare ad un livello superiore rispetto a quella vista pochi giorni prima. Una considerazione generale da fare è che la difesa su pick&roll dei Celtics è da rivedere assolutamente: contro i Thunder il palleggiatore entrava in area quando e come voleva e, sebbene la mancanza di stazza sotto canestro possa essere una attenuante per giustificare il dominio dei lunghi avversari in area, essa non può passare anche per le pessime decisioni che si sono viste contro OKC e in parte anche contro Phoenix.

 

Un bel banco di prova sarà vedere come si comporteranno i Celtics contro i Rockets e davanti alle incursioni in area di Harden, che nel fondamentale del pick&roll ci sguazza tranquillamente.

 

Brooklyn Nets

I Brooklyn Nets si sono presentati ad Orlando con una squadra decimata dalla pandemia. Dopo le tre amichevoli disputate sembra evidente che quello a disposizione di coach Jacque Vaughn sia il peggiore dei 22 roster che si trovano all’interno della bolla. Era difficile immaginarsi qualcosa di meglio delle due sconfitte ed una vittoria ottenute, soprattutto dopo la prima di queste tre sfide: i Pelicans hanno infatti sovrastato atleticamente e tecnicamente i bianco-neri di New York con una facilità impressionante. Un 99-64 senza diritto di replica, che ha messo fin da subito in luce le difficoltà che ha il team nel costruire delle trame offensive che possano risultare quantomeno convincenti. Senza un creatore di gioco primario, Caris LeVert non lo è se non in minima parte, la squadra ha sbattuto e sbandato contro la convincente difesa di NOLA.

Contro i San Antonio Spurs (vittoria per 124-119) e gli Utah Jazz (sconfitta per 112-107) è stato ben visibile quello che è il problema centrale del team da ottobre a questa parte: la difesa. L’incapacità di Allen di cambiare sul pick&roll ha causato diverse grane alla difesa dei Nets, che sono stati dominati a rimbalzo. Contro Rudy Gobert era piuttosto preventivabile ma concedere 10 rimbalzi offensivi alla coppia Poeltl-Eubanks è un dato che deve far riflettere e non poco. Più in generale, una delle mancanze più gravi della squadra è l’assenza di timing nella transizione difensiva. Non sono pochi i giocatori che presi singolarmente sono degli ottimi difensori ma che in questo contesto stanno rendendo al di sotto delle aspettative. Tra incomprensioni e cambi non avvenuti, i bianco-neri continuano a soffrire da pazzi nella propria metà campo.

Un altro grattacapo per Vaughn riguarda il tiro da dietro l’arco: 8/32 contro NOLA, 14/44 contro gli Spurs e 10/28 contro Utah. Joe Harris, che non ha disputato la prima, ha tirato solo 7 volte da tre (2/7), numeri troppo esigui per quello che deve essere la seconda bocca di fuoco della squadra. Avendo pochissimi tiratori in pull-up, per i Nets diventa vitale disegnare degli schemi per liberare l’arco, finora ci sono riusciti molto poco e i dati sono ben visibili.
In sostanza, le carenze della squadra non hanno fatto altro che ampliarsi a causa delle assenze e di questo periodo di astinenza dal basket giocato.

Come prevedibile, Caris LeVert ha recitato il ruolo di stella, seppur con alterne fortune. L’ipotesi peggiore è quella di non arrivare neppure ai playoff, la migliore quella di arrivare settimi nella Eastern Conference e la più realistica è quella di centrare l’ottava piazza e beccarsi uno sweep pulito dai Bucks. In mezzo a tutti questi scenari però va sempre messo al centro LeVert, sia che si decida di tenerlo in squadra come terzo violino per la prossima stagione, sia che si cerchi di scambiarlo per arrivare alla tanto desiderata terza star. Nel primo caso risulterebbe utile in quanto fornirebbe un’ulteriore dose di leadership ad un giocatore che ha già dimostrato di avere carisma, nel secondo perché farebbe aumentare il suo valore sul mercato.

 

Nota di merito a Tyler Johnson. Unito al roster proprio per far fronte alle numerose assenze, il playmaker si è ritagliato molto bene il proprio spazio. Dopo essere rimasto in panchina contro i Pelicans, l’ex Miami Heat è stato uno dei migliori nella vittoria contro gli Spurs e non ha fatto male neppure contro Utah. Quando LeVert è in panchina è lui ad avere costantemente la palla tra le mani ed è decisamente uno dei mali minori per i Nets. Il successo della franchigia newyorkese (e l’insuccesso) passa proprio dalle loro mani: con una difesa fatiscente, l’unica piccolissima, speranza a disposizione di Harris e compagni è quella di realizzare più punti degli avversari.

 

Dallas Mavericks

Ritornano i Mavs e ripartono da dove avevano concluso, con Luka Doncic come centro gravitazionale. Dopo una prova guardinga contro i Lakers da 14 punti, 5 rimbalzi e 6 assist in 16 minuti, lo sloveno ha sfiorato la tripla doppia nella sfida con Indiana chiudendo a 20 punti, 11 rimbalzi e 9 assist in soli 24 minuti.

 

Nonostante le ottime prestazioni ed una condizione fisica apparsa fin da subito di buon livello, i Mavs hanno lavorato per evitare lunghi minuti di hero-ball alla loro giovane stella. L’alto minutaggio di J.J. Barea va analizzato soprattutto in quest’ottica: in pieno stile Carlisle, Dallas ha tentato spesso una soluzione con il portoricano su un lato, ribaltando solo successivamente per Luka in caso di fallimento. Molti giochi sono stati eseguiti ad un ritmo molto alto, dunque non è stato raro vedere banali palle perse di tanto in tanto.

Tra i giocatori apparsi più in forma è impossibile non citare Seth Curry, letteralmente infallibile contro i Lakers con un 8/8 dal campo, 1/1 ai liberi e soprattutto 6/6 dall’arco.

 

Al di là della singola gara, Seth si conferma un giocatore sempre più importante nell’economia dei Mavericks anche grazie ad un preciso tiro dal palleggio dalla media distanza, che gli permette di andare oltre alla dimensione di mero sharpshooter. Bene anche Kleber, sia dal punto di vista realizzativo che nella sua capacità di cambiare sui piccoli, molto preziosa in ottica playoff; si segnala anche un Justin Jackson in lenta ma costante ascesa dopo periodi molto difficili in Regular Season.

Capitolo Porzingis: il lettone ha giocato 15 minuti non brillanti contro i Lakers per poi non scendere nemmeno in campo contro i Pacers. La sua stazza e la non felice storia clinica lasciavano presagire una difficoltà maggiore rispetto ai compagni nel tornare al massimo della forma, ma certe amnesie difensive contro JaVale McGee, non esattamente Olajuwon, hanno fatto scendere i brividi lungo la schiena dei suoi tifosi. Fortunatamente KP ha a disposizione una buona manciata di partite per tornare ai suoi livelli, anche alla luce della maggior fiducia concessa da Carlisle a Boban Marjanovic.

Il livello di gioco ed il ristrettissimo campione di partite non sono ovviamente sufficienti a dare valutazioni definitive ma Dallas sembra aver cercato un equilibrio tra il consolidamento delle certezze ed alcuni esperimenti, la cui replicabilità in postseason è ancora tutta da vedere.

 

Denver Nuggets

In questo stint di 3 partite amichevoli i Nuggets hanno affrontato i Washington Wizards, i New Orleans Pelicans e gli Orlando Magic. Denver è stata una delle franchigie più colpite dalla situazione COVID-19, con titolari e giocatori di rotazione come Gary Harris, Michael Porter Jr e Monte Morris che hanno raggiunto la bolla di Orlando a cavallo tra la seconda e la terza “amichevole”.

Coach Mike Malone ha così potuto sperimentare quintetti che non vedremo probabilmente mai quando le partite conteranno. Ovviamente, vista la situazione di rotazione e visti i ritmi blandi di questi scrimmage, l’attrazione principale dei Nuggets le prime due partite è stata solo una: Bol Bol.

Partiamo dalla partita con i Wizards, nella quale i Nuggets sono scesi in campo col quintetto più alto di tutti i tempi: Nikola Jokić, Jerami Grant, Paul Millsap, Mason Plumlee e Bol Bol. Dalla panchina la scelta era abbastanza forzata con Tyler Cook, Troy Daniels (unico giocatore sotto ai 2 metri di altezza ad entrare in campo) e Noah Vonleh; mentre per ragioni precauzionali Jamal Murray e Will Barton sono rimasti in panchina, così come contro i Pelicans.

Tutto da prendere con le pinze, assolutamente, ma l’impatto di Bol al suo debutto in NBA è stato molto rumoroso: 16 punti, 10 rimbalzi e 6 stoppate. Seppur contro un roster dei Wizards non al completo, seppur a ritmi e intensità ben lontani da quelli di Regular Season e Playoff, Bol ha dimostrato di essere un prospetto più che interessante: oltre al talento, che conosciamo tutti, la cosa più importante dal mio punto di vista è stata vederlo giocare 68 minuti in 2 partite.

Le partite contro Pelicans e Wizards sono servite anche per vedere come provare a “nascondere” Bol in difesa e Malone ha, per questo, schierato la zona 2-3: in punta Grant e Millsap/Craig, Bol in mezzo e Jokić – Plumlee agli angoli. Questo sistema è stato decisamente più efficace contro una squadra non troppo pericolosa dall’arco come i Wizards (soprattutto senza Beal e Bertans), meno efficace invece contro i Pelicans che, soprattutto nel primo tempo, continuavano a trovare il canestro dalla lunga senza troppi problemi.

Il minimo comune denominatore tra queste amichevoli è stato il numero di palle perse: troppe ma comunque preventivabili, vista la mancanza di veri ball-handler nelle prime due partite e vista la poca brillantezza di Jokić durante queste amichevoli.

L’ultima partita con i Magic ci ha permesso anche di rivedere all’opera Michael Porter Jr: il ragazzo sembra star bene e, anzi, sembra sempre più pronto fisicamente. Sicuramente è stato il migliore contro Orlando insieme a Murray, fin dall’inizio della partita è partito a mille in un momento difficile per i Nuggets a livello realizzativo.

 

L’unica certezza in queste tre amichevoli rimane Jerami Grant: il ragazzo è speciale, quest’estate in tanti lotteranno per riuscire a firmarlo.

 

Houston Rockets

Westbrook con il Covid-19, Harden che posticipa l’entrata nella bolla ed il nuovo acquisto Luc Richard Mbah a Moute anche lui alle prese col Covid-19. Non un inizio semplicissimo per gli Houston Rockets, ormai sempre più decisi verso il loro credo “se sei un lungo non puoi giocare con noi”, come testimoniano il taglio di Isaiah Hartenstein e gli zero minuti giocati da Tyson Chandler in queste prime amichevoli, nonostante sia il primo ed unico lungo a roster.
Le idee radicali di D’Antoni si manifestano anche nel minutaggio elevato di James Harden (36 contro i Grizzlies) e nella gestione delle rotazioni. Entrambe le due star dei Rockets, però, sono sembrate in forma e subito aggressive e competitive.

Interessanti le scelte di D’Antoni, con Gordon palla in mano quando le due star sono fuori ed un movimento di palla assolutamente notevole ed inusuale per la squadra texana.

 

Un altro aspetto curioso è legato alla scelta di D’Antoni di promuovere Eric Gordon a starter*, con Danuel House che partirà dalla panchina: vedremo se pagherà nel lungo termine e, soprattutto, chi giocherà i finali di partita.

 *Eric Gordon ha si è girato la caviglia questa notte ed è in dubbio per la prima di regular season.

 

Indiana Pacers

Gli scrimmage di Indiana avevano come obiettivo quello di saggiare le condizioni di Brogdon dopo la sua esperienza Covid, quelle di un Oladipo (forse definitivamente convinto di essere della partita) e di capire gli effetti dell’assenza di Sabonis, quest’ultimo col rischio di aver già terminato la propria stagione.

Non si può dire che i Pacers siano particolarmente fortunati, ma la partita contro Dallas ha visto un ritmo più alto con Warren schierato da 4 e finalmente Brogdon e Oladipo sono sembrati maggiormente complementari, con il primo a sfruttare con tiri sugli scarichi le iniziative del secondo. Anche Myles Turner ha dato segnali confortanti, con ben 15 punti in 24 minuti e solo 8 tiri. Difensivamente, specialmente a rimbalzo, l’assenza dell’All-Star lituano potrà farsi sentire, ma puntare sulla corsa potrebbe regalare soddisfazioni importanti ai ragazzi di Coach McMillan.

 

LA Clippers

Tre partite di preseason abbastanza complesse da giudicare e che non ci hanno rivelato molto della condizione della squadra di LA. Con le numerose defezioni e giocatori in entrata e in uscita dalla bolla tra un’amichevole e l’altra, si è visto un timido tentativo di recuperare ciò che si era lasciato a marzo.

Tra i giocatori degni di nota emerge Paul George, che sembra finalmente aver recuperato bene dagli infortuni; Lou Williams, che prima di uscire ha fatto vedere una ritrovata esplosività sul primo passo e Reggie Jackson, che sembra essersi inserito alla perfezione: la luna di miele con il giocatore ex-Pistons continua.

 

Kawhi Leonard è sembrato abbastanza appesantito e molto lontano dall’eccellente forma raggiunta tra febbraio e marzo, e in generale ha tirato con percentuali orride. Ricordando la (vera) preseason possiamo ancora stare tranquilli, sappiamo ormai che al giocatore importa davvero poco di queste amichevoli e saprà presumibilmente farsi trovare pronto per l’inizio dei PO.

C’era curiosità anche per l’esordio in maglia Clippers di Joakim Noah: il lungo francese ha stupito per le sue qualità di passatore e bloccante ma ha fatto fatica in difesa, in particolare nella lettura delle rotazioni difensive e negli scivolamenti laterali.

 

Los Angeles Lakers

Quel che abbiamo visto in queste prime tre partite è, principalmente, una riconferma di ciò che già era stato fatto vedere in stagione. Starting five con Davis da 4 e McGee da 5, LeBron come PG e Kuzma sesto uomo, ma non solo. L’allenatore dei Lakers ha anche sperimentato, ed il risultato è stato quasi sempre positivo. Le maggiori rivoluzioni hanno riguardato il reparto guardie. Vista l’assenza di due esterni (Rondo e Bradley), Vogel ha dovuto fare aggiustamenti: KCP in quintetto, mentre al comando della second unit, a turno, ci sono stati Cook, Caruso e Waiters.

Se l’assenza di Bradley può essere un problema ai PO, non lo è l’assenza di Rondo. Il duo Alex-Dion (Cook difficilmente avrà minuti ai PO), affiancati magari a Davis, può sopperire alle mancanze di creazione dal palleggio in assenza di LeBron ed entrambi sono un fit migliore rispetto al numero #9, dato che possono giocare sia on che off the ball: questo significa migliori spaziature e maggiore pericolosità da 3.

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Nonostante le chiavi della regia siano in mano a Caruso e Waiters, il leader della second unit rimane Kuzma. Vogel e LeBron nutrono grandi aspettative su di lui ma al momento rimane troppo incostante: nella partita contro i Mavericks ha alternato discrete scelte offensive ad altre pessime senza mai prendere il controllo della partita; contro i Magic al contrario era on fire e le sue triple sono state importanti. Difensivamente ancora non ci siamo ma già si può vedere un miglioramento nell’effort (che purtroppo non è abbastanza).

Peggio invece Jr Smith: nelle prime due amichevoli è risultato fuori forma ed un passo indietro agli altri; nella terza, viste anche le responsabilità maggiori, si è un po’ riscattato. Sicuramente potrà tornare utile in certe situazioni ma, come visto in questi scrimmage, ha una autonomia limitata e non sempre è on fire, risultando quindi più dannoso che utile.

In definitiva, i Lakers hanno mostrato buone cose in questa serie di amichevoli, confermando i vari punti di forza e andando a rattoppare alcune mancanze e difetti come lo spot di PG. Sfortunatamente Markieff Morris lo si è visto solo nel primo quarto della terza gara, quindi una valutazione su di lui è difficile.

 

Memphis Grizzlies

I Grizzlies si preparano alla ripresa della stagione con l’obiettivo di mantenere l’ottavo posto conquistato nelle 65 partite di regular season precedenti allo stop e andare ai playoff dopo l’ultima apparizione datata 2017.

L’avventura dei Grizzlies nella bolla di Orlando non è iniziata nel migliore dei modi in quanto Winslow ha rimediato un infortunio all’anca, che lo costringerà a rinviare il debutto con la nuova maglia alla prossima stagione: c’era molta curiosità tra i tifosi su come il prodotto di Duke si sarebbe potuto inserire nello scacchiere di coach Jenkins e la speranza che Winslow potesse avere un impatto immediato fin da subito.

 

L’assenza dell’ex giocatore degli Heat rende più decifrabili le rotazioni che Jenkins e il suo staff impiegheranno in queste 8 partite e nell’eventuale play-in: Kyle Anderson andrà a completare il quintetto con Morant, Brooks, Jaren Jackson Jr. e Valanciunas; Jones, Melton, Josh Jackson, Brandon Clarke e Dieng usciranno dalla panchina.

I Grizzlies arrivano a questo appuntamento con un roster abbastanza lungo e Jenkins, in caso di necessità di shooting, potrà dare minuti anche ad Allen e Tolliver, rifirmato fino a fine stagione dopo che era stato ingaggiato con un contratto di 10 giorni poco prima dello stop della regular season.

Il trend più interessante delle gare di scrimmage è quello riguardante il volume di triple dei reclutant shooters dei Grizzlies come Melton e Kyle Anderson, che in queste 3 partite hanno tirato rispettivamente 7-12 e 6-15 da tre punti: è lecito attendersi che le difese avversarie, in sfide in cui ci saranno tanti aggiustamenti in stile playoff, possano lasciare loro la tripla e limitare le scorribande al ferro di Morant.

L’unico giocatore che desta qualche preoccupazione in vista della ripresa della stagione è Jaren Jackson Jr., che sia con i Rockets che con gli Heat è uscito per falli: il numero 13 è troppo importante per le dinamiche offensive e difensive di questa squadra e il suo impatto è uno di quegli aspetti che potrebbe decidere la stagione dei Grizzlies.

Il jolly giocabile da Jenkins potrebbe essere Josh Jackson: nel caso in cui dovesse confermare la striscia positiva al tiro registrata dopo l’All Star Game, l’ex giocatore dei Suns diventerebbe il complemento perfetto sia per gli starters che per la second unit.

 

Miami Heat

Complice l’assenza di Bam Adebayo, coach Spoelstra ha deciso di affidarsi maggiormente a Kelly Olynyk nelle prime due uscite dei Miami Heat. Il prodotto di Gonzaga, dopo una stagione molto altalenante in cui non è mai riuscito a inserirsi stabilmente nelle rotazioni, ha dimostrato di poter tranquillamente far parte di questo gruppo: in circa 25 minuti di media, Olynyk ha viaggiato a 19.5 punti, 7 rimbalzi e 3 assist con il 57% dal campo, mostrando ampi sprazzi della sua intelligenza cestistica, che potrà essere molto utile agli Heat in chiave Playoffs.

 

Purtroppo, con il ritorno di Adebayo per l’ultima amichevole, Olynyk ha visto la partita dalla panchina per la maggior parte del tempo, salvo entrare in campo nel garbage-time e segnare 12 punti, il che non fa ben sperare per l’imminente ripresa della regular season.

L’altra faccia della medaglia, ovvero l’assenza di Adebayo, è piuttosto preoccupante: senza il centro neo-All-Star, Miami ha faticato tantissimo in difesa e ha subito molto la fisicità degli avversari (contro i Jazz Gobert ha chiuso con 21 comodissimi punti con 8/9 dal campo); inoltre, nel caso in cui a Bam dovesse servire più tempo per il previsto per tornare in forma, gli Heat non avrebbero alcuna alternativa sotto canestro.

 

Milwaukee Bucks

I Bucks hanno approcciato le tre amichevoli di Orlando con due obiettivi principali: rientrare in forma velocemente per blindare il miglior record della lega, dato che lo stesso Antetokounmpo ha confessato di essersi sentito stanco nei finali di partita, e rimettere in ritmo i tiratori. Per stessa ammissione di Korver, coach Budenholzer ha dato ordine di tirare in continuazione senza paura e, in generale, di sentirsi liberi di provare giocate anche rischiose.

 

Se il primo posto a Est non sembra in discussione, buona parte delle speranze dei Bucks di arrivare in fondo ai playoff passano dalla precisione nel tiro dall’arco, per non permettere a nessun avversario di chiudere l’area a Giannis scommettendo sulle percentuali dei tiratori, come avvenuto nella sconfitta con Toronto nelle ultime finali di conference. In effetti le polveri sono sembrate un po’ bagnate, come testimoniato dai due airball di Korver, ma queste partite sono servite prevalentemente per ricominciare a respirare l’aria della competizione e mettere benzina nelle gambe.

Sono arrivate buone indicazioni soprattutto da Brook Lopez, che è stato importantissimo sia dal punto di vista difensivo che con le sue percentuali dall’arco, e Hill, che ha spesso giocato da portatore di palla primario in assenza di Bledsoe, oltre a Matthews, solito mastino in difesa.

Per il resto coach Bud ha sperimentato molto, usando Sterling Brown da playmaker o mettendo in campo contemporaneamente i due gemelli Lopez, ma sono state situazioni legate più al clima poco agonistico delle amichevoli e probabilmente lasciano il tempo che trovano.

 

New Orleans Pelicans

Queste tre partite amichevoli non ci hanno dato l’opportunità di vedere all’opera il pezzo da 90 di questi New Orleans Pelicans, Zion Williamson, la cui foto post lockdown aveva suscitato molto interesse nei suoi confronti. Da oggi, dopo aver “scontato” i 4 giorni di quarantena per essere uscito dalla bolla, potrà di nuovo allenarsi con la squadra in vista dell’esordio di giovedì notte contro gli Utah Jazz.

Nonostante ciò, NOLA ha messo in mostra un ottimo basket (sempre prendendo con le pinze quanto visto da questi scrimmages), registrando tre vittorie nette in altrettante partite, rispettivamente contro Brooklyn, Denver e Milwaukee. I Pelicans sono ripartiti dove avevano lasciato, in continua crescita e a caccia dell’ottavo posto: ad oggi sono i favoriti per giocarsi il play-in e probabilmente anche per vincerlo.

 

New Orleans ha potuto contare ancora una volta su Brandon Ingram, che nei pochi minuti giocati ha mostrato fiducia nel tiro dall’arco, oltre ad un vasto arsenale di movimenti e tiro dal mid-range. Ingram ha sempre punito la drop coverage del lungo nei pick&roll: sarà la chiave nella partita d’esordio contro Utah, con Gobert che predilige questo tipo di difesa. Quel tiro gli sarà concesso per tutta la partita.

Da segnalare un ottimo Nicolò Melli, ormai primo lungo in uscita dalla panchina: dopo i problemi di adattamento iniziali, coach Gentry e compagni hanno speso più volte parole di stima per l’ala di Reggio Emilia. Fondamentali saranno le sue capacità di aprire il campo e leggere il gioco, soprattutto quando dividerà il campo con Zion, coppia usata molto da Alvin Gentry prima della sospensione del campionato.

Ottimi lampi si sono visti anche dai più giovani come Jackson, Hayes e Alexander-Walker: sebbene il loro apporto sarà minimo, avere una squadra lunga è un ottimo segnale per il presente e futuro di New Orleans.

Un roster (al completo) da playoff e il calendario più facile sulle ultime 8 partite rimaste dovrebbero essere la ricetta perfetta per garantirsi almeno la possibilità di giocarsi l’ottavo posto attraverso il play-in e, francamente, sarei sorpreso se fallissero questo obiettivo.

 

Oklahoma City Thunder

Per quanto i Celtics fossero privi di Walker e i Sixers di Embiid, i Thunder hanno fatto vedere in generale un discreto gioco offensivo e un buon movimento di palla, mostrando anche buona volontà in difesa.

La prima buona notizia per Oklahoma City è che Steven Adams è in forma: incontenibile a rimbalzo offensivo, è stato il migliore per i suoi contro Boston, segnando 17 punti e collezionando ben 4 rimbalzi offensivi su 7 totali in un solo tempo. La difesa approssimativa della squadra di Brad Stevens l’ha facilitato ma Steven ha dimostrato le sue solite doti di posizionamento a rimbalzo offensivo e di bloccante, mentre in difesa non è mai rimasto indietro, sintomo di una buona condizione fisica.

Anche contro Philadelphia, sebbene abbia sofferto contro Horford, ha dimostrato di essere ritrovato fisicamente. Un paio di letture palla in mano hanno dimostrato che il talento da playmaker c’è, mentre l’abilità da rollante e bloccante non è venuta meno. È stato fisicamente incostante per tutta la stagione, ma quando Steven Adams è in forma è un giocatore molto utile.

La notizia più bella di questa pre-season è che Andre Roberson è tornato, ed è discretamente in forma. È il difensore più intelligente a roster e per chiunque è complicatissimo batterlo: contro Philadelphia non ha sbagliato una singola rotazione e, dopo oltre 30 mesi fuori dai parquet della NBA, Andre sembra ritrovato. Il numero 21 ha anche messo a segno anche 3 triple in due partite.

Vi ricordate di Luguentz Dort? Il rookie undrafted ha firmato finalmente un contratto garantito per 4 anni e può allenarsi a tempo pieno coi compagni senza fare la spola con la G-League. I risultati sono sotto agli occhi di tutti: oltre alla buona difesa e ad una buona confidenza al tiro da tre, Billy Donovan ha provato a usare Lu come portatore di palla primario, con buoni risultati. La visione di gioco non è elitaria ma il canadese ha un buon ball-handling, con cui sa attaccare bene il ferro: notate la giocata finale contro Mathysse Thybulle, non il primo arrivato in difesa.

Ha sorpreso molto in positivo Darius Bazley, il rookie draftato al primo giro. Il classe 2000 è un eccellente difensore, che può marcare almeno 3 ruoli, e un buon rim protector. La sua tipica azione è stop difensivo e corsa al ferro, e sembra migliorato anche in questo. Sa palleggiare piuttosto bene per essere un 4, e se prende ritmo può far male anche da fuori. Se prende fiducia in se stesso e nelle sue ottime capacità diventa un buon role player, come ha dimostrato con grandi giocate in difesa e con un paio di tiri da fuori contro i Sixers. Il potenziale è veramente buono, e i Thunder sperano di poter contare molto sul suo sviluppo.

Un’ultima considerazione va fatta sul carattere della squadra. Famosi per le loro rimonte, i Thunder hanno vinto contro Philly rimontando dal -24, e senza i titolari in campo, per via del load management. La voglia di vincere a tutti i costi di Dort, Diallo, Roberson, Bazley e Noel è forse l’indicazione più preziosa per Donovan.

 

Orlando Magic

Come cambia la squadra col ritorno di Jonathan Isaac? Assente dal 2 gennaio, nella scorsa notte il numero 1 dei Magic è tornato a farsi vedere per 7 minuti dell’ultima partita amichevole contro i Nuggets, durante i quali ha messo a segno ben 13 punti, 7 rimbalzi e 2 palle rubate, con un ottimo 2/2 da tre punti.

 

Ancora per un po’ i suoi minuti saranno purtroppo limitati ma con l’inizio dei playoff potrebbe tornare a pieno regime, ed è lì che la stagione di Orlando potrebbe avere davvero una svolta.

Come sappiamo, Isaac è un assoluto prodigio sul lato difensivo (tanto che senza quel brutto infortunio sarebbe certamente finito in un quintetto All-Defensive) ma se anche il suo gioco offensivo dovesse continuare a migliorare nel corso della rimanente stagione, Si aprirebbero scenari interessanti.

Nella prima parte della stagione i Magic hanno avuto molta difficoltà in attacco, rimanendo la solita squadra decisamente affidabile nell’altra metà campo. Dal momento della perdita di Isaac in poi, invece, le statistiche si sono capovolte e i Magic si sono ritrovati ad essere il miglior attacco della lega, al netto di una difesa visibilmente peggiorata.

Se il ritorno di Isaac segnerà anche di pari passo il ritorno dell’ottima difesa corale di Orlando e se la palla continuerà a girare nella metà campo offensiva come fatto vedere negli ultimi mesi di Regular Season, a mio avviso i Magic potrebbero rivelarsi una piacevole sorpresa.

 

Philadelphia 76ers

Ben Simmons ha tirato da tre. Non una ma ben due volte nel corso della stessa partita, la prima uscita amichevole ad Orlando. E nel secondo tentativo ha fatto pure canestro. Questa è la grande notizia che esce dal camp Sixers installato a Disneyworld. Poi, dopo cotanto sforzo, si è riposato ma solo dall’arco, intendiamoci, perché per il resto è stato un ossesso, il buon Ben.

 

Ma andiamo con ordine. I rumors della vigilia sono stati confermati: con Shake Milton in quintetto, Ben Simmons è passato alla posizione di quattro, con licenza d’inventare. Libero da compiti di costruzione ha potuto dispiegare la transizione a piacimento, con effetti spesso devastanti.

 

Grazie a questa maggiore libertà si è fatto trovare spesso al gomito in attacco, dove ha sciorinato aperture per i compagni, oppure ha comandato giochi a due da rollante in vena di percussioni.

È evidente il lavoro d’allenamento che lo fa transitare dall’angolo, dove, quando non ha provato la conclusione, ha comunque creato spaziature, mai viste a Philly durante la stagione.

Al di là dell’attacco, a tratti ancora comprensibilmente macchinoso e da lubrificare, è il reparto difensivo – attento e fastidioso – a far girare l’inerzia positiva in favore dei Sixers. Mani attive, reazioni rapide, sabotaggi continui. Così si spezza il ritmo avversario, così si accumulano vantaggi. La fase difensiva, banale dirlo, ai playoff vale doppio.

 

L’esperimento Shake sembra funzionare, con Milton in controllo, attento a non strafare. Il ballhandling è magari da rivedere, il tiro però c’è ancora. Josh Richardson sembra rinfrancato e pure Al Horford sta ritrovando un passo ed un tocco accettabile. Joel Embiid si è visto poco: prevale la voglia di preservarlo.

Tra le liete sorprese, il rookie-director Matisse Thybulle. Sempre pestifero nelle deflection, spettacolare il giusto in una schiacciata enfatica su Jaren Jackson Jr. Un pieno di energia.

 

Quella energia che serve imbottigliare per le settimane che verranno. Intanto, so far so good, Sixers.

 

Phoenix Suns

Ne avevo parlato anche durante la puntata degli Alternative Awards di The ANDone Podcast: ero e sono estremamente curioso di vedere cosa possa fare Mikal Bridges senza Kelly Oubre in campo.

Nessuno dubita della dimensione difensiva di Bridges, di gran lunga il miglior difensore della squadra, sia di sistema che in 1vs1. Quello che voglio vedere da Bridges è aggressività offensiva (dopo aver già dimostrato efficienza in regular season), e in queste partite amichevoli non sono certo rimasto deluso: 14 punti con 9 tiri in 24 minuti nella prima, 16 punti con 13 tiri in 28 minuti nella seconda e 26 punti con 12 tiri nella terza.

 

Bridges è sembrato a suo agio nell’attaccare il ferro con costanza e tutti, da Rubio a Monty Williams, hanno detto di essere sì contenti dei miglioramenti di Mikal, ma di aspettarsi ancora molto di più date le prestazioni in allenamento. Vedremo in queste 8 partite la trasformazione di Mikal Bridges in potenziale terzo violino dei Suns che stanno crescendo? Questo potrebbe essere un tema particolarmente interessante, dato che stiamo entrando nell’ultimo anno di contratto di Kelly Oubre Jr.

 

Portland Trail Blazers

I Portland Trail Blazers sono tra le squadre che non si possono permettere un passo falso in questa regular season. In queste prime amichevoli, nonostante le sconfitte contro Raptors e Pacers (l’ultima contro OKC non la contiamo, tenendo in considerazione dell’assenza sia di Lillard che di McCollum), i segnali mostrati in attacco in difesa sono stati buoni.

Jusuf Nurkic, al rientro dall’infortunio, è sembrato in ottima forma, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista del gioco: il pick&roll con Damian Lillard è sembrato essere quello dei bei tempi.

 

Per far capire quanto queste amichevoli contino poco, Coach Stotts ha addirittura provato per spezzoni della seconda amichevole la coppia Nurkic-Whiteside, con Nurkic nel ruolo di facilitatore alla Draymond Green. Che dire a riguardo? Tutto può succedere in queste amichevoli, ma eviterei in regular season.

Un giocatore poco sconosciuto ma che invece ha stupito è Wen Gabriel, che nella partita inaugurale contro i Pacers ha dominato in difesa con quattro stoppate di cui due consecutive:

 

Nonostante la presenza di “Skinny Melo”, la perdita di un giocatore come Ariza potrebbe essere cruciale nella lotta all’ottavo posto ad Ovest: staremo a vedere chi ne uscirà vincitore!

 

Sacramento Kings

Sacramento sta vivendo l’ultimo atto di questa assurda stagione di NBA in modo ancora più surreale rispetto alle altre 19 franchigie: tra infortuni – troppi -, casi positivi e giocatori “distratti” che contravvengono alle leggi della Bolla, preparare una run che conduca ai playoff diventa molto complicato. Non vuole essere una giustificazione alle probabili brutte figure che vedranno coinvolti i Kings, quanto una doverosa precisazione.

In ogni caso, queste tre amichevoli hanno lasciato più dubbi che certezze: dalle sconfitte con Bucks e Heat è emerso un fragile sistema difensivo, non in grado di reggere la prepotenza fisica di altre squadre più attrezzate, in difficoltà a gestire pick&roll e pigro nel chiudere i tiri dal perimetro. Tanti, troppi tiri aperti concessi.

 

Nella vittoria con i Clippers sono invece venuti a galla aspetti positivi su cui Walton lavora da inizio stagione: un buon giro palla, molte triple tentate (una media di 40 a partita), poche forzate (se non dai giocatori più importanti ) e percentuali in crescita (35% in media). Manca ancora la condizione per alcuni – Fox su tutti, ma anche Barnes – e mancano alcuni giocatori ancora ai box – Bagley e Len. In crescendo le prestazioni di Giles: fondamentale recuperarlo vista la poca presenza a rimbalzo dei lunghi disponibili (solo contro i Clippers i Kings hanno catturato più rimbalzi degli avversari, non a caso nell’unica vittoria e non a caso nella miglior prestazione a rimbalzo di Harry).

 

Non sono in generale positivi i segnali in vista delle prossime 8 sfide, specialmente in difesa dove sono concesse troppe libertà agli avversarsi e troppi punti (112 a partita, a fronte dei 109 prodotti). 

 

San Antonio Spurs

Arrivati a Orlando con un record di 27 vittorie e 36 sconfitte, i San Antonio Spurs non sono certo tra i favoriti a strappare un biglietto per la postseason. Ciò non sembra preoccupare particolarmente il coaching staff, che vede nelle prossime partite un’ottima occasione per continuare lo sviluppo dei tanti giovani a roster, lasciando loro più libertà di quanta ne abbiano avuta durante il resto della stagione.

Nel primo scrimmage gli Spurs, allenati per l’occasione dalla assistant coach Becky Hammon, hanno affrontato i Bucks in quella che è stata una partita quasi a senso unico, rimasta in bilico nel primo tempo e poi sostanzialmente dominata da Milwaukee nella seconda metà di gara.

La seconda amichevole, molto più combattuta, ha visto San Antonio arrendersi contro i Nets solamente nei minuti finali dopo una partita quantomeno più avvincente della precedente.
La novità principale vista nelle due gare è stata la partenza in quintetto di Dejounte Murray e Derrick White. Le due guardie formano potenzialmente uno dei migliori backcourt difensivi dell’intera lega ma, a causa della riluttanza di entrambi nel tiro da fuori, hanno giocato pochi minuti insieme durante la stagione.

White è quello dei due che più ha brillato nelle due amichevoli, mostrando molta fiducia nel suo tiro dalla distanza, prendendosi triple dal palleggio e in uscita dai blocchi con buone percentuali (5/11 complessivo nelle due gare). Dejounte ha invece finora deluso le aspettative, spesso penetrando in area a testa bassa finendo per schiantarsi contro il rim protector avversario, oppure accontentandosi di tiri forzati dalla media distanza. La convivenza tra i due passa obbligatoriamente dai miglioramenti offensivi di entrambi e per ora i risultati sono stati altalenanti.

 

Altra nota positiva emersa dalle due amichevoli è il minutaggio del rookie Keldon Johnson. Il prodotto di Kentucky, dopo aver passato gran parte della stagione in G-League, ha giocato quasi 20 minuti a partita, durante i quali ha dato sfoggio della sua impressionante capacità di finire al ferro e delle sue grandi doti difensive, soprattutto in single coverage.

È stato interessante notare come il coaching staff stia provando ad esplorare le sue doti palla in mano, principalmente in situazioni di semi-transizione durante le quali cattura il rimbalzo difensivo per poi penetrare nell’area avversaria, riuscendo a concludere al ferro o a scaricare ad un compagno sul perimetro. Keldon ha dimostrato di avere una buona visione e di saper eseguire passaggi non banali, se saprà consolidare questo aspetto del suo gioco sarà una parte fondamentale del futuro degli Spurs.

 

Gli altri giovani complessivamente non hanno brillato particolarmente: Lonnie Walker deve migliorare la shot selection se vuole guadagnarsi un minutaggio consistente, anche se ha dimostrato di saper reagire positivamente alle critiche e agli aggiustamenti richiestigli dal coaching staff; Jakob Poeltl è parso un po’ arrugginito, dando comunque il suo contributo in termini di rimbalzi e difesa del pitturato; Luka Samanic è, purtroppo, ancora molto acerbo e non ha ancora avuto modo di veder il campo con continuità.

Nel complesso i problemi degli Spurs sono gli stessi che abbiamo visto fino a marzo: cattiva difesa, poco spacing e troppi cali di concentrazione durante il corso delle partite. Personalmente non credo che i playoff siano alla portata ma sono convinto che sia importante per i giovani fare esperienza e creare chimica tra loro, e la bolla di Orlando è un’ottima occasione per porre le basi sulle quali poggerà il futuro di San Antonio.

 

Toronto Raptors

I campioni in carica hanno subito dimostrato di essere in forma con due vittorie importanti e convincenti nelle prime due amichevoli.

Nonostante l’assenza di Marc Gasol, contro i Rockets Serge Ibaka ha dato vita ad un vero e proprio show offensivo, realizzando ben 18 punti in soli 17 minuti, con 8/10 dal campo e 2/3 dalla lunga distanza. Lo stesso Ibaka ha dichiarato in conferenza stampa di essersi allenato molto nel tiro da 3 durante questi mesi di lock down, identificando il tiro da 3 punti come la vera discriminante in ottica playoff.

I Raptors, inoltre, hanno ritrovato il giro-palla mostrato a più riprese durante la Regular Season, come possiamo notare dai 25 assist su 36 canestri segnati nella prima amichevole.

Il ritorno di Marc Gasol contro i Blazers, seppur con minutaggio limitato, è un fattore importante in ottica playoff. Il centro spagnolo non giocava da gennaio.

 

Primi sprazzi di agonismo in quel di Orlando

 

Un’ultima considerazione da fare in casa Raptors riguarda Og Anunoby: l’esterno dei Raptors ha mostrato di poter portare palla, deliziandoci con una serie di crossover interessanti e con delle letture mai viste prima.

 

Utah Jazz

L’operazione al polso destro di Bojan Bogdanovic costringe i Jazz a doversi reinventare in questo finale di stagione ad Orlando, già turbolento per le questioni di spogliatoio non ancora del tutto risolte. L’assenza del croato (20 punti di media col 41% da tre) è davvero penalizzante per una serie di motivi: la gravità che crea in campo, la capacità di essere efficiente dalla lunga distanza con un numero alto di tentativi, la sua freddezza nei momenti chiave. L’aspetto però più sottovalutato è che la sua perdita rende la squadra più piccola del solito, creando un grattacapo a Snyder e al suo staff.

Nella NBA di oggi tantissime squadre decidono di andare small per lunghi tratti o sin dall’inizio, come ad esempio gli Houston Rockets, ma, a differenza di queste realtà, i Jazz non hanno esterni che brillano per un fisico eccezionale o doti difensive fuori dal comune. Royce O’Neale è il miglior difensore sugli esterni e partirà nominalmente come 4, ma non supera i 195 centimetri. Conley può stare ancora di fronte agli avversari, ma ha perso esplosività ed è sotto la media per il ruolo (1.85). Mitchell ha un’apertura alare importante (208 cm) e un atletismo straordinario, ma deve dimostrare di essere un buon difensore. Ingles ha dalla sua i centimetri (203 cm), ma è lento e di conseguenza poco adatto a cambiare su tutto.

Cosa proveranno a fare i Jazz quindi? In attacco correranno di più e si prenderanno tiri veloci, dando la precedenza alla creazione dal palleggio rispetto al catch-and-shoot. In difesa invece dipenderanno ancora di più da Gobert, che dovrà essere al 200% per contestare tutto, uscire dalle sue zone di comfort e coprire i tanti buchi lasciati dai suoi compagni. Un bel carico di responsabilità per un giocatore che fino a poco fa sembrava essere un separato in casa nello Utah.

 

Washington Wizards

Che gli Washington Wizards non avessero niente di dimostrare in queste amichevoli lo si sapeva e, infatti, sono arrivate tre sconfitte rispettivamente contro Clippers, Lakers e Nuggets. L’unica partita divertente da vedere, probabilmente, è stata quella contro i Nuggets, ma non per merito dei Wizards, anzi.

Il quintetto utilizzano fa vedere i brividi solo a leggerlo: Napier in cabina di regia, Troy Brown Jr, Isaac Bonga, Rui Hachimura e Thomas Bryant che, fortunatamente, ha recuperato dal Covid-19.

Contro i Nuggets abbiamo assistito allo show di Bol Bol, la scelta che i Washington Wizards hanno passato preferendo Admiral Schofield, presente nella bolla e più magro del solito. Hachimura – a.k.a. l’uomo da valutare – sembra essersi trovato molto bene in questo nuovo ruolo di shot-taker primario della squadra: il rookie è andato sempre sopra i 15 punti nelle tre amichevoli, seppur con percentuali rivedibili. Buoni segnali arrivano anche dalla sua visione di gioco: passaggi del genere non li faceva in regular season.

 

Oltre ai problemi difensivi, di cui avevamo parlato nella live, un problema che si è palesato in queste prime amichevoli è rappresentato dalla pochissima pericolosità da oltre l’arco: i Wizards, infatti, non hanno mai tirato con più del 30% da 3 punti nelle tre partite.
Preoccupazioni erano arrivate anche dal piccolo infortunio subito da Troy Brown Jr contro i Clippers, poi fortunatamente risolto in un nulla di fatto. Oltre ad Hachimura, sarà lui l’altro giocatore da tenere d’occhio in questa Regular Season.

La Redazione

La redazione è un mostro a più teste e con un numero ancora maggiore di mani. E come nel significato più letterale, del latino monstrum, è una "cosa straordinaria".

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