Jimmy some more!

 Jimmy some more!

Copertina a cura di Marco D’Amato

Il 6 luglio 2019 i Miami Heat riuscirono a firmare Jimmy Butler con un contratto quadriennale da 140 milioni totali grazie a una sign-and-trade con i Philadelphia 76ers, facendo dell’ex-Bulls il primo big name free agent dai tempi di LeBron James (correva l’ormai lontano anno 2010) a firmare con la franchigia della Florida. Ad un anno di distanza possiamo affermare che l’impatto di Butler sui Miami Heat ha complessivamente soddisfatto le aspettative, mantenendo, però, un discreto margine di miglioramento.

IL MATRIMONIO CON LA “CULTURE”

Negli ultimi anni, il focus della narrativa associata a Butler è passato dal raffigurarlo come un lavoratore instancabile, che dà sempre il massimo in ogni situazione, ad un giocatore capriccioso, pretenzioso e pericoloso per l’equilibrio dello spogliatoio, mettendo in secondo piano i risultati ottenuti dalle squadre in cui ha militato.

Alla luce di tutto questo, i Miami Heat nell’estate 2019 avevano un sostanziale vantaggio rispetto alle altre squadre in cui Butler ha militato: la celeberrima “Culture”, colonna portante della franchigia della Florida dal 1995, anno in cui Pat Riley prese le redini della squadra. La “Culture” è un modo di approcciare il basket basato sul duro lavoro, su un’attenta preparazione fisico-atletica e, soprattutto, su una comunicazione costante, diretta e senza filtri tra giocatori e coaching staff, aspetto particolarmente apprezzato da Jimmy Butler.

A inizio ottobre, infatti, l’ex-Marquette University ha trovato una squadra composta da giocatori con la sua stessa mentalità, in grado quindi di consentirgli di essere sé stesso senza doversi preoccupare di ferire i loro sentimenti.

A testimonianza di questo felice matrimonio c’è un particolare fatto risalente al 3 ottobre scorso, giornata di apertura del training camp dei Miami Heat: Butler si è presentato in palestra alle 3:30 del mattino, ovvero ben 6 ore e mezza prima dell’inizio degli allenamenti, assieme a Bam Adebayo e Meyers Leonard.

Al di là delle discussioni sul fatto che sia utile o meno allenarsi alle 3:30 del mattino, episodi come questo hanno contribuito a definire i Miami Heat 2019/20 come una squadra composta da numerosi giocatori che scendono in campo con la cosiddetta “chip on the shoulder” (traducibile con “dente avvelenato”), a causa di motivi cestistici (essere stati undrafted o scelti tra gli ultimi posti del draft) o extra-cestistici, che spinge loro a dare sempre il massimo e a sacrificarsi per il successo della squadra, indipendentemente dall’avversario che hanno davanti: a questa descrizione corrisponde perfettamente anche il profilo dello stesso Butler.

Inoltre, la presenza a roster di diversi veterani dal carattere particolarmente forte come Goran Dragic, Udonis Haslem e i nuovi arrivati Jae Crowder e Andre Iguodala, ha contribuito a rafforzare un’intesa di squadra che raramente nel corso della stagione è venuta a mancare.

ALTRUISMO E TIRI LIBERI

Nelle 54 partite giocate quest’anno, Jimmy Butler è stato il primo realizzatore dei Miami Heat con 20.2 punti di media, il che era facilmente pronosticabile a inizio stagione per diversi motivi: l’età di Dragic, l’incertezza attorno a Nunn, Robinson ed Herro e il potenziale di Adebayo, che si sapeva fosse molto alto ma, di certo, non compatibile con quello di una prima opzione offensiva.

Gli aspetti dell’ala ex-Bulls che hanno stupito sono stati la capacità di andare a rimbalzo e l’abilità di servire i propri compagni: i 6.6 rimbalzi con 9.7% di TRB% e 6.1 assist a partita con un’AST% di 28.1% sono tutti career-high, e dimostrano sia la capacità e la volontà di Butler di giocare per i suoi compagni, sia quella del coaching staff di metterlo nella condizione di farlo, spostando coraggiosamente Goran Dragic in panchina (attualmente l’USG% di Jimmy è 24.8%, secondo dato più alto della sua carriera).

Oltre ad essere il leader negli assist di Miami, Butler è anche il giocatore che completa più passaggi a partita (50.0), che crea più assist potenziali (11.6) e che contribuisce a più punti provenienti dai suoi assist (16.1).

Anche a causa di un tiro dalla media e lunga distanza praticamente inesistente, in attacco Butler si sta affidando molto alle proprie doti di penetratore, aspetto in cui risulta essere il migliore della squadra con ben 16.0 drives a partita, che gli consentono di segnare 8.1 punti di media (ottavo in tutta la NBA tra le ali), con ben 3.8 viaggi in lunetta. In generale, Jimmy sta tirando 9.1 liberi a sera (career-high) segnandone 7.8 (83.3%), i quali contribuiscono al 37.3% della propria produzione offensiva (primo nella lega).

 

Quando non riesce a concludere perché la difesa è costretta ad aiutare sulle sue incursioni, Butler riesce a scaricare efficacemente il pallone ai compagni (11.5% AST% in queste situazioni a fronte di un ottimo 5.4% di TOV%). Il bersaglio preferito di Jimmy è Bam Adebayo, che riceve i suoi passaggi quando il lungo che lo difende è costretto ad aiutare sulle incursioni dell’ex-76ers:

 

Seguono a debita distanza Kendrick Nunn e Duncan Robinson, che solitamente sono posizionati lungo il perimetro in attesa di ricevere uno scarico da parte di Butler:

 

LA DIFESA

Per quanto riguarda la fase difensiva, la coppia Jimmy Butler-Miami Heat è il cosiddetto “match made in heaven“, ovvero l’accoppiata perfetta. Nonostante vada per i 31 anni, Butler è ancora un ottimo difensore sia on che off the ball e, malgrado la difesa di squadra degli Heat abbia perso di efficacia prima della pausa dell’All-Star Game, quella dell’ex-T’Wolves è stata complessivamente una buona annata a livello difensivo.

Grazie ad una combinazione di esperienza, rapidità di mani e piedi e malizia, Butler è sesto nella lega per palle recuperate di media con 1.7, settimo per deflections con 3.5 e dodicesimo per palle vaganti recuperate con 1.4, cifre che hanno contribuito a rendere i Miami Heat la squadra più efficiente della lega in transizione (nonostante sia la terzultima per numero di possessi con 14.4): 1.19 punti per possesso in questa situazione con il 56.9% dal campo.

 

Inoltre, la percentuale al tiro degli avversari si abbassa del 3.5% quando sono marcati direttamente dalla stella degli Heat (da 45.5% a 42.0% su 11.1 tentativi), percentuale che scende ulteriormente (-4.4%) quando Butler esegue close-outs sulle conclusioni dall’arco (da 35.7% a 31.3% su 5.5 tentativi).

 

Interessante è stato l’utilizzo della coppia Butler-Jones Jr. nella prima linea della celebre zona 2-3 impiegata spesso da Spoelstra. Le due ali, infatti, sembrano completarsi bene in questo sistema difensivo: Jones Jr. può sfruttare il suo atletismo e la sua wingspan per disturbare i portatori di palla; Butler, che è in grado di leggere molto meglio l’attacco avversario, interviene sulle linee di passaggio sporcando e recuperando palloni.

 

ALLA RICERCA DEL TIRO PERDUTO

Passiamo ora alle noti dolenti iniziando dalla più evidente, ovvero quella riguardante il tiro, sia dal midrange che da oltre l’arco. Butler non è mai stato un gran tiratore (sia per volume che per percentuali), e non ha mai basato il suo gioco sul tiro dalla lunga distanza ma dalla sua stagione da sophomore ha viaggiato con un discreto 34.2% da 3, di poco inferiore alla percentuale media della lega.

Quest’anno, però, le cose sono drasticamente cambiate: Butler sta tirando solamente 2.2 triple a partita, segnandone 0.5, ovvero il 24.8% (29/117), ha il 28.9% nelle situazioni di catch & shoot (su 0.8 tentativi) e il 21.1% nei pull up dalla lunga distanza (su 1.3 tentativi). L’unica situazione in cui Butler segna da 3 punti con buone percentuali (37.1%) è nei casi in cui si trova wide open, circostanza che purtroppo si verifica solamente 0.7 volte a gara, ma appena la difesa fa un passo verso di lui (ovvero in situazioni solo open), la percentuale cala al 24.3%. Vero, i tentativi sono molto pochi, ma sono comunque indice della pessima annata che Butler sta vivendo da dietro l’arco dei 7 e 25.

 

Anche dal midrange, aspetto del gioco con cui Butler dovrebbe trovarsi più a suo agio, il quadro generale non è incoraggiante: l’ex-Marquette University, infatti, sta tirando con un misero 31.0% in questa situazione.

In sintesi, considerando sia tiri dal midrange che da 3 punti, Jimmy Butler tirando con il 31.7% in catch & shoot (davanti solo a Crowder che però sta tirando con un clamoroso 76.9% in pull up e Jones Jr.) per ben 1 punto di media in questa situazione (ultimo tra i giocatori di rotazione, dietro persino ad Adebayo). Nel pull up, invece, la situazione è leggermente meno disastrosa: Jimmy “Buckets” segna 3.2 punti di media, dietro solo a Herro, Dragic e Nunn, ma con la terza peggior efficienza di squadra (Leonard e di nuovo il povero Jones Jr. fanno peggio), 30.8%.

Questo calo è dovuto in parte al fatto che Butler stia giocando molto con il pallone in mano, il che limita la possibilità di prendersi più tiri piedi a terra: lo scorso anno ai 76ers, data l’ingombrante presenza di Simmons ed Embiid, l’ex-Bulls ha giocato più tempo lontano dalla palla, situazione della quale hanno beneficiato le sue percentuali (38.4% su 2.2 tentativi).

JIMMY CHOCKER?

Uno dei problemi principali dei Miami Heat degli ultimi anni è stata l’assenza di un vero go-to-guy, ovvero un giocatore in grado di caricarsi la squadra sulle spalle nei momenti chiave che fosse anche in grado di prendere (e mettere) i tiri decisivi nei finali di partita. Questo sarebbe dovuto essere il ruolo di Jimmy Butler, che in passato ha più volte dimostrato di saper gestire con discreto successo questo tipo di situazioni, come si può vedere in queste clip:

 

Il Jimmy Butler che si vede in questo breve video, però, apparentemente deve ancora approdare a South Beach, e tra gli addetti ai lavori gira voce che nel quarto periodo sia il suo gemello scarso a prenderne il posto. Scherzi a parte, Butler in questa stagione è finora uno dei giocatori meno clutch della lega: nel cosiddetto clutch time (ovvero a 5 minuti dal termine con un divario tra le due squadre di 5 o meno punti, situazione verificatasi nello specifico 23 volte), nonostante abbia di gran lunga l’USG% più alto della squadra (36.8%), l’ex-76ers sta tirando con un pessimo 28.3% dal campo e un ancor peggiore 15% da 3.

Inoltre, queste cifre calano ulteriormente man mano che ci si avvicina al termine della gara: con 3 minuti sul cronometro e un divario di 3 punti o meno, Butler tira con il 18.2 % dal campo e il 9.1% da 3; nell’ultimo minuto di gioco, con un divario di 2 punti o meno, Jimmy non ha ancora segnato un canestro dal campo (0/14 con 0/7 da 3) e ha convertito solamente 16 liberi sui 25 tentati (64%). In poche parole, non si sono ancora visti i suoi classici tiri dal palleggio, sia da due che da 3, che hanno spesso decretato vincente la squadra in cui giocava; i risultati di quest’anno, infatti, sono i seguenti:

 

Neanche nei pressi del ferro o in penetrazione le cose vanno meglio, per il momento:

 

Nonostante ciò, i Miami Heat hanno un record positivo nelle partite decise nel clutch time (17-14) e hanno un ancor più sorprendente record di 8-1 quando vanno ai supplementari. Gran parte del merito in questi casi è andato a Tyler Herro che, nonostante sia un rookie di appena 20 anni, ha dimostrato di saper mantenere il sangue freddo nei momenti decisivi prendendosi di prepotenza il palcoscenico. L’ex-Kentucky tira con il 52.2% dal campo e con il 53.3% da 3 nel clutch time, percentuali che diventano rispettivamente 46.2% e 54.5% negli overtime.

COSA ASPETTARSI NEI PLAYOFFS?

Ricapitolando, la prima stagione in maglia Heat di Butler è stata sicuramente positiva fino a questo momento ma per valutarla nel complesso occorrerà attendere i Playoffs, contesto in cui il nativo di Houston sarà sicuramente chiamato ad aumentare il proprio carico offensivo. I Miami Heat 2019/20, infatti, hanno basato molto del loro gioco su giocatori giovani e inesperti che non hanno ancora giocato una post season in carriera e che potrebbero incontrare non poche difficoltà contro le difese più agguerrite, attente e fisiche dei Playoffs.

Jimmy Butler dovrà essere in grado di ingranare una marcia in più quando bocche di fuoco come Duncan Robinson, Kendrick Nunn e Tyler Herro subiranno la pressione asfissiante delle difese avversarie, e dovrà passare dall’essere un playmaker aggiunto a un terminale offensivo costantemente pericoloso da ogni parte del campo, motivo per il quale l’ex-T’Wolves dovrà assolutamente ritrovare il proprio tiro, sia dal midrange che soprattutto dalla lunga distanza. In questo ruolo sarà sicuramente aiutato da Goran Dragic, autore di un’ottima stagione, ma verosimilmente spetterà a Butler prendersi i tiri pesanti, sperando che inverta il trend negativo di cui abbiamo parlato sopra.

Davide Possagno

Sono un Heat-Lifer ormai da oltre 10 anni, da quando comprai il dvd su Dwyane Wade in edicola: fu amore a prima vista. Ancora maledico Pat Riley per aver maxato Whiteside, privandoci così del nostro Flash per un interminabile anno e mezzo.

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