Vintage Corner: primo turno tra Magic e Pistons del 2003

 Vintage Corner: primo turno tra Magic e Pistons del 2003

Grafica a cura di Nicolò Bedaglia

I primi anni 2000 sono stati un periodo affascinante per i fan NBA, seppure fossero anni in cui il talento medio non era ai livelli né dei precedenti, gloriosi anni ’90, né del picco di talento che abbiamo vissuto nello scorso decennio, concluso pochi mesi fa. Ciononostante, quelle stagioni e le stelle che ne facevano parte sono state idealizzate da tutta una generazione di appassionati, cioè la mia.

Una delle superstar più famose e idolatrate in assoluto è stata Tracy McGrady, famoso per i suoi 13 punti in 35 secondi e per non essere mai riuscito a superare il primo turno di playoff nonostante possedesse il talento di un dio. Ci fu però un anno in particolare, in cui T-Mac andò particolarmente vicino a spezzare la sua personale maledizione.

Correva la stagione 2002-2003. McGrady aveva appena concluso la regular season con una delle annate individuali più straordinarie di sempre: 32.1 punti di media, 6.5 rimbalzi, 5.5 assist, 1.7 palle rubate. Ebbe il miglior PER, il miglior Box Plus/MInus e il miglior VORP della lega, secondo Basketball Reference. Fu, numeri alla mano, uno dei papabili MVP di quella stagione, se non fosse che i suoi Orlando Magic raggiunsero appena l’ottavo seed nei playoff ad Est.

Il primo seed era occupato invece dai Detroit Pistons di Chauncey Billups, Rip Hamilton, Ben Wallance… insomma, avete capito, quella squadra che l’anno dopo avrebbe vinto il titolo. Non c’era ancora Rasheed Wallace — l’avrebbero firmato l’anno dopo — ma avevano Clifford Robinson, uno che aveva registrato diverse stagioni oltre i 20 di media. Uncle Cliff non aveva il talento di Sheed, ovviamente, ma era uno stretch 4 moderno con punti nelle mani e un solido veterano a tutto tondo.

I Pistons si presentavano alla post season come la miglior difesa dell’NBA, con appena 87.7 punti di media concessi agli avversari. I Magic invece erano il sesto miglior attacco della lega, in larga parte grazie ai numeri meraviglia di McGrady. Soprassediamo invece sulla difesa.

Il confronto 1-8 ai playoff appare quasi sempre impari per l’ottava, ancor più considerando che Orlando era una squadra inesperta e senza alcun giocatore davvero di livello oltre alla loro stella assoluta. Ufficialmente avevano a roster anche un’altra superstar, Grant Hill, oltre all’ex centro dei Bulls Horace Grant, protagonista del primo Three-Peat con Jordan. Purtroppo però Hill e Grant giocarono la miseria di 34 partite complessive, causa infortunio: se fossero stati entrambi sani i Magic sarebbero stati davvero una squadra competitiva, invece McGrady fu chiamato a condurre la propria squadra da solo.

Sui Detroit Pistons, di contro, aleggiavano già i dubbi che li avrebbero accompagnati anche negli anni successivi, ovvero che non sarebbero mai arrivati fino in fondo senza una vera superstar, per quanto buono e funzionale fosse il sistema di gioco. Nonostante i dubbi, però, i Pistons erano a tutti gli effetti una vera e propria contender al titolo. L’unica speranza per i Magic era che T-Mac entrasse in God mode e ribaltasse i pronostici, cosa che andò davvero molto vicino a fare.

 

Gara 1

Sebbene i Magic fossero tutto sommato un buon attacco, il primo atto della serie inizia col freno a mano tirato per entrambe le formazioni, tanto che dopo i primi quattro minuti di gara nessuna delle due squadre aveva ancora raggiunto la doppia cifra.

McGrady forza i primi tre possessi ma i suoi Magic, sorprendentemente, tengono fortissimo in difesa e la partita non scappa via.

Il primo canestro (di una lunghissima serie) di T-Mac arriva con 7:29 sul cronometro del primo quarto, in uscita da un pindown sul lato sinistro, il suo preferito, ricevendo un consegnato da Andrew DeClercq (ammettetelo, vi state chiedendo anche voi chi diavolo sia), producendosi in uno dei suoi movimenti più iconici e riconoscibili: fall away jumper con la gamba destra protesa in avanti. Ci andrebbero i diritti d’autore sopra.

Movimento soffice, cotonato, che muove appena la retina. McGradiani, accorrete, è roba per voi.

Un singolo canestro, come spesso accade ai grandi realizzatori di tutte le epoche, è sufficiente a girare quel magico interruttore che li porta in the zone. La partita prosegue con una sequela di palle perse e azioni sbagliate, ma appena il possesso torna nelle mani di McGrady, il #1 dei Magic confeziona quello che è probabilmente il più bel canestro di tutta la serie. Isolamento sull’amato lato sinistro, pump fake, prima finta, seconda finta, poi primo passo da pantera e mulinello sotto il canestro per evitare l’aiuto, andando a segnare in reverse dal lato opposto.

Il terzo canestro sarebbe anche poesia, un concentrato di coordinazione e morbidezza di tocco senza eguali, ma avete capito il senso: T-Mac è definitivamente entrato in partita e nella serie: The Big Sleep non dorme più.

McGrady prende in mano la partita sul 4-7 in favore dei Detroit Pistons, segna 10 dei successivi 12 punti per i suoi e si va a sedere alla fine del primo quarto con i Magic avanti di 5. La cosa sorprendente è che gli Orlando Magic hanno tenuto splendidamente in difesa, e il fluido sistema offensivo dei Pistons si è arenato su un osceno 20% dal campo. Questo permette a Doc Rivers di tenere in panchina T-Mac per un lungo periodo del secondo quarto, preservandolo fisicamente.

Durante il riposo della loro stella, i Magic non solo riescono a tenere bene il campo, ma costruiscono anche il massimo vantaggio fino a quel momento sul 36-27, dimostrando nettamente quale delle due squadre avesse iniziato la serie con la giusta energia e mentalità.

Al rientro dopo un lungo riposo, McGrady sfoggia il più bel canestro della serie. Lo so, lo avevamo già detto prima, ma con T-Mac è così: un canestro più bello dell’altro. Stavolta lasciamo parlare direttamente le immagini:

Persino un allora liceale LeBron James si lecca le dita.

Il resto della prima metà di gara non è molto più clemente con i Pistons, che continuano a commettere errori banali, puntualmente sfruttati da Orlando.

L’unico in grado di portare un contributo offensivo è Rip Hamilton, che chiuderà i primi due quarti con 15 punti, ma appena il 40% dal campo. Chauncey Billups chiuderà con appena 4 punti e 0/8 dal campo. Lato Magic, oltre ai 15 punti col 54% dal campo di McGrady, è sicuramente degna di nota la prestazione dell’allora rookie Drew Gooden; il quale, messo subito contro il Defensive Player of the Year in carica, Ben Wallace, fa registrare una doppia doppia da 10 punti e 12 rimbalzi.

Questa è l’azione-manifesto del primo tempo di Detroit: poche idee — il mismatch in post basso per Robinson non era una brutta soluzione — che appena vengono negate dalla difesa bloccano completamente la manovra. Quando il tuo attacco, sul -8, si conclude con un fade away di Ben Wallace, qualcosa sta andando decisamente storto.

La ripresa, invece, sembra iniziare sotto un’altra luce per i padroni di casa. Cliff Robinson guida la rimonta dei suoi, segnando 11 punti nel quarto. Tutta Detroit sembra più convinta, più cattiva, e si riporta fino al -1 sul 56-55. McGrady però non ci sta, e con 11 punti a sua volta ripristina le distanze.

Quest’azione è l’emblema di quello che Detroit ha sbagliato per tutta la partita in difesa su T-Mac. Jon Barry non è mai stato un grande difensore, ma qui il piano è chiaramente mandare l’attaccante a sinistra e far arrivare l’aiuto dal lato debole. Anzitutto, però, la ricezione di McGrady è troppo profonda: con le sue lunghe leve, il #1 in maglia blu arriva al ferro in un baleno da quella posizione. Si vede poi Ben Wallace fin troppo attaccato al proprio uomo, uno Shawn Kemp almeno una quarantina di chili lontano dai tempi d’oro. L’inefficacia degli aiuti in queste situazioni è una delle chiavi delle difficoltà dei Pistons, e il relativo aggiustamento sarà invece una delle chiavi nella svolta della serie nelle gare successive.

Nell’ultima frazione di gioco, Detroit si rifà sotto. Le percentuali di tiro salgono un minimo, dall’orrido 20% del primo quarto ad un comunque poco rispettabile 34% dell’ultimo. La differenza di esperienza fra le due squadre però inizia a giocare un peso. Orlando commette falli banali e mantiene gli avversari in corsa mandandoli costantemente in lunetta. Principale beneficiario della situazione è Chauncey Billups, il quale segnerà 11 punti solo nella quarta frazione grazie ad un 7/8 ai liberi.

Il distacco si riduce nuovamente fino al -1 a un minuto dalla fine sul 94-93, ma anche in questa situazione, in cui la squadra di maggior esperienza e talento avrebbe dovuto assestare la zampata finale e completare la rimonta, i Pistons si sono invece persi nell’indecisione.

McGrady — che realizzerà comunque la bellezza di 17 punti nel quarto quarto — va a prendersi due viaggi in lunetta consecutivi, sigillando la contesa e pareggiando il record di franchigia per punti in una partita di playoff: 43, come Shaq.

I Magic quindi espugnano a sorpresa il Palace of Auburn Hills di Detroit col punteggio di 99-94, portandosi in vantaggio nella serie e ribaltando il fattore campo.

Fino a quell’anno, la squadra che si era aggiudicata gara 1 in una serie al meglio delle 7 partite, nell’80% dei casi si era aggiudicata anche la serie. Maledizione spezzata quindi per McGrady, e passaggio al secondo turno già in tasca? Purtroppo no. La NBA è strana e, per quanto portarsi in vantaggio 1-0 ribaltando il fattore campo sia importante, gara 1 è solo la prima di una lunga serie di partite. Gli Orlando Magic lo avrebbero imparato a proprie spese.

 

Gara 2

Il secondo atto della serie inzia in maniera profondamente diversa. I padroni di casa aggrediscono subito la partita, guadagnando quasi immediatamente un vantaggio in doppia cifra. L’energia messa in campo dai Magic in gara 1 sembra svanita. Rip Hamilton segna 13 punti solo nel quarto iniziale con 5/7 dal campo e i Pistons chiudono la frazione in vantaggio di 15 punti.

Nel secondo quarto McGrady prova a scuotere i suoi con 16 punti consecutivi, che portano i Magic dal -22 al -6. Doc Rivers è stato molto bravo a metterlo in partita costruendo per lui conclusioni facili con pindown e doppie uscite, il resto poi l’ha fatto da solo il talento del #1.
Qui sotto potete ammirare tutti i canestri dal campo di T-Mac in questa fase della partita.

Nonostante questa fiammata della superstar di Orlando, i Pistons riescono a chiudere la prima metà di gara in vantaggio di 14 punti.

Nella ripresa, McGrady segna una tripla che mostra tutta l’inadeguatezza difensiva di Michael Curry, l’uomo predisposto a marcarlo. Non è un caso che T-Mac sia stato, per una partita e mezzo, completamente inarrestabile. Curry è considerato uno specialista difensivo, ma non ha la mobilità e l’agilità di piedi per stare davanti a Tracy. Nella clip seguente, a McGrady basta una minima esitazione per farlo letteralmente barcollare sui talloni.

Una svolta nella serie, infatti, arriva proprio quando Curry è costretto a lasciare il campo per problemi di falli. A quel punto l’allora allenatore dei Pistons Rick Carlisle (ancora con tutti i capelli in testa, lo so, incredibile) decide di scongelare il suo rookie, un certo Tayshaun Prince, e di metterlo direttamente in marcatura sul miglior realizzatore della lega.

Prince aveva la faccia da bimbo spaesato, era magro come un fuscello e la prima cosa che gli chiede il suo allenatore al debutto in carriera nei playoff NBA, è di marcare quello che fino ad ora ha letteralmente scherzato la miglior difesa della regular season, tirando 13/17 dal campo e tenendo di fatto da solo in partita i suoi.

Tayshaun è sicuramente inesperto, ma ha una struttura fisica molto simile a quella di McGrady, braccia lunghissime per infastidire i jumper della stella dei Magic e piedi molto più rapidi di quelli di Michael Curry. Infatti, i primi quattro possessi di T-Mac con Prince su di lui si concludono con un airball da 3 punti, un layup nel traffico sbagliato, un viaggio in lunetta e un fallo in attacco. Tutta un’altra cosa rispetto al 13/17 con cui aveva tirato fino a poco prima.

I Magic, comunque, non riusciranno mai a riaprire del tutto la partita. I padroni di casa hanno offerto finalmente la prestazione corale che ci si aspettava da loro, mandando cinque uomini in doppia cifra. Guida i suoi Rip Hamilton con 30 punti, seguito da Billups con 15, Williamson con 13, Wallace e Robinson con 10.

Dall’altra parte, McGrady fa registrare un nuovo record di franchigia per punti nei playoff battendo quello appena eguagliato in gara 1. Chiuderà con 46 punti, ma risulterà essere anche l’unico dei suoi in doppia cifra. Gli altri Magic segneranno complessivamente 11 canestri dal campo. Un apporto decisamente inadatto ad una serie di playoff.

Poco male, comunque: perdere una gara a Detroit era più che preventivabile e il fattore campo sorride comunque ai Magic, che potranno tornare in Florida consapevoli di aver fatto già molto più di quanto da loro ci si aspettasse.

 

Gara 3

La serie si sposta in Florida e il terzo atto sarà quello che dimostrerà se i Magic possano davvero stare in questa serie, o se la vittoria in gara 1 sia stata solo un caso. La domanda che tutti si pongono è se i comprimari dei Magic riusciranno a dare abbastanza supporto alla loro stella.

Ovviamente anche per i Pistons è una partita fondamentale. Hanno voglia di rivalsa e devono recuperare il fatto campo. La loro determinazione si scorge fin dalla palla a due: Detroit sembra una macchina ben oliata e in attacco gira che è una meraviglia.

Qui si vede una esecuzione classica dei Pistons, con Carlisle bravo a sfruttare (quasi) a pieno i vantaggi di avere uno stretch 4 come Robinson. Billups riceve un blocco verticale da Wallace e poi da Robinson, che gli consegna anche il pallone. Mr. Big Shot è bravissimo a penetrare forte facendo collassare la difesa e scaricando su Cliff, che nel frattempo si era aperto sul perimetro per quella che nel 2020 sarebbe stata di sicuro una tripla, ma che nel 2003 è soltanto un long 2.

Quest’azione poi è il vero e proprio biglietto da visita dei Pistons. Rip Hamilton ha costruito una carriera sulle sue uscite a ricciolo, il suo fondamentale per antonomasia, e qui ci dimostra di quanto poco spazio avesse bisogno una volta arrivato sulla lunetta. Porta il suo difensore quasi fuori campo, sotto canestro e Wallace lo aggancia con estrema facilità: potete già aggiungere due punti.

Il primo quarto di gara 3 però testimonia tutta l’inadeguatezza dei Magic, più che la brillantezza offensiva dei Pistons, che dipendono esclusivamente da McGrady per portare punti a referto. T-Mac, dal canto suo, ha cercato in avvio di coinvolgere di più i propri compagni per metterli subito in partita, tentativo purtroppo fallito perché i comprimari di Orlando confezionano una prestazione del tutto mediocre nei primi 12 minuti, andando subito sotto di 10 punti sul 29-19.

Dopo l’impatto positivo in gara 2, Carlisle manda Tayshaun Prince su McGrady già nella prima metà di gara. L’atteggiamento di T-Mac non lascia trasparire disagio, ma appare evidente che quando di fronte ha Michael Curry, il #1 di Orlando attacca con molta più decisione rispetto a quando è difeso dal rookie. Questo è quello che un McGrady fino ad allora molto tranquillo fa appena Prince esce e Curry torna su di lui:

Questa tripla completa quasi del tutto una rimonta messa insieme dalla second unit di Orlando. I vari Armstrong, Burke, Kemp, ma anche Gooden, partito titolare, iniziano a macinare gioco, trovando soluzioni semplici in attacco. Dall’altro lato, Detroit si adagia sul vantaggio iniziale e la loro manovra offensiva diventa statica e prevedibile. La partita cambia e i Magic iniziano la seconda metà in vantaggio di due sul 48-46.

Il terzo quarto è quello della fuga dei padroni di casa. In attacco si accende Gordan Giricek, fino ad allora impalpabile nella serie, e mette due triple di seguito per il massimo vantaggio Magic. McGrady resta molto nel flow del gioco, senza richiedere troppo il pallone e senza forzare soluzioni, pur segnando canestri importanti.

Per la prima volta nella serie ci sono altri tre Magic in doppia cifra oltre a McGrady. La squadra si è riscossa dopo un brutto inizio e con uno sforzo corale è passata nuovamente in vantaggio, mantenendo intatto il fattore campo conquistato in gara 1. La serie quindi avanza al pivotal game per eccellenza: Gara 4.

 

Gara 4

La partita intorno a cui tutto ruota.

Nonostante la posta in palio altissima per entrambe le squadre, il match inizia con alte percentuali offensive da ambo i lati. Il primo parziale lo piazzano i Pistons ma Orlando risponde in chiusura di secondo quarto e i padroni di casa vanno negli spogliatoi in vantaggio 54-50.

Nel terzo quarto l’equilibrio si rompe completamente. I Magic sembrano giocare sulle ali dell’entusiasmo di chi sente l’impresa vicina. McGrady è semplicemente immarcabile, su di lui si alternano sei diversi difensori senza riuscire a rallentarlo. Michael Curry è ormai dichiaratamente inadatto a difendere un attaccante così dinamico e versatile e Tayshaun Prince non vede neanche il campo in gara 4. T-Mac chiude la partita con 27 punti, 9 assist e 5 palle rubate.

Qui si vede come McGrady fosse semplicemente troppo perchè i difensori dei Pistons potessero tenerlo uno contro uno. Contro Corliss Williamson, nella prima azione, lo batte con una finta e arriva al ferro, subendo anche fallo. Nella seconda, invece, marcato dal più basso Hamilton, gli tira facilmente sopra la testa.

La partita non sarà più in discussione dal terzo quarto in poi, a seguito di un parziale dei Magic di 18-0. La vittoria che arriverà è convincente, il 100-92 finale non rispecchia neanche quanto i padroni di casa abbiano dominato nella seconda metà di gara.

Vinto anche il cosiddetto pivotal game, quindi, i Magic sono avanti 3-1 nella serie, un vantaggio storicamente rassicurante che sembra impossibile da ribaltare anche per un avversario di valore come Detroit.

 

Il ritorno della maledizione

Fino a quel momento, McGrady e i Magic avevano svolto tutto alla perfezione. I Pistons sembravano in bambola, psicologicamente incapaci, all’apparenza, di accettare che una squadra sulla carta molto meno attrezzata li stesse strigliando sonoramente. Tutto era dalla parte di Doc Rivers e i suoi.

Fino alla sciagurata dichiarazione che McGrady rilasciò subito dopo gara 4.

It feels good to get into the second round.

Tracy McGrady

Queste furono le parole rilasciate da T-Mac ai media dopo che la sua squadra era avanti 3-1 nella serie.

McGrady era giovane, fresco di titolo di miglior marcatore della lega — all’epoca il più giovane di sempre — e aveva giocato una serie fino a quel momento fenomenale, segnando 36.2 punti a partita nelle prime 4 gare, tirando col 51% abbondante dal campo e il 40% da 3. Era stato a tutti gli effetti immarcabile, persino i suoi compagni avevano superato le aspettative di tutti nelle partite vinte. Che motivo c’era di pensare che le cose sarebbero potute cambiare così drasticamente nel giro di pochi giorni?

Il problema è che T-Mac non si è limitato a pensarle, queste cose, ma le ha espresse ad alta voce, in un’intervista pubblica. Detroit era una squadra sì relativamente giovane, ma era composta da giocatori dal carattere e dall’orgoglio decisamente accesi, come Billups, Hamilton e Wallace, oltre che da veterani che non ci stavano a venir liquidati così, come Cliff Robinson e Jon Barry.

Lo stesso Barry dirà, un paio di anni più tardi, che le parole di McGrady appiccarono un piccolo incendio nello spogliatoio dei Pistons. “Non vuoi fornire ai tuoi avversari nessun appiglio. E’ già di per sé una battaglia mentale, non vuoi fornire nessun appiglio agli avversari per permettergli di scavalcare l’ostacolo”, dirà Barry, che il destino porterà a giocare proprio insieme a McGrady a Houston.

Il fuoco era acceso, quindi, e nelle successive partite diventerà un vero e proprio incendio.

Rick Carlisle, poi, si rende finalmente conto che Michael Curry non può marcare T-Mac, e decide di lasciare in campo il suo rookie, Tayshaun Prince, per minuti molto più significativi di quanto non avesse fatto per le prime quattro gare. E’ incredibile come gli allenatori, messi spalle al muro, siano disposti a provare soluzioni a cui non avrebbero neanche mai pensato in condizioni normali.

Prince era stato in campo appena 8 minuti di media nei primi quattro episodi della serie. Addirittura, come già detto, Carlisle lo aveva tenuto seduto per tutta gara 4, la partita su cui poteva girare una stagione. Nelle ultime tre gare, invece, Prince è stato in campo 24 minuti di media. L’iniezione di fiducia lo ha coinvolto anche sul lato offensivo del campo, realizzando 15 punti in gara 5 e 20 in gara 7.

Ma l’impatto del #22 è soprattutto nella metà campo difensiva. T-Mac, che sembrava essere un enigma privo di umana soluzione, è stato tenuto in gara 5 ad appena 19 punti con 8/20 dal campo. Nella decisiva gara 7, la stella di Orlando ha fatto registrare 21 punti con 7/24 al tiro. Solo in gara 6 è riuscito ad esprimere una prestazione a livello di quanto fatto vedere nelle precedenti quattro partite, segnando 37 punti con 11 rimbalzi e 5 assist. Guarda caso, proprio la partita delle ultime tre in cui Prince è stato meno in campo. La sfuriata del campione però non è bastata a chiudere la serie in sei episodi, perché Chauncey Billups, fino a quel momento assolutamente mediocre, ha deciso di mettere in campo la miglior partita della sua stagione, segnando la bellezza di 40 punti con 7/14 da tre, contro-bilanciando la prestazione di T-Mac.

Gara 5, 6 e 7 sono state, in generale, una prova di forza e di carattere da parte dei Pistons, che hanno annichilito, senza mezzi termini, quei Magic che fino ad allora erano sembrati la squadra con più voglia di vincere.

Lo scarto medio con cui Detroit ha vinto le ultime tre partite della serie è di 20 punti. La eFG% in tre partite, per le due squadre, dice quasi 52% per Detroit e 41% per Orlando — per riferimento, i Pistons avevano tirato con appena il 42% di eFG% nelle prime quattro gare.

Svanisce così il sogno di T-Mac di avanzare al secondo turno, nonostante cinque prestazioni stellari su sette gare. L’allora ventitreenne stella dei Magic ha commesso il proverbiale errore di svegliare il can che dorme, proprio nel momento in cui tutta l’inerzia mentale della serie era in mano sua e dei suoi compagni. L’accorgimento difensivo di Carlisle e la fisiologica stanchezza di chi deve portarsi sulle spalle il peso di un attacco per sette partite hanno poi fatto il resto.

Mai McGrady andò così vicino a vincere una serie di playoff, cosa che purtroppo non gli riuscì per tutto il corso della sua carriera — nonostante tre gare 7 giocate al primo turno — se si escludono gli anni da infortunato e quelli da panchinaro in quel di San Antonio.

Nonostante ciò, T-Mac ha saputo regalare agli appassionati momenti di basket purissimo anche nella sconfitta, in quello che è stato, numeri alla mano, il picco assoluto della sua carriera, ad appena 23 anni. Un giocatore sempre precoce: dal passaggio diretto dalla High School alla NBA, passando per il suo stile di gioco, precursore di gente come Kevin Durant e Paul George, arrivando al suo declino, iniziato già all’età di 29 anni, quando in teoria un giocatore raggiunge la maturità della sua carriera.

Nonostante la maledizione non sia stata mai spezzata, quindi, Tracy McGrady rimarrà sempre negli occhi di chi l’ha visto giocare.

Lorenzo Olivieri

Nato a Brindisi, ci ha messo appena sette anni a capire che il basket fosse lo sport più bello del mondo. Lo ha praticato per circa i vent’anni successivi, arrivando a buon livello, e lo ha guardato dal divano fino al più alto livello possibile. Il suo primo amore in NBA è Tracy McGrady, e sta ancora aspettando di trovare il secondo. Oltre al basket, ama la cultura nerd ed è un gamer incallito.

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