L’Enciclopedia del Process

 L’Enciclopedia del Process

Copertina a cura di Francesco Ricciardi

Una caratteristica che amo dei tifosi NBA è il forte attaccamento, se non vero affetto, verso i giocatori della propria squadra durante i periodi di rebuilding. Generalmente si tratta di giocatori che, per un motivo o per l’altro, sono riusciti a convincere solo i GM di squadre sostanzialmente disinteressate alla vittoria. Giocatori la cui vita è appesa ad un filo, breve quanto una Summer League o quanto i 45 giorni di un two-way contract, giocatori che per tutti gli altri tifosi sono un nome, spesso neanche letto, sui tabellini ma che per i tifosi della squadra in cui giocano sono persone vere, con cui condividere le sofferenze per le frequenti sconfitte e le speranze per i successi futuri.

La tifoseria che è stata più condizionata da questa logica è la “mia”, quella dei Philadelphia 76ers.

Se nel periodo tra il 2013 e il 2016 avete avuto conversazioni con un tifoso 76ers, è probabile lo abbiate considerato una delle persone più ottimiste (o autolesioniste) che abbiate mai incontrato, ed è altrettanto probabile che, almeno una volta, abbia parlato con toni entusiastici di qualche giocatore del quale non avevate mai sentito parlare. La ragione di questo fenomeno è ovviamente Sam Hinkie e la straordinaria parentesi della sua vita da General Manager dei 76ers, dal 14 maggio 2013 al 6 aprile 2016.

In queste tre stagioni, 53 giocatori sono scesi in campo almeno una volta e altri 34 sono stati ufficialmente scambiati ai o dai 76ers senza mai mettere piede in campo. Oggi scenderemo nei meandri più profondi del mondo NBA e andremo a vedere chi sono questi 53 eroi, spesso nati e morti nell’arco di un ten-day contract.

Per aiutare i meno pazzi, andremo in ordine discendente: partiremo cioè dai giocatori più conosciuti per poi andare sempre più in basso, nelle nicchie più anguste del Process. Escluso eccellente sarà Joel Embiid, un giocatore decisamente troppo forte e conosciuto per stare in quest’articolo.

DISCLAIMER: chi scrive è una svergognata groupie di Sam Hinkie e rifiuta qualunque accenno di imparzialità nella stesura di quest’articolo nei confronti del più grande General Manager questa Lega abbia mai visto.

 

I VOLTI NOTI

Quei giocatori che quasi sicuramente conoscete e che hanno molto beneficiato della loro permanenza a Philadelphia. In sostanza, una serie di persone che dovrebbe avere un tatuaggio che omaggia Sam Hinkie.

 

ROBERT COVINGTON & T.J. MCCONNELL

Gli alfieri del Process, la nostra copertina. RoCo e T.J. sono i migliori “hinkie specials”, i famigerati contratti quadriennali, a poco più del minimo, spesso senza alcun anno garantito e con il quarto anno condizionato da una team option.

L’attuale ala dei Rockets è da sempre un pupillo di Sam Hinkie e del suo mentore, Daryl Morey. È proprio il GM dei Rockets a firmarlo dopo il Draft 2014. Nei 35 minuti giocati e nelle partite in D-League, si dice che i due guru delle analytics avessero notato un eccellente rendimento nelle statiche avanzate difensive. I Rockets non hanno lo spazio per sviluppare un talento sulla base di un campione così ristretto, spazio che invece abbonda a Philadelphia, che lo firma, riparando all’errore fatto in sede di draft, come scriverà Hinkie stesso nella sua lettera di dimissioni.

Il rapporto tra Covington e i tifosi di Philadelphia non è stato sempre idilliaco. Appena arrivato, riceve spesso fischi e insulti: tira troppo, anche quando è marcato, è poco costante e fa tanti errori quando ha la palla in mano. Covington non si lascia toccare e continua a lavorare. Chiuderà la prima stagione decimo per triple segnate (col 37%) e mostra grandi abilità difensive, rivelando il potenziale per diventare il 3&D perfetto.

Al contrario, T.J. McConnell diventa fin da subito un beniamino dei tifosi, col suo essere “di casa”, nativo di Pittsburgh, e col suo stile di gioco tutto cuore e scelte intelligenti. Fin dalla prima presenza, McConnell mette in mostra una grande qualità nella gestione offensiva della squadra, chiudendo spesso le partite con un elevato numero di assist nonostante un minutaggio limitato (16 partite con almeno 7 assist, 3 in doppia cifra, giocando circa 20 minuti).

A poco a poco, McConnell diventa una presenza fissa in campo e fondamentale nello spogliatoio. Nessuno è sopravvissuto più di lui, 314 presenze, ed è l’uomo che ha messo ufficialmente fine al Process, in un bell’articolo per The Player’s Tribune.

Il cuore del Process.

 

DARIO SARIC, JERAMI GRANT E RICHAUN HOLMES

I gioiellini del draft. Saric e Holmes, poi, sono legati: arrivano a Philadelphia grazie alla trade che spedisce Elfrid Payton ad Orlando (Dario Saric, una seconda scelta per il draft successivo che diventerà Holmes ed una prima scelta del 2017 in cambio del play, scelto grazie allo scambio che spedisce Holiday a New Orleans per Noel e questa scelta. Classic Hinkie).

Ironia della sorte, Hinkie non vedrà mai giocare una delle sue migliori mosse, un giocatore futuristico per il 2014, anno in cui fu scelto, ma il croato entra subito nel cuore della città e diventerà un pezzo fondamentale della cavalcata ai playoff del 2017.

Trovate una persona che parli di voi come Brown parlava di The Homie. O come Saric parla di McConnell.

Richaun Holmes invece è stato spesso più una battuta che una persona. Ricordate i tempi in cui erano frequenti commenti come “ma quanti centri hanno i Sixers?” o “Philadelphia vuole giocare con 5 centri”: ecco, Richaun è una delle cause. Arrivato al draft del 2015 insieme ad altri due centri, Jahlil Okafor e Arturas Gudaitis, Holmes mette in mostra fin da subito un atletismo ben sopra la media: è esplosivo nei pochi minuti che passa in campo a saltare per stoppare, schiacciare o contendere rimbalzi. A questo aggiunge una mano sempre più educata, prima con qualche long two sporadico; poi, addirittura, con una o due triple tentate a partita la stagione successiva.

Nonostante una buona seconda stagione nelle gerarchie rimane dietro al mostro a tre teste Embiid-Noel-Okafor, viene quindi scambiato a Phoenix per dare spazio a Jonah Bolden in quello che, a conti fatti, è un errore di Bryan Colangelo (non sarà l’ultimo che vedrete in questo articolo).

Jerami Grant invece potrebbe essere considerato uno dei più grandi insuccessi del coaching staff dei 76ers (o un’altra mossa sbagliata di Bryan Colangelo, non c’è mai un momento sbagliato per criticarlo). Arrivato al secondo giro del 2014, inizialmente non gioca molto, per poi veder salire gradualmente il suo minutaggio. A guardarlo, Grant appariva come un ottimo atleta, molto bravo in difesa (eccellente stoppatore come potete osservare qui. Spoiler: il link contiene primi piani a giocatori di cui avete quasi sicuramente rimosso l’esistenza, come Lance Thomas e Jason Smith) e molto intelligente, ma con un gioco offensivo assolutamente grezzo, troppo anche per i 76ers.

Pur non avendo mai realizzato il suo reale valore, i 76ers sono stati certamente essenziali per lo sviluppo di Grant. Non erano molte le squadre disposte a concedere spazio ad un giocatore che appariva così indietro in tutto ciò che non fossero layups e schiacciate.

 

NERLENS NOEL E JAHLIL OKAFOR

Andavano messi insieme. Visto che si parla dei 76ers, è giusto che questi due giocatori non abbiano il proprio spazio indipendente neanche qui, proprio come a Philadelphia, dove furono costretti a convivere insieme per due stagioni (con Embiid a completare il cerbero nelle partite giocate prima dell’infortunio nella seconda stagione).

C’è stato un momento in cui una conversazione abbastanza frequente era riguardo la loro possibile convivenza in quintetto, ipotizzando lo sviluppo del tiro da 3 di Okafor. Per quanto possa suonare assurdo oggi, l’esperimento fu effettivamente tentato, con risultati abbastanza prevedibili.

Curiosità sulle 5 man lineups usate dei sixers in quella stagione: nessuna è stata usata più dei 106 minuti giocati da una lineup che prevedeva proprio le due torri in campo, affiancate da Nik Stauskas, Covington e Ish Smith, con un impressionante -15.6 di net rating, capace addirittura di scendere ulteriormente a -25 negli 85 minuti giocati con Grant e McConnell al posto di Covington e Smith.

Ecco un video di Okafor che alza l’alley oop a Noel. Insieme. Per sempre.

 

WORKING CLASS HEROES

Passiamo a quei giocatori che già prima del Process avevano il loro posto in NBA e che per un motivo o per l’altro (coffcoffsalarydumpcoff*ahem*) sono passati da Philadelphia in quegli anni.

 

ISH SMITH

Di questa fascia, Smith è probabilmente colui che più ha beneficiato del suo passaggio ai 76ers. Fa un primo periodo a febbraio 2015 dove Hinkie lo firma pochi giorni dopo il suo taglio ai Pelicans: si trova molto bene con Nerlens Noel e registra le medie più alte in carriera per minutaggio, punti e assist. Non verrà confermato a fine stagione.

Il suo ritorno, alla fine dello stesso anno solare, avviene via trade in cambio di due seconde scelte spedite a New Orleans. Dietro questo scambio c’è una tragedia personale di cui parleremo in seguito che rende questo avvenimento particolarmente crudele e, come tutti gli eventi crudeli di questo mondo, anche questo porta dentro di sé il marchio della famiglia Colangelo. Sembra infatti che questa trade sia stata pesantemente voluta da Jerry Colangelo, nel periodo in cui i 76ers furono sostanzialmente commissariati dalla Lega. D’altronde, Hinkie che decide di scambiare due seconde scelte per un giocatore così maturo è totalmente contro natura.

Il suo arrivo ha comunque un impatto sulla squadra addirittura superiore rispetto al passaggio precedente, l’attacco migliora sensibilmente (10 punti segnati e 5 assist a partita in più) e la win% passa al 22%, un dato strabiliante se comparato al 3% precedente (no, non mancano cifre). L’impatto sulla squadra però non pareggia l’impatto sulla sua carriera: dopo 4 anni a vagare di squadra in squadra, Smith trova un minutaggio elevato e un contesto che gli permette di giocare al meglio.

Grazie al periodo coi 76ers Smith riesce a trovare una squadra disposta a dargli un buon contratto, triennale da 18 milioni ai Pistons, e finalmente Ish Smith trova una casa stabile.

Uno dei video che riguardo più spesso: un brutto montaggio, fatto molto male, di 19 alley oops della premiata ditta Smith-Noel.

Avvertenze: è fatto davvero molto male

 

ELTON BRAND

Il passaggio dell’Elton Brand giocatore 36enne a Philadelphia, mossa che trasuda Colangelo da ogni poro, è assolutamente incolore, ma gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo umano della persona. Come poi dichiarerà lui stesso, perdere ogni volta in allenamento contro un esordiente Joel Embiid è ciò che lo porta a chiudere la sua carriera. A conti fatti, potrebbe essere stato questo il più grande errore del Process: i 100 milioni dati ad Horford partono da qui.

 

JAVALE MCGEE

Arriva il 19 febbraio 2015 insieme ad una prima scelta per ringraziare i 76ers che si accollano i 12 milioni rimasti sul suo contratto. Dichiara di voler rimanere a Philadelphia, di voler essere un mentore per Noel ed Embiid. viene tagliato il primo marzo dopo 6 partite. Potremmo parlare dei punti o dei rimbalzi, ma siamo intellettuali e usiamo le statistiche che tutti vogliamo sapere quando si parla di McGee: una schiacciata impressionante ed una comparsa su Shaqtin-a-fool, un ottimo rendimento in un campione così ristretto.

 

CARL LANDRY

C’è un articolo che secondo me descrive molto bene l’esperienza a Philadelphia di Carl Landry. È un articolo del sito ufficiale NBA, “Year in review: Carl Landry”, dove viene raccontata la stagione 2015-16 del giocatore (perché proprio lui? Non ne ho sinceramente idea).

Ecco, dopo aver raccontato di come sia arrivato a Philadelphia (il più leggendario furto con scasso di Sam Hinkie: uno swap sulle rispettive prime scelte, Stauskas e una prima futura per accollarsi i contratti di Landry e Jason Thompson in cambio di nulla) ed aver analizzato la stagione con tanto di shotchart e analisi del rendimento offensivo (dove viene trascurato il dato più interessante, un 6/13 da 3 che, se non stessimo parlando di un giocatore a fine carriera, avrebbe lasciato spunti per il futuro), si arriva al paragrafo “symbolic GIF” dove Brian Seltzer, l’autore, decide che la miglior gif per descrivere l’anno di Carl Landry è una in cui lui non è in campo.

Spronato dal dubbio che quella fosse l’unica gif esistente di Carl Landry, ho digitato “Carl Landry” su giphy.com. la ricerca ha prodotto 3388 risultati consistenti, per quel che ho visto, in: molte gif di Landry Shamet, davvero tante; una quantità di gif di un uomo molto anni ’70 chiamato Carl Sagan che ho scoperto essere uno dei più famosi astronomi e astrofisici nonché premio Pulitzer, grande divulgatore scientifico e creatore dei primi due messaggi fisici destinati agli extraterrestri; una serie di gif di Juice Landry, wide receiver per i Cleveland Browns; delle gif su Carl dei Simpson e di un ignoto programma di pesca e la gif di una donna molto avvenente il cui completo intimo sembra essere composto di panna montata.

Tornando al campo, l’esperienza di Landry fu molto positiva. Oltre a minuti di qualità sul parquet, fu uno dei pochi giocatori a non sembrare una scheggia impazzita nella panchina dei 76ers e, forse, fu uno dei giocatori ad avere più effetto nella crescita di Jahlil Okafor. Delle 10 vittorie complessive della stagione, 4 arrivarono con Landry in campo per più di 20 minuti (su 14 giocate con questo minutaggio).

Un grande momento del Process fu la vittoria contro i Pelicans del 5 aprile: Villanova aveva appena vinto il torneo NCAA rendendo euforica la città e quella vittoria scongiurava definitivamente il rischio di rientrare nella storia con un’altra stagione da 9 vittorie come nel 1973, con solo 5 partite rimaste da giocare. In una partita che ricordo stranamente molto bene, un Carl Landry in grande spolvero mette 22 punti che sono un seminario del mid-range game per i lunghi e prende 9 rimbalzi. I cori “M-V-P! M-V-P!”, mai cantati al Wells Fargo Center dopo Iverson, sono assolutamente meritati.

 

LUC MBAH A MOUTE

La stagione di Mbah a Moute a Philadelphia va ovviamente letta attraverso lo straordinario rapporto personale con Joel Embiid. Non solo è proprio Luc a portare Joel negli USA per giocare a basket, ma già i rispettivi papà erano legati da un rapporto di amicizia.

Come per Ish Smith, la stagione ai 76ers rappresenta la grande occasione dopo aver perso la rotta con una stagione deludente a Minnesota: gioca quasi 30 minuti a partita e Brown lo schiera praticamente ovunque con qualunque compito, permettendogli di mettere in mostra le doti che lo renderanno un pregiato role player nelle stagioni successive, tra Clippers e Rockets.

 

THOMAS ROBINSON

Quanto abbiamo creduto in Thomas Robinson? E quanto abbiamo creduto che quelle 20 partite giocate a Philadelphia, con quasi una doppia doppia di media in 20 minuti a partita, potessero essere la rinascita di un giocatore che già a 23 anni sembrava aver visto la fine della sua carriera? Decisamente troppo in ogni caso, perché la sua carriera NBA finirà effettivamente due anni dopo, con un passaggio, fallimentare, ai Nets (che lo cercarono al draft e lo avevano quasi firmato prima che arrivassero i 76ers) ed un esperimento poco felice ai Lakers.

 

EXTRA: CHI C’ERA GIÀ PRIMA

Prendiamoci una pausa prima di cominciare la parte difficile del viaggio per vedere chi trova Sam Hinkie in squadra al suo arrivo e che fine gli fa fare. Qui manterremo lo spirito del Process e, essendo quei giocatori nient’altro che assets, non ci concentreremo sul lato umano o del gioco ma ci limiteremo a leggere gli scambi in cui sono stati inclusi col massimo cinismo di cui siamo capaci: con un’asettica tabella.

dataGiocatoreDestinazionecontropartita
27/6/13Jrue HolidayNew Orleans HornetsNerlens Noel, 1st pick
20/2/14Spencer HawesCleveland CavaliersEarl Clark, Henry Sims, 2nd pick
20/2/14Lavoy Allen, Evan TurnerIndiana PacersDanny Granger (gambe non incluse), 2nd pick
23/8/14Thaddeus YoungMinnesota TimberwolvesLuc Mbah A Moute, Alexey Shved, 1st pick
27/10/14Arnett MoultrieNew York KnicksTravis Outlaw, due 2nd picks
23/9/15Jason RichardsonRitirato/

Arriviamo adesso al reale motivo per cui ho scritto questo articolo ovvero parlare di giocatori dei quali, nel migliore dei casi, avete rimosso l’esistenza ma che occupano invece un piccolo angolo del cuore (per amore o per odio) di ogni tifoso Sixers. Elementi senza alcuna importanza nello sviluppo del Process ma che, proprio per questo motivo, ne incarnano perfettamente la natura al pari, se non meglio, degli esperimenti più riusciti.

 

TIER #1: presenze in tripla cifra

HOLLIS THOMPSON, 4 stagioni. 256 presenze, 81 titolare

Hollis Thompson è un O.G. del Process. Unico, insieme a Nerlens Noel, ad iniziare la permanenza a Philadelphia nella stagione 2013-14 e a chiuderla nel 2017. 4 anni che lo hanno portato ad essere un recordman nella storia NBA: Thompson è infatti il giocatore con il peggior record nella storia della Lega, con un misero 20% di vittorie.

Ma c’è un altro dato, questo positivo, che lascerà il suo nome negli annali: Thompson è infatti l’ottavo tiratore da 3, per volume e percentuali, nella storia dei 76ers. Questo è probabilmente il record di franchigia più importante stabilito negli anni del Process (insieme a tutta una serie di record, molto poco sensati, relativi alle statistiche avanzate sui quali svetta, per importanza e assurdità, lo USG% registrato da Tony Wroten, terzo all time, dietro solo Embiid ed Iverson).

All’alba dei 30 anni la carriera di Hollisaur continua tuttora in G-League, tagliato a marzo dagli Stockton Kings dove sembra che anche il suo proverbiale 40% da 3 lo abbia abbandonato (22% su 4 tentativi).

 

TONY WROTEN, 3 stagioni. 110 presenze, 34 partenze in quintetto

Parlando del ritorno di Ish Smith, avevo accennato ad una tragedia personale ed è arrivato il momento di affrontarla. A liberare lo slot per l’attuale panchinaro dei Pistons è infatti il taglio, nel Natale del 2015, di Tony Wroten, l’OG degli OGs del Process.

Se dovessi offrire un contributo personale commentando questo avvenimento, ne uscirebbe un testo eccessivamente drammatico e straziante, con innumerevoli errori di battitura causati dalle lacrime che, sgorgando copiosamente, offuscherebbero la vista e la lucidità. Ma su The Shot siamo professionisti e offriremo una narrazione in linea con la realtà (tira su col naso e si asciuga gli occhi).

Wroten merita di essere ricordato in primo luogo per aver creato lo slogan “Trust the Process” (in un suo virgolettato riportato in un articolo di Pablo Torre per ESPN) ma non per questo va dimenticata la componente del basket giocato.

In squadre pessime da ogni punto di vista, Wroten era il motivo per continuare a guardare le partite dei 76ers. I grizzlies lo scambiano a Philadelphia per una seconda scelta una volta perse le speranze che potesse sviluppare un tiro affidabile.

Avevano perfettamente ragione: Wroten non tirerà mai jumper con un volume e una costanza affidabile, ma questo non gli ha impedito di iniziare la stagione 2014-15 con i 76ers da titolare dopo aver mostrato lampi di talento partendo dalla panchina l’anno precedente.

Era dotato di misure nettamente sopra la media per il ruolo, uno straordinario atletismo, alta intensità in entrambe le fasi di gioco, grande capacità di concludere al ferro, buonissime letture al passaggio in attacco e sulle linee in difesa e una spiccata propensione per la giocata spettacolare. Qualunque tifoso abbia visto quelle 30 partite era pronto scommettere che Wroten, a soli 22 anni, era sul punto di prendersi il suo posto tra le migliori point guards della lega ed è sicuro che il grave infortunio al crociato nel gennaio del 2015 sia stato l’unico malaugurato ostacolo che glielo abbia impedito.

Oggi Wroten continua a trustare il suo Process individuale, non avendo ancora abbandonato l’idea di tornare in NBA. In questi anni ha continuato a giocare, arrivando in Europa dalla porta di servizio (la squadra estone del Kalev) e continuando a salire di livello fino alla recente, breve, esperienza con il Badalona nella Liga spagnola, interrotta dopo 4 ottime partite (inclusa una da 13 punti e 5 assist contro il Real Madrid) per ragioni personali legate alla pandemia.

 

NIK STAUSKAS, 3 stagioni. 159 presenze, 62 titolare

No, non parleremo di com’è nato “Sauce Castillo”, anche perché non abbiamo tempo. Dobbiamo prima parlare di quando ha fatto da testimone di nozze a T.J. McConnell o di quando ha trollato i Kings su Twitter per aver perso lo swap messo sulla loro pick e quella dei 76ers come parte della trade che l’ha spedito in Pennsylvania, ma soprattutto di questo straordinario video dove Stauskas tira varie cose in un canestro.

Cose in ordine sparso che potrete apprezzare da questo video:

-Ad un certo punto Nik prende la cosa troppo sul serio;
-il sincero stupore nel rilevare il peso di alcuni ortaggi;
-L’imbarazzo quando gli Stati Uniti scoprono il punto debole nel Nik bambino canadese: ha giocato pochissimo a football, solo da bambino e, da come ne parla, sembra anche fosse abbastanza scarso;
-Lo scarso rispetto per il cibo che oggi varrebbe probabilmente una campagna di protesta su Twitter di ragguardevoli dimensioni.

 

JAKARR SAMPSON, 2 stagioni. 121 presenze, 50 titolare

Prima di Ben Simmons, Point JaKarr. Prendete uno dei migliori corpi creati per il basket negli ultimi anni e unitegli la totale assenza di fondamentali esclusi le schiacciate, la capacità di palleggiare in corsa e un minimo di passaggio. Aggiungetegli una grande passione per Spongebob e avete ottenuto Sampson.

Schierato da ala nelle numerose lineup sperimentate da Brown, non era raro vedergli prendere iniziative dal palleggio che, in una maggioranza di esiti come minimo sbagliati, regalavano pochi lampi di grande talento e potenzialità da point forward. Straordinario nel concludere al ferro in transizione, ha effettivamente anticipato per i tifosi più hardcore alcune giocate con le quali ci delizia oggi Simmons.

Fun fact: il suo essere un’ala piccola sopra i 2 metri straordinariamente atletica e con potenzialità da point forward in NBA, la sua provenienza da Akron e l’aver frequentato la St.Vincent-St.Mary High School per 3 anni rendono JaKarr Sampson probabilmente l’essere umano più vicino a LeBron James esistente al mondo.

 

MICHAEL CARTER-WILLIAMS, 2 Stagioni. 110 presenze, 108 titolare

La partita d’esordio. Nient’altro che valga la pena ricordare.

Andiamo avanti. Anzi no.

È il momento di raccontare una delle grandi reliquie del Process: TEAM WHOP.

Michael Carter-Williams, Tony Wroten, Vander Blue, Khalif Wyatt. TEAM WHOP.

WHOP: We Handle Our Problems.

Se non ci avete ancora capito niente, è assolutamente normale.

Ebbene, durante la Summer League del 2013 a Tony Wroten viene in mente di fondare una crew rap, Team WHOP, fondata dai giocatori appena nominati. Di questa grande storia rimangono dei reperti sparsi: un articolo di Yahoo, un tweet di MCW che annuncia l’arrivo del merch ufficiale, varie battutine sui forum online ma, soprattutto, il testamento ILLADELPHIA.

Se andate sul canale YouTube di Tony Wroten trovate i primi e unici due episodi della serie che racconta le vicende del quartetto (già coppia nella seconda puntata, perché ovviamente Wyatt e Blue non troveranno un posto a roster per la stagione).

Non è stato pubblicato nessun brano realizzato dal clique, ma potete fidarvi di Thaddeus Young che nel documentario afferma di aver sentito 3 loro “legit songs”. Team WHOP for life!

 

HENRY SIMS, 2 Stagioni. 99 presenze, 57 titolare.

Oltre ad essere probabilmente il giocatore più neutro passato da Philadelphia in quegli anni (il nostro Francesco Ricciardi ne ha scritto riguardo la recente esperienza a Bologna), Henry Sims ha anche un lato oscuro: è un’altra reliquia del Process, incompresa anche da molti tifosi Sixers per quanto è di nicchia.

Se ve lo siete mai chiesti (ne sono certo), Henry Sims ha un soprannome, e quel soprannome è Lickface. L’origine va ricercata nel leggendario podcast “Rights To Ricky Sanchez”, LA Bibbia per ogni seguace del Process. Un gioco presente nel podcast era quello di fare domande in stile “preferiresti X o Y (dove entrambe le incognite erano situazioni in qualche modo sgradevoli)?”, in una puntata una delle incognite del caso era subire una lickface, un’intensa leccata del viso da un’altra persona senza possibilità di lavarsi per il resto della giornata.

La palla si spostò poi su Reddit, Pangea di qualunque assurdità “internet-related” precedente al 2016, dove un utente sconosciuto accostò l’espressione al volto di Henry Sims e la cosa attecchì, rendendo Sims un’icona del Process.

 

ISAIAH CANAAN, 2 Stagioni. 99 presenze, 51 titolare.

È probabile che Canaan sia stato il giocatore più odiato del Process tra quelli con un numero considerevole di presenze. E non è difficile capire il perché.

Arrivato in cambio di McDaniels, lui invece amato dai tifosi, arriva e viene schierato subito da point guard titolare. Il suo stile di gioco è descrivibile come quello di un James Harden nano e, cestisticamente, molto più stupido. Isolamenti forzati e non previsti conclusi con triple marcate, passaggi figli di letture povere se non inesistenti.

 

TIER #2, minimo 20 presenze.

A partire da questo momento i giocatori verranno presentati divisi in tre gruppi, per ruolo: point guards, esterni, lunghi. Questo perché voglio bene ai miei lettori e comprendo lo strazio scaturito dall’idea di leggere ogni giocatore rimasto preso singolarmente.

Per alleggerirvi ulteriormente, di alcuni giocatori davvero poco interessanti saranno riportati solo il nome e il numero di presenze, come sui monumenti per onorare le vittime di guerra.

 

POINT GUARD

-Kendall Marshall (30 presenze, 6 titolare)
-Lorenzo Brown (26 presenze, 1 titolare).

Su Marshall possiamo solo ricordare delle aspettative di un ottimismo oltre i limiti della sanità mentale, distrutte già alla prima presenza in campo dove si dimostrò uno dei corpi più lenti mai visti.

Lorenzo Brown invece è un essere umano straordinario. In quelle 26 presenze che ha registrato, da dicembre a marzo, c’è stato un mese di ordinaria follia nella sua vita. Da gennaio a febbraio Brown è stato costantemente assegnato ai Delaware 87ers, affiliata della D-League, e richiamato nel roster principale, con conseguenti viaggi per allenamenti e partite. Un totale di 11 transazioni registrate in un mese. Il tutto, a detta di Sam Hinkie e Brett Brown, senza mai lamentarsi.

 

ESTERNI

-James Anderson (80 presenze, 62 titolare)
-Elliot Williams (67 presenze, 2 titolare)
-K.J. McDaniels (52 presenze, 15 titolare)

Il nome di James Anderson acquisisce un senso solo in relazione ad una data: 13 novembre 2013, la partita più bella del Process.

Partita casalinga. Arrivano dei Rockets senza Harden che si aggrappano agli ultimi scampoli di Linsanity (34 punti, 9/15 da 3 e 11 assist), Chandler Parsons che sembra ancora il miglior secondo violino nella storia dei secondi violini (22/6/7 e 4 stoppate), Howard in grande spolvero che ai 23 punti, 15 rimbalzi e 6 stoppate accompagna 7 assist. Concludono il quintetto un Beverley da 12 punti e 9 rimbalzi e un Terrence Jones in doppia doppia.

Risponde il Process con i 36 punti di James Anderson (12/16, 6/8 da 3 inclusa quella per andare all’overtime), la classica partita di “quello che avrebbe dovuto essere Evan Turner” (23 punti tirando male, 7 rimbalzi e 5 assist), un futuristico Spencer Hawes che fa tutto (18 punti, 3/5 da 3, 9 rimbalzi, 4 assist, 3 stoppate e 3 palle rubate) ma soprattutto una tripla doppia fantasmagorica del fantasmagorico Tony Wroten (18/10/11). Una partita “for the ages”.

Parlare delle schiacciate di McDaniels sarebbe facile e anche molto bello, per cui lo faremo ma solo dopo aver mostrato apprezzamento per le sue straordinarie abilità difensive: una stoppata di media a partita e un calo superiore al 4% nelle percentuali del giocatore marcato, che diventava -15% nei pressi del canestro. Un eccellente rim protector nel corpo di una shooting guard. E poi sì, le schiacciate.

 

LUNGHI

-Brandon Davies (71 presenze, 6 titolare)
-Daniel Orton (22 presenze, 4 titolare)
-Furkan Aldemir (41 presenze, 9 titolare)
Jarvis Varnado (23 presenze, 1 titolare)

Brandon Davies era semplicemente immune al Process. In una stagione, la prima del Process, in cui un totale di 28 giocatori sono passati, perlopiù senza rimanere, da Philadelphia; lui è rimasto lì, dalla prima palla a due all’ultima. Nemmeno la classica gita turistica in Delaware.

In campo non brilla neanche, anzi, è un manifesto alla mediocrità: solo due partite con un minutaggio superiore ai 20 minuti, 3 volte in doppia cifra per punti e mai per rimbalzi in 51 partite. Come abbia fatto a finire quella stagione rimane un mistero.

Una delle vittime più dirette di Brandon Davies, nonostante avesse mostrato un potenziale leggermente più alto (assolutamente grezzo in attacco, ma grandi istinti difensivi), Daniel Orton viene tagliato dai 76ers per problemi comportamentali. Diventa un eroe di ogni appassionato di Basket quando, giocando nelle Filippine, ha apertamente criticato Manny Pacquiaio per la sua decisione di giocare nel campionato, definendolo, anche simpaticamente, “a joke”. Per questo atto di lesa maestà è stato ovviamente tagliato e multato. Il General Manager degli Hotshots, la squadra in cui giocava, ha motivato la decisione spiegando che è come “andare negli Stati Uniti e insultare Martin Luther King”. Oltre a questo, la pubblica condanna del Commissioner a nome dell’intera lega.

Altra vittima di Davies, Jarvis “The Varnado” Varnado è stato l’unico lungo in tutta la stagione 2013-14 ad offrire un minimo di reale rim protection. Grazie a questo articolo ho scoperto che gioca ancora (lo avevo perso dopo la stagione a Sassari), nella quarta in classifica del campionato israeliano, nella quale è ovviamente il primo per stoppate a partita (1,6).

I 76ers detengono qualunque record relativo allo schierare un giocatore di nome Furkan, avendo loro avuto gli unici Furkan che la NBA abbia visto finora per tutta la durata della loro permanenza nella Lega.

 

TIER 3, minimo 10 presenze

POINT GUARD

-Larry Drew (2 stagioni, 15 presenze, 1 titolare)
-Phil Pressey (14 presenze, 1 titolare)
-Darius Morris (12 presenze, 1 titolare)

Larry Drew è uno dei pochi giocatori ad aver sperimentato le due facce del Process, avendo giocato in una stagione perdente, 2014-15, e in una vincente, 2017-18, ritrovandosi inaspettatamente richiamato dopo 3 anni per le prime tre partite stagionali.

 

ESTERNI

-Alexey Shved (17 pesenze, 1 titolare)

Ecco un video che ben descrive le 17 partite di Shved a Philadelphia, che inspiegabilmente registrò il 28% di usage.

 

LUNGHI

-Byron Mullens (18 presenze, 1 titolare)
-Malcolm Thomas (17 presenze, 1 titolare)
-Christian Wood (17 presenze, 1 titolare)
-Dewayne Dedmon (11 presenze, 1 titolare)

Quanto giocherebbe Byron Mullens oggi che i lunghi tiratori non sono sogni ma solide realtà? Avrebbe trovato il suo posto nella Lega fosse nato 5 o 6 anni dopo? Sono domande che ogni appassionato si è chiesto almeno una volta.

Christian Wood invece è attualmente un elemento importante nei Pistons post Drummond e sembra ormai abbastanza certo che abbia un posto in NBA. Ma sapete chi, già nel 2015, era un grandissimo fan del grezzissimo Christian Wood? Sam Hinkie. Sapete invece chi, l’anno successivo, pensò fosse una buona idea tagliarlo per firmare il quasi quarantenne Elton Brand? Ebbene sì, eccovi un’altra occasione per incolpare Bryan Colangelo di qualcosa.

 

TIER 4, meno di 10 presenze

POINT GUARD

-Casper Ware (9 presenze, 1 titolare)
-Eric Maynor (8 presenze, 1 titolare)
-Tim Frazier II (6 presenze, 3 titolare)

Ware è l’ennesima conferma che basta farci vedere un giocatore molto basso che gioca ogni possesso a mille e spara tutto quello che gli passa per le mani per farci impazzire e innamorare. Date una chance al fantasmino su YouTube, Cupido vi colpirà inevitabilmente alla prima tripla in stepback.

Tim Frazier invece ci offre lo spunto per capire come funzionava realmente il Process. Firmato il 5 febbraio 2015, arriva all’allenamento la prima volta: Brown gli stringe la mano e lo informa che lui sarebbe stato la point guard titolare. Il giorno dopo viene buttato in campo per 36 minuti senza che qualcuno battesse ciglio.

 

ESTERNI

-Chris Johnson (9 presenze, 2 titolare)
-James Nunnally (9 presenze, 1 titolare)
-Darius Johnson-Odom (3 presenze, 1 titolare)

Trovare informazioni su Chris Johnson risulta particolarmente difficile per la compresenza di più Chris Johnson famosi (su tutti il Chris Johnson shooting coach, molto famoso per aver lavorato con numerose stelle NBA). Vi farà piacere sapere che è ancora in attività, gioca in Francia, e che fu il giocatore tagliato dai 76ers per firmare Robert Covington.

 

LUNGHI

-Drew Gordon (9 presenze, 1 titolare)
-Adonis Thomas (2 presenze, 1 titolare)

La famiglia Gordon è particolarmente grata ai Philadelphia 76ers per essere stata l’unica franchigia disposta a dare una chance a Drew, creando così l’occasione per uno dei grandi classici dei “wholesome moments” della NBA: l’incontro tra due fratelli rivali, in questo caso occorso durante la Summer League 2014, dove Drew ha affrontato gli Orlando Magic del fratello Aaron.

 

TIER 5, 1 partita

Malcom Lee, (1 presenza)

2 minuti in campo. 1 tiro. Sbagliato.
Un minuto nel Process, per sempre nella Storia.

Cesare Russo

Tifa 76ers perché a 14 anni ha visto Tony Wroten segnare una tripla doppia nella notte. Orfano di Sam Hinkie, nei suoi sogni più belli è sempre apparso almeno uno tra TJ McConnell e Covington

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