Andre Iguodala, il sesto uomo

 Andre Iguodala, il sesto uomo

Grafica a cura di Alessandro Cardona

Cinque finali NBA in altrettanti anni, tre titoli di campione vinti, due sconfitte brucianti subite, dai Cavaliers di Lebron James prima e da i Raptors di Kahwi Leonard poi. La “dinastia Warriors” appare ancora lontana dal tramonto, nonostante una stagione falcidiata dagli infortuni di Thompson e Curry, con un record ignobile e la netta esclusione dalla bizzarra postseason 2020. Quella del Covid-19, nella “bolla” di Orlando.

Golden State tornerà immediatamente tra le contender, sono in pochi a non crederci: aggiustamenti di mercato, il ritorno in forma delle stelle, una scelta potenzialmente alta nel draft e la garanzia di Steve Kerr in panchina. La stagione 2019/2020 resterà negli annali come uno stranissimo pit-stop, una pausa fisiologica contemporanea al cambio di arena, utile per recuperare le energie dopo un quinquennio vissuto intensamente.        

Chi non farà parte del progetto però – al compimento del trentaseiesimo anno di età – sarà uno dei simboli di quel filotto di stagioni irripetibili, il metronomo del gruppo, preziosissimo sesto uomo decisivo più di una volta nelle gare importanti: Andre Iguodala, l’MVP della Finals che parte dalla panchina, atleta straordinario e mente illuminata dello spogliatoio.

Nel primo colpo di coda societario in conseguenza all’addio di Durant e, soprattutto, della sconfitta contro Toronto, Iggy viene sacrificato sull’altare del salary cap dal GM Bob Myers, spedito a Memphis per liberare quello spazio necessario a firmare D’Angelo Russell, poi ceduto nella trade deadline seguente a Minneapolis, in cambio di Andrew Wiggins.

Nella stessa finestra di mercato, Iguodala chiude una telenovela piuttosto antipatica con i Grizzlies, ottenendo la cessione a Miami, firmando un biennale per ricoprire il ruolo di pedina d’esperienza per il salto di qualità eventuale degli Heat, in chiave anello. Sì, perché contrariamente a quanto si potesse credere rispetto alla sua etica professionale, Andre rifiuta da subito di partecipare al training camp dei Grizzlies, provando a forzare più volte il buyout e passando gran parte della stagione 2019/20 fuori squadra (per rientrare a South Beach poco prima dello stop forzato dalla pandemia).

Se vogliamo guardare indietro nella carriera di Iguodala – sfruttando la recente uscita editoriale de “Il sesto uomo” in Italia – dobbiamo necessariamente partire da qui. Perché la splendida biografia tradotta e data alle stampe da Add Editore, si ferma molto prima di questo intreccio, dell’upset dei canadesi e quindi dell’ultima delusione subita dal giocatore.   

Nonostante questo, la profondità dell’uomo e della sua capacità di analisi (non solo cestistica), emerge dal testo in modo nitido, pulito, a tratti stupefacente. Un motivo in più per analizzarne la struttura, inspirati da un lavoro uscito negli Stati Uniti 365 giorni fa circa, definito addirittura da Barack Obama come “uno dei migliori libri letti nel 2019”. Consapevoli di trovarci davanti ad un uomo che ha fatto dell’etica del lavoro e della conoscenza di sé stesso la base di una carriera entusiasmante, vincente, ancora lontana (fortunatamente) dalla conclusione.

 

La carriera di Andre

Andre Iguodala nasce a Springfield in Illinois, il 28 Gennaio del 1984 (un giorno prima di chi vi scrive, stesso anno), e come sottolinea più volte nella biografia conosce da subito povertà, criminalità, razzismo. O meglio, la tocca con mano all’esterno del proprio nucleo familiare, sostenuto (insieme al fratello) da una madre che sprona i figli a leggere, conoscere, sacrificarsi per uscire da una situazione complessa, comune a gran parte degli afroamericani.   

Ne viene fuori un ragazzo umile, cosciente di sé stesso, innamorato del gioco e contemporaneamente ben attento a mantenersi “un piano B” aperto, qualora la carriera sportiva non dovesse sbocciare.

Gioca per due anni ad Arizona alla corte di Lute Olson, dopo aver firmato precedentemente una lettera di intenti per University of Arkansas alla corte di Nolan Richardson, in seguito sospeso per questioni razziali. Olson è un uomo “esigente e distaccato”, concentrato sui minimi difetti dei suoi, di primo acchito irritante: è grazie a lui che Andre perfeziona il suo gioco, acquisendo quelle conoscenze decisive per il grande salto nella NBA.

Lo scelgono i Philadelphia 76ers con la nona chiamata del Draft 2004, dove si conferma difensore sopraffino e uomo di grande concretezza offensiva, sviluppando inoltre una discreta intesa con la stella della squadra Allen Iverson.

Giocherà nella città dell’Amore Fraterno per 9 stagioni, lavorando in modo impeccabile sul suo corpo e sul suo stile, toccando quasi i 20 punti di media nel campionato 2007/08. Nella stagione precedente partecipa anche all’All-Star Game, dove esce clamorosamente sconfitto allo Slam Dunk Contest nonostante una prestazione straordinaria.

La squadra raggiunge la postseason per 5 volte, fermandosi in semifinale di Conference contro Boston nel 2011/2012, sotto la guida di Doug Collins. Dopo quel campionato, Iguodala finisce a Denver a fianco di Danilo Gallinari, dopo aver raccolto un oro mondiale ed uno olimpico con la nazionale (proprio nel 2012, a Londra).

Approda a Golden State sotto la guida di Mark Jackson, nell’anno in cui si costruisce la dinastia Warriors che sarà: quella con Steve Kerr in panchina e gli splash brothers onnipotenti, coadiuvati dalla duttilità di Draymond Green. Iguodala è il metronomo del gruppo, destinato – inizialmente suo malgrado – ad uscire dalla panchina per correggere il ritmo della partita, oppure per accompagnarlo con la sua intelligenza tattica, qualora il match fosse partito con il piede giusto. Al termine di quella stagione arriverà un clamoroso titolo NBA ai danni dei Cavs di Lebron, con Iggy eletto MVP delle Finals da sesto uomo di lusso: un qualcosa che nella biografia neanche nomina, a tutela di quanto il sistema costruito dalla mente sapiente di coach Kerr, superi le velleità individuali. 

Malgrado la squadra disintegri il record di 72 vittorie stagionali detenuto dai Bulls di Jordan, la stagione a seguire è quella della grande delusione, con la rivincita finale di Cleveland in 7 partite, rientrando da uno svantaggio di 1-3 nella serie. 

I titoli del 2017 e del 2018 (favoriti dall’annessione in squadra di Kevin Durant) saranno più faticosi di quanto apparso, soprattutto mentalmente, per una squadra passata da essere detentrice “del gioco perfetto”, a “la più odiata nella lega” perché troppo forte. E l’incredibile sconfitta con i Toronto Raptors del 2019 (viziata da una serie di infortuni quasi inedita nella postseason) decreta la necessaria “ricostruzione” del progetto che ben conosciamo. Nonostante un eroico contributo del nostro, malgrado gli acciacchi, decisivo in gara 2.     

Andre Iguodala finisce a Memphis, dichiarando subito di non voler giocare per una squadra senza velleità di successo come i Grizzlies, e restando fuori squadra fino all’ultima trade deadline, in cui giunge alla corte di Riley e Spoelstra in quel di Miami.   

All’età di 36 anni e con la sedicesima stagione in corso, le ultime pagine della storia sportiva di Iggy devono ancora essere scritte. Per quanto il racconto dell’uomo e della sua complessità, siano messe nero su bianco con l’uscita statunitense di “The sixth man” nel Giugno 2019. Un’autobiografia appena uscita in Italia – come detto – scritta con Carvell Wallace, autore per testate come il New York Time, GQ, The Guardian, The New Yorker, Esquire e collaboratore per ESPN e MTV.  

Pubblicata nel Belpaese da ADD Editore e tradotta da Mauro Bevacqua.

 

L’essenza di Iggy

L’ultima parte della biografia di Iguodala, ricorda in parte l’inizio di “Open”, memoriale di Andre Agassi scritto con il giornalista premio Pulitzer J.R. Moehringer.

Dopo anni di battaglie, con un corpo minato da pressioni spesso non percepite dal grande pubblico, il dolore che i due Andre raccontano nei rispettivi capitoli lo percepisci addosso durante la lettura. La consapevolezza delle dinamiche fisiche, lo studio biblico della propria struttura, i metodi con cui preservare energie limitando i fastidi: raggiunto un certo livello, con la carriera vicina al capolinea, entrambi si domandano che senso abbia continuare, dove trovare la forza necessaria per sfidare il dolore.         

Per origini ed apparenza, Iguodala e Agassi appaiono due sportivi diametralmente opposti, ma la godibile lettura delle loro biografie evidenzia più di un tratto comune, probabilmente condiviso con altri grandi professionisti sportivi. La passione e la competitività in primis, ma c’è qualcosa di più, forse più profondo. Entrambi – per dinamiche differenti – sono pienamente coscienti fin da giovanissimi che il successo sportivo è l’unica strada da percorrere, per risolvere la propria vita. 

Agassi è forzatamente predestinato, tanto da intraprendere uno sport per il quale viene ossessivamente preparato dal padre fin da tenerissima età, ed il suo rapporto di amore e odio verso il tennis si tramuta in dipendenza parola dopo parola, capitolo dopo capitolo. Attraversare con lui la moltitudine di tornanti percorsi – in un viaggio che sembra sovrapporre almeno 10 vite di comuni mortali – rende “Open” un must read assoluto per quanto riguarda la letteratura sportiva.      

“Il sesto uomo” di Iggy segue indubbiamente lo stesso destino, valorizzando un personaggio che potevamo aver intuito essere “intelligente” e “preparato” in campo, ma che disintegra ogni cliché spesso abusato quando si pensa a certi giocatori “usciti dal ghetto”.

Ce li immaginiamo dotati di talento, privi di istruzione, scampati da un destino infausto tra gang di quartiere, riusciti nell’unica cosa capace di salvarli. Certo, si tratta di una generalizzazione – e spesso il profilo coincide con tanti giocatori di successo in NBA – ma probabilmente nasconde un pizzico di pregiudizio razziale, inevitabile in chiunque, anche in chi scrive (per quanto da sempre dichiaratosi schierato dalla parte giusta della barricata). Diciamo che è una novella che funziona, che piace ascoltare perché narra di riscatto sociale, ma non sempre veritiera.

Andre Iguodala è cosciente fin da subito del mondo in cui vive, nel quale il colore della pelle rappresenta un limite o, talvolta, una sentenza scritta. Lo vede a Springfield nel quartiere in cui nasce, lo sperimenta alla High School, quando viene inserito in una classe di “soli bianchi” per meriti scolastici, ed il primo giorno la professoressa lo tratta con la sufficienza che merita un ragazzino ingenuo, che sicuramente ha sbagliato porta. Questo senso di scarsa considerazione per etnia di appartenenza percorre tutta la sua vita, generando una rabbia che diviene motore fondamentale per evolversi, principalmente come uomo. 

Basandoci su quello che vediamo in campo, potremmo definire Iggy come uno studente del gioco, oltre che un profondo conoscitore della potenza della mente, che perfeziona raggiungendo livelli di concentrazione fondamentali per sfondare ad alti livelli. La stessa consapevolezza che lo porta ad una cura maniacale del corpo – grazie alla quale si impone dapprima come specialista difensivo e poi come attaccante da crunch time – oltre che a combattere stress, nervosismo, insonnie.

In realtà, proprio queste ultime sembrano rappresentare al meglio la conseguenza di una rabbia ancestrale, quella che sale con la consapevolezza di ingiustizie incontrollate subite, che Iguodala affronta focalizzandosi sul campo senza lasciar perdere l’universo circostante. Come quando racconta l’ingiusto senso di inferiorità provato al College, in quanto “giocatore di punta” a colloquio con importanti magnati dell’Arizona, trattato da “nero che deve solo ringraziare il sistema” da ricchissimi bianchi, ironizzanti mediante le solite frase fatte. Lo stesso che – anni dopo – lo porta a perdere le staffe di fronte all’atteggiamento di un arbitro NBA, che durante una sfida a Minneapolis gli impone di non guardarlo, trattandolo con superiorità di classe per il ruolo ricoperto (ed il colore della pelle differente, ovviamente).  

Nell’arco della sua vita sportiva Iguodala ha sempre osservato chiaramente le contraddizioni che incrociano il percorso di un afroamericano di successo, a volte superandole grazie all’amore per il gioco, ma senza mai lasciar correre per davvero.

Quel sistema collegiale per il quale i giocatori vengono reclutati come professionisti, generando introiti per le università senza percepire niente, per esser lasciati andare al patto di rappresentare esempi positivi per i reclutamenti futuri di talenti similari: un qualcosa che percepisce, subisce e critica. Probabilmente il motivo per cui, dopo due anni, lascia Arizona per rendersi eleggibile al draft, come tanti altri giocatori fanno abitualmente da decenni. Il problema però, è che lui avrebbe voluto viversi l’esperienza, il campus, la possibilità di arricchimento culturale che un sistema universitario fornisce, restando con l’amaro in bocca. Stesso discorso per il circo mediatico attorno alla NBA, fatto di conflitti costruiti ad arte, pressioni generate da piccoli argomenti che si amplificano nei servizi televisivi, negli articoli di giornale, trasformando le arene in autentiche tonnare in cui il giocatore deve dare il 100% provando a vincere, mantenendo altissimi livelli di concentrazione mentre intorno gli dicono di tutto.

Tensioni in spogliatoio, rapporti mai sinceri con allenatori e dirigenti: tutto sembra esser spazzato via con l’approdo di Kerr nel paradiso Warriors, ma la narrazione veicolata dall’alto genera altro tipo di problematiche. Una squadra che con l’innesto di Durant diviene la più odiata del pianeta, deve resistere non solo agli avversari sempre con il coltello tra i denti, ma ad un sistema che la mette alla prova anche con metodi poco ortodossi. Ed il dubbio di calendari complessi, tour infiniti, arbitraggi faziosi diviene ulteriore fonte di difficoltà.

La sensazione è sempre quella di dover subire tutto in silenzio, ringraziando il sistema per aver raggiunto uno status agiato, distante dalla media del 99% degli afroamericani d’America. Sei nero e guadagni bene, i tuoi figli hanno accesso ad una istruzione privilegiata, puoi sederti a tavoli importanti: stai zitto, subisci e gioca. Quello sai fare. 

Un uomo cosciente che si è guadagnato ogni grammo di rispetto acquisito, come Iguodala, non può soprassedere. La suddetta rabbia ancestrale, torna a farsi viva ogni volta che il focus si sposta sul contorno, per quanto il parquet e la passione siano in grado di assorbire ogni problema. Perché la pallacanestro è la cura, per chi ha costruito la propria vita sui campi da gioco, sudando e lottando per laurearsi campione. Un qualcosa – quell’agognato anello – che diviene ragione di vita forzata, così come l’essere umano accetta come determinanti della propria esistenza convenzioni inventate dall’uomo stesso, come la religione, i soldi, il successo personale e sociale.

Prenderne coscienza, anzi, riflettere su questo tra le pagine di un libro, e continuare imperterrito ad esistere convintamente nonostante tutto e tutti, rendono Andre Iguodala un uomo esemplare nell’universo NBA.

E trasformano “Il sesto uomo” in un opera da divorare, per capire quanto la grandezza sportiva può coincidere con l’immensità di una coscienza critica. Una cosa non così rara tra i grandi campioni immortali come Jordan, Kareem, Russell e Lebron  – per non parlare degli Agassi, degli Alì o dei Ronaldo – ma che spesso tendiamo a dimenticare, magari per superficiale generalizzazione.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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13 Luglio, 2020 11:56 am

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