The Answer, ep. 3: cosa manca ai Nuggets, identikit di una contender e tanto altro

 The Answer, ep. 3: cosa manca ai Nuggets, identikit di una contender e tanto altro

Copertina a cura di Francesco Ricciardi

Eccoci arrivati alla terza puntata di The Answer, la rubrica in cui rispondiamo ai vostri quesiti. Ogni settimana vengono raccolte via mail (redazionetheshot@gmail.com) e sui nostri canali social le vostre domande, vengono scelte le più interessati e un membro (o anche più di uno, come vedremo oggi) della redazione di The Shot vi darà la sua opinione.

Sotto con le domande quindi, buona lettura!

 

1) Secondo voi nei prossimi anni ci sarà la possibilità che la NBA si espanda? Quante squadre credete che la lega ammetterà al massimo? Mi piacerebbe sapere poi l’iter che deve seguire una città per avere la propria franchigia. Infine capire se con più franchigie il cap scenderebbe oppure se la situazione rimarrebbe invariata.

Domanda di Andrea Lo Giudice, risponde Michele Laffranchi

Ciao Andrea,

l’ultima espansione dell’NBA risale ormai a un quindicennio fa, con l’ingresso nella lega degli Charlotte Bobcats, che riportarono nel North Carolina la franchigia dopo il trasferimento degli Hornets a New Orleans e, contestualmente, portarono a 30 il numero di squadre presenti in NBA. Perfezione raggiunta? Parrebbe di sì, anche perché negli ultimi anni le parole del commissioner Adam Silver sono state piuttosto tese a smorzare gli entusiasmi riguardo un ulteriore allargamento numerico.

Tuttavia, la crisi economica scaturita dalla pandemia potrebbe favorire un cambio di programma della lega: una o due nuove squadre, infatti, comporterebbero indubbiamente lauti introiti (a partire, verosimilmente, da una sorta di acquisto del titolo societario, venduto dalla NBA stessa). Se, insomma, prima l’ipotesi principale era quella di un ricollocamento di una franchigia da una città a un’altra più appetibile, a questo punto non è nemmeno da scartare la nascita di nuove società. A logica, sarebbe comunque difficile prospettare un ampio numero di ingressi: è ipotizzabile che le nuove franchigie sarebbero una o due, per arrivare alla cifra pari di 32.

Del resto, le città che vogliono subentrare nella gestione di una franchigia devono rispettare certi standard: intanto, deve esserci un’arena pronta ad ospitare una gara, oppure deve esserne comunque prospettata la progettazione. Poi, oltre ad avere una popolazione abbastanza numerosa, dev’essere anche un mercato economico realmente appetibile. Infine, è necessario che non vada a ostacolare altre città vicine che hanno già delle franchigie, sottraendo loro mercato e interesse.

Sono requisiti non facili da rispettare: per motivi diversi, le città avvantaggiate potrebbero essere Seattle e Mexico City: la prima ha già esperienza di NBA con i SuperSonics e ha dunque dalla sua una storicità spiccata nel mondo della pallacanestro; la seconda sposa in pieno la globalizzazione del prodotto NBA che, dopo i successi dei Raptors in Canada, vedrebbe allargato il suo mercato anche al Messico. Del resto, dal 2013 alla Mexico City Arena si sono giocate quasi annualmente gare di Regular Season, quasi a testare le possibilità di dar vita a una vera e propria franchigia.

Per quanto concerne il salary cap, è difficile ipotizzarne la decrescita: pur senza arrivare agli eccessi del 2016/17 (quando il cap ha avuto uno sbalzo di 24 milioni di dollari, alzandosi del 33%), la tendenza in NBA è chiaramente quella di continuare ad aumentarlo. Dunque, anche con due squadre in più in circolazione, l’inerzia difficilmente muterebbe (nel 2004/05 con l’ingresso nella lega degli Charlotte Bobcats, ad esempio, il cap è rimasto pressoché invariato).

 

2) Quali giocatori attualmente in Europa (escludendo quelli già in ottica draft) potrebbero essere funzionali in NBA?

Domanda di Paolo Di Francesco, rispondono Francesco Cellerino e Nicola Garzarella

Ciao Paolo,

la domanda non è per niente facile, perché spesso la tipologia di giocatore che funziona in Europa non è funzionale per il contesto NBA, ma proveremo a rispondere anche basandoci sul confronto con giocatori che hanno tentato con risultati alterni il grande salto in passato. I nomi più caldi al momento in ottica NBA sono sicuramente quello di Facundo Campazzo (che sembra prossimo allo sbarco oltreoceano) e quello di Vasilije Micić, che insieme a Larkin forma la coppia di guardie forse più spettacolare dell’Eurolega.

A questi si aggiungono altri due giocatori del Real Madrid: Gabriel Deck, che ha già avuto qualche contatto con un paio di franchigie e Walter Tavares, che dopo un passaggio abbastanza anonimo in NBA, si è affermato in Europa vincendo anche il titolo di miglior difensore della scorsa stagione.

Addentrandoci nel campo delle ipotesi, ci piacerebbe che due giocatori come Darrun Hilliard e Chris Singleton ottenessero una seconda chance in NBA. Il primo è una guardia/ala che allarga il campo e tiene bene in difesa, in passato ha anche giocato per Team USA vincendo l’AmeriCup 2017 ed entrando nel primo quintetto della competizione, mentre il secondo è un lungo molto fisico, che difende bene e gioca con intelligenza. A queste doti aggiunge anche lui il tiro da tre, con ottime percentuali e alti volumi e una buona precisione dalla lunetta, che lo rende un 4/5 molto ambito.

Passiamo ora alla categoria forse più difficile: in Eurolega trovano molto spazio le ali versatili, che però in NBA si trovano in un limbo tra la posizione di ala piccola, per la quale sono troppo lenti rispetto agli standard della lega e quella di ala grande, dove soffrono fisicamente. Queste preoccupazioni hanno accompagnato per ultimo anche il nostro Melli nel suo viaggio oltreoceano, ma per uno che ce la fa, in molti falliscono.

Tra i giocatori di Eurolega ci vengono in mente Jānis Timma, giocatore con un QI cestistico elevato e buon tiratore, ma forse troppo lento di piedi per avere delle reali chances e Luke Sikma, figlio dell’Hall of Famer Jack, del quale apprezziamo l’intelligenza con cui gioca e si gestisce in campo, leggendo come pochi altri le varie fasi della partita. A questi aggiungeremmo Paul Zipser, già visto ai Bulls, e Deshaun Thomas, discutibilmente la sorpresa nel suo ruolo degli ultimi due anni, che però pare diretto verso il Giappone. Anche per lui vale il discorso su come potrebbe inserirsi un giocatore della sua taglia in NBA, ma una possibilità gliela daremmo volentieri.

Per quanto riguarda le guardie/ali, il nome che più ci intriga è quello di Rokas Giedraitis, fresco rinforzo del Baskonia ed eccelso realizzatore da qualunque posizione. Abbiamo invece individuato tra i tanti cecchini dell’Eurolega due giocatori che potrebbero provare un’avventura simile a quella di Dairis Bertāns ai Pelicans (che non è andata benissimo) o Marko Gudurić ai Grizzlies come tiratori dalla panca: i nomi potrebbero essere molti, ma abbiamo scelto Marcus Eriksson e Petteri Koponen. Menzione d’onore per Mike James, che probabilmente non tornerà in NBA, ma che ai Suns non aveva sfigurato.

Concludiamo parlando dei lunghi, categoria difficile vista l’evoluzione del ruolo: il giocatore che più vorremmo vedere in NBA è senza dubbio Devin Booker (fratello di Trevor), che negli ultimi due anni ha aggiunto al suo già ottimo repertorio il tiro dall’arco. Per Voigtmann invece vedremmo bene un ruolo simile a quello di Theis e Kleber, grazie alle sue ottime percentuali.

 

3) Quali sono gli assistant coach pronti per un ruolo da head coach?

Domanda di Francesco Contran, risponde Emiliano Naiaretti

Ciao Francesco,

il lavoro degli assistant coach negli staff NBA è spesso sottovalutato e ci si rende conto della bravura di un assistente solo quando questo riceve un incarico da head coach. Ogni anno qualche assistente viene assunto come capo allenatore: due stagioni fa ad esempio toccò a James Borrego e Lloyd Pierce, la stagione scorsa a Taylor Jenkins. È bene quindi tenere sempre un occhio attento sui potenziali candidati. Vediamo qui di seguito alcuni nomi particolarmente intriganti:

 

Becky Hammon

Dopo una lunga carriera da giocatrice, Becky è entrata a far parte dello staff degli Spurs nel 2014, diventando il primo full-time assistant donna nella storia di tutte e 4 le maggiori leghe sportive americane. La Hammon è innanzitutto caratterizzata da una grande forza e determinazione, indispensabili per una donna che ha avuto un così grande successo in un mondo che veniva considerato esclusivamente riservato agli uomini. Poi, negli anni, Becky ha ricevuto sempre più considerazione e rispetto nella lega grazie alla sua grande abilità nel relazionarsi con i giocatori e ovviamente grazie ad un grande QI cestistico che la caratterizzava anche da giocatrice.

Nonostante varie interviste per un posto da head coach, Becky non ha ancora avuto la sua grande occasione ma, come scrisse Pau Gasol in una sua lettera aperta su The Players’ Tribune, “Becky Hammon can coach NBA basketball. Period.”

 

Ime Udoka

Udoka è attualmente uno degli assistenti dei Sixers. Pur sembrando già pronto lo scorso anno per un posto da head coach, Ime ha accettato il posto ai Sixers diventando uno degli assistenti più pagati nella lega.

Come giocatore Udoka era conosciuto per la sua difesa e per la grande etica del lavoro. Come allenatore, Ime ha semplicemente traslato queste sue capacità dal campo alla panchina, diventando un allenatore difensivo amato dai giocatori per la sua grande umiltà e volontà di migliorarsi. Ad oggi, Udoka è probabilmente il miglior candidato della lega per un posto da head coach.

 

David Vanterpool

Dopo le esperienze da assistente in Europa e con i Blazers, Vanterpool è diventato associate head coach dei Timberwolves nella scorsa estate. Esattamente come Udoka, anche lui sembrava già destinato a un ruolo da head coach e probabilmente questo sarà l’ultimo step prima del grande salto, che sia ai Timberwolves o altrove. Vanterpool era amatissimo ai Blazers, soprattutto da Damian Lillard, e pare che abbia giocato un ruolo fondamentale nella crescita (soprattutto difensiva) e coesione del backourt Dame-McCollum.

 

Charles Lee

Charles è il più giovane della lista con i suoi 35 anni ma ha cominciato ad allenare ben otto anni fa. Nato e cresciuto sotto l’ala di Budenholzer, Lee ha già avuto esperienze importanti con gli Hawks prima e con i Bucks poi. Pare che Charles sia un assistente estremamente determinato e appassionato, capace di ispirare e stimolare sia il giocatore più giovane o ai margini della rotazione sia la grande stella. A tutto ciò si unisce una grande comprensione e intuitività tattica.

È ancora molto giovane ma, con il suo mix di esperienza e carattere, potrebbe essere il candidato ideale per una squadra giovane che punti a crescere e svilupparsi.

 

4) Cosa manca ai Nuggets per diventare una vera e propria contender?

Domanda di Francesco Vaccariello, risponde Alberto Motta

Ciao Francesco,

il lavoro di Connelly e Karnisovas è stato esemplare per portare una squadra in ricostruzione ad essere dopo pochi anni oggetto di discorsi come “cosa manca per diventare contender”. Denver è diventata un modello di rebuilding da seguire perfetto anche per il resto della lega: è chiaro che aver pescato Nikola Jokić al secondo turno durante la pubblicità di Taco Bell ha aiutato parecchio, ma il lavoro del President of Basketball Operations e dell’ormai ex General Manager dei Nuggets in questi anni è stato ammirevole.

La risposta alla domanda in questione in realtà è abbastanza semplice: affiancare a Nikola Jokić una seconda superstar sugli esterni. Profilo perfetto? Bradley Beal, ovvero un giocatore offensivamente élitario, che sappia segnare con costanza, che possa prendere tutti quei tiri che il centro serbo non può prendere, che sappia muoversi lontano dalla palla e con la palla in mano.

Il gruppo di adesso è bellissimo e il talento non manca – anche se ovviamente non è abbastanza per arrivare fino in fondo – ma arriverà il momento in cui per fare quel passo in avanti i Nuggets dovranno fare dei “sacrifici”, se così possiamo chiamarli. Gli indiziati principali sono Will Barton e Gary Harris che, pur essendo due giocatori importantissimi per Denver, sono quelli più facilmente rimpiazzabili.

Harris è un difensore incredibile, uno dei più sottovalutati nella Lega, ma tra infortuni e poca costanza al tiro – anche se nel periodo post All-Star Weekend e pre sosta stava prendendo tanto ritmo – può essere sacrificato. Barton invece stava giocando la sua stagione migliore in carriera difensivamente parlando e offensivamente è uno dei pochi nell’attuale roster dei Nuggets a potersi creare un tiro dal palleggio, ma se l’obiettivo concreto diventa prendere un giocatore à la Beal, anche lui dovrebbe lasciare il Colorado.

In un mondo perfetto quindi i Nuggets avrebbero poi Jamal Murray come terzo violino, che sarebbe effettivamente il ruolo più adatto a lui: il prodotto di Kentucky sta migliorando anno dopo anno, fondamentale dopo fondamentale. Inoltre difensivamente non è più un malus, e la sintonia in campo con Jokić è palese.

La rotazione che dovrebbe avere Denver per essere una vera e propria contender quindi sarebbe questa: Murray, Beal, Craig, Grant e Jokić da titolari, dalla panchina Porter Jr. (con un ruolo da sesto uomo di lusso), Monte Morris, Mason Plumlee e un esterno o un 4, a seconda di come viene schierato il talento di Columbia.

Ovviamente il percorso per arrivare a un giocatore come Beal non è affatto facile – per questo era doveroso il piccolo passo introduttivo sulla dirigenza dei Nuggets – ma visti anche i movimenti fatti durante il periodo di scambi di quest’anno (ricorderete la super trade che coinvolse anche Denver) credo che Connelly abbia più di un’idea in testa. Considerando anche che durante i PO le rotazioni si accorciano drasticamente, le partenze di Malik Beasley e Juancho Hernangómez erano già il primo chiaro passo per arrivare alla seconda stella da affiancare a Nikola Jokić.

Tutto sommato credo che Denver possa esser definita contender in questo finale di stagione particolare perché, pur non avendo il talento di altre squadre più quotate, penso che lo stop forzato a causa della pandemia abbia aiutato la squadra di Mike Malone: Jokić sarà più fresco e riposato, Gary Harris avrà più possibilità di restare sano ed evitare infortuni e anche Millsap può trarre vantaggi da una stagione regolare più corta e con meno partite. Insomma, attenzione già da quest’anno ai Denver Nuggets.

 

5) Potendo costruire una squadra in laboratorio con obiettivo finale la vittoria dell’anello, quali sarebbero i profili (star e role player) adatti a vincere nella NBA del 2020?

Domanda di Carlo Tosciri, risponde Stefano Gaiera

Ciao Carlo,

ovviamente la ricetta per la squadra perfetta non esiste, anche perché durante la costruzione di un roster “vincente” e il suo effettivo cammino nei playoff possono entrare in gioco moltissime variabili. Nonostante ciò, si può provare a tracciare l’identikit di un’eventuale squadra ideale che potrebbe essere una contender nella NBA del 2020. A questo proposito ti consiglio di dare un’occhiata a uno dei paper presentati all’ultima MIT Sloan Sports Analytics Conference, di cui avevano parlato anche i nostri Andrea&Andrea in una puntata di The ANDone Podcast di qualche mese fa (puoi scaricarlo a questo link).

Innanzitutto c’è bisogno di una stella, uno dei giocatori migliori della lega che deve essere un giocatore sovradimensionato per il ruolo con capacità di creare sia per sé sia per i compagni. I nomi sono sempre quelli, li conosciamo tutti: LeBron James, Kevin Durant, Kawhi Leonard e probabilmente anche Giannis Antetokounmpo.

La point guard dovrebbe essere il secondo violino, perciò c’è bisogno di un giocatore che sappia creare più per gli altri che per se stesso, ma che comunque possa segnare qualora ce ne fosse la necessità. Il giocatore che più di ogni altro incarna questa definizione è senz’altro Chris Paul, oppure ci si può “accontentare” di Kyle Lowry versione 2018/19 o di Jrue Holiday.

È importante avere un lungo stretch con spiccate qualità difensive (in modo da poter essere l’àncora difensiva) e discrete abilità a rimbalzo offensivo. Alcuni nomi papabili potrebbero essere quelli di Anthony Davis, forse l’esempio massimo in questo ruolo, Serge Ibaka – anche se il congolese ha dato il suo contributo più dalla panchina – e potenzialmente di Jaren Jackson Jr., che deve ancora perfezionare molti aspetti del suo gioco ma che sembra corrispondere perfettamente a questa tipologia di giocatore.

Il quintetto dovrebbe essere completato con dei 3&D dotati di grande comprensione di gioco e senza particolari responsabilità offensive, a cui viene richiesto solamente di prendersi i tiri aperti creati dalla stella e di dare il massimo in difesa. Di giocatori di questo tipo c’è un’ampia gamma di scelta; probabilmente i migliori sono Robert Covington e Danny Green oppure, per andare su nomi meno ovvi e più low cost, Danuel House Jr. o Will Barton; se guardiamo al passato potremmo considerare anche il Kawhi Leonard MVP delle Finals, anche se era sicuramente migliore in attacco dei giocatori sopracitati.

L’ideale sarebbe avere giocatori in uscita dalla panchina che siano completi e che sappiano fare più o meno tutto, dando all’allenatore la possibilità di mischiare i quintetti e adottare soluzioni diverse nelle varie fasi della partita. Alcuni nomi interessanti possono essere quelli di VanVleet, Melton, Marcus Morris o Derrick White.

Pensando a questo prototipo di contender, saltano all’occhio due aspetti. In primis la necessità di avere come caratteristiche dominanti della squadra tiro, tecnica e soprattutto strapotere fisico e atletico: i Philadelphia 76ers sono arrivati vicinissimi a battere i futuri campioni NBA avendo quasi zero tiro e non molta tecnica, ma dominando la serie dal punto di vista fisico e atletico. In secundis, tra le varie tipologie di giocatori spesso sono stati nominati membri del roster dei Raptors dello scorso anno: questo è innanzitutto  la riprova del lavoro eccellente di Masai Ujiri e del suo staff, e conferma come Toronto sia stata la contender più “funzionale” (escludendo ovviamente Golden State delle ultime tre stagioni, che è qualcosa di quasi irripetibile) degli ultimi anni e quindi un modello da seguire.

La Redazione

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