Il fattore Al Horford

 Il fattore Al Horford

Copertina a cura di Edoardo Celli

Se non puoi sconfiggere un nemico, fattelo amico. Così diceva Gaio Giulio Cesare. O forse qualcuno che lo consigliava. E lo consigliava bene. Purtroppo però, neanche i buoni vecchi aforismi storici riescono a venirci in aiuto. Almeno così non è nel caso dei Sixers e di Al Horford. Il vecchio nemico è diventato un alleato ma nessuno, però, ne ha tratto vantaggio, almeno fino ad ora.

Eppure tutto sembrava così logico. Negli scontri diretti disputati, per dieci volte su tredici, Superman Embiid aveva dovuto soccombere alla kryptonite Dominicana. Sul piano tecnico naturalmente, ma anche su quello fisico. Maestro nell’arte della posizione dei piedi e della frapposizione del corpo, Al non ha mai abbassato la testa di fronte alle sportellate o alla spalla sullo sterno. Sapeva come portare fuori contesto il Camerunense, strappandolo dall’area per farlo galleggiare sul perimetro. Per poi essere capace di ribaltare il campo e infilzare da sotto, dalla media o dall’arco. Full Monty Horford.

Ci ha sbattuto contro Joel e lo ha sperimentato pure Giannis. Lo possono testimoniare dozzine di lunghi che lo hanno incrociato da oltre un decennio a questa parte. Horford non si è mai tirato indietro. Al vuol dire fiducia.

Così Elton Brand, che di big granitici se ne intende, quando ha intravisto un varco tra Horford e Boston non ha esitato un secondo a metterci il piede in mezzo. Il piede e un camion di bigliettoni. Ben 109 milioni di bigliettoni verdi con su stampate le facce di presidenti: materiale a dir poco convincente. Soprattutto se hai trentatré anni e questa sarà – probabilmente – l’ultima occasione di monetizzare il duro servizio reso alla causa del basket.

Brand sembra avere le idee chiare, forse un po’ d’antan, ma chiare. Mettere su una squadra di cinque giannizzeri, lunghi e tosti, muri in difesa, bulli in attacco. Il non plus ultra del basket, nello specifico quello anni novanta. Una squadra di cloni dello stesso Elton Brand, potremmo dire.

In teoria tutto bene, in pratica un po’ meno. La fisica dei solidi non mente. Sul pitturato non c’è abbastanza posto per i due armadi, che un tempo furono nemici. Al tende quindi ad allargarsi, a battere sul pick e a levare sul pop, anche più spesso del solito. Aumenta il fuoco da tre – le conclusioni salgono da 3 a 4.4 a partita – le percentuali però si abbassano decisamente dal 36% al 33.6%. La questione è che, nonostante i grandi progressi di adattamento in carriera, Al resta pur sempre un centro, con range e movimenti anche lontano dall’area, ma non una stretch-four. Almeno non nel senso più moderno. Non si può pretendere che sia utilizzato tout-court come un tiratore in spot-up. Pretesa sbagliata, utilizzo riduttivo e controproducente.

La stagione no di Al Horford è la storia di un arretramento su tutta la linea del gioco. In attacco si riflette su una perdita di efficienza generalizzata – nei numeri espressa dal declino di quasi 10 punti nelle percentuali dal campo – che sono poi la conseguenza di un peggioramento al tiro da tutte le mattonelle. Si è detto delle difficoltà da oltre l’arco, ma in realtà, salvo che da sotto canestro, Al regredisce da tutte le distanze, come se la sua fosse una perdita di sicurezza più profonda, una confusione più drammatica.

Non va meglio in difesa, il pane quotidiano di Horford, la ragione massima per la quale tanto si è speso per averlo. La grande prestazione nella vittoria del Christmas Day contro Antetokounmpo e i suoi Bucks appaiono più un episodio, una brillante eccezione, che una costante, in un’annata costellata al contrario da prestazioni sotto tono, da uscite che hanno fatto spesso pensare ad un declino strutturale che nessuno, al primo anno di un contratto quadriennale, vorrebbe mettere in conto.

Brett Brown comincia a sentire presto la puzza di bruciato, è il calore che sprigiona la sua panchina, forse. Qualcosa, più di qualcosa, non va. Così cambia le rotazioni e tende a dare molti più minuti ad Horford accoppiato a Simmons. Anche qui, buona la teoria, meno la realtà. È il caso infatti che Ben, nel suo percorso evolutivo in fase d’attacco, vada ad aumentare il proprio contributo da screener, togliendo lavoro naturale ad Al. Dei due quindi, uno è ancora di troppo. 

Phila arranca, non tanto in casa, quanto lontano dalle mura amiche, dove invece che una invincibile armata somiglia sinistramente ad una squadra da lotteria. La fase d’involuzione di Horford non sembra conoscere requie. È abbastanza inquietante infatti vederlo perdere un passo (e mezzo) pure in difesa, anche quando non si pesta i piedi con i “golden boys”.

Complici forse anche dei fastidi insistenti al ginocchio sinistro e al tendine d’Achille, le sue uscite di inizio marzo contro le due squadre di Los Angeles, contro Anthony Davis e Montrezl Harrell, nel giro di pochi giorni, mettono in evidenza difficoltà quasi mai viste in due lustri di onoratissima carriera. Non proprio un bello spettacolo.

Questo accadeva appena prima del lockdown. Shake Milton era prima stato promosso in quintetto, relegando Horford e il suo contratto monstre alla panchina. Poi l’infortunio di Simmons aveva riportato Al nello starting-five, ma la sua scarsa brillantezza – eufemismo – era emersa in maniera impietosa. Sembrava proprio di essere al momento del “giù il sipario”. E dichiarare l’esperimento fallito. Ma forse no. Non è ancora detta l’ultima parola.

Forse non si è ancora ponderato adeguatamente il peso che Al Horford avrebbe dovuto portare alla causa in post season, in una normale post season. Figuriamoci in una che di normale avrà ben poco. A partire dai luoghi, passando alle modalità, per non parlare delle ansie che si genereranno e della calma ed esperienza che saranno necessarie per navigare in quei mari perigliosi.

Ci aspettano settimane di luoghi inesplorati, di alea elevata alla potenza. Come pesare allora quelle poche certezze che ci rimangono?  Quelle sicurezze che si declinano in ritmi più lenti, in chili di esperienza da spendere, in minuti decisivi da far fruttare

 

Che entri Al Horford, allora. In fondo è proprio per giocarsi le sue carte ai playoff, quando Joel Embiid e Ben Simmons diventeranno i target delle difese avversarie, che Elton Brand ha giocato il grosso della sua scommessa sul figlio di Tito. Quando servirà una second unit competitiva, che non sia dentro con il solo scopo di far rifiatar le stelle, ma che possa tener botta o proporre mismatch sfidanti grazie alla profondità e all’esperienza. Pensare ad un assetto incentrato su Josh Richardson, Tobias Harris e Al Horford, diventa quindi una specie di assicurazione sulla vita dei Sixers.

 

Potrebbe arrivare qui, in questo contesto, l’importanza di un X-Factor da spendere. La possibilità di avere minuti di qualità da spremere dalla panchina e di schierare quintetti solidi, nei minuti che contano. Tutto pane per i denti di Al Horford. L’uomo che arriva, incolla i pezzi e rimette insieme il puzzle. 

Salve, sono lo zio Al. Risolvo problemi. Queste le scene del film che a Philadelphia vorrebbero vedere nel secondo tempo della stagione. Mettetevi comodi e non scordatevi i popcorn.

Andrea F aka Doc di Nba2face

Dopo Wilt, prima di Joel. In mezzo tutti gli altri. Decenni di amore per Phila e per l'NBA

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