Kevin Durant e la Free Agency del 2016

 Kevin Durant e la Free Agency del 2016

Copertina a cura di Nicolò Bedaglia

Sono passati ormai quattro anni da quando Kevin Durant firmò per i Golden State Warriors nel 2016. L’anniversario della scelta che ha sconvolto gli equilibri della lega ci dà uno spunto per parlare di come si è svolta la sua free agency, e di ipotizzare cosa avrebbe ottenuto firmando altrove.

 

L’ultima stagione di Durant a OKC

Con una squadra finalmente in salute dopo l’infortunio che fece giocare soltanto 25 partite a Kevin Durant nella stagione 2014-15, la regular season vide i Thunder col terzo record della Western Conference. Con 55 vittorie la squadra sembrava poter fare un ulteriore salto ai playoff.

In effetti così avvenne, e della serie vinta contro Dallas 4-1 senza troppi problemi, l’episodio che viene più ricordato è fuori dal campo. Quando Marc Cuban dice che Westbrook è un All-Star ma non una superstar, Durant replica dicendo “È un idiota“, prendendo le difese del compagno come dovrebbe fare sempre un vero leader.

Dopo i Mavs i Thunder si trovavano ad affrontare i San Antonio Spurs, reduci da 67 vittorie in regular season e dall’aggiunta di Lamarcus Aldridge nell’estate precedente. Il pensiero di molti tifosi era che se esisteva una squadra in grado di battere quei Golden State Warriors da 73 vittorie, quelli erano proprio gli Spurs di coach Popovich.

Dopo una netta sconfitta in gara 1 a San Antonio, i Thunder vincono gara 2 nel finale, tra le polemiche per una gomitata data da Waiters a Ginobili nell’esecuzione di una rimessa da timeout a 13 secondi dalla fine.

Le partite alla Cheseapeake Energy Arena vedono una vittoria a testa per le franchigie, e all’AT&T Center OKC strappa gara 5 nel finale vincendo poi la serie in casa, prendendosi una rivincita contro gli Spurs che li avevano eliminati nel 2014.

Nelle finali di Conference c’è lo scontro contro i favoritissimi Golden State Warriors, ritenuti indubbiamente la migliore squadra della lega. Alla Oracle Arena i Thunder vincono gara 1 e perdono gara 2, prendendosi il fattore campo. In gara 3 sono diventati famosi i riflessi incondizionati di Draymond Green che tira dei colpi proibiti ad Adams senza essere squalificato. Ciò infiamma la Chesapeake Energy Arena e OKC, che strapazza i Warriors in gara 3 e in gara 4, con chiaro disappunto per la decisione di non sospendere Green per i suoi falli antisportivi.

È il 24 maggio e i Thunder sono sopra 3-1 nella serie, e tutto lascia presagire a delle Finals a sorpresa, con la rivincita tra OKC e King James. Non finirà così, perché dopo la sconfitta in gara 5 a Oakland, in gara 6 Klay Thompson e le sue 11 triple affossano i Thunder, che nel finale di gara non capiscono più niente e finiscono per essere ribaltati nella serie che più di ogni altra brucia nella storia di OKC.

Tra i responsabili della sconfitta c’è proprio KD, noto per le sue giocate nel clutch time, che non riesce a incidere nel finale di gara come aveva ben abituato negli anni precedenti. Questa serie ci spiega molto del carattere di Kevin Durant e della sua successiva scelta. Kevin, infatti, si dimostra incapace, nel momento forse più importante della sua carriera, di trascinare la sua squadra al passo successivo e ancora una volta non riesce a vincere, fermandosi sul più bello.

L’idea di essere uno dei più forti giocatori della storia senza un anello inizia a turbarlo sempre più, e si approccia alla free agency tenendo in considerazione solamente le squadre che possono garantirgli di competere per il titolo.

 

Le sei pretendenti a Durant

Due erano le richieste di Kevin Durant nell’approcciarsi alla sua free agency: una squadra da titolo e un massimo salariale. Per questo motivo i Lakers non vengono nemmeno presi in considerazione, e dovettero ripiegare malamente su Mozgov e Deng. Neanche i Washington Wizards, squadra della capitale in cui KD era nato e cresciuto ottengono la possibilità di incontrarsi col free agent di punta dell’estate 2016. I New York Knicks tentano di usare Carmelo Anthony per reclutare Durant, ma non ottengono nulla; nemmeno l’interesse degli Atlanta Hawks è ricambiato.

Sul piatto delle pretendenti solamente sei ebbero la possibilità di parlare col numero 35 di OKC: i Thunder, i Warriors, i Clippers, gli Spurs, gli Heat e i Celtics.

La calendarizzazione della free agency prevedeva un incontro con i Thunder il 30 giugno, Warriors e Clippers il 1° luglio, Spurs e Celtics il 2, e per finire Heat e nuovamente Thunder il 3 luglio. La decisione sarà poi presa il 4 luglio. Ma andiamo ora a vedere le offerte delle squadre.

 

1) Oklahoma City Thunder

La franchigia in cui KD ha militato per la gran parte della sua carriera aveva cominciato il suo piano per le free agency durante la notte del draft. Con uno degli affari più clamorosi della gestione Presti col senno di poi, i Thunder scambiarono Serge Ibaka per ottenere Victor Oladipo, Ersan Ilyasova e l’appena draftato Domantas Sabonis. Le intenzioni del general manager erano chiare: rivoluzionare il frontcourt della squadra e adattarsi al gioco moderno con spaziature più ampie.

La scelta di prendere Oladipo garantiva poi una grande scoring option dalla second unit, cosa che Dion Waiters aveva fatto in modo abbastanza altalenante ai playoff. Con Ilyasova ad aprire il campo anche il gioco di Westbrook ne avrebbe giovato in meglio. L’obiettivo non nascosto, e che secondo alcuni rumors avrebbe firmato insieme a Durant per i Thunder, era Al Horford. Il lungo degli Atlanta Hawks, nel pieno del proprio prime, era un All-Star eccellente in difesa e in grado di tirare dall’arco dei tre punti. Per ottenerne la firma sarebbe stato necessario sacrificare Kanter e il suo contratto, ma sicuramente una squadra in ricostruzione avrebbe preso volentieri delle scelte in aggiunta al turco.

La squadra avrebbe potuto avere differenti lineup efficaci e sarebbe indubbiamente stata più forte dell’anno precedente. Con un quintetto titolare con Westbrook, Roberson, Durant, Horford e Adams la difesa sarebbe stata indubbiamente top 3 della lega, con la possibilità di inserire i vari Ilyasova, Sabonis, Morrow, Abrines, Oladipo nel caso in cui servissero maggiori armi offensive. A rimbalzo sarebbe stato il miglior team della lega, cosa che i Thunder furono egualmente nella stagione 2016-17; indubbiamente Kevin avrebbe trovato una contender in grado di puntare al titolo.

Se questa squadra avrebbe potuto battere i Cleveland Cavaliers campioni in carica o i Golden State Warriors non è certo, ma nessuno avrebbe obbligato Durant a firmare un contratto pluriennale. I Thunder avrebbero infatti accettato qualunque opzione contrattuale pur di mantenere in squadra il miglior giocatore della loro breve storia, e KD avrebbe potuto firmare un 1+1 al massimo salariale, per poter scegliere insieme a Russell Westbrook, con cui si pensava avrebbe deciso l’anno successivo per Los Angeles.

Scegliendo i Thunder Kevin Durant avrebbe ottenuto sicuramente il massimo salariale, e avrebbe anche fatto più soldi che in ogni altra franchigia, nel caso in cui avesse firmato per 5 anni. Le speranza di titolo sarebbero state buone, ma non scontate per la presenza di Warriors e Cavs.

 

2) Los Angeles Clippers

Andiamo ora a vedere quello che, secondo me, è lo scenario forse più interessante dell’intera free agency. Parliamo chiaramente, i Clippers non avrebbero potuto firmare KD nel 2016 senza sacrificare uno tra Paul, Griffin e Jordan, e anche in quel caso il resto della squadra avrebbe dovuto avere i rimanenti giocatori al minimo salariale. La squadra di LA ha ottenuto un incontro ugualmente perché con un ulteriore innalzamento del cap previsto per l’anno successivo e la scadenza dei contratti di Paul e Griffin, ci sarebbe stata la possibilità di formare un Big 4. Non è inoltre un segreto che DeAndre Jordan sia grande amico di KD, che lo ha infatti voluto ai Nets nell’estate 2019.

Se le star dei Clippers fossero state disposte a tagliare un po’ i loro guadagni, tra bird rights e cap più alto avremmo avuto probabilmente un quintetto con Paul, Redick, Durant, Griffin e Jordan. Solo gli infortuni avrebbero potuto fermare la versione definitiva della lob City, anche perché Blake ha dimostrato di saper giocare sul perimetro nella sua incredibile evoluzione come giocatore.

È indubbio che la panchina sarebbe stata di bassa qualità, e questo alla lunga avrebbe potuto incidere negativamente sulle prestazioni del team di LA. Inoltre, non è un mistero che Paul e Griffin abbiano avuto innumerevoli problemi con gli infortuni, soprattutto nella postseason. Il load management che vediamo applicato spasmodicamente nel 2020, per i Clippers sarebbe dovuto iniziare nel 2017.

C’è un altro punto debole nell’offerta dei Clippers: perché Kevin avrebbe dovuto firmare con loro, se firmando per un anno altrove avesse ottenuto un titolo? Tipicamente i campioni in carica difendono il titolo, e ciò che ha fatto Kawhi Leonard nel 2019 è un unicum, e soprattutto non pensabile nel 2016.

Riassumendo Kevin Durant avrebbe dovuto aspettare un anno per firmare con i Cippers al massimo salariale, ma avrebbe poi ottenuto la squadra più forte della lega, con entrambe le sue richieste soddisfatte.

 

3) San Antonio Spurs

La franchigia dell’Alamo, battuta da Durant nei playoff, può mettere sul piatto una delle offerte più interessanti. Per arrivare a un massimo salariale, come richiesto dal numero 35 dei Thunder, bisognava liberarsi di Boris Diaw e scegliere tra Danny Green e Tony Parker. Il tutto non considerando il ritiro dalla NBA di Tim Duncan, che avrebbe per la verità consentito, con manovre abbastanza articolate e improbabili, di mantenere entrambi i giocatori a roster.

Kevin Durant si sarebbe ritrovato a formare un nuovo Big Three con LaMarcus Aldridge da 5 e Kawhi Leonard da 3, andando a occupare lo spot di 4 che apre il campo con cui è stato letale a Golden State. Aggiungete a questa squadra Manu Ginobili e uno tra Tony Parker e Danny Green e avremmo visto gli Spurs riprendere la posizione di favoriti al titolo.

 

Gregg Popovich è probabilmente il miglior allenatore dell’ultimo ventennio e non c’è dubbio che avrebbe saputo far convivere al meglio le proprie superstar in campo. Perché però Durant avrebbe dovuto unirsi a una squadra che aveva appena battuto? Ricordiamoci inoltre che gli Spurs, insieme ai Memphis Grizzlies, sono la squadra rivale dei Thunder, come testimoniano le tre serie in cinque anni, e i tifosi di KD non l’avrebbero presa benissimo. Se è vero che Parker e Ginobili iniziavano ad essere anziani, è anche vero che ai playoff avrebbero dato il loro contributo, e con un attacco del genere gli Spurs avrebbero volato. Piuttosto si può discutere del fit tra KD e Kawhi, che occupavano all’epoca la stessa posizione in campo, anche se spostare Durant da 4 sarebbe stata una soluzione naturale.

Con Kevin al posto di Tim Duncan la difesa avrebbe sicuramente risentito, ma non va dimenticato che Leonard e Aldridge erano una coppia pazzesca anche nella propria metà campo.

A San Antonio Durant avrebbe ottenuto elevate possibilità di vittoria e l’agognato massimo salariale, ma forse non sarebbe stato il vero e proprio volto della franchigia. Se è vero che contro OKC Kawhi Leonard segnò solo 23.2 punti con il 29% dall’arco e che KD invece arrivò a 28.5 col 60% di TS%, va ricordato che Leonard aveva già vinto un MVP delle finali e che si apprestava a diventare uno dei primi cinque giocatori della lega, in entrambe le metà campo.

 

4) Boston Celtics

I Celtics si presentano all’incontro con Durant portando Isaiah Thomas, Marcus Smart e Kelly Olynyk, a cui si aggiunge Tom Brady. Se oggi questo entourage fa sorridere, Boston in realtà era la squadra più in crescita della lega nel 2016, in cui era stata eliminata al primo turno dei playoff in 6 gare dagli Hawks. Con la scelta di Jaylen Brown e una pick dei Nets dall’altissimo valore, oltre a un gruppo buono con l’All Star Thomas, Bradley, Crowder, Smart e un ottimo coach in Brad Stevens, l’aggiunta di KD avrebbe alzato le quotazioni di Boston, che sarebbero diventati la seconda squadra e Est.

 

Sarebbe bastato aggiungere Durant per battere i Cavs e i Warriors? Io credo di no, ma con tutti gli asset accumulati da Danny Ainge negli anni, è presumibile che si sarebbe arrivati a una trade per un buonissimo giocatore.

Il progetto sarebbe stato a medio-lungo termine, e non avrebbe presumibilmente accolto la richiesta di contender immediata che Durant pretendeva. Tuttavia, andando a Est, solo i Cavaliers sarebbero stati una grossa minaccia verso le Finals, a differenza di un Ovest decisamente più competitivo. Se Kevin avesse riportato Boston al titolo, magari battendo prima James e poi Curry, Thompson e Green, la sua legacy si sarebbe rinforzata moltissimo, e forse avrebbe ottenuto l’agognata posizione di numero 1 nella lega.

Le garanzie di un titolo erano però troppo basse, e per quanto Boston potesse offrire il massimo salariale, sembrava una candidata in secondo piano rispetto alle altre.

 

5) Miami Heat

Miami si presenta all’incontro con Kevin Durant reduce da una sconfitta in gara 7 alle semifinali di Conference, affrontate senza Chris Bosh, reduce dai problemi di coagulazione del sangue che hanno fermato prematuramente la sua carriera. Nel 2016, per quanto ipotizzabile, non si pensava che i problemi dell’ala di Miami sarebbero stati tanto gravi: a 31 anni Chris era pur sempre stato convocato all’All Star Game. Anche Wade era un All Star, e aveva appena giocato due serie playoff, entrambe finite a gara 7, realizzando 21.4 punti a gara, con una TS% del 53.2% dovuta anche al fatto che fosse il pericolo numero uno, e quindi il meglio difeso dagli avversari. A 34 anni quelle due serie saranno il canto del cigno della carriera di Dwyane, ma Miami non era composta solo dal numero 3 e dal numero 1.

In particolare a roster c’erano due rookie dalle buone speranze, Justise Winslow e Josh Richardson, Whiteside, reduce da un grandissimo miglioramento, un buona backup point-guard in Tyler Johnson, e Goran Dragic, oltre a una pletora di veterani tra cui la leggenda Haslem. Miami doveva rifirmare Wade e Whiteside, e se il primo avrebbe potuto rinunciare a un po’ di soldi, il secondo voleva un buon contratto. Inoltre, per avere lo spazio necessario si sarebbe dovuto sacrificare Goran Dragic, e anche in quel caso i rimanenti contratti sarebbero dovuti essere al minimo. Non è un caso che all’incontro con KD non si siano presentati Wade e Bosh, ma che l’unico ex-giocatore presente fosse Alonzo Mourning.

L’offerta di per sé non era male, ma puntava tutto sulla salute di Wade e Bosh, ormai nelle parti conclusive delle loro rispettive carriere. Inoltre, vincendo a Miami dove LeBron aveva vinto, ma con compagni più deboli e invecchiati, la legacy di Durant si sarebbe rinforzata. Tuttavia sembra difficile vedere quegli Heat battere i Cavs, e un frontcourt con Kevin, Chris e Whiteside sarebbe stato poco sostenibile in difesa, dove anche il 35enne Wade avrebbe dovuto prendersi delle pause.

Pat Riley è un mago, ma nemmeno la magia avrebbe potuto far funzionare bene Miami. È vero che KD avrebbe potuto firmare un 1+1 con l’opzione giocatore per poi eventualmente andarsene, ma vale lo stesso discorso fatto per i Clippers: Durant voleva vincere subito un titolo, era stanco di perdere.

 

6) Golden State Warriors

Non ho bisogno di riassumere chi erano i Golden State Warriors nel 2016: una squadra da 73 vittorie, record migliore di sempre, e sconfitta alle Finals dopo aver guidato per 3-1, anche questo un record, seppur meno gradito a Oakland. Alla dirigenza l’unanime e back-to-back MVP Steph Curry, il COTY Steve Kerr, l’All-Star, All-NBA e First Team All-Defense Draymond Green, Klay Thompson, anch’egli All-Star e forse il migliore 3&D in circolazione, decisivo ai playoff contro OKC, e Andre Iguodala, grandissimo difensore e role player, evidentemente non bastavano.

Così, approfittando di un aumento spropositato del cap e di un contratto di Curry molto basso, firmato a quelle cifre per i problemi alle caviglie di Steph, i Warriors possono offrire il massimo salariale a Durant. La squadra non garantisce solamente di poter contendere per il titolo, ma garantisce senza troppi rischi un titolo. Kevin questo lo sa bene, ma sa anche che verrebbe visto come uno a cui piace vincere facile se firmasse per Golden State. Inoltre, unirsi alla squadra che lo aveva battuto ai playoff anziché prendersi una rivincita sarebbe stato un altro segno di codardia.

D’altro canto, unendosi alla squadra delle 73 vittorie, allenata benissimo e con gli altri grandi giocatori disposti a fare un passo indietro per vincere, sul campo avrebbe guadagnato moltissimo. Soprattutto perché nella lista delle contender OKC non sarebbe più comparsa.

Firmando a Oakland KD avrebbe ottenuto sia il massimo salariale che il titolo subito. L’offerta è la migliore per le ambizioni del numero 2 della lega, ma tra le peggiori dal punto di vista della narrativa e della legacy. Un conto è vincere il titolo a Cleveland o ad Oklahoma City, un altro è farlo con altri tre All-Star al proprio fianco.

 

My Next Chapter

Il 2 luglio, ben prima di concludere il giro di incontri con le squadre, Kevin Durant rivela ai Los Angeles Clippers che non si unirà alla loro squadra. Agli occhi di tutti i Warriors sono la più grande minaccia per i Thunder, e i rumors dicono che KD deciderà tra queste due squadre. Pare che la mossa decisiva l’abbia fatta Jerry West con una telefonata: Mr Logo, che all’epoca aiutava il front office di Oakland e non ancora quello dei Clippers, chiama Kevin e gli dice che vincere è la cosa più importante di ogni altra. Le sue sconfitte contro Boston bruciano ancora, e si rammarica di avere vinto un solo anello. Siccome Durant ha la possibilità di scegliere, è meglio che vada a Golden State e vinca il più possibile, perché saranno i ricordi di quelle vittorie a consolarlo nei dolori della vecchiaia, vittorie che altrove non saranno certe.

Non so se siano state le parole di Jerry West ad essere decisive, ma sarebbe sicuramente molto bello a livello di narrazione. Fatto sta che a mio parere le offerte migliori nell’ordine sono Warriors, Thunder, Spurs, Celtics e Heat, con i Clippers rimandati all’anno successivo.

Il 4 luglio, giorno di festa nazionale per gli Stati Uniti d’America, Kevin Durant annuncia su Twitter il suo prossimo capitolo nella baia. Mentre a Oakland la festa è doppia, nell’Oklahoma il tradimento è imperdonabile, e vengono accesi roghi in cui bruciare la maglia 35.

 

Durant vincerà due titoli nella baia, mancando il terzo anche per un infortunio al tendine d’Achille che lo ha tolto dalla nostra vista per oltre un anno. Il rapporto con gli ex-compagni è stato danneggiato quasi irreparabilmente con dei tweet in cui li ha definiti cats. I profili fake usati per giustificare la sua scelta screditando gli ex-compagni indicano che presumibilmente anche Kevin è consapevole di aver preso la strada più facile.

L’All Star Game del 2017, con le scene in cui palesemente evita Westbrook per entrare all’arena, sono la definizione di imbarazzo. Parrebbe tra l’altro che i giocatori dei Thunder abbiano saputo solo via messaggio dell’addio, e che KD avesse assicurato in una cena a LA con Russell che avrebbe rifirmato.

Oggi sono passati quattro anni da quel 4 luglio e Durant è un giocatore dei Nets. La sua firma nel 2016 resta la più controversa e criticata della storia recente della NBA, ma Kevin ha ottenuto l’agognato anello, vincendo anche due Finals MVP. Se questo basti a decretare come migliore la sua scelta io non lo so dire. So solo che 4 anni fa Kevin Durant mi ha spezzato il cuore.

Francesco Contran

Praticante e grande appassionato di atletica, si è avvicinato al basket per caso, stregato da Kevin Durant e dai Thunder. Non avendo mai giocato è la dimostrazione vivente che per far finta di capire qualcosa non serve aver praticato questo sport.

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