Il razzismo in NBA: origini e battaglie

 Il razzismo in NBA: origini e battaglie

Copertina a cura di Marco D’Amato

La storia la conosciamo tutti. C’è un professore di ginnastica canadese che lavora per YMCA International Training School di Springfield, in Massachusetts. Gli viene chiesto di inventare una pratica inedita, che impegni in inverno gli atleti di baseball e football. Qualcosa di alternativo ai noiosi esercizi individuali, e lui si ispira ad un gioco praticato da bambino, in Ontario.

Scrive 13 regole, appende due cesti di vimini in una palestra e schiera due squadre di 9 persone una contro l’altra. Lo chiama basket ball e ne ufficializza la data di nascita: il 15 dicembre del 1891. La prima partita di sempre, poco meno di una settimana dopo. Il 21 di dicembre.

Quell’uomo si chiamava James Naismith, e quel gioco continua ancora oggi a crescere generazioni, varcare oceani e confini per giocabilità, unire più che dividere. Non è assolutamente poco, guardando alle quotidianità diverse che circondano noi appassionati, indipendentemente dalle latitudini di appartenenza.

La Basketball Association of America viene istituita a New York il 6 giugno del 1946, e quell’insegnante di cui sopra è già passato ad altra dimensione. Tre anni dopo si fonda con la National Basketball League, diventando definitivamente la NBA che conosciamo. Più esattamente, National Basketball Association.

Nel frattempo, nello stesso suolo, qualche decennio prima la stesura delle sacre regole del gioco viene abolita la schiavitù, a coronamento di un processo di emancipazione favorito da Abramo Lincoln durante la Guerra di Secessione. Che in realtà accompagnava un trend già diffuso nel periodo di ostilità. Dapprima la segregazione cade in Arizona nel 1863, il XIII Emendamento viene approvato al senato nell’aprile dell’anno seguente, ed infine entra in vigore il 6 dicembre del 1865.

La liberazione di centinaia di migliaia di afroamericani, viene definita dallo storico R.R. Palmer “la più grande distruzione di proprietà privata nella storia occidentale”, in quanto senza indennizzo per gli schiavisti. Ed infatti parlare di “processo di integrazione” appare un triste eufemismo, con problematiche sociali che si rispecchiano perfettamente nel mondo dello sport professionistico. Gli echi delle Leggi Jim Crow continueranno a farsi sentire a lungo.

Nei suoi primi anni di vita, una lega come la NBA è completamente appannaggio dell’uomo bianco, sia a livello di pratica che per quanto riguarda la fruizione. Appare inevitabile, anche se la barriera razziale si incrina leggermente con l’esordio di Wataru Misaka, nippo-americano che gioca 3 partite con i New York Knickerbockers nella stagione 1947/48. A fatica raggiunge i 170 centimetri, ma è il primo non caucasico a calcare un parquet della lega.

Degli afroamericani, però, nemmeno l’ombra per almeno quattro anni. Ma anche questo, va osservato secondo le evidenze del tempo: in NFL si gioca tra bianchi dal 1920 al 1946 (poi arrivano Kenny Washington e Woody Stroke), mentre nel baseball la segregazione dura fino al 1947 (con l’ingresso di Jackie Robinson). Per quanto riguarda la pallacanestro, dobbiamo aspettare il 1950. Più precisamente il 25 aprile in occasione del draft, ed il protagonista indiretto è tale Walter Brown. Proprietario dei Boston Celtics.

 

I primi tre pionieri

Charles Henry Cooper, detto Chuck, nasce a Pittsburgh nel 1926, e dopo aver giocato per West Virginia e Duquesne University, disputa qualche partita con gli Harlem Globetrotters.
Del resto, è importante evidenziare quanto la lega “dei bianchi” vedesse gli afromericani come un qualcosa di inadatto per il proprio pubblico, pur attirando molte più attenzioni con il loro stile di gioco.

Non a caso i Globetrotters venivano chiamati nelle arene della WNBA (la “White National Basketball Association”, come era stata rinominata ironicamente) per esibirsi a metà delle partite, spesso mettendo letteralmente sotto i titolati avversari (tipo i Minneapolis Lakers di George Mikan, per dire).

Insomma, qualcuno dice che fu per volontà di coach Red Auerbach, e che il sopracitato Brown ignorasse il colore della pelle del giocatore. Altri danno la responsabilità direttamente al proprietario dei Celtics. In ogni caso Chuck Cooper viene chiamato al secondo giro di quel draft, disintegrando la segregazione nel basket professionistico, ed aprendo la strada ad altri due colleghi.

Pochi mesi dopo Nat Clifton si aggrega ai New York Knicks, ed Earl Lloyd si aggiunge ai Washington Capitals. Quest’ultimo esordisce prima degli altri per ragioni di calendario, cattura 10 rimbalzi e mette a referto 6 punti, si prende ogni tipo di offesa immaginabile dal pubblico di Rochester. È il 31 ottobre del 1950, possiamo segnarci la storica data.

Non facciamo però l’errore di pensare che, una volta superato il limite, il resto venga da sé: per i 3 pionieri la vita è tutt’altro che facile. In occasione delle trasferte nel profondo sud del paese, ad esempio, soggiornare in alberghi separati dai compagni – oppure mangiare in solitaria al ristorante – è il minimo che possa capitare.

Per Cooper la faccenda del pioniere, non è mai stata qualcosa da sbandierare. O meglio, le ferite di un’esperienza umiliante se le porta dentro fino al giorno del decesso, avvenuto per un cancro al fegato all’età di 57 anni. Sopportare il peso di una diversità tanto pesante, è una croce dolorosa, tanto che la sua carriera dura poco più di 6 anni, sufficienti a disputare 409 partite stanziandosi sui 6 punti di media.

Nat Clifton, invece, resiste fino al 1962 giocando anche un All Stars Game nel 1957, chiudendo con 10 punti e 8 rimbalzi in carriera. È lui il primo di sempre con la pelle nera a firmare un contratto. Addirittura i Knicks minacciano di lasciare la lega, in caso di problemi nello svolgimento dell’operazione.

Infine Earl Lloyd, che dopo 7 gare con Capitols si ferma un anno, prestando servizio in Marina per disputare poi 6 campionati a Syracuse. Nel 1968, non contento del primato ottenuto da giocatore, diventa il primo assistant coach afroamericano della storia, con i Detroit Pistons. Squadra che condurrà da allenatore nel 1971, con la quale aveva concluso gli ultimi anni di onorata carriera. Un viaggio da 560 partite per poco più di 8 punti e 6 rimbalzi di media.
Immaginatevi questo ragazzo cresciuto nei sobborghi di Washington, che fino ai venti anni abbondanti di età non aveva mai neanche parlato con un uomo caucasico.

Durante le trasferte in NBA gli dicono di tutto, riceve sputi e provocazioni dal pubblico di Indianapolis, addirittura gli viene impedito di scendere in campo in una gara di preseason a Spartanburg, in South Carolina. Ed i suoi compagni non ci pensano neanche a solidarizzare con la sua condizione.

Eppure tira avanti, cercando di subire il meno possibile una situazione complicata, probabilmente percependo l’importanza di ciò che, insieme a Cooper e Clifton, sta costruendo per il futuro. Qualcosa di eroico per la propria comunità, paragonabile soltanto al contributo lasciato da Robert “Bob” Douglas qualche decennio prima, nel 1922, con la nascita dei New York Rents. Una questione che esula dall’universo NBA, senza dubbio propedeutica per tutto quello che è venuto dopo, in materia di basket statunitense.

 

Il padre della pallacanestro nera

Bob Douglas nasce nel 1882 a Saint Kitts, isola delle Piccole Antille Britanniche bagnata dal Mar dei Caraibi. “Le West Indies sono parte integrante del Nord America” dichiara anni dopo Kareem Abdul-Jabbar “e Douglas è sicuramente parte fondamentale nell’evoluzione dell’unico sport mai inventato nel nostro suolo”. A prescindere dalle sue origini.

Nel suo libro “Sulle spalle dei giganti” (edito in Italia da ADD Editore), il più prolifico realizzatore nella storia della NBA, rende volontariamente onore all’uomo che nel 1922 fonda i New York Renaissance (5 anni prima degli Harlem Globetrotters), allenandoli per oltre un ventennio da 2318 vittore e 381 sconfitte, con una striscia di 88 successi consecutivi tra il 1932 ed il 1933. Una squadra orgogliosamente “black”, in un’epoca in cui era impossibile immaginarsi uno spazio di normalità per gli afroamericani, precedente alla fondazione della National Basketball Association.

Con il sopraggiungere degli anni ’20, la volontà di emancipazione prese rapidamente campo nelle comunità segregate, almeno per quanto riguarda le grandi città statunitensi.Il Rinascimento di Harlem nasce così, nel centro delle Grande Mela. Poeti, pittori ed artisti iniziano a rivendicare l’orgoglio nel discendere da generazioni di schiavi, dando vita ad una rivoluzione culturale. Un movimento che sfida apertamente – e per la prima volta – il monopolio bianco, all’interno del quale nascono proprio i Rents.

La squadra che trasforma il basket in un linguaggio per neri, alla stessa maniera di certa musica ed altrettanta arte, con atleti che iniziano a rappresentare modelli di riferimento circoscritti alle comunità di appartenenza. Douglas abbracciava le posizioni di Marcus Garvey, ideologo di origini giamaicane che si spese a lungo per la dignità dei neri d’America. Teorico, tra le tante, dello sviluppo di imprese a capitale afroamericano come mezzo di lotta sociale.

I Rents si esibiscono in gran parte del paese viaggiando in autobus, sotto la guida proprio di Garvey, rischiando anche fisicamente. Perché giocare partite di esibizione nel profondo sud significa generare tumulti razziali, con aggressioni ed impedimenti anche nella conclusione delle gare. Ma ogni vittoria aveva il sapore della rivincita, considerando che spesso avveniva contro squadre dilettantistiche composte per il 100% da caucasici, come possibile nel Midwest e nell’Est del paese.

I New York Renaissance sfidavano sul campo i preconcetti dell’epoca, grazie allo spirito di Bob Douglas, tracciando una strada che sarebbe stata percorsa dai tre pionieri NBA di cui sopra, prima che dai vari Russell e Jabbar. Anche perché, seppur per un solo anno prima del fallimento finanziario, i Rents partecipano alla National Basketball League spostandosi a Dayton, in Ohio (e diventando così Dayton Rents).

Uno dei giocatori a roster, Hank De Zonie, firma nel dicembre del 1950 un contratto NBA con i Tri-Cities Blackhawks (antenati degli Atlanta Hawks), diventando il quarto afroamericano di sempre nella lega, e guadagnandosi di diritto un posto tra i “pionieri che fecero l’impresa”.
Resiste appena 5 partite, per evidenti discordanze con l’allenatore, a seguito di motivazioni facilmente deducibili e poco coincidenti con le sue capacità atletiche e tecniche.

 

Bill Russell e Boston

È il 1956 quando William Felton Russell (conosciuto come Bill) viene selezionato dai St.Louis Hawks, con la pick numero 2. Dopo quattro anni da assoluto dominatore con l’Università di San Francisco finisce direttamente a Boston. Red Auerbach lo scambia per Cliff Hagan e Ed Macauley, due futuri Hall of Famers. Qualcuno, se non molti, gli ridono dietro.

Russell giocherà 13 stagioni vincendo 11 campionati, dopo aver conquistato anche 2 titoli Ncaa ed una medaglia d’oro olimpica. Un palmares ineguagliabile, come tutti ben sappiamo.
Ma non ha senso parlare di quello, per quanto l’approdo ai Celtics lo leghi inevitabilmente a Chuck Cooper, in una città notoriamente razzista. Una pratica che, nonostante gli innumerevoli campioni di colore che hanno reso la franchigia la più titolata della lega, ancora oggi aleggia sugli spalti del TD Garden, seppur in forma minore rispetto ad un tempo.

Nasce in una famiglia umilissima, che fugge dalla Louisiana lasciandosi dietro linciaggi e spedizioni punitive, verso la California. Il padre perde subito il lavoro, la madre muore poco dopo. I Russell vivono in povertà, ma il giovane Bill non si arrende: legge e studia, scegliendo la pallacanestro come unica chance di fuggire dalla disgrazia, elevando la propria esistenza. La cosa evidentemente funziona, tanto che con i suoi mezzi fisici e la sua attitudine difensiva diviene un palese innovatore del gioco.

Ma per Bill Russell non è sufficiente primeggiare nel suo sport, lui vuole anche il rispetto personale, e lo esige per la sua comunità, in un’epoca in cui le parole e le gesta di Martin Luther King scuotono gli Stati Uniti. Non si tratta di una questione di franchigia, è meglio ribadirlo. Con lui, K.C. Jones, Willie Naulls, Sam Jones e Satch Sanders, i Celtics sono i primi a schierare un quintetto titolare di soli afroamericani, nella sfida contro i St.Louis Hawks del 26 dicembre del 1964. E due anni più tardi saranno anche i primi ad assumere un head coach di colore, quando proprio Bill Russell sostituisce in panchina Auerbach, come allenatore/giocatore.

Il problema è la città, il pubblico, la gente. La casa di Russell viene brutalmente vandalizzata in sua assenza, mentre viene celebrato in un country club nelle vicinanze, riempita di scritte razziste, tanto per citare un episodio. Nonostante le vittorie, il carisma ed il peso storico, non riuscirà mai a sentirsi benvoluto. Anche il ritiro della maglia, avvenuto il 13 marzo del 1972 a porte chiuse prima di una partita tra Celtics e Knicks, la dice lunga sulla scarsa percezione di rispetto da parte di Bill, a Boston.

Ma intanto i segnali di cambiamento sociale andavano moltiplicandosi, e Russell decide di utilizzare la propria notorietà per appoggiarli, probabilmente alimentando l’astio di cui sopra.

Il 28 aprile del 1967 Muhammad Alì rifiuta di arruolarsi per il Vietnam. Con parole rivoluzionarie si dichiara obiettore di coscienza, viene arrestato ed accusato di renitenza alla leva, gli viene tolto il titolo Campione del Mondo dei pesi massimi e privato della licenza di combattere. Lui rigetta la prospettiva “di andare a sparare a mio fratello, o a qualche altra persona dalla pelle più scura, o a gente povera ed affamata nel fango per la grande e potente America”.

Il 4 giugno appare a Cleveland per una conferenza stampa, circondato dai più grandi atleti neri del paese, scrivendo definitivamente la storia. Bill Russell è al suo fianco, accompagnato da un giovane Lew Alcindor, che qualche anno dopo avrebbe cambiato il nome in Kareem Abdul- Jabbar.

Pochi mesi a seguire dal Summit di Cleveland, sul podio olimpico di Città del Messico i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos alzano il pugno destro al cielo durante la premiazione, a sostegno dei Black Panthers e contro ogni discriminazione razziale. Per la prima volta in quattro secoli il popolo nero può determinare il proprio futuro, e Russell non si esime dal farne parte, forte di una coscienza politica granitica quanto il suo gioco.

Si era spinto fino in Africa per conoscere le sue radici, convinto di ricercare la sua casa ancestrale, fermandosi in Liberia, in Etiopia, in Libia. Ricercando, studiando, osservando. Formando una grandezza personale che lo porta a commuoversi più volte, rendendolo simbolo immortale nella lotta sportiva per l’uguaglianza razziale.

 

I Miners di Don Haskins

Ma non sono necessari antenati africani, per fare la rivoluzione nel basket. Don Haskins ne è la dimostrazione, non a caso rinominato il “Martin Luther King bianco” all’interno del proprio mondo di appartenenza, quello fatto di palle a spicchi, parquet e canestri. Fervente sostenitore della (sacrosanta) parità razziale, nel 1965 viene ingaggiato dalla Univeristy of Texas/El Paso come head coach, dopo aver guidato dalla panchina squadre femminili. Inizia così a girovagare il paese in lungo e largo per scovare più talenti afroamericani possibili, con l’idea di comporre una squadra a maggioranza nera e dare la caccia al titolo NCAA. Al tempo, qualcosa di immaginifico.

Con i suoi “seven niggas” su 12, Haskins schiera in campo Bobby Joe Hill, David Lattin, Harry Flournoy e Orsten Artis, oltre ad una serie di talenti scovati nei playground della Grande Mela come Nevil Shed, Willie Cager e Willie Worsley.

L’accoglienza del pubblico – oltretutto in uno stato conservatore come quello Texano – è facilmente immaginabile, e l’abbiamo già incontrata nelle righe precedenti. Sputi, offese, intimidazioni ed aggressioni sono all’ordine del giorno per tutta la prima stagione dei Miners.
Eppure UTEP perde appena una volta in tutto il campionato, nonostante i fischi del pubblico amico durante la gara d’esordio, raggiungendo la finale collegiale.

La sfida con gli invincibili Kentucky Wildcats di Adolph Rupp assume così un senso profondamente politico, con la parte “black” di America che tifa una squadra guidata da un bianco, che per l’occasione sceglie di schierare solo i 7 afroamericani a suoi disposizione.
È il segnale definitivo, e la lotta si conclude in modo proverbiale e quasi favolistico. I Miners si laureano campioni sconfiggendo gli avversari per 72 a 65, e coach Don Haskins resterà alla guida della squadra al 1999, due anni dopo essere stato eletto Hall of Famer.

Se avete visto il film Glory Road, questa storia la conoscete già. Invece, se tra le vostre esperienze di vita la visione della pellicola diretta da James Gartner manca, l’invito è quello di dargli un’occhiata. Attualmente è disponibile anche su Netflix Italia.

 

Kareem e gli altri

Quando parliamo di rivoluzione black nella pallacanestro, il nome di Kareem Abdul-Jabbar esce in modo inevitabile. È successo anche nelle righe precedenti a questa conclusione.
Oggi, quando leggiamo il suo nome a firma di un articolo, oppure appare sugli schermi televisivi, quasi ci dimentichiamo del suo valore da giocatore. Il fatto che sia stato probabilmente uno dei più grandi cestisti di sempre, passa in secondo piano rispetto alla profondità delle sue parole.

Kareem Abdul-Jabbar oggi è un ideologo, un attivista per i diritti civili, a tratti quasi un filosofo. E tutto questo grazie ad un’indole molto simile a quella di Russell, di cui appare naturale continuazione a livello di coincidenze tra impegno sociale e dominio sul campo. Stessa posizione, semplicemente l’uomo che si chiamava Lew Alcindor prima della conversione, il gioco lo cambia soprattutto nella sponda offensiva del campo. Tutti conosciamo il suo marchio di fabbrica – lo sky hook – probabilmente il tiro più immarcabile mai esistito.

Suo padre, Ferdinand Lewis Alcindor, fu musicista prima di arruolarsi nell’esercito, prestando servizio come poliziotto nel dipartimento di New York in seguito. Il giovane Lew diviene leggendario ad Harlem già ai tempi della High School, dominando i tre anni di College alla corte di John Wooden in quel di UCLA. Per limitarne la prepotenza cestistica, la NCAA arriva addirittura ad abolire la schiacciata: lui vince comunque tre titoli nazionali in altrettante stagioni.

Arriva nella lega nel 1969, vincendo velocemente un titolo con Milwaukee a fianco di Oscar Robertson. Poi, nel 1975 torna a Los Angeles, diventando perno insostituibile nei Lakers con Magic Johnson (almeno dal 1980 al 1989). La squadra conquista 5 anelli. Diviene il volto politico della comunità nera NBA durante gli anni 70, un decennio in cui avviene il sorpasso numerico dei giocatori afroamericani rispetto ai bianchi.

Anche per questo – guardando agli anni 80 – la narrativa racconterà di un appeal decadente, di atleti più inclini allo sballo che al sacrificio, di pubblico in fuga dalle arene. Non abbiamo sufficiente esperienza per negare la questione, ma dietro a questa nomea spazzata via con l’avvento provvidenziale di David Stern come commissioner, resiste ancora una punta di pregiudizio verso i non caucasici. Appare quasi scontato che una lega a maggioranza “black”, funzioni allo stesso modo dei quartieri/ghetto a loro dedicati nelle grandi città.

I Celtics di Bird, McHale, Walton ed Ainge (nonostante Dennis Johnson e Robert Parish) divengono espressione del “white power”, nella sfida infinita con il gioco spumeggiante dello showtime losangelino, tinteggiando di sfumature politiche uno scontro sportivo. Poi, con il passaggio al successo massivo dei nineties, icone universali come Michael Jordan abbattono definitivamente ogni pregiudizio esistente.

La comunità afroamericana NBA si mantiene attiva ed impegnata, anche seguendo gli esempi di Jabbar e Russell, trasformando la lega nella più progressista d’America per posizioni ed attenzioni. L’importanza anche politica che oggi ricopre Lebron James, è discendente da esempi sportivi sopracitati. Allo stesso modo, le esternazioni pubbliche di un Popovich, un Kerr o un Kyle Korver ricordano – per mera pigmentazione della pelle – il coraggio di Don Haskins.

L’abbattimento di ogni barriera razziale nello sport sembra quasi qualcosa di scontato, ma periodicamente la discussione riprende ad infiammarsi, ed è necessario tornar in trincea per evitare la proverbiale pratica del nascondere la polvere sotto al tappeto. Perché per strada, nelle città e nelle ghettizzazioni (non soltanto in suolo statunitense) il razzismo continua a proliferare, e probabilmente insito nelle società nonostante gli esempi.

Le recenti proteste conseguenti all’omicidio di George Floyd – e la possibilità di giungere ad un cambiamento definitivo a livello di diritti civili, mediante una protesta generalizzata – sono la dimostrazione che il cammino non è stato ancora completato. Per buona pace dei pionieri raccontati in questo articolo, grazie ai quali però le cose appaiono diametralmente opposte, seppur non perfette. Mai come adesso ha senso ricordarli, quindi. Per quanto anche la semplice costrizione – in sede di stesura – di differenziazioni a livello di melanina tra “bianchi” e “neri”, risuona come pesante, anacronistico, pesantemente inutile.

L’augurio è che questa pratica malsana si possa superare a livello attuale, in nome delle conquiste raggiunte nel passato.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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