I 5 free agent più desiderati sul mercato

 I 5 free agent più desiderati sul mercato

Grafica a cura di Nicolò Bedaglia

Dopo settimane di spasmodica attesa, finalmente l’NBA ha comunicato la fatidica data del ritorno in campo: il 30 luglio si alzerà la prima palla a due in quel di Orlando, per un finale di stagione unico nella storia della Lega. Gli oltre quattro mesi di inattività potrebbero, però, avere pericolose ricadute sulla condizione fisica degli atleti, per cui fin dal giorno dell’annuncio del rientro in campo si sono susseguite voci sulle modalità con cui le squadre avrebbero potuto aggiungere giocatori ai loro roster.

Un tweet del solito Shams Charania ha infine confermato, nella giornata di giovedì 11 giugno, la possibilità di raggiungere i 17 giocatori per squadra, allargando dunque il limite precedentemente fissato a 15 e includendo anche due possibili two-way contracts, solitamente non firmabili oltre il 15 gennaio.

Inoltre, nonostante il veto ai giocatori internazionali, chiunque fosse presente in un roster di NBA o di G-League nelle ultime due stagioni avrà la possibilità di essere messo sotto contratto, allargando notevolmente il cerchio delle candidature. Abbiamo dunque selezionato le cinque potenziali firme più interessanti, tra preziosi role player in ottica playoff e vere e proprie scommesse con poche certezze ma alto potenziale. Si parte il 23 giugno alle ore 18 italiane.

 

Iman Shumpert

196 centimetri per 97 chilogrammi, ottima difesa perimetrale e tre Finals NBA disputate con la maglia dei Cavaliers, con cui si è anche messo l’anello al dito nel 2016: Iman Shumpert ha caratteristiche che potrebbero far gola a più di una potenziale contender.

Il tiro da tre non è la specialità della casa, ma Shump ha alle sue spalle anche annate oltre il 35% da dietro l’arco: senza volumi di tiro troppo elevati e con un ruolo offensivo privo di grosse responsabilità il prodotto di Georgia Tech potrebbe senz’altro dire la sua. I suoi numerosi infortuni destano senz’altro più di una preoccupazione (nel 2017-18 disputò solamente 14 partite) e la continuità non è mai stata il suo forte, ma anche dopo l’addio a Cleveland ha comunque saputo conquistarsi minuti importanti sia nei Kings che nei Rockets.

Quest’anno è stato tagliato a dicembre dai Brooklyn Nets dopo sole 13 partite disputate, ma il suo minutaggio era comunque vicino ai 20 minuti e non sono filtrate particolari preoccupazioni sulle sue condizioni fisiche. Nonostante non si parli di un giocatore con 20 punti di media nelle mani o con caratteristiche tali da cambiare il volto di una squadra, l’inserimento nel giusto meccanismo di Shumpert potrebbe pagare dividendi, magari in squadre non eccelse nella difesa perimetrale come Mavericks o Trail Blazers che potrebbero giovare delle sue rubate.

 

J.R. Smith

Istrionico veterano che non ha certo bisogno di presentazioni, J.R. Smith è sempre tra i nomi citati più frequentemente quando si parla di free agent. Arrivato in NBA giovanissimo e senza passare dal college, J.R. Swish ha sempre abbinato ottime qualità realizzative ad un carattere, come dire…singolare?

Dopo una decina di stagioni ricche di alti e bassi trascorse tra New Orleans, Denver e New York, il proverbiale treno passa dalle parti di casa Smith nel gennaio del 2015: una trade porta lui ed il sopracitato Shumpert in Ohio, alla corte di Re LeBron James. Nelle Finals di quell’anno ha minutaggio e responsabilità elevate, complice anche l’infortunio di Kyrie Irving, ma è nell’edizione del 2016 che J.R. si consacra definitivamente come un personaggio di assoluto culto, con un mix di triple importanti ed una foto scattata durante la parata del titolo dei Cavs rimasta nella storia.

Le sue prestazioni gli sono valse un lauto rinnovo di contratto, ma da lì in poi il suo rendimento è calato vertiginosamente: solo 41 partite nella stagione 2016-17 e una run di playoff decisamente insufficiente l’anno successivo. Dulcis in fundo, il taglio dopo sole 11 partite all’inizio della scorsa stagione, legato anche a motivi disciplinari.

Da allora tantissime voci si sono susseguite sul suo conto, da una possibile firma con i Bucks nell’estate 2019 ad un workout effettutato con i Lakers tra febbraio e marzo, ma alla fine tutto si è concluso in un nulla di fatto. Tante squadre, tra contender e non, avrebbero più di un motivo per aggiungere Smith al roster: nonostante siano lontani i giorni del premio come Sesto Uomo dell’Anno, l’uomo di Newark rimane un tiratore da 37.3% da dietro l’arco e ben 1929 triple segnate in carriera, dato che lo colloca al tredicesimo posto di sempre.

Non ha mai brillato come un lockdown defender ma, data la stazza, un oliato sistema difensivo potrebbe permettergli di limitare i danni. Se si guardasse solo ai lati positivi, la fila di squadre potenzialmente interessate a firmarlo sarebbe lunga: dai Thunder ai Rockets, dai Blazers ai Suns, dai Celtics ai 76ers; ognuna di queste squadre, per motivi diversi, trarrebbe giovamento dalla sua esperienza ad alti livelli e dal suo tiro mortifero.

Le perplessità però rimangono, visto che J.R. non gioca una partita ufficiale da oltre un anno e mezzo e da quando ha scollinato i 30 anni ha raggiunto i suoi livelli sempre più saltuariamente. Come se non bastasse, l’ultima volta che è salito alla ribalta si è parlato per parecchio tempo della sua “freddezza” nei momenti decisivi…

 

Anthony Tolliver

Quando si parla di stretch-four, ovvero quell’ala grande con tiro perimetrale così in voga negli ultimi anni, il nome di Anthony Tolliver tende periodicamente a rispuntare fuori. Tolliver è un vero e proprio giramondo, avendo giocato in ben 10 squadre nei suoi 12 anni di carriera: solo Ish Smith, tra i giocatori in attività, ha fatto meglio. Tanti contratti annuali, un paio di trade e anche qualche 10-contract, ma ben poche conferme: l’unica costante sono i tiri da tre, convertiti con il 43.6% nel suo anno migliore e con il 37.3% complessivo in carriera.

Anthony è un vero e proprio specialista e ha un ruolo in campo estremamente circoscritto, soprattutto negli ultimi anni in cui il quarto tiratore è passato rapidamente da essere un’arma tattica in più ad una sorta di conditio sine qua non. Tolliver supera di poco i due metri, è un rimbalzista sufficiente e fatica decisamente a crearsi un tiro da solo, ma ha grande esperienza, è un ottimo professionista e mette sempre il massimo impegno sui due lati del campo, costituendo il profilo di quel giocatore che fa sempre comodo avere in squadra per qualche minuto di solidità in uscita dalla panchina.

Solo in questa stagione ha già prestato i suoi servigi a tre diverse squadre: in estate ha firmato al minimo con Portland, salvo poi essere scambiato insieme a Kent Bazemore in direzione Sacramento a gennaio. Disputerà però solamente 9 partite con la maglia dei Kings prima di venire tagliato, ma dopo pochi giorni i Memphis Grizzlies decidono di offrirgli un contratto di 10 giorni dopo aver tagliato Jordan Bell.

La sospensione del campionato avvenuta appena nove giorni dopo ha impedito ad Anthony di giocarsi le chances per un’eventuale riconferma fino a fine anno, ma siamo sicuri che più di una squadra potrebbe fare un pensierino sulla sua solidità. Lui, dal canto suo, si farà sicuramente trovare pronto ad un’eventuale seconda chiamata dai Grizzlies o da chiunque altro, sempre in attesa di punire qualunque difesa.

 

DeMarcus Cousins

Se la DeLorean di Doc Brown esistesse davvero e fosse a disposizione di DeMarcus Cousins, non avremmo dubbi sulla primissima data che il centro inserirebbe: 26 gennaio 2018, New Orleans Pelicans contro Houston Rockets. Boogie, lottando a rimbalzo a pochi secondi dal termine, salta per cercare di togliere la palla dalle mani di Ariza ma ricade tenendosi la caviglia e saltellando sull’altro piede. Quella beffarda dinamica, purtroppo, fa venire in mente un solo pensiero, che viene poi confermato: rottura del tendine d’Achille.

Da lì, tutto precipita: Cousins stava disputando probabilmente la miglior stagione in carriera e sembrava pronto a mettersi alle spalle le tante ombre che aleggiavano sul suo talento cristallino e formare con Anthony Davis una nuova generazione di Twin Towers, ma il gravissimo infortunio cambia completamente le carte in tavola. DeMarcus è in scadenza e i Pelicans, secondo i rumors, gli offrono comunque un biennale da 40 milioni, che però è molto lontano da quel max contract che il giocatore sente di meritarsi.

Arriva dunque il rifiuto, ma anche durante l’estate nessuna squadra sembra disposta ad offrirgli un contratto superiore, soprattutto come durata; così, a sorpresa, Cousins accetta una mid-level exception da circa 5 milioni per un anno nientepopodimeno che con la corazzata Golden State Warriors. La squadra della Baia è probabilmente l’unica che si può permettere di farlo rientrare con la più assoluta calma, mettergli al dito un probabile anello senza troppi sforzi e consentirgli di tornare alla caccia del contrattone nell’estate 2019.

Boogie torna a giocare dopo quasi un anno di inattività e gioca 30 partite nella Regular Season a circa 25 minuti a sera, con una condizione fisica che gradualmente migliora e fa di nuovo intravedere sprazzi del giocatore pre infortunio. E poi, durante Gara 2 del primo turno dei Playoffs, di nuovo buio.

Un infortunio al quadricipite cancella tutti i progressi: Cousins torna nelle Finals, ma è ben lontano da una condizione accettabile e fa decisamente fatica, soprattutto in difesa. I Warriors, massacrati dagli infortuni, perdono la serie e lui è nuovamente alla ricerca di un contratto, nonostante sia ancora costretto a ridimensionare le sue pretese economiche. Il 6 Luglio trova un accordo annuale con i Lakers di LeBron James ed Anthony Davis a circa 3.5 milioni, ma dopo poco più di un mese arriva la mazzata finale: rottura del legamento crociato anteriore e stop a tempo indeterminato. Non giocherà nemmeno un minuto nella stagione corrente e a febbraio i Lakers, bisognosi di far spazio a Markieff Morris, decidono di tagliarlo.

Rispetto ai giocatori fin qui citati, la versione sana di DeMarcus è di un’altra categoria: parliamo di un 4 volte All-Star da 21.2 punti e 10.9 rimbalzi di media in carriera e che nei suoi anni ai Kings è stato spesso definito come il potenziale miglior centro della Lega. Al netto di alcune problematiche caratteriali ben testimoniate dai 124 falli tecnici presi in carriera un Cousins al 60-70% della forma farebbe gola sostanzialmente a chiunque; già la sua dimensione perimetrale basterebbe per garantirgli 10-15 minuti di qualità e squadre non così fornite sotto canestro come Spurs, Mavericks o Celtics potrebbero pensare di scommettere su di lui.

L’incognita fisica, in questo momento, è però una vera e propria spada di Damocle sulla testa dell’ex giocatore di Kentucky, soprattutto se si pensa a come i Lakers non abbiano esitato a liberarsi di lui e dunque su quanta poca fiducia dovessero probabilmente avere su un suo ritorno in condizioni accettabili per la postseason. Sognare, però, non costa nulla…

 

Jamal Crawford

 

Questo tweet scritto da Jamal Crawford durante la prima uscita stagionale dei Los Angeles Lakers suonò quasi come un’ auto-candidatura. D’altronde, ha fatto un po’ strano non vederlo ai blocchi di partenza della nuova stagione dopo ben 19 anni di onorata carriera NBA. JC ed i suoi crossover sono stati oggetto di un vero e proprio culto e i quattro pazzeschi record che detiene spiegano al meglio la potenza di fuoco che ha fornito per anni, soprattutto dalla panchina:

Il nativo di Seattle ha girato in lungo e in largo la NBA, incontrando fortune alterne a livello di risultati di squadra ma senza mai riuscire a portare a casa il Larry O’Brien Trophy e probabilmente non vede l’ora di avere un’ultima occasione per coronare degnamente la sua carriera.

Nonostante i quarant’anni compiuti, la sua storia clinica non desta particolari preoccupazioni: anche nel 2018-19 ha disputato 64 partite a più di 18 minuti di media. Un intero anno di inattività si farà probabilmente sentire, ma una contender potrebbe permettersi di schierarlo anche solo per una decina di minuti a gara quando necessità di punti veloci. Potrebbe trattarsi dei Lakers, dei suoi ex Clippers o di molti altri, vista la sua pericolosità palla in mano, la capacità di procurarsi tiri liberi ed un solido tiro da fuori.

Difensivamente, però, non è mai stato un mastino ed il suo stile di gioco, nel corso degli anni, è risultato talvolta troppo carente a livello di efficienza in un contesto come i Playoffs, dove ogni punto debole viene minuziosamente studiato e sfruttato dagli avversari. Nonostante ciò il fascino di Jamal è rimasto immutato negli anni e si ha la sensazione che prima o poi ci sarà una squadra pronta a cadere per l’ultima volta in tentazione e ad offrirgli un contratto. A noi, sinceramente, non dispiacerebbe vedere qualche ultimo shake and bake.

 

Gli altri

Questa limitata lista potrebbe potenzialmente essere allargata con altri nomi, visto che più di una squadra potrebbe essere interessata alla sana follia di Gerald Green o all’esperienza di C.J. Miles. Una guardia in più dalla panchina capace di guidare l’attacco e portare qualche punto, inoltre, fa sempre comodo: perché non provare sul riscatto di Tyler Johnson o di Trey Burke?

Nessuno di questi giocatori, ovviamente, rappresenta una sicurezza assoluta in termini di rendimento o di rapidità di adattamento; d’altro canto, c’è un motivo se sono rimasti tutti appiedati fino a questo punto. Ognuno di loro, però, potrebbe portare un diverso mattoncino utile alla causa, permettendo alla squadra che avrà voluto puntare su di loro di avere un asso in più nella manica. Un contesto così insolito e particolare come quello che ci apprestiamo a vivere, infatti, contribuirà sicuramente a mescolare i mazzi e ad aumentare il grado di incertezza della partita: chissà che da questo pool non possa uscire un bel jolly…

Enrico Bussetti

Vive per il basket da quando era alto meno della palla. Resosi conto di difettare lievemente in quanto a talento, rimedia arbitrando e seguendo giornalmente l’NBA, con i Mavericks come unica fede.

Lascia una recensione

avatar
500
  Invia  
Notificami