L’evoluzione di Mitchell

 L’evoluzione di Mitchell

Copertina a cura di Edoardo Celli

L’evoluzione di Mitchell negli ultimi anni ha coinciso spesso con l’andamento dei Jazz. Se Gobert rappresenta la costanza e la base della squadra, Donovan ha il compito di aumentare il potenziale della franchigia di Salt Lake City.

Dopo il suo primo anno le aspettative sono cresciute a dismisura: la speranza era di aver trovato la pietra miliare su cui costruire una contender. C’è quindi da stupirsi se l’annata 2019-20 abbia lasciato più dubbi che speranze, nonostante un roster decisamente migliore e un Mitchell mai così continuo? Per capirne il motivo, bisogna fare uno sforzo di memoria e ripercorrere la sua carriera, analizzandone l’evoluzione.

Chi scrive non riesce a spegnere quel barlume di speranza nel vederlo un giorno fra i top 10 della lega. Molte delle critiche che gli ho riservato vogliono essere costruttive, sottolineando alcune sue imperfezioni che sono correggibili, e alimentare quella che forse, in realtà, non è niente di più che un’illusione.

 

ASPETTATIVE PRE DRAFT

Dopo il primo anno a Louisville, non erano in molti a immaginare Donovan Mitchell come un possibile All Star, figurarsi alla terza stagione. La sua etica del lavoro gli ha aperto degli scenari fino a quel momento impensabili: dopo un’estate passata a sudare, migliora drasticamente la sua produzione offensiva. La chiave di volta è stato il suo tiro da 3: triplica il numero di tentativi e anche l’efficienza aumenta (dal 25% al 35%) di pari passo.

I motivi principali sono da ricercarsi nel miglioramento del rilascio e nella meccanica di tiro. Su YouTube si può trovare ancora qualche video di Mitchell ai tempi dell’ high-school, in cui lui stesso è il primo a dire che deve lavorare su quel fondamentale. Per avere un’analisi del giocatore che era Donovan prima di entrare nella NBA e spiegarne i suoi limiti, nessuno è meglio di Mike Schmitz.

Sul lato difensivo del campo Mitchell al college copriva tre ruoli, e il mix di velocità laterale e di braccia smisurate lo rendevano un prospetto particolarmente intrigante. Come si può immaginare, alcune cose si sono confermate, altre meno: se una volta il suo impatto difensivo veniva visto come una certezza, oggi non si può dire altrettanto.

Al netto di tutte le sue capacità, in un draft con tanto potenziale, Mitchell veniva visto a fine lottery, e cosi è stato. A prenderlo, però, fu una squadra che, per averlo, decise di scalare qualche posizione, conquistata dalla sua mentalità e dalla sua etica. David Locke ha narrato più volte come la dirigenza dei Jazz dopo il suo workout lo abbia nascosto, ammaliata dai miglioramenti che Mitchell fece nei mesi prima del draft.

 

IMPATTO INIZIALE

Mitchell nella prima stagione non entra di certo con i piedi di piombo: arriva in una squadra con una sua ossatura ancora ben delineata nonostante la partenza estiva di Hayward, partendo dalla panchina. Accumulando prestazioni convincenti conquista il quintetto già a novembre e spicca subito il volo. A stupire è la sua capacità di migliorare all’interno della singola stagione i dettagli del suo gioco, aggiungendo qua e là qualche mossa: nel mese di dicembre arriva addirittura a toccare i 23 punti con il 61% di True Shooting.

L’ascesa di Mitchell è costante. A inizio marzo pare possa prendere il comando nella lotta al ROY, ma Simmons sarà in grado di trascinare Phila ad una striscia di 15W, privandolo del riconoscimento. Finirà comunque secondo, ma non sarà la più grande soddisfazione di quell’annata.

La serie contro Oklahoma City esalta le sue abilità, e lui è bravo a sfruttare l’opportunità. I momenti caldi della partita prevedono Mitchell chiamato perennemente al centro del palcoscenico: lui sfrutta spesso la scelta di coach Donovan di cambiare su ogni blocco, andando a caccia di Melo e in generale del miglior accoppiamento per poter attaccare il canestro. Anche quando non prendeva il tiro contro il difensore che voleva riusciva comunque ad essere in ritmo. Il picco è la prestazione di gara 6 con 38 punti a referto.

La sua avventura e quella di Utah finirà contro Houston, con una netta sconfitta per 4 a 1. La difesa organizzata da Bizdelik si concentra su di lui lasciando ai suoi compagni maggiori responsabilità, e la scelta paga . Mitchell soffre il cambio tattico difensivo e, non a caso, l’unica vittoria dei Jazz nella serie arriva nella gara in cui è più attento agli assist che ai punti.

La stagione di Utah si chiude in cinque partite, ma non poteva che essere ritenuta positiva, soprattutto perché i Jazz avevano trovato una nuova (potenziale) stella.

 

ANNO DI ADATTAMENTO

Il secondo anno non inizia bene per Donovan. Dopo i playoff è costretto a operarsi al piede, passando quasi tutta l’estate in stampelle. L’inizio è a rilento. Pare un poco arrugginito, fa fatica ad esplodere andando verso canestro e ha momenti in cui perde di concentrazione. Nel frattempo la difesa proposta da Houston diventa la norma. Attorno a lui non ci sono giocatori capaci di crearsi tiri per sé, creando una mancanza piuttosto pronunciata in termini di pericolosità sul perimetro. Il peso offensivo diventa gigantesco, troppo per il giovane Donovan.

Ai playoff il copione risulta sinistramente simile all’anno precedente, con la differenza che lo scoglio dei Rockets si presenta subito al primo turno. Una serie che verrà ricordata soprattutto per il tentativo disperato di Snyder di togliere il pallone dalla mani di Harden, con il difensore costretto a stargli sul lato sinistro in una scelta difensiva piuttosto speculativa. In attacco Utah e Mitchell non son in grado di trovare contro misure al canovaccio riproposto dai Rockets.

L’eliminazione ha questa volta un sapore differente: in un anno nè i Jazz nè Mitchell sono stati in grado di produrre un miglioramento tangibile. Serve cambiare qualcosa, inserire nuovi opzioni al fianco del giovane Donovan. Un cambio che, puntuale, arriva la notte del draft.

 

IL SUO ATTUALE IMPATTO

I Jazz si presentano alla nuova stagione con un telaio nuovo, pensato per togliere responsabilità dalle spalle di Mitchell. Lui l’estate la passa con team USA, esperienza che senza dubbio lo arricchisce, basti vedere i miglioramenti nel pick & roll. Dopo aver osservato da vicino Kemba Walker ha iniziato a chiamare il blocco molto più alto e con angoli diversi, cercando di mantenere il vantaggio creatosi dopo lo screen. Dall’altro lato, andando ai mondiali, non ha potuto lavorare su quelle che erano alcune sue tendenze negative dell’anno passato. Risultato? Uscendo dal blocco sa prendere vantaggio sul difensore e sfruttarlo per prendersi il tiro che vuole. Oggi come prima, purtroppo, la sua scelta spesso è una conclusione dal mid-range.

 

La direzione quasi parallela al canestro che prende in uscita dal blocco è un marchio di fabbrica di Kemba

 

Quando è in controllo, i suoi tiri dalla media sono mortiferi: tra i 3 e i 5 metri tira il 50%, dai 5 all’arco il 47%. Percentuali superiori a Leonard o DeRozan per fare degli esempi. In una NBA cosi concentrata sull’efficienza, è difficile pensare che riesca ad incidere prendendosi così tanti tiri da quella zona del campo, soprattutto se l’aumento del volume dei tiri dalla media avviene a discapito delle conclusioni al ferro.

Rispetto ad un anno fa le penetrazioni concluse in prossimità del canestro sono diminuite drasticamente e, di conseguenza, i viaggi in lunetta non potevano che diminuire. In sede di draft, alcuni notarono le sue difficoltà nel concludere quando si trovava costretto a chiudere il terzo tempo su un solo piede. Sulle capacità di Mitchell di esplodere quando poteva saltare a due piedi non ci sono mai stati dubbi. Se già in dicembre aveva cominciato ad esplorare nuove opzioni per arrivare al ferro, a fine anno pareva potersi evolvere in uno specialista.

 

Perché, di fronte ad un miglioramento tecnico i suoi numeri non hanno una tendenza positiva? Le ragioni sono molteplici. Di sicuro le difese hanno imparato a concedergli con costanza i tiri meno efficienti. Purtroppo questo è un tema ricorrente per il prodotto di Louisville. Dopo un primo anno e mezzo di studio, il suo arsenale è stato vivisezionato da ogni squadra. Rispetto ai due video precedenti, oggi il centro avversario sa che deve aspettare Mitchell sotto canestro, lasciandogli il floater senza farlo avvicinare troppo al canestro. Nel frattempo Donovan è migliorato (e non poco) dalla media distanza, ma questa tendenza ha un noto limite in termini di efficienza.

Classifica per efficienza dei tiri di Mitchell in relazione alla distanza dal canestro NBA.com
Classifica per efficienza dei tiri di Mitchell in relazione alla distanza dal canestro NBA.com
 Classifica per efficienza dei tiri di Mitchell in relazione alla distanza dal canestro NBA.com
CleaningTheGlass

Queste due tabelle descrivono perfettamente la situazione di Mitchell. Dalla seconda si vede come le sue percentuali dal mid-range lo rendano un tiratore ben sopra le media (i percentili sono riferito al suo ruolo). Nella prima tabella si vede invece come i tiri in cui non eccelle, ovvero al ferro e da tre, siano comunque i tiri più efficienti del suo repertorio. Cosa può fare per migliorare? Partendo dalle sue letture offensive, quando attacca il canestro in uscita dal P&R spesso si concentra troppo su se stesso dimostrando una comprensione alquanto rivedibile.

 

Croce e delizia: batte egregiamente il raddoppio, ma poi non fa la scelta giusta

 

Dopo aver battuto perfettamente Siakam dal palleggio, Mitchell si piomba in area e si trova davanti ad un 4 contro 3. Bogdanovic [46%] e Conley [44%] sugli angoli sono pronti a colpire se chiamati in causa; Gobert dopo il blocco rolla e si propone anche lui come potenziale pericolo [64%]. Queste soluzioni sarebbero tutte estremamente efficienti ma Mitchell decide invece di prendere un floater tra 1 e 3 metri [43%], un tiro che sta diventando qualcosa in più di un vizietto.

La differenza qualitativa tra le varie opzioni è talmente grande che rende indifendibile la scelta di Mitchell. Non è un caso che tra i giocatori che più spesso vanno in penetrazione, Mitchell sia tra i meno propensi al passaggio, testimoniando la sua vocazione come scorer.

Questa azione raccoglie perfettamente tre diverse tendenze che ha maturato negli anni, che ad oggi sono i suoi limiti principali in attacco:

  1. Visione del gioco non eccelsa e non sempre con la mentalità giusta per condividere il palcoscenico con i suoi compagni;
  2. Scarsa capacità di analizzare quale sia il tiro più efficiente;
  3. Poca propensione ad andare fino a canestro e di guadagnarsi tiri liberi.

Riprendendo il primo punto, Donovan non ha ancora l’automatismo di cercare i compagni, quando attacca a tutta velocità non è in grado di avere un’idea chiara di quello che fanno gli altri. Questo difetto risulta particolarmente pesante se si pensa di svilupparlo come creatore principale di un attacco. Non ci si lasci ingannare dal fatto che il suo net rating (differenza tra punti fatti e concessi sui 100 possessi) sia maggiore quando ha giocato da playmaker quest’anno [+5.6]. Il periodo più soft del calendario è arrivato con l’infortunio di Conley, e Mitchell ha aggiustato le sue statistiche proprio in quel periodo.

Deve innanzitutto imparare a gestire i ritmi delle sue azioni, per gli altri ma anche per se stesso. Il fatto che abbia dichiarato che farà per degli allenamenti privati con Wade, fa pensare invece che il prossimo miglioramento potrebbe essere di tipo realizzativo.

Nella corrente versione della NBA l’arresto e tiro da 3 in particolare è vitale, e proprio questo fondamentale merita una riflessione. Fin da quando è entrato in NBA, Mitchell ha una dinamica di tiro piuttosto pulita, che si basa in gran parte sulla sua elevazione e in generale su una fluidità di esecuzione che ben poggia sulle sue gambe. Il suo arresto fulmineo rende difficile gestire il corpo e l’inerzia cosi creatasi, e spesso quando raccoglie il palleggio non è perfettamente in controllo.

A distanze limitate riesce a salvarsi grazie al suo tocco, ma da tre i risultati sono tutt’altro che esaltanti [31%]. Guardando qualche clip, si vede come spesso e volentieri abbia la tendenza a creare un movimento torcente del bacino che lo porta a sbilanciarsi sul suo lato destro.

 

Nel video si vede come Mitchell batta in maniera anche secca dal palleggio Murray e si ritrovi con tutto il tempo che vuole per mettere apposto i piedi e tirare. Nonostante questo vantaggio, quando Mitchell riatterra dopo la conclusione si vede bene come abbia coperto quasi un metro con il piede destro, mentre il sinistro si è spostato relativamente in avanti.

Questa torsione rende particolarmente complicato avere le spalle parallele al canestro quando scocca il tiro. Interessante notare come questo movimento del corpo sia diventato più evidente nell’ultimo anno, mentre non era cosi pronunciato nel primo anno. Nei piazzati questa dinamica viene invece smorzata.

 

 Si vede come questa torsione sia molto meno evidente in situazioni in cui il tiro è in catch and shoot, per quanto rimanga un minimo presente. La differenza stilistica si ripercuote anche a livello statistico: se nei tiri da 3 in pull up ha il 31%, quando si tratta di tirare sugli scarichi Mitchell ha il 43.7%, uno dei dati migliori in tutta la lega. Uno dei motivi che dà fiducia nella possibile crescita di Mitchell nei pull up 3 è il dato delle triple in step back, una soluzione che non usa molto (neanche il 20% delle triple che prende dal palleggio) ma che sta convertendo con il 41%. Sarebbe interessante vedere quanto l’efficienza possa scendere di fronte ad un utilizzo maggiore.

Unendo tutte queste critiche ci si potrebbe quasi dimenticare che Mitchell ha ventitré anni ed è reduce dal suo primo All Star Game. Questo riconoscimento è sicuramente legato alla sua capacità di vendersi come brand, ma non si può pensare di trovarsi di fronte a un prodotto finito. I campi in cui può migliorare sono molti e l’età anagrafica autorizza a sperare che gli errori e le imprecisioni di oggi non siano i difetti dei prossimi anni. Il potenziale per fare un ulteriore salto di qualità offensivo c’è ancora, ma deve riprendere la curva di miglioramento di inizio carriera.

 

DIFESA E TESTA

A livello mentale si è sempre dimostrato un vero professionista: mai è uscita una storia negativa sul suo conto, anche prima di arrivare in NBA veniva descritto come un giocatore capace di creare una cultura vincente e positiva. Umile ma determinato, prima di consacrarsi Mitchell metteva in prima linea le sue capacità difensive come sua migliore abilità.

Fino a quando non si è evoluto come principale creatore offensivo, ha dimostrato di poter essere un buon difensore sul pallone. Fece notizia una partita di summer league contro i Celtics, in cui schierato contro Tatum fu in grado di far valere le sue lunghe braccia e un fisico più evoluto rispetto al prodotto di Duke. Purtroppo i suoi highlights difensivi sono praticamente scomparsi. Spesso e volentieri risulta distratto, non comunicando bene con i suoi compagni di squadra

 

O risulta poco aggressivo, fino al punto di disinteressarsi della fase difensiva:

 

Permette troppo facilmente a Ish Smith di mettere pressione sulla difesa in transizione, senza mai affrontarlo

 

Una delle ragioni di questo decadimento delle sue prestazioni è potrebbe nascondersi nello schema difensivo di Snyder. Mitchell ha delle ottime caratteristiche fisiche per poter giocare in un sistema che si basa su cambi continui. Il fatto di essere un ingranaggio di una difesa cosi calcolata e conservativa non lo aiuta. Al college aveva dimostrato di poter avere una ottima STL% (3.7% nel secondo anno), un buon indicatore di quello che può essere l’impatto di un giocatore nella propria metà campo.

Le sue letture devono spesso fare i conti con le regole imposte dal sistema dei Jazz che prevede di accompagnare l’avversario verso le fauci di Gobert. Non più tardi di febbraio, Conley aveva discusso delle difficoltà incontrate nell’adattarsi a questo schema. In un altro sistema probabilmente eleverebbe il suo rendimento sensibilmente, e di sicuro non si ritroverebbe con delle statistiche avanzate cosi mediocri.

La sua mancanza d’impegno sul lato difensivo è comunque difficile da difendere. In tre anni è passato da essere un prospetto simile ad un “3&D” sottodimensionato, ad essere una presenza negativa. La mancanza di applicazione in quel lato del campo preoccupa, soprattutto se paragonato con il giovane Mitchell, arrivato alla ribalta grazie al sudore. Come accennato in precedenza, tra infortunio al piede e mondiali non ha ancora avuto un’estate su cui concentrarsi sulle proprie lacune da quando è arrivato in NBA. Mitchell deve recuperare il tempo perduto rispetto ad altri coetanei, e riprendere la via dello sviluppo individuale. Sarebbe di sicuro un buon segnale in vista del futuro.

Prossimo al quarto anno, e con un’estensione salariale al massimo dietro la porta, deve dimostrare che le aspettative createsi dopo la prima stagione erano tutt’altro che campate per aria. Davanti a sé avrà subito una grande chance: senza Bogdanovic e con il rapporto con Gobert tutto da ricostruire, Mitchell più che mai potrà prendersi il palcoscenico per mettersi in luce. I Playoff senza tutte queste certezze rischiano di essere proibitivi per i Jazz, ma potrebbero chiarire alcuni dubbi.

L’infortunio al croato toglie la miglior arma a disposizione di Snyder per poter aprire il campo, ma potrebbe aiutare Conley a riprendere le responsabilità a cui è più abituato. Ingles potrebbe attivare Gobert in attacco stendendo un velo sulle polemiche della stagione, ma il destino dei Jazz, anche nel presente, passa per l’evoluzione di Mitchell.

Alexandros Moussas

Attendo l'avversarsi della profezia di Joseph Smith con il ritorno del Messia(h) nel continente che gli appartiene, come descritto in "The book of Mormon". Che non sia l'anno giusto proprio il duecentenario delle primi visioni avute da Smith? E se il profeta fosse già tra noi, rinato a Elmsford, New York? Sogni, speranze e fede in Quin.

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