Grant Williams ha conquistato i Boston Celtics

 Grant Williams ha conquistato i Boston Celtics

Copertina a cura di Nicolò Bedaglia

Le squadre vincenti non sono fatte di sole superstar. Spesso, infatti, a fare la differenza in una squadra che ambisce al trionfo finale sono proprio i giocatori di contorno: i cosiddetti role players. Nel corso del tempo questa categoria di cestisti ha acquisito un’importanza notevole tanto che chi può contare sulle loro prestazioni non se ne priva a cuor leggero; proprio per questo motivo il draft è diventato una risorsa utilissima per scovare, a costi contenuti, pedine già pronte per il completamento del roster.

Tra le squadre che stanno seguendo questa logica ci sono i Boston Celtics. Affidato il futuro della franchigia al duo Tatum-Brown, con Kemba ed Hayward come sparring partners, Danny Ainge ha puntato tutto sul draft per puntellare il roster. Dopo aver scelto progetti a lungo termine come Robert Williams (nel 2018) e Romeo Langford (2019), il GM bianco-verde è andato sul sicuro e nella scorsa edizione, con la ventiduesima scelta assoluta, ha selezionato Grant Williams da Tennessee University.

 

Chi è Grant Williams?

Grant Williams nasce a Houston il 30 novembre del 1998. La madre, Teresa Johnson, lavora per la NASA e da lei il giovane Grant erediterà l’amore per lo spazio, oltre ad una spiccata intelligenza. Gioca nella Providence Day School negli anni liceali e per il college sceglie i Volunteers di Tennessee.

Sotto la guida di coach Rick Barnes, Williams fa incetta di premi: entra nel SEC All-Freshman Team, vince per due anni il SEC Player of The Year (2018-2019) e nell’ultimo anno guadagna anche il titolo di All-American riuscendo a portare Tennessee al secondo seed al torneo NCAA del 2019.

 

Grant è un giocatore atipico. 2.00 cm x 107 kg ed una wingspan di 211 cm non sono, nella NBA moderna, le misure ideali se il tuo ruolo è quello di ala grande. Il ragazzo però, già dagli anni ai Volunteers, ha messo in luce le sue migliori qualità: post basso ottimale dato un perfetto baricentro, ottimo rimbalzista (soprattutto offensivo) per la taglia, difensore versatile e abile su più ruoli, IQ cestistico altissimo unito a doti da passatore per nulla trascurabili.

 

Proprio le misure sopracitate hanno, però, giocato un ruolo fondamentale durante il draft. Il ragazzo si porta dietro, infatti, l’etichetta di undersized per il ruolo: troppo piccolo per tenere i quattro, troppo lento per tenere le ali piccole in una NBA sempre più fisica e dinamica.

Oltre alla dimensione fisica c’è quella relativa al tiro. Nelle stagioni al college Grant ha tirato con un 29.1% complessivo dal perimetro producendo la maggior parte dei suoi punti in post o su rimbalzo offensivo. Non è un atleta d’élite: a fare spesso la differenza è il suo posizionamento e l’abilità nel taglia-fuori.

Lo scetticismo generale che aleggiava sul giocatore è stata in realtà una grande fortuna per i Celtics. Danny Ainge e Stevens, infatti, non si sono lasciati scappare l’opportunità di aggiungere a roster un cestista dalle qualità pressoché uniche, perfetto per il sistema di gioco (basato su continui cambi sui blocchi) dell’allenatore ex-Butler. La scelta, per ora, sembra dar loro ragione.

 

L’impatto con Boston e l’aspetto sociale

Grant non ci ha messo molto a farsi amare dai suoi nuovi tifosi. Sin dalla conferenza stampa di presentazione si è detto entusiasta di poter vestire la maglia dei Celtics, squadra tifata da suo nonno negli anni del dominio bianco-verde sulla lega. Inoltre, il prodotto di Tennessee si era detto pronto a sfidare Jaylen Brown a scacchi, entrambi sono giocatori di alto livello, e si era reso disponibile a fare qualunque cosa pur di aiutare la sua franchigia a vincere: sin dal primo momento si è speso per cementare lo spogliatoio con video-chiamate tra rookies per giocare insieme ai videogame (altra grande passione di Grant) e cene di squadra.

Un carattere gentile ed altruista (come quando nel periodo invernale ha regalato ad ogni dipendente dell’organizzazione dei Celtics una candela profumata come ringraziamento per il lavoro svolto, lasciando tutti contenti seppur straniti) che non è venuto meno neanche durante la crisi pandemica, prima, e quella razziale, poi. Il giovane nativo di Houston ma cresciuto a Charlotte è infatti tornato in North Carolina (dove vive insieme a Kemba, che lo ha invitato personalmente) e tramite le piattaforme social, ogni giorno, spende il suo tempo per sensibilizzare i giovani sulle più diverse tematiche sfoggiando la sua intelligenza e sensibilità sui più disparati temi, sempre con sorriso e massima disponibilità.

 

La stagione di Grant Williams

Tuttavia Williams non è solo un “simpatico nerd” (come ama definirsi) che si spende per la comunità. Sul parquet, suo habitat naturale, ha fatto spesso gioire i nuovi tifosi risultando spesso e volentieri decisivo: non è un caso che sia infatti l’unico rookie con un minutaggio importante sin da subito nelle rotazioni di Stevens (l’allenatore ne ha apprezzato fin da subito le qualità difensive e da passatore).

 

Ciò che stupisce nel veder l’ex Tennessee in campo è la sua capacità di inserirsi alla perfezione nelle pieghe della partita. Williams, difatti, è un maestro delle cosiddette intangibles: quelle giocate, spesso poco considerate dalle statistiche, decisive ai fini del risultato come un cambio giusto o un raddoppio ben eseguito.

Spesso, infatti, è stato il suo contributo difensivo, magari con uno sfondamento subito o un rimbalzo importante, a capovolgere gli esiti di partite combattute. È inoltre uno dei migliori contestatori di tiro della NBA, élite condivisa con gente del calibro di Davis, Antetokounmpo, Gobert ed Holiday.

 

Se in difesa è già un giocatore pronto per la lega, in attacco (3.3 ppg 2.6 rpg 1 apg in 16 minuti) il ragazzo sta lavorando moltissimo sul suo tiro. Le sue soluzioni offensive sono ancora limitate e provengono perlopiù dal suo amato post basso con relativa spin move (eseguita ad ottima velocità) e dalla sua capacità di farsi trovare pronto per i tap-in.

Williams è un ottimo rollante sul pick-n-roll ed in questa situazione riesce sia a generare punti che a riaprire sul perimetro per compagni meglio piazzati. Soluzione cavalcata molto prima della sospensione era anche il pick-n-pop, in cui il #12 dopo il blocco si apriva a centro area per un jumper oppure andava sul perimetro dove, malgrado l’ironia dei compagni che lo chiamano Ben Simmons per le sue 25 triple sbagliate consecutive, non è del tutto battezzabile, soprattutto in angolo.

 

Draymond Green o Al Horford?

Se dovessimo trovare un’equivalente di Williams nella lega dal punto a livello di skillset, l’immediato paragone andrebbe fatto con Draymond Green. Entrambi sono sottodimensionati per il ruolo ed entrambi sono ottimi difensori su più ruoli (Draymond ovviamente per il momento è di un’altra categoria).

Altro punto in comune tra i due è la produzione offensiva limitata, seppur Green sia un miglior portatore di palla e stoppatore. Williams ha molto su cui lavorare per diventare come il suo “modello” e rivale, però l’etica lavorativa di certo non manca ad un giocatore che può ambire a diventare un all-around di buon livello in un contesto come i Celtics.

 

L’idea originale in casa Celtics sarebbe quella però di trasformare, con le dovute accortezze, l’ala ex-Volunteers nel nuovo Horford. Al era un giocatore preziosissimo tanto in attacco quanto, soprattutto, in difesa per la compagine del Massachusetts e l’innesto di Kanter dalla Free Agency ha colmato solo parzialmente la partenza, sponda Sixers, del dominicano.

Nella visione di Stevens, GW12 rappresenta il giocatore perfetto per ricoprire il ruolo dell’ex Hawks data la sua spiccata accezione difensiva e le qualità offensive che lo rendono simile al centro che ha fatto le fortune dei Celtics negli anni passati

 

Non è un mistero che Stevens, in ottica futura, stia lavorando su due soluzioni. La prima prevede l’utilizzo di Grant come stretch-five per aprire il campo alle penetrazioni di Kemba e agli attacchi al ferro di Brown e Tatum. Per far si che questa linea venga adottata, però, Williams deve raggiungere buone percentuali dal perimetro.

 

La seconda soluzione, è quella di una coesistenza nel frontcourt dei due Williams. Robert, infatti, è un giocatore che fa dell’atletismo e della rim-protection il suo pane quotidiano; Grant, invece, sarebbe libero di giocare da quattro senza doversi preoccupare di lottare con atleti più verticali di lui sotto canestro.

Dopo un avvio incoraggiante ed un comprensibile calo, coinciso col calo di tutti i Celtics nel pre-ASG, ora è quasi il momento della ripresa che sarà un vero e proprio rebus in quel di Orlando. Tuttavia siamo sicuri che a Williams non mancherà il solito sorriso e la solita fame di vittorie che, con abnegazione e voglia di imporsi, lo hanno portato ad essere l’anello mancante nella solida catena in mano a Brad Stevens

Nicola Garzarella

Segue il basket dai Big Three a Boston: facile intuire che squadra tifi. Amante, non ricambiato, del parquet e di tutto ciò che gli gravita attorno. Eurofilo convinto ma non esasperato.

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