The Answer, ep. 1: Banchero, il dilemma 76ers e tanto altro

 The Answer, ep. 1: Banchero, il dilemma 76ers e tanto altro

Copertina a cura di Francesco Ricciardi e Sebastiano Barban

Oggi diamo il via a una nuova rubrica, che abbiamo deciso di chiamare The Answer: ogni settimana raccoglieremo via mail (redazionetheshot@gmail.com) e sui nostri canali social le vostre domande, sceglieremo le più interessanti e un membro della nostra redazione vi risponderà.

L’idea alla base di questa rubrica è quella di dare spazio ai nostri lettori e coinvolgerli attivamente nella produzione di contenuti.

Bando alla ciance, partiamo con le domande!

 

1) Ben Simmons e Joel Embiid sono davvero incompatibili? Se sì, su chi basereste i Sixers del futuro? Se no, in che sistema potrebbero coesistere al meglio?

Domanda di Andrea Lo Giudice, risponde Cesare Russo

 

Ciao Andrea,

la questione riguardante il tandem Simmons-Embiid ormai si protrae da tempo, e la risposta non è semplice da trovare; potremmo dire che i loro talenti insieme si sommano ma non si moltiplicano. Una squadra che schiera Simmons, Embiid e tre discreti giocatori è una delle migliori squadre della lega: sono due giocatori talmente forti e versatili da generare un vantaggio sugli avversari indipendentemente da un fit perfettamente armonico o meno, la somma dei loro talenti basta a dargli un enorme vantaggio. Ma se per fit intendiamo la capacità di migliorare l’un l’altro giocando insieme (la moltiplicazione del mio esempio) allora no, non sono in grado di farlo.

Potremmo fare un tentativo. Per farlo avremo bisogno di un terzo elemento di alto livello, un creatore molto abile dal palleggio, con un ottimo tiro da tre, capace di dialogare ugualmente con Simmons e con Embiid. In poche parole, Fultz senza infortuni strani o Jimmy Butler che non si sente offeso alla contrattazione del rinnovo. A quel punto avremo due portatori di palla che si alternano (e che offrono alternative diverse quando giocano senza palla) e un Embiid pronto a raccogliere qualunque opportunità per segnare. Ovviamente due ottimi tiratori che creano spazi a completare il quintetto.

Se invece abbiamo deciso che la situazione è insanabile, allora dovremo prendere una scelta difficile. Servirà concentrarsi su cosa vogliamo e su che giocatori ci servono. Se vogliamo costruire su Simmons, i giocatori da cercare saranno un secondo violino con un tiro da tre eccellente e capacità di creazione on e off the ball, e un centro che possa allargare il campo in maniera abbastanza efficace, senza ulteriori punti di forza molto marcati (ovviamente se è anche un buon rim protector è molto meglio). Forniremo a Ben quattro tiratori, tutti molto mobili e con buone capacità di passaggio, uno di loro dovrà essere un buon difensore. Grazie al secondo violino, potremo anche impiegare Simmons da bloccante e/o tagliante.

Se invece vogliamo costruire su Embiid, dovremo cercare un’ottima point guard con eccellenti doti di playmaking e un repertorio offensivo il più completo possibile, per sfruttare al meglio tanto il dominio in post di JoJo quanto la sua versatilità. Avremo anche bisogno però di un altro creatore di alto livello, perché Embiid è comunque un centro, non possiamo fargli portare palla, e non pensiamo di vincere nel 2020 con un’asse play-pivot. Il secondo creator dovrà avere anche un tiro da tre quantomeno sopra la media, quindi probabilmente occuperà lo spot di 2 o 3. Due esterni dovranno anche essere validi difensori perché la difesa di Embiid rende al meglio quando può svincolarsi da compiti di marcatura fissa; ai due che completano il quintetto chiediamo solamente di non essere battezzabili. Ulteriore giocatore di cui abbiamo bisogno è un backup di qualità, il nostro sesto uomo dovrà essere un centro.

A queste differenze vanno aggiunte le nostre intenzioni. Vogliamo vincere subito? Andiamo su Embiid, il giocatore migliore tra i due. Vogliamo invece costruire un nucleo che sia capace di confermarsi anno dopo anno ad alti livelli e, in un anno più fortunato, raggiungere un grande exploit? Allora Simmons e il secondo violino che gli abbiamo trovato avranno bisogno di poco altro per portarci regolarmente ai playoff col fattore campo.

 

2) Che giocatore è Paolo Banchero, e perché è considerato così forte?

Domanda di Lorenzo Pasquali, risponde Emiliano Naiaretti

 

Ciao Lorenzo,

questa domanda se la sono fatta un po’ tutti: dopo le tante news sull’ottenimento del suo passaporto che si sono rincorse negli scorsi mesi, ogni appassionato italiano di pallacanestro si sarà chiesto per quale motivo ci siano così tante aspettative e speranze nei suoi confronti.

Paolo Banchero è un classe 2002 che ha da poco terminato il suo anno da junior all’O’Dea High School di Seattle, viaggiando a 22.6 punti, 11.0 rimbalzi, 3.7 assist e 1.6 stoppate di media e vincendo il Gatorade Player Of the Year e il MaxPreps Junior Of the Year. È un prospetto 5-star ed è considerato uno dei migliori prospetti della classe 2021 – e quindi una potenziale scelta al Draft 2022 – da tutti i maggiori portali che si occupano di basket pre-collegiale: 4° nella ESPN Top60 (anche se ora sarebbe 3°, considerando la recentissima riclassificazione di Jonathan Kuminga), 4° per 247Sports e 3° per Rivals.

Già semplicemente leggendo questi riconoscimenti e ranking è facile capire i motivi dell’entusiasmo, ma andiamo a vedere che tipo di giocatore è Banchero e perché rappresenta il futuro della nostra nazionale.

Innanzitutto partiamo dal profilo fisico: Banchero è alto 206 cm per oltre 106 kg di peso, con una corporatura massiccia, un parte inferiore del corpo già ben sviluppata e forte e un baricentro basso. Alla luce di queste misure e caratteristiche si intuisce quale ruolo riveste in campo e quale ruolo rivestirà in futuro: è un lungo, ruolo in cui attualmente in Nazionale c’è una particolare carenza. Inoltre, pare che stia ancora crescendo e che abbia raggiunto i 208-209 cm già durante la scorsa stagione.

Da un punto di vista tecnico, Banchero è particolarmente entusiasmante poiché ha svariate caratteristiche che contraddistinguono i lunghi moderni. Per prima cosa Paolo sa tirare, e ha dimostrato di essere a proprio agio sia dalla media sia da dietro l’arco. Ma non si prospetta semplicemente come un lungo in grado di tirare da fermo e allargare il campo: Banchero ha dimostrato di saper mettere palla a terra e crearsi un proprio tiro, prospettandosi come un face-up big.

 

Un’ulteriore indicazione sul suo potenziale da face-up big ci viene data da un buon ball-handling per un giocatore così grosso e dal suo ottimo controllo del corpo. Queste sue doti gli permettono di realizzare giocate del genere:

 

Oltre a ciò, pur non essendo ancora molto raffinato, Banchero ha mostrato più volte di vedere le linee di passaggio e di saper trovare i compagni liberi, riuscendo a prendere anche decisioni particolarmente rapide, una caratteristica impressionante per un giocatore così giovane.

 

A livello difensivo Banchero potrebbe essere limitato parzialmente ai livelli più alti da un’esplosività e da una velocità laterale non entusiasmanti, ma finora si è dimostrato un difensore ben sopra la media (aiutato ovviamente da un fisico ben sopra la media per l’high school); il tempismo e la velocità di reazione ne fanno un rim protector ostico da affrontare.

 

Il baricentro basso, le mani veloci, la volontà di muovere i piedi e una buona tecnica lo rendono un difensore perimetrale non facilmente superabile.

 

Banchero è ancora solo un ragazzino diciassettenne e resta ancora da capire dove andrà al college (la scelta cadrà tra Gonzaga, Duke, Kentucky, Washington, Tennessee e Arizona), ma con un profilo del genere è impossibile non entusiasmarsi ed essere speranzosi, sapendo che in futuro vestirà i colori della nostra Nazionale e rappresenterà l’Italia.

 

3) Le grandi prestazioni degli ultimi anni di rookie e sophomore sono unicamente attribuibili alle loro abilità superiori rispetto ai giovani del passato o anche allo stile di pallacanestro che si gioca oggi?

Domanda di Fabrizio Pellegrino, risponde Francesco Semprucci

 

Ciao Fabrizio,

negli ultimi venti anni in realtà non c’è stato un aumento significativo delle statistiche, almeno per quanto riguarda i rookie. Un calo delle statistiche dei rookie può avvenire quando la draft class è particolarmente debole e non sono presenti veri e propri giocatori dominanti, come per esempio avvenne nel 2000 o nel 2006. Nella maggior parte dei casi i talenti generazionali sbocciano già dalla prima stagione: basti pensare alla rookie season di giocatori come LeBron James, Carmelo Anthony e Chris Paul; oltre a essere già ottimi giocatori, erano stati scelti in squadre carenti a livello di talento che gli avevano dato subito la palla in mano, dandogli la possibilità di mettere a referto ottimi numeri fin dal primo anno nella lega.

L’ulteriore esplosione che abbiamo visto negli ultimi anni è fisiologica, e dipende in gran parte dall’aumento dell’efficienza (con una TS% generalmente più alta e la ricerca di tiri più “redditizi”) e soprattutto del pace: giocando a ritmi più alti ovviamente aumentano i possessi a disposizione, perciò si hanno più possibilità di accumulare statistiche. Quasi tutti i front office puntano molto forte sui propri giovani, perciò gli viene data la possibilità di provare – ed eventualmente sbagliare – per favorire la loro crescita.

Prendiamo come esempio Trae Young: dal giorno del draft gli Hawks, una squadra estremamente povera di talento, sono stati la sua squadra, perciò lui ha avuto la possibilità di mettersi in mostra da subito; lo stesso discorso si può fare per Tyreke Evans e Michael Carter-Williams, giocatori che – nonostante non avessero il talento smisurato di Trae – hanno beneficiato molto dal contesto nella loro prima stagione, portando anche a casa il premio di Rookie of the Year.

La stagione da sophomore si può invece considerare quasi come “la stagione della verità”, in cui si comincia già a notare chi sarà un vero top della lega e chi invece ha performato al di sopra delle proprie reali capacità. I già citati Carter-Williams ed Evans hanno visto la loro reputazione pesantemente ridimensionata dopo il secondo anno, mentre fenomeni come Trae Young e Luka Dončić hanno confermato e migliorato quanto fatto vedere da rookie.

Allo stesso modo, il secondo anno rappresenta uno step molto importante anche per i progetti, quei giocatori a cui bisogna dare qualche anno di tempo per esprimere appieno il proprio talento: Pascal Siakam passò da un rookie year terribile a qualche miglioramento durante il secondo anno, fino ad arrivare all’exploit dello scorso anno e alla consacrazione durante la stagione corrente; Devonte’ Graham invece è passato da un primo anno scialbo a una vera e propria esplosione durante il secondo anno, diventando de facto la stella degli Hornets.

 

4) Quali sono i diversi archetipi di difensori NBA e quali sono i più preziosi ai playoff?

Domanda di Lorenzo Pasquali, risponde Stefano Gaiera

 

Ciao Lorenzo,

l’individuazione di un determinato numero o tipo di archetipi difensivi, così come l’associazione di un giocatore a un ruolo piuttosto che un altro, è un esercizio molto arbitrario e soggettivo. Nonostante ciò, è possibile riconoscere almeno cinque ruoli difensivi che provano a racchiudere al proprio interno i diversi compiti su cui si basa la costruzione di un piano difensivo.

Il PoA Defender, cioè il difensore del punto d’attacco, è il giocatore che più di tutti cattura le attenzioni anche dei tifosi più occasionali, giocando perlopiù accoppiato all’attaccante più pericoloso degli avversari. Due esempi di PoA Defender sono Kawhi Leonard durante i primi anni di carriera e Andre Iguodala che – nonostante un ruolo offensivo marginale – nel 2014 e 2015 sono riusciti a vincere il premio di Finals MVP grazie alle loro grandissime difese su LeBron James.

Il Difensore Secondario è solitamente una point guard a cui vengono assegnati compiti difensivi meno impegnativi rispetto ai loro pariruolo del gruppo precedente. Quello dei Difensori Secondari è un ruolo molto ampio e può prevedere sia giocatori molto versatili come Marcus Smart – che giocando con altri grandi difensori come Tatum e Brown non deve caricare sulle proprie spalle l’intero peso della difesa – sia giocatori come Trae Young o Steph Curry, che vengono spesso “coperti” dai compagni in difesa per permettergli di dare il meglio nella metà campo offensiva.

Il Difensore Off-Ball si occupa perlopiù di inseguire i tiratori avversari tra i blocchi e contestare i tiri dalla lunga distanza. Un ottimo esempio di Difensore Off-Ball è Danny Green durante l’ultima stagione, spesso accoppiato a giocatori come J.J. Redick, Khris Middleton e Buddy Hield.

L’Àncora Difensiva è il lungo nella sua accezione difensiva più classica, quella di protettore del ferro. L’Ancora Difensiva finché è possibile tenta di non cambiare mai sugli esterni e difende drop sui pick and roll. Due grandi esempi di Ancore Difensive sono Joel Embiid e Brook Lopez.

Lo Stretch Big è una figura di mezzo tra il Difensore Off-Ball e l’Ancora Difensiva, e solitamente viene accoppiato a lunghi versatili e abili sul pick and pop. Esempio massimo di Stretch Big è Draymond Green.

Per quanto riguarda i playoff, è complicato dire quali siano i ruoli più preziosi perché più che l’appartenenza a un singolo ruolo, in un difensore è importante la presenza di tratti di diversi archetipi. Nonostante il ruolo del difensore sul punto d’attacco sia spesso considerato il ruolo più importante, senza una componente di Difesa Off-Ball o di difesa di squadra, PoA bravissimi rischiano di abbattere la marginalità positiva che creano nella difesa sulla palla a causa della disattenzione nei momenti in cui non sono ingaggiati negli spettacolari uno contro uno.

Giocatori come Ben Simmons, una delle massime espressioni del PoA Defender negli ultimi anni, sono così importanti per la propria squadra perché oltre alla difesa sulla stella avversaria, possiedono una versatilità tale per cui possono venire associati tranquillamente a più ruoli. In generale si può dire che le combinazioni più importanti siano quella del PoA Defender e dell’Off-Ball Defender per colui che si occupa della “prima linea” della difesa, e dell’Ancora Difensiva con tratti da Stretch Big per il fulcro difensivo.

 

5) OKC, che fare con le pick? Smembramento – che pareva essere già in essere prima di una stagione oltre le aspettative – o rebuilding attorno al contratto di Paul dando asset?

Domanda di Marco Ercolani, risponde Francesco Contran

 

Ciao Marco,

non è facile dire quale sia la cosa migliore da fare al termine di questa stagione per i Thunder. Bisognerebbe innanzitutto capire l’impatto della pandemia sul cap per comprendere come dovrebbe muoversi la franchigia dell’Oklahoma. L’ipotesi di una cessione di Paul, per quanto Presti ci abbia abituato a grandi sorprese, mi sembra improbabile. Chris aveva raggiunto il picco del suo valore alla deadline, ed evidentemente non è arrivata un’offerta soddisfacente. Perché come Presti ha imparato dopo l’errore – o forse, a posteriori, l’orrore – della cessione di James Harden, seppur in condizioni completamente diverse, vendere è diverso da svendere, e i Thunder non hanno nessun interesse a svendere Chris Paul per smantellare.

Chi volesse acquisire il #3 di OKC dovrebbe cedere un contratto pesantissimo o due contratti pesanti, inoltre dovrebbe aggiungerci un giovane di prospettiva e magari una scelta al secondo giro del draft. In nessun altro caso i Thunder avrebbero vantaggi dal cedere il proprio veterano che effettivamente è il più pagato, ma è anche il leader dello spogliatoio, All-Star e mentore dei giovani Gilgeous-Alexander e Bazley. Una squadra disposta a sacrificare tanto è difficile da trovare, e farebbe una mossa simile solo per puntare al titolo.

Due squadre potrebbero tentare il grande colpo: Utah, che necessita di un salto di qualità ulteriore, e che boccerebbe Mike Conley, e i Bucks, per provare trattenere Giannis in caso di mancato titolo. Nessuna delle due squadre sembra però poter sacrificare grossi nomi, anche a livello di potenziale, senza indebolirsi troppo, e onestamente trovo difficoltoso vedere i Thunder privarsi di Paul per assorbire il contratto di Bledsoe o Conley.

È suggestiva l’ipotesi che Brooklyn possa provare a fare un tentativo per avere un inedito big three, magari cedendo Caris Levert, DeAndre Jordan e Prince per compensare i salari, ma credo che sarebbe uno scambio poco conveniente per i Nets, che si indebolirebbero; per loro sembra più adatto Bradley Beal. Posto quindi che scambiare CP3 è molto difficile, l’All Star va tenuto per fare da chioccia ai giovani e instillare la cultura vincente che serve in una fase di rebuilding.

OKC deve continuare a competere per sopravvivere, perciò coglierà le occasioni sul mercato degli scontenti, cercando di utilizzare le sue pick per accaparrarsi via trade giocatori di livello All-Star o poco sotto per progredire. In questo senso è presumibile un rinnovo anche breve a Gallinari, in primis per non perderlo a zero, ma anche perché Danilo è un giocatore utilissimo nel ruolo di stretch 4.

La pick al draft sarà presumibilmente solo quella di Denver, e va aspettato tempo per capire che profilo sceglierà Sam Presti: di solito sceglie grandi atleti abili in difesa, ma incapaci di tirare. Tuttavia, siccome le spaziature sono sempre più importanti e gli ultimi progetti di questo genere non sembrano essere andati benissimo (Terrance Ferguson, anyone?), magari il GM drafterà un giocatore capace di aprire il campo.

Le ultime questioni riguardano i lunghi: Noel è in scadenza e va rinnovato, preferibilmente senza spendere troppo, mentre occorre che un eventuale rinnovo ad Adams tra un anno sia a cifre molto più contenute dell’attuale contratto. Il sogno di chi scrive sarebbe arrivare via trade a Myles Turner, ma chiaramente non è facile.

Se il centro di Indiana manifestasse malumori occorrerebbe andare all’assalto, e non credo che Presti si farebbe scappare una simile preda; del resto Paul George era stato preso con un colpo da felino senza il minimo preavviso, e avere un nuovo centro di quella caratura, ben più adatto per la nuova timeline della franchigia, sarebbe un grosso passo in avanti nel processo di rebuilding.

La Redazione

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