Quello stronzo di Bill Laimbeer

 Quello stronzo di Bill Laimbeer

Copertina a cura di Alessandro Cardona

Odiato da tutti – e non solo da tifosi ed avversari – Bill Laimbeer è passato alla storia della NBA come uno dei giocatori più sporchi mai visti. Poco importano i titoli vinti, le statistiche, qualche parola di apprezzamento dei rari compagni che hanno osato tesserne le lodi.

Borioso, di famiglia più che benestante e sprezzante negli atteggiamenti, il lungo uscito nel 1979 da University of Notre Dame riusciva a dare il peggio di sé in campo, come se tutto quello che faceva fuori per farsi disprezzare non bastasse. Ed allora avanti di simulazioni, piagnistei, lamentele con gli arbitri, colpi proibiti e risse: nessun segreto da nascondere, tutto orgogliosamente ostentato alla luce del sole.

Anche quando dichiarerà di essere l’unico giocatore NBA ad aver guadagnato meno di suo padre – per quanto l’affermazione sfiori la battuta, ma neanche troppo – in pochi riusciranno a sorridere. Perché Bill Laimbeer era così antipatico da non apparire divertente, neanche ad osservare le più plateali delle sue provocazioni. Tanto da generar gioia condivisa solo in estrema coda della sua carriera, quando all’età di 36 anni (e con una schiena distrutta da mille battaglie) annuncerà il ritiro.

Chiedete ad Horace Grant, che esternò la sua felicità invitando i presenti ad un grande party nella sua casa, interpellato sulla notizia. E chissà in quanti avranno alzato le braccia al cielo in segno di ringraziamento, magari a Boston, Portland o Los Angeles: vittime dei soprusi subiti dal numero 40 in tredici campionati di onorato servizio alla causa dei Bad Boys.

Si, perché se proviamo a ricordare la rivalità tra Pistons e Bulls (o ancor prima tra i Celtics di Bird e quei ragazzacci della Motor City), la faccia sorniona di Laimbeer è la prima che viene in mente.

Gli occhi sgranati verso gli arbitri, appena pizzicato per aver sgomitato un po’ troppo. Oppure il sorriso beffardo verso l’ennesimo avversario fuori di sé. O ancora le braccia roteanti per aria, a richiamare un pubblico in delirio mistico verso quella squadra operaia, spigolosa, ignorante, capace di vincere due titoli consecutivi mettendo fine all’era del dualismo tra Celtics e Lakers, lasciando per un po’ i Bulls di Jordan indietro a suon di pugni e sgambetti.

Ma Bill Laimbeer era tutt’altro che di umile estrazione, e non aveva niente a che spartire con quella storia della “squadra proletaria che raggiunge il vertice del mondo a suon di spallate”, se non per il piacere di darle, quelle spallate. L’uomo chiamato “the prince of darkness” era semplicemente uno stronzo, secondo il più letterale dei sensi, e l’unica cosa che gli interessava era quella di rider bene da ultimo. E quindi vincere, partecipando attivamente agli anelli conquistati dai ragazzi di Chuck Daly nel 1989 e nel 1990.

Il Bill che tutti ricordano – quello che esulta con i compagni, ancor prima di guidarli fuori dal campo anzitempo, per non congratularsi con i Bulls dopo l’eliminazione playoff del 1991 – era già nella fase calante di una carriera comunque entusiasmante. Sotto canestro provava a far valere la sua stazza, ma fisicamente poteva farlo solo estremizzando il suo lato più infame, quello del picchiatore gratuito.

Un canestro importante da dietro l’arco (ha sempre avuto mano educatissima dalla distanza), molte provocazioni e qualche punto rubato, prima dell’inevitabile decadenza: ma il ragazzone bianco nato a Boston il 19 di Maggio del 1957 era stato anche molto altro. Sembra strano, ma portava con sé un discreto bagaglio tecnico ed un talento da primi della classe, almeno nel suo prime.

E proprio oggi che compie 63 anni di età, ha senso ripercorrerne le gesta, non lesinando qualche episodio esemplare.

Laimbeer vs The Chief

26 Maggio del 1987, Boston Garden. La serie tra Celtics e Pistons è ferma sul 2 a 2, e gara 5 rappresenta il più classico dei pivotal game. Robert Parish è il centro titolare di quel “gruppo di bianchi”, ed è difficile esserlo in una città come Boston, soprattutto quando la squadra di Bird e McHale macina successi uno dietro l’altro.

Detroit è perfettamente consapevole che per raggiungere l’agognata finale NBA, i Celtics sono la franchigia da distruggere, e per farlo serve ricorrere ad ogni mezzo possibile. La classe di Isiah, Dumars e Adrian Dantley non può essere sufficiente: servono le botte di Rick Mahorn, la fisicità di Dennis Rodman e un Bill Laimbeer al suo meglio.

Anche lui è l’unico bianco in una squadra di neri, a rappresentanza di una città operaia. È difficile esserlo se non ti sporchi le mani, e malgrado la sua fama pregressa è palesemente il cattivo tra i cattivi, inteso come vanto. Intendiamoci, The Chief era un leader taciturno e per questo ufficialmente apprezzato per i suoi modi “gentili”, ma questo non significa esser votato al massacro. Anzi, nelle prime quattro gare della serie ne aveva già viste e sopportate di ogni, tanto da non riuscire a trattenersi davanti ad una apparente “occasione della vita”.

Isiah Thomas conquista un rimbalzo difensivo battagliando con Danny Ainge e Darren Daye (visto anche in Italia, a Pesaro e Siena) e sull’errore di quest’ultimo, Laimbeer si fa largo su Parish alzando il gomito un po’ troppo, al solito.

The Chief non ci pensa due volte, e da dietro riempie la testa dell’avversario di pugni, facendone partire diversi ed in rapida successione, lasciandolo steso sul parquet. Tra l’altro, senza guadagnarsi una espulsione apparentemente sacrosanta. Ma la cosa bella non è l’azione di Parish in sé, quanto la reazione di un Laimbeer stavolta messo KO.

Resta a terra contorcendosi, mentre i compagni accorrono in suo soccorso. Si tocca i denti, e platealmente controlla che tutto sia a posto, rialzandosi spavaldo. Prima di guardare con aria di sfida davanti a sé, si scrolla di dosso lo sporco, come se fosse finito in un lago fangoso. Pulisce le gambe, la maglia, le spalle. Quasi a volersi liberare dello schifo lasciato dal tocco dell’avversario, in segno di disprezzo.

La partita – e la serie – non finirà bene per Detroit, ma il guerriero dei Pistons era immediatamente pronto a riprendere il combattimento, come sempre.

L’Italia, prima della NBA

Bill Laimbeer nasce a Boston nel 1957, ma come già detto è figlio di un ricco dirigente di multinazionale, e passa la sua infanzia a Chicago, prima di trasferirsi in California frequentando la High School di Palos Verdes nella contea di Los Angeles.

Qui, in assoluta serenità, domina spesso e volentieri i parquet destando una ottima impressione, ed ottiene una borsa di studio per il college di Notre Dame, giocando con i Fighting Irish.

Ma le cose non vanno proprio benissimo, nel senso che il ragazzone appare poco incline al sacrificio, preferendo l’edonismo al sudore in palestra, accontentandosi di quello che madre natura gli ha fornito. E cioè 211 centimetri di altezza, un fisico imponente da far valere a rimbalzo e una mano gentile.

Per il resto brilla per pigrizia ed indolenza, e finisce decisamente in basso nel Draft del 1979: viene selezionato con la pick numero 65 dai Cleveland Cavaliers, che non hanno molta voglia di offrigli un contratto.

Mentre in Ohio provano a decidersi, il nostro Bill non solo si sposa, ma trova un accordo per giocare da professionista in Europa, più precisamente in Italia, esattamente a Brescia. L’occasione è perfetta per batter cassa, consacrarsi professionista e magari dimostrare il proprio valore a quelli dall’altra parte dell’Oceano.

In più – come dichiarerà a carriera conclusa – l’esperienza può esser vista come una lunga, piacevole, luna di miele con la moglie nel belpaese. Il che non guasta. La Pinti Inox Brescia è una neo promossa, guidata da un presidente come Mario Pedrazzini che ha la vista lunghissima, portando in Lombardia sia Laimbeer che Marc Iavaroni, che proviene dalla University of Virginia ed in Italia resterà anche l’anno seguente, a Forlì.

Finirà poi a Philadelphia nel 1982, vincendo un titolo con i Sixers, e proseguendo una carriera da comprimario in NBA. I due giocheranno insieme appena un anno, ma a Brescia probabilmente ricordano ancora oggi con affetto quella stagione 1979/80, conclusasi per mano della Emerson Varese ai quarti di finale playoff, dopo un ottimo sesto posto in classifica.

Il segreto di questa assoluta sorpresa? Ovviamente il duo americano sotto i tabelloni, perfettamente valorizzato da coach Riccardo Sales, ed impreziosito da colleghi come Ario Costa e Marco Solfrini. I tifosi bresciani si stropicciano letteralmente gli occhi, divertendosi non poco e conquistandosi un posto particolare nei ricordi di Laimbeer, per calore ed entusiasmo.

E non potrebbe essere altrimenti, considerando che il nostro riesce a mettere insieme cifre strepitose pari a 21 punti e 12 rimbalzi di media, e dichiarandosi immediatamente pronto per far valere quella scelta ottenuta al draft, pur bassa che fosse.

Oltretutto, probabilmente stimolato dal contorno e dalla passione negli anni d’oro del campionato italiano, Bill si dimostra spigoloso, concreto e tecnicamente efficace, lasciando presagire anche piccoli sprazzi di quel carattere rissoso che lo avrebbe caratterizzato in futuro.

I Cavaliers non possono non provarlo, ed è così che l’uomo più odiato di sempre nella NBA, entra nella lega in punta di piedi.

La reverse di Michael

1989, Conference Finals ad est tra Bulls e Pistons. Chicago ce l’ha fatta, è arrivata al penultimo atto, ma ancora una volta ci sono i Bad Boys tra le ambizioni di Michael Jordan e l’approdo in finale.

I ragazzi di Doug Collins hanno vinto gara 1 al Palace, portandosi sul 2 a 1 nella serie dopo il rientro degli avversari, vincendo gara 3 allo Stadium. MJ è inarrestabile e le “Jordan Rules” sono in rampa di lancio: solo grazie a quelle Isiah e compagni riusciranno a superarli per 4 a 2, puntando dritti verso il primo anello della loro storia.

In gara 6 Chicago si trova con le spalle al muro davanti al proprio pubblico, con una sola possibilità per continuare a sperare: vincere la partita forzando “la bella”. E Mike appare tarantolato. Intercetta con consueta rapidità un passaggio sbagliato da Bill verso Thomas, riesce a salvare clamorosamente la palla dal fuori campo e si invola in solitaria verso il canestro.

Davanti a lui, solo il Terminator da Notre Dame, che man mano lo vede avvicinarsi, rallenta i passi calcolando la spinta migliore per franargli contro. L’obiettivo è palese: il classico fallaccio da killer, per evitare una schiacciata che accenderebbe ulteriormente il pubblico e la squadra. Sembra quasi un duello western.

Poco prima di arrestarsi His Airness guarda il diretto avversario, e gli occhi si scontrano con quelli di chi sta già caricando il più roboante degli odierni flagrant. Ma Jordan opera una torsione in aria delle sue, confezionando un canestro in reverse iconico, e conquistando anche l’and one.

Può essere la riscossa per Chicago? Del resto il mazzolatore dei Pistons è rimasto di sasso, umiliato dalla classe dell’uomo più difficile da battere, alla faccia delle soluzioni muscolari.
No, non lo sarà: ancora una volta riderà per ultimo Laimbeer, per un 103 a 94 finale. I suoi numeri? 11 punti, 10 rimbalzi e 5 assist. Niente di che rispetto ai 33 di Isiah, ma vogliamo scommettere che senza il bianco dei Bad Boys la partita sarebbe finita nello stesso modo?

Uno dei centri più efficaci della lega

Per almeno sei anni di carriera, Bill Laimbeer è stato uno dei centri più efficaci della lega. E stiamo parlando di tempi in cui la filosofia Bad Boys andava plasmandosi, alimentando quella cattiveria purissima che avrebbe caratterizzato il nostro negli anni dei successi.

Con l’arrivo in squadra di Rick Mahorn nella stagione 1985/86, il mazzolatore da Notre Dame incontra il gemello che ha sempre desiderato, avviando così quella fase fatta di botte, provocazioni e prepotenza, il tutto sotto la diabolica supervisione di Isiah Thomas.

Ma nel frattempo Laimbeer era già stato tre volte All Stars (nel 1983, 1984 e 1985) e avrebbe vinto la classifica dei rimbalzisti proprio nel 1986 con 13 di media, facendo registrare con costanza una doppia doppia a partita. Tra l’altro, senza saltare neanche una gara a stagione.
Nessuno sarebbe stato in grado di dirlo all’alba del campionato 1980/81, quando reduce dalla splendida esperienza italiana di cui sopra, i Cavaliers decisero di dargli una opportunità nonostante le titubanze già espresse.

Lui appare abbastanza convinto di sé, facendo registrare medie interessanti per un rookie scelto tanto in basso nel draft: 9.8 punti per gara, con 8.6 rimbalzi, 2.7 assist e una stoppata.
Con un esordio simile per una riserva conclamata, ci sarebbe quasi da cambiare i piani. Su Bill Laimbeer i Cavaliers potrebbero anche puntare un po’, ma il coaching staff non riesce a fidarsi troppo della sua personalità.

È difficile non essere d’accordo conoscendo Bill – seppur in una epoca in cui la sua indole rissosa non era completamente emersa – che per questo motivo viene spedito lontano dall’Ohio nel Febbraio del 1982 insieme a Kenny Carr, un’ala grande comunque reduce dalla miglior stagione in carriera (con 15 punti e 10 rimbalzi per sfida).

I Cavaliers si prendono Paul Mokeski e Phil Hubbard, ed il buon Bill può riabbracciare il compagno di college Kelly Tripucka, che guida la squadra per realizzazioni nonostante l’emergere del leader assoluto Isiah.

Con l’arrivo di Chuck Daly in panchina per la stagione 1983/84, le basi dei Bad Boys iniziano a gettarsi progressivamente, e Bill ne diviene immediatamente perno insostituibile.Cerchiamo di essere onesti, sarà stato pure indolente negli allenamenti e dalle movenze poco agili, ma Laimbeer nel suo prime assoluto era un autentico connubio tra forza ed efficacia.

Come già detto spazzola il canestro conquistando rimbalzi su rimbalzi, sfruttando la sua fisicità flirtando spesso con la stoppata, oppure terminando i malcapitati in penetrazione.
Ma in attacco le sue percentuali superano praticamente sempre il 50% dal campo, con un progressivo allontanamento del range tiro, fino a toccare – udite udite – il 36% da dietro l’arco.

Una percentuale decisamente lusinghiera, per un lungo che si avventurava spesso e volentieri dove i pari ruolo del tempo evitavano di andare, diventando così magistrale finalizzatore nel pick and pop.

Possiamo parlare quindi di “un pagliaccio”, quando guardiamo ad un giocatore capace di mettere insieme 17 punti, 12 rimbalzi, 2 assist e una stoppata di media nel campionato 1984/85 (in una lega dove, sotto canestro, dominavano i vari Kareem Abdul Jabbar e Moses Malone, tra gli altri)? Assolutamente no, tant’è che non pochi dei suoi ex compagni hanno provato a riabilitare la sua figura, dopo il ritiro.

Non si trattava solo di un picchiatore capace di simulare i falli subiti e lamentarsi con gli arbitri, ma di uno dei migliori centri di ruolo del tempo, destinato a limitare la finalizzazione dei possessi per vincere, negli anni del primo – lento – declino di forma.

Welcome back Ricky

È il 19 Aprile del 1990, ed i Philadelphia 76ers sono in trasferta in quel di Detroit, campioni NBA uscenti. Certo, la squadra di Charles Barkley ambierebbe ad un ruolo importante nella Eastern Conference, ma la partita assume toni di interesse principalmente per il “ritorno a casa” di Rick Mahorn.

In ogni caso, si tratta di una delle ultime sfide della stagione regolare: entrambe le squadre si trovano ai vertici delle rispettive Division e, nonostante i playoff in avvicinamento, i colpi non si risparmiano.

Ricky era stato uno dei partner in crime di Laimbeer nelle scorribande degli anni precedenti, e pochi mesi prima aveva festeggiato con veemenza l’anello conquistato al coro di “Baaaad Boys! Baaaad Boys”.

Di lì a poco, la doccia fredda: c’è un Expasion Draft da gestire per l’ingresso di Magic e Timberwolves nella lega, e i Pistons devono lasciar andare un giocatore. A malincuore tocca a Mahorn, che immediatamente dopo esser finito a Minneapolis riesce a farsi cedere nella città dall’Amore Fraterno, diventando così il sodale di Sir Charles.

Quest’ultimo, non esattamente il miglior estimatore di Laimbeer, dimostrerà in quella partita il pessimo sangue che scorreva tra i due, suggellandola con una scazzottata passata alla storia.

Ma la “colpa” è tutta del buon Ricky, deciso a non abbassare la testa di fronte agli ex compagni, giocando una partita gagliarda da conclamato bersaglio delle scorrettezze dei Bad Boys, decisi a far valere la propria fama. Poco importa che si trattasse di un ex compagno, di un fratello di mille battaglie. Anzi, meglio.

Anche perché i Sixers la partita la conducono e la vincono, dopo che Thomas si fa espellere per aver palesemente colpito con un pugno proprio Mahorn, che se la ride di gusto. Anzi, nei secondi finali Ricky segna nonostante il placcaggio di Dennis Rodman, che viene sbeffeggiato dallo stesso.

Decisamente troppo per il buon Bill, che non ci pensa due volte ad intervenire sparando il pallone sulla gola dell’ex compagno, buttandola decisamente in caciara. Barkley prenderà la palla al balzo intervenendo di seguito e dando via al suddetto rodeo, un qualcosa di già visto quando Laimbeer si mette in mezzo, ringhiando come un cane rabbioso.

The villian never dies

Non c’è niente da fare, la fama di Bill Laimbeer evidentemente lo precede ancora oggi.
Forse, nonostante il cambio di vita, è totalmente disinteressato a modificare la nomea conclamata di villian. O meglio, di stronzo.

Nel 2002 diviene allenatore delle Detroit Shock della WNBA con le quali vince tre titoli diventando anche Coach Of The Year, un riconoscimento che replicherà nel 2015 guidando le New York Liberty.

Quindi, una carriera di tutto rispetto in panchina da sommarsi ad un passato da vincente nei campi, possono essere sufficienti per diventare Hall of Famer? Assolutamente no, quando resti uno dei personaggi più odiati dell’America cestistica. E soprattutto quando continui a non mandarle a dir dietro, qualsiasi sia il contesto in cui vieni interpellato.

Non a caso, è sufficiente tornare a parlare dei Pistons in occasione di “The Last Dance” (il documentario su Jordan ed i Bulls del 1998, prodotto da ESPN e distribuito in Italia su Netflix), per riaccendere le vecchie ruggini.

Ed allora i Bulls erano dei “frignoni”, delle mammolette, e quel gesto di non stringer loro la mano dopo lo sweep del 1991 viene rivendicato e sottoscritto. Una volta di più. Anzi, se ancora esiste un modo per punzecchiare Michael  – la solita inutile diatriba sul GOAT, tra lui e Lebron James – non ci pensa due volte a parteggiare per l’altro. Ci mancherebbe altro.

La verità è che ancora oggi, nonostante frequenti i parquet femminili ed appaia meno cattivo nell’espressione, Bill Laimbeer resta un tipo temibile. Così come quei Pistons fanno ancora paura, anche semplicemente rivangandone le imprese, tra scorrettezze e bullismi vari.

E lui – “the prince of darkness” – non può che altro che sogghignare soddisfatto, ogni volta che si rende conto di essere ancora lo stronzo della situazione. Seppur a 63 anni, sovrappeso, con il volto rotondeggiante e la stessa, vecchia, pettinatura. Inevitabilmente sbiancato nei capelli.

Noi, per salutarne l’attitudine e la ricorrenza odierna, non possiamo che concludere con “Tough Guy”, il pezzo che nient’altro che i Beastie Boys decisero di dedicargli, utilizzando parole non certo amorevoli. Poco meno di due minuti di tiratissimo Punk/HC farcito da accuse piuttosto “forti”, anche per la terminologia scelta, che se volete potete andare a ricercarvi.


Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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