È troppo presto per dimenticarsi della Reyer Venezia

 È troppo presto per dimenticarsi della Reyer Venezia

Copertina a cura di Sebastiano Barban

La Reyer Venezia ha un problema. Inutile negarlo, tutti se ne sono accorti e tutti hanno la propria teoria sulla sua natura e su come risolverlo; la prestazione in Coppa Italia allontana leggermente le nuvole, ma di certo non le dirada. In molti hanno individuato il bandolo della matassa nel complicato reparto esterni che De Raffaele ha costruito, addossandogli la colpa di una stagione altalenante e a tratti deludente. Nel corso di questo articolo andremo ad analizzare il reparto in questione, soffermandoci sui giocatori che hanno svolto un ruolo fondamentale nella stagione veneziana, e cercando di capire effettivamente se sia giusto addossare le colpe di una campagna non brillante proprio alle guardie della Reyer.

 

Julyan Stone, l’arte di accontentarsi

Offensivamente Stone risulta il più delle volte inesistente, privando Venezia di un play e costringendola spesso a cercare le soluzioni individuali dei vari Daye o Bramos. Non è raro, inoltre, vedere Watt prendere in mano la squadra, organizzando il gioco partendo dal post basso, nel tentativo di trovare linee di passaggio o compagni liberi. C’è solo una parola che descrive la stagione finora disputata dal play americano: deludente. Non tanto per i 2.1 punti di media (minimo storico in maglia Reyer), statistica che non gli è mai stata richiesta particolarmente, quanto per l’ atteggiamento, spesso fin troppo sufficiente, che mette in campo. Non a caso si nota un peggioramento statistico pressoché in ogni voce, a conferma del poco impegno dimostrato nel corso della stagione.

Non è raro vedere Stone condurre palla nella metà campo offensiva per poi semplicemente lasciare il peso ad uno dei suoi compagni ed estraniarsi completamente dal gioco, il più delle volte aspettando uno scarico in angolo, nonostante la percentuale da dietro l’ arco in questa stagione reciti 25% su 2.2 tentativi di media. Tutto ciò può risultare accettabile da un’ala o da un ipotetico 3&D, non da quello che è, almeno nei piani originari di De Raffaele, il play titolare.

Nonostante la stagione sottotono, il nativo di Alexandria si dimostra in ogni caso una pedina fondamentale dal punto di vista difensivo e a rimbalzo. Pur con qualche problema di concentrazione, riesce sempre a tenere una buona posizione a rimbalzo ed è eccellente nei tagliafuori. Infatti, anche se la sua media stagionale risulta leggermente peggiore rispetto a quella dello scorso anno, Stone recupera ben 1.5 rimbalzi offensivi di media in questa stagione, dato in netto aumento rispetto agli 0.9 di quella scorsa.

Altro aspetto molto positivo del gioco dell’ex Denver Nuggets è la capacità di accendersi con niente, soprattutto nei momenti di difficoltà. Non è raro infatti vedere lo statunitense cambiare completamente volto e mettere le marce alte quando l’inerzia della partita è sfavorevole: si trasforma in un vero e proprio mastino difensivo, dirigendo la squadra al meglio e occupandosi personalmente di chiamare i cambi, raddoppiando sempre nel momento giusto e asfissiando l’attacco avversario. In momenti del genere inoltre sembra perfino elevare il suo gioco offensivo, dimostrandosi il campione che è e prendendo le sembianze di un playmaker, riuscendo a trovare punti anche quando la palla pesa particolarmente.

Non a caso nel corso della stagione ci ha regalato azioni del genere.

 

Tutto ciò però non basta a promuoverlo, e probabilmente l’avrebbe portato ad essere tagliato se non avesse indossato la maglia della Reyer. La panchina lunghissima e l’esplosione di De Nicolao hanno infatti permesso a Stone di poter giocare probabilmente la peggior stagione della sua carriera in Italia e di rimanere nelle rotazioni di coach De Raffaele. Questo suo atteggiamento però preoccupa non poco in vista dei playoff, dove una partita sottotono può escluderti dalla corsa allo scudetto e dove tutti devono dare il 110% per raggiungere l’obbiettivo. Se la guardia dovesse elevare il suo gioco nel corso della postseason (nel caso si giocasse) tutte le parole spese su di lui risulterebbero vane, se invece non dovesse farlo saremmo davanti alla sua stagione peggiore sotto tutti i punti di vista.

 

Andrea De Nicolao, se la vita ti dà dei limoni…

L’ inspiegabile calo delle prestazioni in cabina di regia di Julyan Stone ha sostanzialmente privato la Reyer di un play titolare, vista la completa assenza di qualcuno che possa giocare in modo costante e convincente il ruolo del regista nel quintetto titolare: è così che inizia la bellissima fiaba che è la stagione in corso per Andrea De Nicolao.

Il play veneto inizia infatti la stagione dovendosi occupare di guidare la second unit veneziana, concedendo importanti minuti di riposo a Stone. Quando però coach De Raffaele è costretto a schierarlo nel quintetto iniziale, non avendo a disposizioni altri sostituti per il fenomeno statunitense, De Nicolao risponde presente e mette in campo un gioco maturo e oculato, degno dello storico cognome che porta sulle spalle. Il #10 sembra essere un giocatore totalmente diverso rispetto a quello visto nelle passate stagioni, smentendo tutti coloro che non lo ritenevano in grado di gestire il gioco veneziano.

Le statistiche non fanno altro che confermare quanto detto sopra, con il classe ’91 che fa registrare il massimo in carriera in punti (7.5), assist (3.8) e rimbalzi (2.5). Segna inoltre con il 36.2% da dietro l’ arco (secondo miglior dato in carriera) e con il 40% da 2 punti, a fronte del 36% registrato nel corso della passata stagione. Ciò che più stupisce nel gioco del piccolo play italiano sono il carisma e l’aggressività che dimostra ogni volta che entra in campo: conosce la squadra, conosce il suo ruolo e lo interpreta alla perfezione, senza esitazioni o insicurezze, mandando un chiaro messaggio agli avversari.

Nella metà campo difensiva riesce a rimanere sempre concentrato, non facendosi scrupoli a sacrificare il proprio corpo in caso di necessità e dimostrando una difesa aggressiva, mettendo il fisico addosso agli avversari e non distogliendo mai lo sguardo dalla palla, riuscendo spesso a mettere in difficoltà anche rivali fisicamente più grossi di lui. Tutto ciò contribuisce spesso a innervosire i pari ruolo che si trovano a corto d’idee, portando il più delle volte De Nicolao a prendere sfondamenti anche a metà campo o a costringere gli avversari a triple forzate e inconcludenti.

Dal punto di vista offensivo svolge, molto semplicemente, il compito che è chiamato a fare: il playmaker. L’ex Reggio Emilia sa quando prendersi tiri ed essere veramente protagonista dell’ attacco veneziano, e quando invece passare in secondo piano e far gestire la palla ai propri compagni. Riesce a capire bene le situazioni e giocare di conseguenza, cercando sempre di mettere in ritmo tutti e sfruttando i mismatch e le occasioni che la partita gli offre. È inoltre molto abile a trovare soluzioni dal pick and roll, potendo sfruttare i blocchi granitici di Watt.

Nel corso della stagione Andrea De Nicolao si è rivelato una vera e propria colonna portante del progetto di coach De Raffaele, guadagnandosi la fiducia di quest’ ultimo nonché diversi minuti in campo, e dimostrando a tutti di poter svolgere un ruolo importante nella corsa al titolo e durante i playoff, scrollandosi di dosso le critiche e stupendo piacevolmente tutti gli appassionati della pallacanestro nostrana. Al momento le redini della squadra sono affidate al play veneto, che ha davvero poco margine di errore vista l’assenza di un play di riserva vero e proprio, ma che guida la compagine senza paura, giocando un basket di elevata fattura che ormai non stupisce più.

 

Stefano Tonut, il futuro della Reyer passa da qui?

Il 25 gennaio la Reyer Venezia annuncia sul suo sito ufficiale che durante l’allenamento del giorno prima Stefano Tonut ha riscontrato alcuni problemi fisici che sarebbero stati rivalutati entro qualche giorno. L’infortunio si dimostrerà poi più importante del previsto e lo porterà a saltare ben tre giornate di campionato, tra cui il big match contro la Virtus Bologna, oltre alle due importantissime gare della fase di ritorno di EuroCup contro il Promitheas e l’EWE Basket. La Reyer vincerà soltanto due delle cinque partite disputate senza la guardia canturina, subendo pesanti sconfitte per mano di Bologna e Patrasso.

Il 13 febbraio, esattamente 20 giorni dopo l’infortunio, Tonut è pronto a tornare in campo contro la Virtus Bologna, durante i quarti di finale della Coppa Italia 2020. C’è molto scetticismo intorno al rientro del classe ’93, e non tutti pensano che possa risultare subito incisivo dopo quasi un mese di stop, dovendo inoltre affrontare partite dal peso specifico elevato come quelle di Coppa Italia, vista la formula ad eliminazione diretta.

Prima dell’infortunio Tonut viaggiava a 8.6 punti, 2.1 rimbalzi e 1.9 assist di media in 19 minuti, cifre tutto sommato buone se rapportate a quelle degli anni precedenti, seppur leggermente in calo. Chiuderà le tre gare di Pesaro con 11.6 punti di media, 1.6 rimbalzi e 2.3 assist, a cui aggiunge 1.6 palle recuperate, stupendo chiunque e candidandosi pesantemente al titolo di MVP della competizione, poi vinto dal compagno di squadra Austin Daye.

 

Naturalmente il numero 7 non riuscirebbe mai a tenere numeri del genere per il resto del campionato, soprattutto pensando ad eventuali serie di playoff, ma tutto ciò può farci riflettere sulla sua importanza all’interno delle rotazioni veneziane. Quando le partite contavano i lagunari hanno elevato il proprio gioco, dimostrando a tutti di essere gli stessi che neanche un anno fa si sono laureati campioni d’Italia, e non a caso anche Tonut ha mostrato un livello di gioco superiore al solito, migliorandosi su entrambi i lati del campo. Durante la manifestazione pesarese il talento ex Trieste è risultato per ampi tratti l’unico uomo al comando.

Tonut ha dimostrato di poter dare un apporto non trascurabile alla squadra veneta, soprattutto per il carattere messo in campo, ma anche per la maturità che dimostra nel saper passare in secondo piano quando la partita lo richiede. È inoltre un interprete fondamentale nei tratti di gioco in cui Venezia è in campo senza un vero e proprio playmaker, prendendosi responsabilità e riuscendo a creare gioco in situazioni spesso complicate, abilità che condivide con Daye e Watt, non proprio due giocatori abituati a perdere. La Coppa Italia potrebbe quindi essere stata una svolta fondamentale nella stagione di Tonut, mettendoci davanti un numero 7 completamente nuovo, risorto come una fenice da un infortunio che sembrava aver compromesso la sua stagione.

 

Gli altri

Naturalmente i giocatori già citati non sono gli unici componenti del reparto esterni veneziano, sono semplicemente coloro su cui era più giusto focalizzarsi. Gli altri interpreti a disposizione di coach De Raffaele stanno svolgendo il proprio lavoro esattamente come ci si aspettava che lo svolgessero: Cerella e Filloy sono delle riserve importanti nel sistema della Reyer, più di quanto i numeri possano dimostrare. Pur giocando un minutaggio piuttosto ridotto, i due danno un contributo non scontato, aggiungendo soluzioni e donando preziosissimi minuti di riposo a un reparto spesso a corto di fiato.

Inutile rimarcare anche l’importanza di Jeremy Chappell, che nel corso della stagione si è guadagnato la fiducia dei compagni e ha dimostrato in più occasioni tutto il suo talento, risultando spesso l’unico esterno veramente costante nelle rotazioni lagunare. Non fatevi ingannare dalle statistiche, che lo vorrebbero peggiorato sotto qualsiasi aspetto rispetto alla scorsa stagione, poiché lo statunitense gioca quasi 10 minuti in meno rispetto a quando vestiva la maglia dell’Happy Casa Brindisi, condividendo inoltre il parquet con compagni (non me ne vogliano i tifosi brindisini) di un livello decisamente superiore rispetto a quelli pugliesi.

Sarebbe errato quindi affermare che il reparto guardie sia il vero problema della compagine veneta, poiché abbiamo visto che, pur essendo senza ombra di dubbio l’anello debole di un roster costruito per bissare il successo dello scorso anno, il livello è in ogni caso molto elevato e quasi tutti i giocatori sembrano a proprio agio all’interno della società e dello spogliatoio.

Il vero problema di questa Reyer Venezia è nell’atteggiamento e negli stimoli, che spesso vengono a mancare a una squadra che lo scorso anno è riuscita ad arrivare agli ottavi di finale di Champions League, cucendosi inoltre sul petto lo scudetto di campioni d’Italia. Infatti, quando ai ragazzi di De Raffaele sono state fornite occasioni stimolanti (partite particolarmente importanti di EuroCup e la Coppa Italia), la risposta è stata molto convincente, dimostrando a tutti che è sempre troppo presto per dimenticarsi della Reyer Venezia.

Thomas Marzioni

Studio musica e suono la chitarra in un gruppo. Oltre questo mi improvviso scrittore per The Shot, parlando dell' altra mia grande passione, il basket.

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