Vintage Corner: Pacers-Magic ed il Memorial Day Miracle del ’95

 Vintage Corner: Pacers-Magic ed il Memorial Day Miracle del ’95

Copertina a cura di Alessandro Cardona

Domenica 19 Marzo 1995, Market Square Arena. È il giorno in cui la stagione cambia diametralmente. Quello del ritorno di Michael Jordan dopo un anno e mezzo di pausa forzata e quando la corsa al titolo torna a farsi entusiasmante. Non che in precedenza l’esito finale fosse prevedibile con i campioni in carica di Houston, sottovalutatissimi malgrado l’arrivo di Clyde Drexler, e nuove squadre in rampa di lancio come gli Orlando Magic. Dopo l’acquisto di Horace Grant da Chicago e la definitiva esplosione del dynamic duo formato da Shaquille O’Neal e Anfernee Hardaway, i ragazzi guidati da Bob Hill concluderanno la regular season con la prima piazza ad est, grazie ad un record di 57 vittorie e 25 sconfitte.

In una Conference dove sono tante le squadre che sognano un posto al sole, il ritorno di MJ  sembra rompere le uova nel paniere a molti, trasformando una Chicago deludente in una contender, a scapito delle prospettive di Knicks, Hornets e soprattutto Indiana Pacers. Sono proprio quest’ultimi ad avere l’onore di incontrare per primi il rientrante Jordan, ospitandolo nella propria arena e sconfiggendo i Bulls, nonostante il clamore suscitato da una partita promossa di diritto in tv nazionale.

Con l’arrivo di Mark Jackson in cabina di regia ed il consolidarsi in panchina di Larry Brown, la squadra costruita attorno a Reggie Miller era reduce da un’ uscita nella finale di Conference del 1994 per mano di New York dopo sette partite. Una serie passata alla storia per la sfida al Garden tra Reggie e Spike Lee destinata a ripetersi con risultato opposto nel secondo turno della stagione in corso. In gara 1 il numero 31 dei Pacers realizza 8 punti in 9 secondi, preannunciando una vendetta che li catapulta al penultimo atto stagionale, trovando di fronte proprio i Magic in modo apparentemente sorprendente.

Si, perché nonostante tutto, Jordan si dimostra limitabile e limitato dalla lontananza dai campi – in una squadra diversa da quella che aveva lasciato – e soprattutto Orlando appare più matura del previsto. I Magic sfruttano i bonus costruiti anche dal contorno di Shaq e Penny. In particolare da Nick Anderson e Dennis Scott. La serie si conclude con un Horace Grant portato in trionfo in un attonito United Center e il sogno di giocarsi le Finals in Florida diviene sempre più realistico.

 

Magic vs Pacers

La crescita esponenziale dei Magic appare piuttosto incredibile all’alba della stagione 1994/95, soprattutto considerando che si tratta di una franchigia introdotta nella lega appena cinque anni prima.

Il segreto sta tutto in una serie di pick di successo nei draft. A partire da quello del 1989 con la selezione di un Nick Anderson che di lì a poco sarebbe divenuto “The Brick”, ma si tratta di altra storia.

Nel 1990 arriva Dennis Scott, poi il gigante Shaq nel 1992, ed in seguito ad uno scambio con Chris Webber attuato immediatamente dopo la chiamata della scelta, nel 1993 è il turno di Penny Hardaway. Quell’anno i Magic vinsero la lottery per il seconda volta consecutiva, puntando tutto sull’ex “Fab Five” di Michigan per spedirlo a Golden State in cambio di quella point guard che a tanti ricorda Magic Johnson, assecondando le pressioni dello stesso O’Neal.

La storia narra che i due si incontrino sul set del film “Blue Chips” (in italiano, “Basta Vincere”), diretto da William Friedkin e recitato a fianco di Nick Nolte. Il lungometraggio racconta di un allenatore alla guida di un College blasonato ma decaduto nei risultati, costretto ad infrangere le regole di reclutamento per accaparrarsi tre giovani promesse delle High School.

Due di queste sono proprio O’Neal e Hardaway, che imparano a conoscersi anche cestisticamente durante le scene girate in palestra, destinate a convincere Shaq che il talento di Memphis può essere il suo fit ideale anche nel mondo reale. Ed infatti Orlando giunge in finale di Conference pienamente convinta dei propri mezzi, seppur Indiana rappresenti l’avversario strutturalmente più ostico da superare, anche per il suo reparto lunghi capace di mettere in crisi il front court formato da “The Diesel” e l’esperto Horace Grant.

Infatti Larry Brown dispone di un centro olandese dalla mano educata come Rik Smits (capace di costruirsi una solida carriera all’ombra di Reggie), circondato da Dale Davis e Antonio Davis, due ali grandi intercambiabili. Una coppia atletica fisicamente inamovibile, capace di far la voce grossa a rimbalzo senza cedere un millimetro nelle battaglie sotto i tabelloni. Se a tutto questo aggiungete una giocatore versatile come Derrick McKey, l’esperienza in panchina di Byron Scott e Sam Mitchell, e la gestione delle palla di Mark Jackson, potete capire quanto Reggie Miller sperasse di coronare la sua carriera alla soglia dei trentanni, giocandosi il Larry O’Brien Trophy.

Anche perché a prescindere dallo starting five, il roster dei Magic si dimostrava decisamente corto, con una panchina non certo all’altezza delle soluzioni proposte sullo scacchiere da parte degli avversari. Bob Hill è costretto ad affidarsi principalmente a Brian Shaw, Anthony Bowie e Donald Royal, senza particolare alternative in caso di problemi per il suo giocatore più rappresentativo, quell’O’Neal attorno al quale girava comunque tutta la squadra. Proprio per queste ragioni lo scontro tra le due squadre appariva imperdibile, malgrado avessero appena superato due semifinali di Conference letteralmente epiche in egual maniera.

Le prime due gare vengono comunque conquistate dalla squadra di casa, forti dell’entusiasmo del pubblico amico e di uno Shaq difficile da limitare, capace di realizzare 32 punti in gara uno e 39 in gara due con doppia cifra in materia di rimbalzi conquistata agilmente. E per un Miller che nella seconda sfida ci prova (con 37 punti e 4 triple) c’è un Dennis Scott che da dietro l’arco ne mette 7, coadiuvato dai 17 punti di Anderson, i 19 con 15 assist di Penny ed un Grant da 9 punti e 12 rimbalzi.

Insomma: chi se ne frega se la panchina praticamente non esiste, quando ti porti in vantaggio per due a zero senza mostrare particolari flessioni.

Con il ritorno in Indiana, i Pacers riescono finalmente a limitare il centro avversario rientrando nella serie con una vittoria corale e sognano di impattarla nella partita seguente,  prevista per il Memorial Day. Si tratta di una festa nazionale piuttosto sentita negli Stati Uniti – dedicata ai caduti e reduci di guerra, in un paese che ha fatto di questa orrenda pratica, una bandiera – prevista ogni anno per l’ultimo lunedì di Maggio.

Trattandosi di un giorno di vacanza in appendice al weekend (e coincidendo con le fasi più accese dei playoff Nba) in moltissimi dedicano la loro giornata alle sfide previste, dopo aver presenziato a parate, visite nei cimiteri ed esposto la conosciutissima bandiera a stelle e strisce fuori dalla porta di casa. È così che certe prestazioni in determinate partite disputate nel Memorial Day, finiscono scolpite nell’immaginario collettivo degli appassionati del gioco.

 

Gara 4, 29 Maggio 1995

La partita è di quelle toste, sanguinose, con uno Shaq che lascia il campo in vista di un finale in volata, seguendo Horace Grant per raggiunto limite di falli. Con le colonne portanti nelle due metà campo fuori, Orlando deve affidarsi a due comprimari come Jeff Turner e Tree Rollins. Quest’ultimo sostanzialmente pensionato ed utilizzato quasi più come assistente che come giocatore. La sua partita durerà 6 minuti per un tabellino sostanzialmente illibato, se non fosse per i due falli commessi.È lui che deve marcare – alla veneranda età di 39 anni – l’olandese Rik Smits, in stato di grazia. Chiuderà l’incontro con 21 punti, 7 rimbalzi e 7 assist.

Giunti negli ultimi secondi di gioco, i Pacers falliscono il colpo del KO con Reggie Miller restando in vantaggio di due lunghezze fino allo scoccare dei 13 secondi dalla fine. Quando Brian Shaw viene pescato da Hardaway dietro l’arco e realizza la tripla del più uno.

Sembra il canestro potenzialmente risolutore, ma sulla rimessa seguente, il solito “Killer” sfrutta alla perfezione un blocco stretto di un compagno rispondendo al fuoco con il fuoco: la tripla è ovviamente a segno, Indiana torna avanti di due lunghezze nel delirio generale e sul cronometro restano appena 5 secondi.

Sul capovolgimento di fronte, tocca a Penny Hardaway caricarsi la squadra sulle spalle ricevendo dalla rimessa in posizione centrale ed arrestandosi dal palleggio in un proverbiale “fazzoletto”, qualche centimetro dietro la linea dei 3 punti. Il suo canestro è pazzesco e per quanto i Pacers abbiano ancora un time out a disposizione, con 1,3 secondi di rimanenza ci vuole un miracolo per risolvere il tutto.

Ovviamente tutti pensano a Reggie come potenziale ricevitore della rimessa (23 punti con 5 triple per lui, fino a quel momento) e lo crede anche coach Hill che gli concentra contro tutta la difesa dei suoi, lasciando il povero Rollins su Rik Smits. È l’uomo più inatteso – l’olandese – a ricevere la palla all’altezza della lunetta. Con un uso magistrale del perno, fa saltare il vecchio centro con una finta, riuscendo a tirare dal mid range con quella mano tanto educata che tutti gli riconoscono nella lega. La palla lascia le sue mani veramente spaccando il centesimo, con la sirena che suona, e si depone nel cesto con una sofficità raramente vista. Il canestro è storico, quasi più dell’ultimo minuto di gara, e la Market Square Arena esplode sognando un traguardo insperato.

Abbiamo così il primo Memorial Day Miracle della decade, considerando che l’altro arriverà nei playoff del 1999, per mano di un incredibile Sean Elliott durante le finali di Conference tra Spurs e Blazers.

Con la serie impattata, il pivotal game a seguire viene deciso ancora una volta da Shaq, autore di 35 punti e 13 rimbalzi nel ritorno alla Orlando Arena dei suoi. A niente serve una prova corale dei Pacers, eroici nel rientrare completamente in partita durante l’ultimo parziale di gioco ma destinati a soccombere per appena due punti nel 108 a 106 finale.

In gara 6 Reggie Miller e compagni riusciranno a sfogare la propria frustrazione con una larga vittoria casalinga per 123 a 96 grazie a 36 punti e 6 triple del numero 31 (senza dimenticare la consueta doppia doppia in materia di punti e assist da parte di Mark Jackson) ma non sarà sufficiente per portare a casa risultato e serie nella decisiva gara 7 in trasferta. Per il secondo anno consecutivo Larry Brown vede il sogno infrangersi a pochi metri dal traguardo, con i suoi che incappano in una serata da 37% dal campo e 21% dall’arco, in contrasto con la partita ideale (per distribuzione) del quintetto dei Magic, che vincono per 105 a 81 e volano in finale. Li aspettano i campioni in carica di Houston, che sono riusciti a sovvertire ogni pronostico presentandosi al momento decisivo con il fattore campo avverso, ma con una fiducia nei propri mezzi crescente. Peccato che in quel momento siano veramente in pochi a vederli come lontanamente favoriti per il titolo dovendo affrontare dei giovani Magic convinti di poter iniziare una rapida cavalcata trionfale con la sfida d’esordio prevista per il 7 di Giugno in Florida.

Un’altra gara drammatica, imprevedibile, decisiva nel determinare le sorti della stagione (e quelle di Nick “The Brick” Anderson, che purtroppo per lui si rivela in questa occasione) ma che riguarda semplicemente un capitolo differente nella storia dei 90’s Nba, da trattare semmai in separata sede.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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19 Aprile, 2020 11:19 am

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