Bulls contro Pistons: storia di una rivalità

 Bulls contro Pistons: storia di una rivalità

Copertina a cura di Sebastiano Barban

I Bad Boys rappresentano al meglio il passaggio tra due decadi di sviluppo della lega, entrando di diritto nell’immaginario collettivo degli appassionati NBA. Cattiveria, gioco sporco, grinta: un gruppo brutto e cattivo, guidato da un generale come Chuck Daly, belli da vedere per una lunghissima serie di ragioni. Incarnando lo spirito proletario e senza fronzoli della Motor City, diventando un tutt’uno con un pubblico entusiasta.

 

Di fatto, chiudono l’era del dualismo tra Larry e Magic – prendendo a calci nel sedere i Celtics e vendicandosi dei Lakers – condannando le due squadre simbolo degli anni 80 alla fine di un’epoca. Non solo la classe di Isiah Thomas e Joe Dumars, ma anche la consistenza di John Salley, la pura malvagità di Bill Laimbeer, la dedizione di Dennis Rodman. E poi Vinnie Johnson e Mark Aguirre, quella tendenza alla Royal Rumble che terrorizza la lega di David Stern, prima di costringerla a piegarsi all’inevitabile, trasformando “Bad Boys” in un marchio. I Los Angeles Raiders del basket, per estetica e attitudine.

Tutto molto bello, c’è poco da dire, ma destinato a non durare per sempre. Soprattutto quando in contemporanea con il loro sviluppo – nella stessa Conference – un ragazzo proveniente dal North Carolina prende per mano i derelitti Chicago Bulls, compiendo passi da gigante seppur incapace di valicare il muro eretto da Isiah e compagni ai playoff.

 

Si tratta di un ostacolo sia fisico che mentale, laddove la squadra guidata da Michael Jordan stava cercando di plasmarsi anno dopo anno, inserendo pedine come Horace Grant e Scottie Pippen, ancora da fortificare nei momenti decisivi. Già nei playoff del 1988 i sogni di gloria di MJ vengono stati spazzati via dalla determinazione di Detroit, destinati a piegarsi dopo 7 partite contro i Lakers di Magic, anche a causa degli episodi. Scenario diverso l’anno seguente, con il Larry O’Brien Trophy finalmente conquistato in rivincita con un secco sweep, dopo aver nuovamente bastonato Chicago in 6 gare di finale di Conference.

 

È qui che – dopo una sconfitta in gara 3 – Thomas e Dumars passano una nottata al telefono per discutere su come fermare Michael, scrivendo di fatto le famigerate “Jordan Rules”. Il modo per neutralizzare il giocatore più forte della lega, aggredendolo con la palla in mano, forzandolo verso raddoppi muscolari ogni volta che si trovava in isolamento, oppure aiutando con il lungo ogni volta che impostava dal post basso. Una autentica sciagura per i giovani Bulls.

L’emicrania di Pippen

Per loro, la stagione 1989/90 appariva come l’anno della svolta, con l’avvento di Phil Jackson in panchina, in sostituzione di quel Doug Collins del quale era stato vice. È l’inizio della carriera di colui che diventerà Coach Zen, già reduce da una esperienza di giocatore da due titoli NBA con i New York Knicks, portatore di una personalità anticonformista e di approcci rivoluzionari da attuare all’interno dello spogliatoio. Lo stesso che doveva faticosamente plasmare attorno al genio del suo giocatore più ingombrante e talentuoso: un Jordan affamato, deciso a conquistare il primo titolo della carriera per consacrarsi il migliore della lega, capace di condurre la classifica dei realizzatori con una media superiore ai 33 punti per gara.

 

La finale di Conference  ad Est (che Michael sogna di trasformare nella sua personalissima resa dei conti con Detroit) termina dopo 7 sanguinose partite, coerentemente con il livello delle sfide degli anni precedenti. I ragazzi guidati da Phil Jackson rincorrono sempre gli avversari, costretti a rimontare dopo le due sconfitte esterne iniziali, dopo esser stati messi sotto dalla difesa di Detroit in gara 5, tenuti al 33% dal campo di squadra dalla forza di Rodman, Laimbeer, Edwards e John Salley. Come già detto, sono loro i “duri” che reggono l’ossatura dei Bad Boys, capaci di incutere timore nella testa dei Bulls, ed in particolare in quella di Scottie Pippen. Per lui – proveniente dal nulla e capace di ritagliarsi uno spazio importante in squadra – l’edizione dei playoff 1990 avrebbe dovuto rappresentare la consacrazione, chiudendola di fatto con più di 19 punti, 7 rimbalzi e 5 assist in 15 gare.

 

Il problema però si manifesta nella decisiva gara 7, quella che i Bulls forzano vincendo al Chicago Stadium con un Craig Hodges da 19 punti e 4 triple su 4 provenendo dalla panchina (non per nulla vincitore della gara di tiro da dietro l’arco in quella stagione, il primo di tre successi consecutivi). Malgrado si giochi al Palace di Auburn Hills, i campioni in carica appaiono piuttosto sfiancati, ed incredibilmente Jordan e compagni si scoprono detentori dell’inerzia di una serie che non hanno mai condotto, ma solo impattato. Per il giovane Scottie la rivincita diviene tangibile, a maggior ragione considerando l’epilogo della stagione precedente, con il suo abbandono dell’elimination game a causa di una violenta gomitata ricevuta dal solito Bill Laimbeer.

 

Tutto va storto però, a pochissime ore dalla palla a due. Pippen inizia a soffrire una violenta emicrania, che aumenta con il diminuire dei minuti che distanziano Chicago dal riscaldamento in campo: una fase preliminare in cui il già secondo violino della squadra medita di gettare la spugna, ritenendosi incapace di giocare con quel fastidio.
Prova a tamponare lo straniamento a suon di aspirine, ma non ottiene nessun tipo di risultato pur decidendo comunque di giocare la gara, probabilmente su pressioni poco gentili da parte di un Jordan che vede l’impresa ad un passo.

 

Il numero 23 tirerà 27 volte dal campo, chiudendo con 31 punti e cercando in ogni modo di tenere a galla la squadra da solo, perché il povero Scottie si aggira per il campo come se fosse un ectoplasma. Nella sfida momentaneamente più importante della carriera, Pippen riesce appena a concentrarsi, talvolta incapace di distinguere quello che gli appare davanti, e chiudendo con un solo canestro su 10 tentativi dal campo in 42 minuti di impiego.

Tutto quello che di buono aveva dimostrato fino ad allora naufraga, sacrificato all’altare di una prestazione indegna, pur con l’attenuante dello stress come causa di un inconveniente che genera preoccupazioni anche dopo la sirena conclusiva.

Infatti, se da una parte il mondo si interroga sulle capacità effettive di supportare MJ, Da Pip continua a far fatica ad aprire gli occhi anche nei due giorni seguenti alla sfida. Addirittura sarà costretto a sostenere una radiografia al cervello per eliminare ogni dubbio, tanto devastante è il dolore in un arco temporale decisamente lungo. La fiducia in Pippen, anche da parte degli addetti ai lavori, cala drasticamente e vivrà una discesa repentina per tutta la stagione seguente, dove addirittura il numero 33 non verrà riconvocato alla partita delle stelle (il suo esordio era avvenuto proprio nel 1990), scartato anche in sostituzione dell’infortunato Larry Bird, a vantaggio di Hersey Hawkins ed in un momento in cui i Bulls macinavano successi nella stagione regolare.

 

Tutto sembra perduto dopo quella maledetta sconfitta in gara 7 con i Pistons, e l’unico modo per risollevarsi è scacciare i fantasmi di un passato pesante, dimostrando al mondo di aver imparato a gestire le pressioni soprattutto mentalmente. Nel frattempo, Detroit raggiunge le Finals per il terzo anno consecutivo e completa il back to back sconfiggendo i Blazers di Clyde Drexler per 4 a 1, con un tiro risolutivo di Vinnie Johnson in coda a gara 5 (15 punti nell’ultima frazione per lui).

The Revenge of ‘91

Eppure nella stagione 1990/91, Scottie Pippen vivrà la sua miglior stagione in carriera al momento, con 18 punti, 7 rimbalzi e 6 assist di media. Oltretutto – arrabbiato sia per quella famosa emicrania, che per il contratto (oltre che per il corteggiamento di Krause a Kukoc, già allora) – aggredisce la stagione anche nel lato difensivo del campo, anche grazie alla spinta di un assistente allenatore tra i meno appariscenti: Johnny Bach.

 

Nativo di Brooklyn, reduce da una rapida carriera da giocatore, Bach approda a Chicago nella stagione precedente, dopo anni da Assistant Coach e capo allenatore a Golden State, selezionato come specialista difensivo. Da Defensive Coordinator, Bach intuisce il potenziale fisico dei suoi big three, infondendo loro quella grinta necessaria per permettere ripartenze in contropiede, vitali nelle cavalcate dei Bulls. Se Grant è il naturale giocatore chiave sotto canestro, Michael e Scottie diventano per Johnny Bach i “doberman”, attaccando gli avversari in palleggio e puntando ad anticiparli sempre, quando lontani dal portatore. Il concetto era stimolare con un linguaggio da sergente i suoi a inseguire gli avversari, ad attaccarli difensivamente, giocando in modo duro ma senza sfociare mai nella rissa pura (quella applicata dai Bad Boys). Del resto, Johnny Bach aveva prestato sevizio come ufficiale di marina durante l’attacco statunitense a Okinawa, e si trovava sulle navi dirette a Tokyo quando furono sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

 

C’era una differenza grandissima tra la Seconda Guerra Mondiale, e combattere contro i Detroit Pistons nelle finali di Conference, ma attraverso le sue metafore ed il suo indiscutibile esempio, Johnny Bach creò la sua doberman defense plasmando la mentalità dei suoi ragazzi. La difesa a tutto campo di Scottie Pippen su Magic Johnson, ad esempio, fu una delle ragioni rispetto ai quattro successi consecutivi (dopo aver perso gara 1 in casa) di Chicago nella serie decisiva per il titolo.

Ma, per giungere a quel punto, c’era ancora da affrontare Detroit, e l’obiettivo era una rivincita spietata, per cancellare le notti insonni degli anni passati. Con una regular season da 50 vittorie (11 meno degli antagonisti di Division), i Pistons devono far fronte ad un Isaiah a mezzo servizio (con solo 46 gare stagionali) e un Mark Aguirre che gioca appena 13 partite. La fiducia della truppa appare alta in vista del momento decisivo, ma gli scricchiolii di un ciclo sul viale del tramonto si sentono eccome.

 

Ai playoff soffrono in 5 partite al primo turno con Atlanta, eliminando poi i Celtics (comunque seconda testa di serie ad est) per 4 a 2. Di contro, i Bulls sembrano una squadra in missione, spazzando via i Knicks e perdendo appena una sfida contro Barkley e i suoi Sixers: le due squadre arrivano al momento tanto atteso con due differenti livelli di fiducia. In gara 1 Detroit prova a metterla sul fisico senza particolare successo, ed il vantaggio campo sfavorevole gioca una parte fondamentale nell’avvio della serie. Aguirre e Vinnie Johnson tengono in piedi Detroit dalla panchina, ma la difesa di Chicago annulla Dumars e Isiah, facendo incanalare partita (e serie) nel binario preferenziale.

Il copione di gara 2 non cambia di molto, con Michael che ne mette 35, ma tutte le attenzioni sono rivolte verso al trasferimento delle operazioni al Palace di Auburn Hills: per comprendere la tenuta mentale dei Bulls, serve una prestazione magistrale in un campo decisamente difficile. I ragazzi di Phil Jackson dimostrano però da subito la volontà di schiacciare gli avversari, prendendo il vantaggio nella prima frazione e gestendo la situazione con una maturità impressionante. Impossibile rientrare da un passivo di tre gare per i ragazzi di Chuck Daly, ma Thomas ci tiene ad dichiarare da subito che i due volte campioni non usciranno dai playoff senza lottare.

 

Gara quattro sarà la partita più dura che abbiano mai giocato” promette, in modo apparentemente convincente. Ed effettivamente la gara che conclude l’era dei Bad Boys inizia come una battaglia: Dennis Rodman spinge gratuitamente Pippen contro la prima fila di bordocampo, dopo un fallaccio gratuito durante una penetrazione. Scottie ed i Bulls continuano a comportarsi come fatto fino ad allora, rialzandosi senza deconcentrarsi, chirurgici nel visualizzare un traguardo che sa di umiliazione (e non solo di rivincita).

 

Chicago è semplicemente più forte degli avversari, che crollano sotto i colpi chirurgici di un gruppo quadrato, motivato, trascinato anche da panchinari come Cliff Livingston, capace di scuotere il gruppo sia dalla panchina che in campo. Decisivo nel far fronte alla mancanza di talento, con la grinta degli underdog. Con i senatori dei Pistons in panchina nei minuti finali della disfatta, Thomas decide clamorosamente di portare con sé i compagni negli spogliatoi senza attendere la sirena di fine partita.
Uno smacco assoluto, evitando così di complimentarsi con Jordan ed i Bulls come consuetudine a conclusione di match e serie.

Il gesto verrà criticato e farà storia, come ultima manifestazione di antisportività dei Bad Boys, complicando definitivamente i rapporti (già non idillici) tra Michael e Isiah, probabilmente causando il leggendario diktat per l’esclusione di quest’ultimo dal Dream Team di Barcellona ’92. L’ultimo atto di una rivalità sanguinaria, che forse verrà superata veramente solo a distanza di anni, quando la Chicago del secondo three-peat accoglierà a roster ex Pistons come James Edwards e Spider Sally oltre ad un determinante Dennis Rodman, nel frattempo finito agli Spurs.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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