Ten Talking Points – Episodio 9

 Ten Talking Points – Episodio 9

Copertina a cura di Francesco Villa

C’è una buona probabilità che questo sia l’ultimo episodio di Ten Talking Points della stagione. A meno di spostamenti delle Olimpiadi al 2021 o quantomeno a fine estate/inizio autunno, cosa che al momento ritengo ancora non troppo probabile, vedo pochi scenari in cui la Regular Season possa riprendere il suo normale svolgimento: la cosa più probabile, qualora si riuscisse effettivamente a ripartire fra 6/7 settimane (cosa di cui non sono affatto certo), è che si parta direttamente coi play-off basati sui piazzamenti attuali. Spero di poter scrivere ancora un paio di episodi di questa rubrica per questa stagione, ma di certo in questo momento non è la cosa più importante. State a casa, cercheremo nei limiti del possibile di tenervi compagnia il più possibile. Senza dilungarci oltre, dieci cose che mi sono piaciute e non mi sono piaciute questa settimana.

1) LeBron James è ancora il miglior giocatore della lega

New Orleans e Zion lanciati nella corsa all’ottavo posto, Philadelphia, Milwaukee, Clippers e poi quella che doveva essere una passeggiata di salute in casa contro i Nets. Le ultime due settimane dei Lakers non presentavano certo un calendario facile: il primo vero test probante per i gialloviola. Fino a fine febbraio la stagione dei Lakers era stata accolta con generale indifferenza: sì ok, primo posto ad Ovest, potenzialmente anche miglior record della lega. E allora? “Sono i play-off quel che conta”, “0-2 contro i Clippers” e via dicendo. Io lo vado ripetendo da più di un mese ormai: i Lakers sono probabilmente la migliore squadra nella NBA, e gran parte del merito è del numero 23.

 

I Lakers hanno vinto le quattro partite più difficili ed hanno perso quella contro i Nets (non ci vedo niente di preoccupante, dopo quattro partite del genere è normale sedersi un po’ quando ne si trova una più abbordabile). A marzo, cioè in queste cinque partite, LeBron James sta girando a 30 punti, 10.6 assist e 9.4 rimbalzi, tirando col 56% dal campo e col 38% da tre su più di 6 tentativi a partita, il tutto coronato da un rapporto assist/palle perse di 3. Zion, Giannis, Kawhi: LeBron ha voluto mettere in chiaro con i pretendenti al suo trono del presente e del futuro che, per il momento, non ha ancora intenzione di abdicare.

 

La cosa che più mi ha impressionato di queste cinque partite è stata l’esplosività di LeBron. Per tutta la stagione, è sembrato abbastanza evidente come le sue capacità in 1 contro 1 fossero tornate a livelli umani, apparentemente per una diminuita esplosività. Alla soglia dei 35 anni, era lecito chiedersi se questo sia l’inesorabile segno del tempo che passa o la sublimazione delle capacità di gestirsi di LeBron: direi che il Re in persona ci ha tenuto a dare una risposta. Certamente Josh Hart fisicamente non può tenere LBJ in post, ci mancherebbe altro, ma non mi aspettavo che lo bruciasse così sul primo passo, ad una velocità tale da rendere sostanzialmente inutile il tentativo di aiuto di Holiday.

 

LeBron nelle ultime due settimane sta tirando con percentuali nuovamente lebroniane al ferro, 72% su più di nove tentativi a partita. Quindi, se pensate che Hart sia un avversario troppo facile, possiamo andare a vedere una sua azione contro Kawhi: in un p&r con Davis, anche i migliori difensori del pianeta hanno troppo di cui preoccuparsi. Non appena Kawhi distoglie gli occhi una frazione di secondo da LeBron, lui è già al ferro. Nonostante abbia più di un metro di vantaggio, Morris riesce solo a fargli fallo, mentre Paul George non cerca nemmeno di portare l’aiuto.

 

Ovviamente, all’esplosività nuovamente ritrovata va aggiunta anche la solita forza. LeBron ha uno dei toraci più forti della storia della lega per un ball handler (probabilmente il più forte), e questa sua qualità è andata solo migliorando nel corso degli anni, per cui non dovrebbe davvero stupire il fatto che vada senza alcun timore contro lo stesso Brook Lopez, che è stato probabilmente il miglior rim protector della lega in questa stagione, assorba il contatto e segni lo stesso.

 

E non ho nemmeno parlato di tutti gli effetti collaterali che questa ritrovata esplosività di LeBron al ferro comporta. Ovviamente, essendo lui uno dei migliori tre passatori e decision maker di sempre, sarà in grado di trovare compagni liberi con una facilità disarmante nel momento in cui le difese cominceranno a mandargli contro due dei loro migliori difensori alla volta (perché questo succederà non appena riprenderà il basket giocato). LeBron James, alla sua diciassettesima stagione nella lega, è ancora il miglior giocatore della NBA.

2) La meccanica di tiro di Lonzo Ball

Volevo aspettare l’ultimo TTP della stagione per parlarne, quindi credo sia arrivato il momento di giocarmi il jolly: la forma di tiro di Lonzo è forse addirittura più che accettabile. Certo questo è un momento molto felice per parlare dei miglioramenti da 3 del primogenito di casa Ball: nelle ultime due settimane, Ball ha tirato col 58.3% da 3 su 9 tentativi a partita, il che ha contribuito ad una True Shooting del 73%.

 

La meccanica di tiro risulta indubbiamente più compatta, e soprattutto quello strano movimento a caricare partendo dal basso a sinistra è stato eliminato. Il punto di rilascio rimane rivedibile (davanti all’occhio destro, avesse un rilascio più alto sarebbe indubbiamente utile), ma il lavoro fatto su Lonzo sembra voler ripercorrere un vecchio mantra: se la meccanica è riproducibile e la palla entra, va tutto bene. Per capirci, la meccanica di Otto Porter è lontana dall’essere perfetta, ma ciò non gli impedisce di tirare da 3 con più del 40% dal 2016. Lonzo sembra aver trovato dei punti fermi nel suo movimento: ad esempio, riguardate la clip sopra, poi guardate questa. Lonzo dà grandissima importanza al posizionamento dei suoi piedi e delle ginocchia.

 

Ovviamente le percentuali di Lonzo sono migliori in catch&shoot rispetto alle triple prese dal palleggio, e anche dalla clip qua sotto possiamo apprezzare come sia tutto fuorché un tiratore naturale: non appena viene spostato dalla sua confort zone, Lonzo torna a sbagliare non solo in profondità (solitamente figlio di una parabola troppo poco arcuata), ma anche nel piano orizzontale, che era il suo peccato originale.

 

Nonostante le cifre messe su in queste due settimane (21+8+8 in 36 minuti di utilizzo con le percentuali al tiro di cui sopra) e le migliorie al tiro, non è tutto oro quel che luccica: Ball sta dimostrando ancora grosse difficoltà nell’attaccare una difesa schierata, sia in isolamento che da portatore sul pick&roll (rispettivamente nel quarto e nel dodicesimo percentile nella lega: ahia). Ovviamente, il suo feeling con il tiro non è ancora arrivato al punto tale da amplificare gli spazi di una difesa chiusa (ricordiamo che Lonzo rimane un tiratore al 57% ai liberi!), e questo si vede. Morale della favola: sì, Lonzo ora tira col 38% da 3 su quasi sette tentativi a partita e no, questo non ha portato, almeno per ora, ai miglioramenti in tutti gli altri aspetti del suo gioco che credevamo arrivassero con percentuali più rispettabili.

3) KCP, bloccante

La partita contro i Clippers ha dato diversi spunti di riflessione, come abbiamo scritto su The Shot nei giorni passati. Uno di quelli che più mi ha colpito è stato l’utilizzo di Kentavious Caldwell-Pope da bloccante nel pick&roll. KCP sa mettere palla a terra con entrambe le mani ed ha un buon primo passo: mi aspetto di vedere questa soluzione sempre più utilizzata nei minuti in cui le riserve dei Lakers sono in campo, soprattutto in quelli con Rondo e senza Dwight e McGee. Nella clip qui sotto, sia la tripla che il layup preso sarebbero stati buoni tiri.

 

Per quanto detto poco fa, questo stesso schema potete giocarlo anche con LeBron da portatore di palla e capirete facilmente che, viste le attenzioni che si devono dedicare al 23 di questo tempi, KCP potrebbe spesso finire per avere vita facile.

 

Non mi aspetto che questo diventi uno dei giochi più chiamati in casa Lakers nei prossimi mesi, affatto, ma allo stesso tempo credo che lo vedremo giocato almeno una volta a partita ai play-off, soprattutto in quei pochi minuti in cui LeBron non sarà in campo. In tutta sincerità, non mi sembra una cattiva opzione.

4) Bentornato Dragan Bender

Il croato, scelta numero 4 al draft 2016, è stato una delle delusioni più grandi delle ultime stagioni dei Phoenix Suns, che alla fine della scorsa stagione hanno deciso che il suo tempo in Arizona era finito. Le altissime aspettative dell’estate 2016, che lo proiettavano come secondo giocatore dall’upside più alto dopo Ben Simmons, sono ormai un lontano ricordo, e molto probabilmente Bender non riuscirà mai ad essere un giocatore fondamentale per una contender. Ciononostante, fa piacere vedere flash di quello che Bender prometteva di essere in queste partite che sta giocando con la casacca dei Golden State Warriors.

 

Prendete la clip qua sopra, ad esempio. Appare evidente dall’inizio dell’azione che Bender riconosca di avere un vantaggio atletico su Jokic, e sembra intenzionato a sfruttarlo. Con gli occhi, Bender “chiede” a Mulder di correre dietro al blocco, per così dire, di Poole, unicamente al fine di portare via la marcatura di Harris. Attirata l’attenzione di Jokic, oltre che quella di Barton, su Poole, Bender rolla benissimo a canestro (i fondamentali del croato, soprattutto nei movimenti dei piedi, sono cristallini) e conclude al ferro sopra le braccia protese di Porter e Grant. Quest’azione non è un esempio isolato nel mese di marzo: Bender sta girando a 11.6 punti, 6 rimbalzi e 2 assist in 19 minuti a partita, con una True Shooting del 61.8%.

Uno dei motivi per cui gli scout salivavano davanti alle clip di Bender era la duttilità offensiva del croato. Il classe 1997 (!) era un giocatore capace di giocare pick&roll e pick&pop senza problema alcuno, addirittura sia nel ruolo di portatore di palla che nel ruolo di rollante/poppante. Nella clip qua sotto, Bender ancora una volta ci fa vedere come, in termini di fondamenti cestistici, sia un fenomeno: la forma di tiro rasenta la perfezione, il polso si spezza benissimo. Provate a fermare questa azione se chi la gioca è un 2 metri e 13.

 

Come dicevo, Bender sa anche giocare da distributore di palloni. Il tempo dei passaggi è spesso corretto, la forza è ben dosata e le letture sono ottime. Bender ha tutto per essere un buon facilitatore dalla punta.

 

La cosa che più mi infastidisce quando vedo giocare Bender è la sua comprensione del gioco: la maggior parte degli atleti con molto hype nel processo pre-draft che poi diventano dei completi buchi nell’acqua molto spesso lo fanno perché non hanno alcun “feel for the game“, come dicono gli americani. Bender, al contrario, ne ha e nemmeno poco. Prendete questa clip, nuovamente relativa alla gara contro Denver: dopo due triple messe giocando un pick&pop, Bender sa che non gli lasceranno campo aperto nuovamente. Infatti, quando Plumlee accetta il cambio su Poole, questi indica a Murray di coprire subito il passaggio sul perimetro a Bender. Il croato capisce al volo, taglia alle spalle del canadese e finisce elegantemente al ferro.

 

Rimane comunque palese che a Bender manchi qualcosa per rimanere in NBA: è la cattiveria, la voglia di distruggere l’avversario. Bender sembra il classico ragazzino che è andato via troppo presto di casa, quando ancora non si era formato come persona, e probabilmente è vero, se pensate che è stato proiettato in una realtà completamente diversa (e multimilionaria) a soli 18 anni. Anche ora, però, Bender di anni ne ha solo 22: potrebbe non essere troppo tardi.

5) Kemba Walker ha qualcosa che non va

Ok, è Bill Simmons e quel che dice Bill Simmons va spesso preso con le pinze, ma in tema Celtics ci prende la maggior parte delle volte. Simmons, dicevo, in una puntata recente del suo podcast, ha riportato come Kemba avesse una “minute restriction” non formale per l’All-Star Game, dal momento che il ginocchio operato ultimamente gli stava dando delle noie. Come sappiamo bene, Kemba ha finito per giocare 29 minuti, tra cui tutto l’ultimo quarto, senza dubbi finora il più agonisticamente elevato della stagione (bella mossa Coach Nurse!). Tornato dall’All-Star Game, Kemba ha giocato solamente quattro partite, con risultati che non lasciano ben sperare.

 

A marzo, Kemba ha giocato poco meno di 28 minuti a partita, mettendo a segno 14.8 punti e 4.3 assist, il tutto con una preoccupante True Shooting Percentage del 44.7%, figlia soprattutto del 25% su più di 9 triple a partita. Sembra abbastanza evidente come Kemba sia abbastanza limitato nei movimenti diagonali, quasi impaurito, come possiamo vedere anche dalla clip sopra. La sua meccanica di tiro sembra essere la tipica meccanica di chi ha problemi alla parte bassa del corpo e dunque non sa bene calibrare la forza del gesto con la parte superiore.

 

In termini generali, Kemba sembra mancare di esplosività. Durante le sue penetrazioni a canestro sembra più preoccupato di non subire contatti che altro, e la circolazione di palla tanto importante nel gioco di Stevens risulta più difficile: Kemba sembra stare in aria di meno, sembra che gli manchi qualche centimetro di spazio per fare le cose che, fino a febbraio, riusciva a fare senza problemi.

 

In questa clip contro OKC, partita che i Celtics perderanno proprio a causa di una palla rubata da Schroeder a Kemba negli ultimi secondi di gioco, tutto nel linguaggio del corpo di Kemba parla di un giocatore in mancanza di ossigeno:

 

Dal palleggio quasi perso ad inizio azione alla testa bassa durante gran parte dello svolgimento di essa, per finire poi con il passaggio svogliato per Theis.

Insomma, il linguaggio del corpo di Kemba nel mese di marzo è stato il peggior segnale che i Celtics potessero ricevere in ottica play-off. Speriamo che questa pausa forzata aiuti il prodotto di UConn a ritrovare la forma fisica migliore.

6) Josh Jackson, sei tu?

Giuro che questo non è uno speciale sulle scelte numero 4 dei Suns. La verità è che Josh Jackson sembra avere capito un paio di cose che possono farlo diventare un giocatore utile alla causa dei Grizzlies.

 

Le cifre grezze di Jackson non sono state malvagie in alcuni dei suoi periodi ai Suns (più di 13 punti nell’annata da rookie, validi per il Second Team All-Rookie), ma la comprensione del gioco del prodotto di Kansas era sempre a livelli molto bassi. Questo, unito alla sua incapacità di convogliare la sua esuberanza in uno stile di gioco funzionale, in un mix di accelerazioni e decelerazioni piuttosto che in uno sprint continuo, e alle sue stravaganze extra-campo, ha portato i Suns a sacrificare degli asset importanti (Melton su tutti) pur di liberarsi di lui e non vederlo più in spogliatoio.

Josh Jackson era, pressoché per ogni metrica avanzata, uno dei peggiori giocatori della lega. Oggi, nei suoi quasi 400 minuti in maglia Grizzlies, Josh Jackson è un fattore positivo sia in attacco che in difesa: il suo PIPM in attacco è +0.27, in difesa +0.59. Non numeri da superstar, ma da utile giocatore di rotazione che capisce cosa sta succedendo in campo sì.

 

La velocità stessa di Jackson può essere un’arma a suo favore una volta imparata ad usarla, e finalmente si iniziano a vedere un paio di dettagli che lasciano ben sperare: l’accelerazione sul primo passo al momento giusto, gli angoli corretti sul blocco, il braccio destro a protezione della palla. Un anno fa Jackson sarebbe andato a mille all’ora e si sarebbe schiantato contro Kleber.

 

Sono solo 5 partite, ma i quasi 17 punti di media in meno di 21 minuti di utilizzo e le sole 7 palle perse nel mese (evento più unico che raro per Jackson) sembrano segnali positivi nella giusta direzione. Jackson ha potenzialità atletiche non da poco, istinti difensivi e aggressività in abbondanza: se riuscirà a convogliare questi talenti in maniera positiva, i Grizzlies potrebbero aver trovato il prossimo pezzetto del puzzle.

7) James Johnson, passatore

Che James Johnson potesse essere un pezzo utile nella rotazione di Minnesota era intuibile, a maggior ragione con l’infortunio di Towns. Che invece fosse a mezzo assist di media dall’essere il miglior passatore della squadra in poco più di 22 minuti a partita forse non era previsto.

Gli assist di James Johnson, 4.8 per partita nelle ultime due settimane, nascono principalmente da due situazioni. La prima, da rollante nel pick&roll: a tutti gli effetti James Johnson sta giocando da 5 come primo cambio di Naz Reid e sta dimostrando una certa capacità di attrarre raddoppi quando rolla. Questo libera compagni sul perimetro, e lui solitamente li sa trovare coi tempi giusti. Tutto questo lo si può vedere nella clip qua sotto (e sì, se vi ricordate in una puntata di The ANDone di qualche settimana fa avevo detto di come Russell potesse risultare a volte più pericoloso ed efficace off the ball piuttosto che da portatore di palla).

 

La seconda, dalla punta. Johnson legge solitamente coi giusti tempi i tagli dei compagni, come possiamo vedere dal passaggio per McLaughlin qua sotto.

 

Ogni tanto il duo si concede anche alcune variazioni sul tema un po’ più fantasiose, ed anche qua il tempismo e la precisione del passaggio sono notevoli per un lungo.

 

Johnson ha una player option da 16 milioni per il prossimo anno che, a meno di eventi al momento decisamente improbabili, eserciterà. Il suo ruolo, quando il roster dei Timberwolves sarà a pieni regimi, sarà limitato a quello di 4 dalla panca, molto probabilmente: qualora fosse in grado di garantire questa qualità nella circolazione di palla anche nella prossima Regular Season e non dovesse avere un ulteriore calo di atletismo, ho pochi dubbi che un posto in rotazione per lui si troverà.

8) Shake Milton è quello che serviva ai 76ers

Come dicevano i Simpson in una puntata di molti anni fa, i cinesi hanno un termine che serve ad indicare sia la parola “crisi” che la parola “opportunità” (e non è “crisortunità” come suggeriva Homer). Ecco, nella crisi che l’infortunio di Ben Simmons ha comportato per i 76ers, Philadelphia ha avuto l’opportunità di dare più minuti a Shake Milton, e probabilmente questo ha consentito loro di trovare i punti veloci dalla panca che tanto stavano cercando.

 

A marzo Milton sta girando a 19.4 punti di media con una True Shooting del 68.3%. Fisicamente la struttura di Milton (un metro e 96 discretamente piazzato) è notevole per una point guard, e il giocatore da SMU non si fa molti problemi a finire al ferro anche contro giocatori decisamente più grossi di lui.

 

Oltre all’exploit da 3 nella partita contro i Clippers (7/9, finirà con 39 punti totali con soli 20 tiri) e la generale vena da fuori sempre molto pulsante in questa stagione (più del 45% da 3 in 3.5 tentativi a partita), quello che più colpisce del gioco di Milton è la sua gestione delle pause, dei cambiamenti di direzione. Milton sa rallentare e sfruttare quella frazione di secondo in cui il suo diretto marcatore non è sicuro di quale sarà la sua prossima mossa per finire al ferro o per prendere mezzo metro di separazione e far valere il suo jumper.

 

La taglia di Milton, benché lui non abbia il minimo gioco in post, gli consente anche di prendersi tiri facili sui suoi pari-ruolo più piccoli di lui, come fa in questo caso su Fox.

 

In tutto questo, il vantaggio maggiore derivante dall’avere Milton in campo è lo spacing che offre. Milton, a differenza di Simmons, non può essere battezzato sul perimetro, e questo costringe spesso le difese avversarie a rotazioni per non lasciarlo libero nemmeno un istante. Considerando che al centro dell’area i 76ers hanno un certo Embiid che spesso e volentieri chiama un raddoppio, capite come si aprano un sacco di possibili situazioni in cui i 76ers possono trovarsi a giocare un 3 contro 2 se il camerunense trova i suoi compagni.

 

Korkmaz prima e Milton poi hanno dimostrato come la sola aggiunta di un tiratore possa fare meraviglie per l’attacco dei 76ers. È vero, la difesa non sarebbe più quella granitica che il quintetto che apre e chiude le partite dei 76ers garantisce, ma per Coach Brown è importante sapere di avere questo tipo di frecce a disposizione per i play-off.

9) Marcus Morris deve capire qual è il suo ruolo

Se ricordate, io ero uno dei sostenitori del fatto che i Clippers dovessero scambiare per Marcus Morris. Tutti i minuti che prima raccoglievano i vari McGruder e compagnia cantante potevano essere presi da un solo giocatore di qualità decisamente superiore, che offrisse spaziature migliori, una terza/quarta opzione con pochi secondi sul cronometro e un buon corpo in difesa. Non avevo fatto i conti con l’ego di Morris, che evidentemente pensa di essere il miglior giocatore in campo in pressoché ogni situazione e si sente in dovere di prendere dei tiri completamente senza senso mentre divide il campo con Kawhi Leonard e Paul George, due che avrebbero decisamente più diritto di parola in merito.

 

La situazione ha raggiunto l’apice nella partita di domenica scorsa contro i Lakers, in cui Morris ha concluso con un solo punto in 29 minuti di utilizzo ed un triste 0/9 dal campo (0/7 da tre). Il problema non sono le percentuali in sé, a tutti capita di avere serate storte. Il problema è che Morris sembra proprio non voler capire quale sia il momento giusto per prendersi un tiro e quale sia un momento sbagliato. Sei sulla linea laterale con Davis che ti marca e vuoi prenderti una tripla in stepback dopo un paio di palleggi? Momento sbagliato.

 

In generale, l’impressione costante che si ha con Morris è che blocchi il flusso del’azione, la circolazione di palla quando la sfera arriva a lui diventa nulla. Guardate questa clip contro OKC (partita in cui finirà con 0/5 da tre, tra le altre cose): quando la palla arriva a lui, è palese che ci siano due soluzioni migliori delle altre, o prendere una tripla veloce o, meglio ancora, mettere palla a terra e passarla ad Harrell o scaricare fuori. L’importante è prendere una decisione in fretta. Morris invece esita, lascia che la difesa si riposizioni e poi la passa a Leonard rischiando addirittura la palla persa. Leonard gliela ritorna vedendo che Ferguson è fuori gioco e i Clippers possono giocare una situazione di 5 contro 4: la rotazione implica che Harrell sia da solo sotto canestro con una linea di passaggio evidente da Morris a lui.

Nonostante le braccia alzate di Harrell, Morris lo ignora bellamente, aspetta che Noel si avvicini e poi prende una tripla con le mani in faccia. A prescindere che questo tiro vada o dentro o fuori, questa azione sta a dimostrare che non ci hai capito nulla.

 

Morris deve capire, ed anche in fretta, quale sia il suo ruolo ai Clippers se non vuole finire relegato a meno di 20 minuti a partita non appena arriveranno i play-off. Deve capire quando farsi da parte, molto spesso, e quando essere protagonista, quasi mai. Morris deve imparare a stare nel suo angolino ed eseguire il compito, semplice e pulito. Non sarà facile per lui, temo.

10) I rimbalzi offensivi di Konchar

I recenti infortuni dei Grizzlies, Jaren Jackson Jr e Brandon Clarke su tutti, hanno dato spazio a John Konchar, che fino a febbraio non aveva sostanzialmente mai visto il campo. Kochar si sta rivelando un utile pezzo da fine rotazione per i Grizzlies, soprattutto per l’energia che porta in campo (ricorda molto in questo il ruolo che Pat Connaughton svolge per i Bucks). Uno dei miei guilty pleasures di marzo è stato andare a vedermi ogni rimbalzo offensivo di Konchar.

 

Nelle prime 4 gare di marzo, in meno di 18 minuti di utilizzo a gara, Konchar ha preso 2.5 rimbalzi offensivi a partita. Per chi non conoscesse il giocatore, ricordo che si tratta di una guardia nominalmente di un metro e 96, anche se secondo me il metro quella volta fu abbastanza generoso. Konchar ha una sorta di magia per cui è sempre esattamente nel posto in cui deve essere a rimbalzo. Non chiedetemi come faccia, è sempre nel posto giusto al momento giusto.

 

Come dicevo prima, Konchar comunque porta una grande dose di energia in campo, quindi non si tratta solamente di fortuna o comprensione del gioco: Konchar spesso e volentieri si lancia in mezzo all’aria incurante di tutto e strappa la palla dalle mani di giocatori molto più alti di lui.

 

Sapete come io ritenga l’importanza dei rimbalzi molto inferiore rispetto a qualche anno fa, ma per i rimbalzi offensivi è un’altra storia, soprattutto per le guardie. Con questa fame e voglia di spaccare il mondo, è possibile che Konchar riesca a farsi strada nelle rotazioni di Memphis.

Andrea Bandiziol

Andrea, 30 anni di Udine, è uno di quelli a cui potete scrivere se gli articoli di The Shot vi piacciono particolarmente. Se invece non vi piacciono, potete contattare gli altri caporedattori. Ha avuto la disgrazia di innamorarsi dei Suns di Nash e di tifare Phoenix da allora. Non è molto contento quando gli si ricorda che i Suns ora avrebbero potuto avere Doncic a roster.

Invia
Notificami
guest
2 Commenti
più votati
più nuovi più vecchi
Inline Feedbacks
View all comments