Vincitori e vinti della Trade Deadline

 Vincitori e vinti della Trade Deadline

Copertina a cura di Francesco Villa

L’ennesima rivoluzione ai roster della lega si è chiusa con la Trade Deadline mercoledì sera alle 21 ora italiana. In totale, le squadre che si son mosse durante questa sessione di mercato sono 15 su 30: la metà esatta delle franchigie NBA ha effettuato almeno una mossa in entrata o in uscita. Due di queste quindici sono Houston Rockets e Atlanta Hawks, entrambe coinvolte nella trade più complicata degli ultimi 20 anni. Di seguito andiamo ad analizzare l’impatto delle mosse effettuate, squadra per squadra.

Cleveland Cavaliers

IN: Andre Drummond

OUT: John Henson, Brandon Knight, 2023 2nd round pick;

Fino a poche ore prima della Trade Deadline, i Cavs erano rimasti fermi sul mercato, bloccati dall’impossibilità di tradare (il mega-contratto di) Kevin Love senza dover sacrificare altri asset. All’improvviso, il tweet di Woj che ha squarciato la calma: Andre Drummond ai Cavs in cambio di Henson, Knight e di una scelta al secondo giro.

I motivi dello scambio: l’assetto attuale dei Cleveland Cavaliers prevede la presenza a roster di quattro lunghi: due con un gioco più perimetrale e due con un gioco più interno. Fin qui, nulla di strano. Se non fosse che i quattro giocatori in questione (Love, Thompson, Drummond e Nance) sono i quattro giocatori più pagati a roster e i loro salari occupano il 68% del cap. Presumibilmente coach Bolden in questi ultimi 3 mesi dovrà fare stagger tra le due coppie di lunghi che più si dimostreranno compatibili tra loro, cercando di amalgamare il più possibile Kevin Love e Andre Drummond, presumibilmente il front-court titolare per la prossima stagione.

È difficile comprendere perché i Cavs non abbiano deciso di puntellare altri reparti (specialmente il reparto delle ali piccole, ad ora occupato solo da Osman, Mckinnie -appena rinnovato con un buon 7×4- e da Windler). In un’annata come questa, che presenta un draft poco profondo qualitativamente se si esce fuori dalle prima tre-quattro posizioni, avrebbe avuto più senso prendere un giocatore futuribile, piuttosto che un giocatore che nelle ultime stagioni ai Pistons ha dimostrato di essere inadatto ad un contesto di crescita di squadra.

Probabilmente i Cavs sono già certi che a fine anno Tristan Thompson lascerà la franchigia e che, in quello che sarà l’ennesimo anno di transizione post Lebron James, Drummond possa dare una mano nella crescita dei tanti giovani presenti a roster.

Aspetto Economico: economicamente è una trade che ha ancora meno senso per i Cavs. I contratti di Knight ed Henson erano entrambi in scadenza e a fine anno avrebbero liberato spazio in un monte salari già ampiamente sopra il cap. Drummond, invece, ha una player option per il prossimo anno dal valore di 28,7 milioni di dollari, che eserciterà al 99,9%, dal momento che uscendo dal contratto attuale non troverà nessuna quadra disposta ad offrirgli un salario così remunerativo.

Con queste mosse, i Cavs l’anno prossimo avranno 107 milioni impegnati, sotto il limite del cap fissato a 115 milioni (ovviamente senza considerare il contratto che dovranno dare alla loro scelta al draft). Pertanto, Drummond tra un anno potrà essere utilizzato come merce di scambio per aiutare, in cambio di un asset, qualche squadra ad effettuare un salary dump (Wiggins, i’m watching you).

In generale, i Cleveland Cavaliers escono male da questa trade, ma in un contesto di totale desolazione come quello della franchigia dell’Ohio, Drummond può rivelarsi una buona carta da giocare. Vedremo se Koby Altman si dimostrerà all’altezza della partita che Dan Gilbert gli ha chiesto di condurre.

Detroit Pistons

IN: John Henson, Brandon Knight, Cavs 2023 2nd round pick;

OUT: Andre Drummond

A proposito di franchigie disastrate, i Detroit Pistons sono semplicemente una delle peggiori squadre della lega in questo momento, in coabitazione con i predetti Cavaliers e con i New York Knicks. Tre squadre accomunate da una mancanza di progetto e da un susseguirsi di mosse con pochissimo senso.

I motivi dello scambio: i Pistons, dopo essersi legati mani e piedi al front-court composto da Griffin e Drummond (con una spruzzatina di Reggie Jackson, che ci sta sempre male), si son resi conto, con più di un anno di ritardo, che la NBA del 2020 non è la NBA del 1995. Per quanto Griffin continui a dimostrarsi fortissimo, i suoi problemi fisici gli impediscono di mostrare il suo infinito talento durante la Regular Season. Pertanto, il baricentro della squadra è passato nelle mani dell’accoppiata Derrick Rose-Andre Drummond. Se il primo ha trovato la sua dimensione da sesto uomo di lusso, in grado di mettere a referto punti ad ogni apparizione, il secondo ha dimostrato, ogni anno di più, l’inutilità di un centro con il suo stile di gioco.

I Pistons hanno deciso -a ragione- di considerare questa stagione come un fallimento totale e di utilizzarla per provare ad avere la scelta più alta possibile al prossimo draft, così da iniziare un processo di ricostruzione con un progetto tecnico in linea con la pallacanestro del 2020.

Motivazioni economiche: Qui c’è poco da dire, ottima mossa dei Pistons. Prendendo Henson e Knight, entrambi con contratti in scadenza, si troveranno a giugno con il solo contratto di Blake Griffin (36 milioni nel 2020 + Player Option nel 2021) come albatros impossibile da muovere. Il resto del roster è composto da contratti in scadenza 2020/2021, eccezion fatta per il contratto del rookie Doumbouya. Il prossimo anno i Pistons continueranno a programmare il loro futuro, con tantissimo spazio a cap, che si spera non verrà sprecato facendo qualche panic move durante la prossima Free Agency.

Insomma, i Detroit Pistons finalmente provano a costruire il loro futuro liberandosi da Andre Drummond, il totem che negli ultimi 8 anni li ha accompagnati in ogni situazione, dall’ottavo seed ad Est, ai bassifondi della lega, passando per l’esperimento impossibile dei 3 lunghi a roster.

New York Knicks

Chiudiamo il trittico delle squadre con la peggior progettualità della Eastern Conference con i New York Knicks. La mossa più interessante per la metà triste della Grande Mela, però, è avvenuta fuori dal parquet: Steve Mills è stato licenziato dal ruolo di President of Basketball Operations ed il suo posto è stato preso da Leon Rose, uno degli agenti più influenti dell’intero panorama sportivo statunitense. Certo, Rose è alla prima esperienza in quel ruolo, ma il suo curriculum da agente parla chiaro e basta vedere i suoi assistiti per capire il livello del professionista.

IN: Moe Harkless, Clippers 2020 1st round pick, Clippers 2021 1st round pick swap, Clippers 2020 2nd round pick

OUT: Marcus Morris

I motivi dello scambio: Quando, durante la free agency di luglio, i Knicks hanno firmato Marcus Morris con un contratto annuale, automaticamente è partito il toto-contender-che-lo-prenderà-a-febbraio. A spuntarla sono stati i Los Angeles Clippers, forti della possibilità di inserire nello scambio un altro contratto in scadenza e qualche scelta propria.

I Knicks hanno accettato l’offerta senza pensarci due volte, considerando che Morris in estate era stato firmato con un contratto annuale con lo scopo di massimizzarne il valore al momento della trade deadline. La franchigia della Grande Mela ora riparte da un core giovane, che deve ancora dimostrare tantissimo, ma che avrà tutto il tempo per crescere e per amalgamarsi. In più, i Knicks hanno a disposizione 7 scelte al primo giro nei prossimi 4 anni, alcune delle quali saranno, con molta probabilità, scelte in top5: con una discreta dose di fortuna potrebbero trasformarsi in un giocatore capace di rivoluzionare il destino di una franchigia.

È difficile da concepire come mai i vari Portis, Ellington e Payton siano tutti rimasti a roster: stiamo parlando di giocatori con un contratto garantito per un milione per la prossima stagione, pertanto molto attraenti sul mercato. Probabilmente Mills aveva impostato qualche trade prima di essere licenziato, ma col senno di poi è probabile che Dolan per una volta sia riuscito a fermarlo in tempo. Probabilmente alcuni di questi giocatori si accorderanno per un buyout e andranno a giocare al minimo in qualche contender.

Aspetto economico: per i Knicks la trade ha senso anche dal punto di vista economico: per rifirmare Morris, su cui i Knicks avrebbero detenuto i Non-Bird Rights, sarebbe servita un’offerta pluriennale da circa 18 milioni annui con aumenti del 5%. Soldi che i Knicks preferiscono investire in altri contratti annuali da trasformare in scelte, almeno fino al momento in cui diventeranno loro la contender che darà via le scelte per avere giocatori che possano dare una mano nella corsa al titolo.

Washington Wizards

IN: Shabazz Napier, Jerome Robinson;

OUT: Isaiah Thomas, Issuf Sanon, Jordan McRae

I motivi dello scambio: I Washington Wizards, in attesa del rientro di John Wall, cercano di muoversi sul mercato e di allestire una squadra che sia vagamente competitiva per un seed ai play-offs nella prossima stagione. In quest’ottica vanno viste tutte le mosse effettuate durante questa trade deadline: Isaiah Thomas è stato mandato via perché la sua shot selection si è rivelata, per l’ennesima volta, pessima e controproducente per gli obiettivi di sviluppo dei giovani della franchigia capitolina. In cambio sono arrivati Napier e Robinson: il primo dovrà dividersi i suoi minuti con Ish Smith, mentre il secondo è un prospetto che ha sempre intrigato i Wizards. Se riuscirà a costruire un tiro solido, la guardia ex Clippers potrebbe rivelarsi un’ottima presa, considerando che è arrivato in cambio di Issuf Saanon e Aaron White, due giocatori che difficilmente giocheranno in NBA nella loro carriera.

Aspetto Economico: dal punto di vista economico cambia poco per i Wizards. Sono andati via due contratti in scadenza ed è arrivato un altro contratto in scadenza (Napier) ed un giocatore ancora in rookie scale (Robinson). Probabilmente ci si aspettava una cessione di Bertans, che a fine stagione sarà UFA e non sembra che i Wizards vogliano firmare l’ex giocatore degli Spurs alle cifre richieste. Avrebbe avuto senso provare a raccattare qualche scelta, inserendolo in uno scambio con qualche contender.

Los Angeles Clippers

Un tweet letto qualche sera fa faceva riflettere su come a Los Angeles il clima stia davvero cambiando: dopo la scelta di Kawhi Leonard, anche Marcus Morris va a rafforzare il reparto ali della franchigia meno nobile della Città degli Angeli. I Lakers, dal loro canto, rimangono con un pugno di mosche e, probabilmente, si lanceranno sul mercato dei buy-out o dei free-agents, dove li attendono Darren Collison e JR Smith.

IN: Marcus Morris;

OUT: Jerome Robinson, Moe Harkless, 2020 1st round pick, 2021 1st round pick swap, 2020 2nd round pick

I motivi dello scambio: i Clippers puntano tutto su un reparto ali pieno zeppo di talento offensivo e difensivo: Leonard, George e Morris sono tra i migliori difensori nel ruolo e potranno svolgere una staffetta difensiva da paura in caso dovessero ritrovarsi a marcare Lebron James o Giannis Antetokounmpo. In cambio dell’ex Suns e Celtics, i Clippers hanno dato via Harkless e qualche scelta. Essere in modalità win now significa muovere tutte le tessere del domino per convincere Leonard e George a rimanere tra due anni, quando entrambi potranno uscire dal contratto attuale ed eventualmente accasarsi in un’altra franchigia.

Forse i Clippers avevano bisogno più di un lungo, dal momento che Zubac e Harrell non forniscono moltissime garanzie sul rendimento durante la post-season. Probabilmente arriverà dal mercato dei buyout, per allungare una rotazione che già ora è lunghissima e che consente a Doc Rivers di attingere a piene mani dalla panchina, sia per gestire al meglio il load management di Leonard e George, sia per esplorare diverse soluzioni tattiche.

Aspetto Economico: Steve Ballmer ha deciso di andare all-in e, in una città come Los Angeles, se hai l’obiettivo di interrompere l’egemonia dei tuoi cugini belli e vincenti, devi accettare di dover pagare la luxury tax. Con l’innesto di Morris, i Clippers vanno ad un solo milione dalla tassa di lusso, che inevitabilmente si troveranno a pagare l’anno prossimo, quando Morris dovrà essere rinnovato a cifre più alte di quelle attuali. Di certo, i Clippers si stanno muovendo benissimo e la loro strategia dimostra che, anche se c’è scritto Clippers sulla maglia, si possono fare le cose per bene.

Philadelphia 76ers

IN: Alec Burks, Glenn Robinson III

OUT: 2020 2nd round pick (via Dallas), 2021 2nd round pick (via Denver), 2022 2nd round pick (via Toronto);

I motivi dello scambio: a un anno dalla trade deadline più pirotecnica dell’ultimo decennio, quando a Philadelphia arrivarono Jimmy Butler e Tobias Harris, rivoluzionando totalmente il roster, quest’anno l’unica preoccupazione del GM Elton Brand è stata quella di allungare il più possibile le rotazioni. Dai Golden State Warriors sono arrivati Alec Burks e Glenn Robinson: entrambi presi per rafforzare la panca, 27esima in stagione per punti segnati. Burks può agire da portatore di palla e offrire un’alternativa a Ben Simmons, consentendogli sia di riposare in selezionati momenti, sia di provare a giocare off-the-ball, sia come screener, sia come tagliante, dove la sua statura può mettere in seria difficoltà le difese avversarie, anche se le sue chiusure al ferro non sono sempre all’altezza delle aspettative.

Glenn Robinson, invece, va a rafforzare un reparto esterni che quest’anno sta soffrendo moltissimo la mancanza di spacing. Robinson può aiutare a spaziare meglio il campo con il suo 40% stagionale da 3 e consente a Brett Brown di utilizzare un quintetto con maggiore pericolosità dall’arco, liberando anche i drive verso il ferro di Simmons e i possessi in post di Embiid.

Considerazioni Economiche: i 76ers sono legati mani e piedi a questo core: il 75% degli stipendi della franchigia appartiene a Harris, Embiid, Horford e Simmons (la cui estensione, però, è già accordata e lo porterà a guadagnare il quadruplo della cifra attuale al termine di questa stagione). Al di fuori di questo quartetto, i Sixers stanno provando a sviluppare giovani e a raccattare qualche veterano. A partire da luglio, infatti, il monte ingaggi abbatterà il muro della Luxury Tax e la franchigia potrà operare solo con materiale già presente a roster o tramite eccezioni salariali. Il tutto se non ci saranno colpi di scena a fine stagione, con qualcuno che inizia a sussurrare di un’ennesima rivoluzione in casa Philadelphia.

Sacramento Kings

IN: Alex Len, Jabari Parker

OUT: Dewayne Dedmon

I motivi dello scambio: per l’ennesimo anno, Vlade Divac ha pescato male in Free Agency e a gennaio ha dovuto mettere una pezza ai suoi errori estivi, per tornare ad avere un minimo di flessibilità salariale. In quest’ottica va vista la cessione di Dedmon ad Atlanta, in cambio di Len e Jabari Parker. Il tutto per avere, a fine anno, la possibilità di firmare l’estensione di Bogdan Bogdanovic: un’estensione meritatissima. Scambiare Joseph e  Barnes, però, avrebbe dato ai Kings la possibilità di ripartire con un core fresco, puntando tutto su un reparto guardie di altissimo livello e sperando che i problemi di Bagley siano terminati e che la scelta dello scorso draft riesca a contribuire significativamente ai progressi della franchigia californiana.

Motivazioni economiche: save money. Questo è l’imperativo di Vivek Ranadivè, il proprietario dei Sacramento Kings. Andar sopra la tassa non è nemmeno nelle idee più remote del magnate indiano e Divac deve operare sempre per far quadrare i conti. Che, almeno, quadrano alla grande. E quadreranno anche nei prossimi anni, almeno fino a quando Fox, Hield, Bogdanovic e Bagley andranno pagati tutti insieme.

Minnesota Timberwolves

IN: D’Angelo Russell, Jacob Evans, Omari Spellman, , Keita Bates-Diop, Malik Beasley, F Jarred Vanderbilt, F Juan Hernangomez, James Johnson

OUT: Andrew Wiggins, 2021 1st round pick (protetta 1-3 nel 2021 e non protetta nel 2022), Jordan Bell, Gorgui Dieng, Robert Covington, Noah Vonleh

I motivi dello scambio: la telenovela Russell durava ormai da diversi, da quando il nuovo corso guidato da Gersson Rosas aveva provato a offrire un contratto near-max durante la scorsa free agency; alla fine però l’ex Nets aveva deciso di andare a Golden State nell’ambito della sign and trade che ha portato Kevin Durant a Brooklyn. Questo primo rifiuto però non ha fatto desistere Minnesota, che ha continuato a pedinare D’Lo e gli Warriors finché la franchigia californiana non ha ceduto.

Per quanto riguarda il campo, il beneficio è esponenziale: Russell è un giocatore cucito per il nuovo sistema di Ryan Saunders, un buon tiratore da 3 (37% su quasi 10 tentativi a partita) e finalmente una minaccia credibile per giocare il pick and roll con Karl-Anthony Towns, qualcosa che la stella di Minnesota non ha mai avuto in carriera. Oltre al fit tecnico, c’è da considerare la componente umana: D’Lo è uno dei migliori amici di Towns e i due hanno sempre manifestato il desiderio di giocare insieme (un discorso in cui è coinvolto anche la stella dei Suns Devin Booker), e avere una presenza amica in spogliatoio sarà fondamentale per mantenere alto il morale del centro dominicano, che nei giorni scorsi aveva dato voce alla sua frustrazione.

Per quanto riguarda James Johnson, il suo ruolo è ancora da definire: può essere che sia arrivato solo per pagare meno soldi in luxury e per liberare spazio per Reid, Vanderbilt e Spellman, può essere che Rosas e i suoi collaboratori abbiano voluto aggiungere al roster un’ala in grado di portare difesa e presenza in spogliatoio alla causa, due qualità più che mai necessarie in quel di Minneapolis.

Andrew Wiggins e Gorgui Dieng erano i due Timberwolves con più anni di militanza nella squadra a roster, e la loro partenza sicuramente rappresenta un colpo a livello emotivo non indifferente per i tifosi. Lasciando da parte questa considerazione, bisogna tenere conto della realtà dei fatti: Wiggins sicuramente è un giocatore con un talento smisurato, ma — pur con tutte le scusanti del caso — non è mai sbocciato e non ha mai dimostrato di valere l’estensione da 147 milioni firmata un paio di anni fa; Dieng invece è un ottimo difensore, un buon bloccante e ormai un tiratore più che discreto (38.3% da 3 su 2.6 tentativi), ma ha 30 anni e si porta dietro un contratto che eccede di molto il suo reale valore.

Sicuramente le due partenze si faranno sentire — soprattutto quella di Dieng, un vero e proprio fan favorite a differenza di Wiggins, spesso criticato per l’apparente mancanza di impegno che aveva spesso manifestato –, ma rappresentano sacrifici necessari per cominciare a modellare un roster più simile a quello che Gersson Rosas, Ryan Saunders e i loro collaboratori hanno avuto in mente fin dall’inizio dell’estate. Per quanto riguarda le scelte — una prima 2021 protetta top-3 e una seconda 2022 — non c’è molto da dire, se non che ora più che mai Minnesota ha in mano il proprio futuro.

Motivazioni economiche: dal punto di vista finanziario lo scambio che ha coinvolto Russell e Wiggins è abbastanza semplice. I due giocatori hanno praticamente lo stesso contratto, sia a livello di stipendio — poco più di 27 milioni a stagione a salire nei prossimi anni — sia a livello di durata, visto che entrambi scadranno nel 2023. Golden State però ha voluto aggiungere Jacob Evans e Omari Spellman all’accordo: entrambi sono ancora nel contratto da rookie, e avranno un peso sul cap di poco meno di due milioni a testa. Minnesota in questo modo però si trova sopra al limite della luxury tax e, salvo buyout dell’ultimo minuto, sarà costretta a pagarla. Il proprietario Glen Taylor però ha deciso di accettare questo sacrificio e di pagare senza troppe storie la tassa.

Il front office di Minnesota ha pensato poi ad alleggerirla ulteriormente, spedendo Gorgui Dieng a Memphis in cambio di James Johnson, appena arrivato da Miami nell’affare che ha coinvolto anche Waiters, Crowder e Solomon Hill: uno scambio tra brutti contratti in scadenza nel 2021, che però fa contenti i Grizzlies e rende il conto meno salato per i Timberwolves, che così si trovano solo 1.8 milioni di dollari sopra al limite della luxury.

Golden State Warriors

IN: Andrew Wiggins, 2021 1st round pick (protetta 1-3 nel 2021 e non protetta nel 2022), 2020 2nd round pick (via Dallas), 2021 2nd round pick (via Denver), 2022 2nd round pick (via Toronto);

OUT: D’Angelo Russell, Jacob Evans, Omari Spellman, Willie Cauley-Stein, Glenn Robinson III, and Alec Burks

I motivi dello scambio: fin da prima del suo arrivo in NBA, Andrew Wiggins è stato uno dei giocatori più discussi del panorama cestistico. Dopo una serie di stagioni non esaltanti l’hype si è lentamente trasformato in scherno e, nonostante il ricchissimo rinnovo, Maple Jordan non è mai riuscito a diventare ciò che Minnesota (e non solo) si aspettava. È anche vero che il #22 spesso non è stato messo nelle condizioni di brillare — Kerr sarà il quinto coach diverso in sei anni di carriera –, però il matrimonio era in crisi da tempo. Adesso Andrew ha a disposizione lo staff migliore della lega, una squadra con una cultura vincente e alcuni tra i giocatori migliori della lega come compagni, che molto probabilmente sapranno motivarlo a tirare fuori tutto il suo talento finora in gran parte inespresso.

Dal punto di vista tecnico Golden State guadagna un buon finalizzatore al ferro che quest’anno con delle spaziature decenti aveva fatto vedere buone cose da questo punto di vista — e un atleta pauroso, ma anche un tiratore sotto la media, un difensore spesso disattento e un passatore talvolta non all’altezza, nonostante i recenti miglioramenti. Al di là del ruolo di tank commander di questo finale di stagione — che dovrebbe riuscirgli a meraviglia, viste le stagioni non propriamente vincenti di Minnesota –, è probabile che al ritorno di tutte le stelle, Kerr decida di utilizzarlo principalmente come slasher e di dargli parecchi minuti con la panchina in campo.

L’obiettivo di Golden State è quello di farlo crescere per farlo diventare un ingranaggio di un sistema già oliato e vincente, o — qualora il fit non convincesse — di valorizzarlo per poi inserirlo in un altro scambio e guadagnarne in profondità. Insieme a Wiggins gli Warriors guadagnano due scelte, una prima protetta top-3 nel 2021 (che nel caso in cui cadesse in quel range diventerebbe una prima 2022 non protetta) e una seconda nel 2022: queste due aggiunte sono due asset che potrebbero rivelarsi utili al front office della Baia in futuro.

Nonostante gli Warriors avessero affermato più volte la volontà di tenere D’Angelo Russell fino a fine stagione, alla fine la franchigia della Baia ha ceduto al pressing dei Timberwolves e ha spedito l’ex Nets a Minneapolis. I dubbi sul futuro fit di D’Lo con Curry e Thompson sono sempre rimasti vivi nella testa di Bob Myers, che ha preferito scommettere su un giocatore potenzialmente più utile come Andrew Wiggins. Con Russell fanno le valigie anche Jacob Evans e Omari Spellman: Golden State rinuncia così, oltre al proprio attuale leader offensivo, anche a due giovani in grado di fornire del discreto supporto in uscita dalla panchina.

Sia Spellman sia Evans, entrambi classe ’97, sono infatti alla loro seconda stagione in NBA e, nonostante le classiche difficoltà della situazione, sotto l’ala di Steve Kerr stavano facendo notare diversi miglioramenti, soprattutto per quanto riguarda Spellman: l’ex Hawks stava tirando in maniera più che onesta da dietro l’arco (39.1% su 2.2 tentativi a partita), oltre a mostrare qualità non comuni per un giocatore della sua mole. In seguito a questa trade i Warriors si trovano praticamente scoperti nel ruolo di PG, con Bowman che sarà chiamato a partire nel quintetto base.

Motivazioni economiche: dal punto di vista finanziario la deadline di Golden State ha avuto un peso specifico non indifferente. Gli Warriors si sono liberati del contratto di Russell, prendendosi uno di durata e costo praticamente uguale come quello di Wiggins, però hanno aggiunto anche i quasi 4 milioni di Evans e Spellman. Questa mossa li piazza poco sotto il livello della tax, ritrovandosi però con nove giocatori: Myers dovrà aggiungere una serie di componenti a roster, essendo obbligato a raggiungere il numero minimo entro due settimane — cercando di rimanere sotto questo limite. Le prime due mosse sono state le firme di Ky Bowman con un contratto pluriennale e quella del nativo di Oakland Juan Toscano-Anderson, che riducono il numero di spot da riempire a quattro.

Oklahoma City Thunder

IN: /

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Un piccolo paragrafo, solo per rendere omaggio a Sam Presti. Nessuno, ad inizio anno, avrebbe immaginato che a questo punto della stagione i Thunder fossero quasi locked-in per i playoff nella giungla della Western Conference. Nessuno, un mese fa, avrebbe immaginato che i Thunder non avessero mosso nessuno alla trade deadline. Invece, Sam Presti ha tenuto fede al suo pensiero: i miei asset vanno via solo se arriva in cambio qualcosa che mi convince. Nessuno ha convinto Presti e Schroeder e Gallinari sono rimasti in Oklahoma, a stupire tutta la NBA notte dopo notte.

Giuseppe Verrillo

Appassionato alla NBA per caso, guardando gara7 tra Spurs e Pistons in una calda notte di giugno. Lebron James mi illumina la via, i Cavaliers me la rabbuiano.

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