Ten Talking Points – Episodio 3

 Ten Talking Points – Episodio 3

Siamo arrivati al terzo episodio di Ten Talking Points: ecco a voi le dieci cose che mi sono piaciute e non mi sono piaciute delle ultime due settimane NBA.

1) I rimbalzi di Patrick Beverley

In questo inizio di stagione, Beverley ha preso il 10.8% dei rimbalzi disponibili nei minuti in cui è stato in campo: la percentuale più alta mai fatta registrare da un giocatore alto 6’2 o meno. Nelle ultime nove partite, Bev ha avuto una partita da 12 rimbalzi (3 offensivi) contro Toronto e una da 16 rimbalzi (4 offensivi) contro Boston:

Come si evince anche dalla clip qua sopra, la tecnica di Pat è la stessa di Smart e di molti piccoli che sono ottimi rimbalzisti offensivi: si staccano dal loro uomo, prendono una buona rincorsa a ricciolo e semplicemente confidano di poter volare sopra gli altri o levar loro l’equilibrio con qualche appoggio al limite del regolamento (che però raramente si fischia in questi casi).

In un gioco in cui i rimbalzi difensivi hanno valore principalmente nella misura in cui vengono presi da colui che deve dare il via all’azione, ed in cui i rimbalzi offensivi stanno diventando merce sempre più rara, avere un play come Beverley che sommandoli ne prende 6.3 a partita è un bel vivere. Soprattutto se vicino a lui hai PG e Kawhi.

2) Il flow offensivo di Mo Wagner

Se ad inizio ottobre vi avessero fermato per strada e vi avessero detto “Ad inizio dicembre, i Wizards avranno il miglior Offensive Rating della lega“, di certo vi sareste stupiti (per una serie di ragioni, ma non soffermiamoci su questo ora). Una delle ragioni di questa esplosione inaspettata è la mano molto calda da 3: Washington sta tirando col 37.3% da 3 su 35 tentativi a partita. Uno degli esponenti migliori nell’arte del tiro da tre punti nella capitale è il berlinese, che al momento in cui scrivo fa registrare il 43.2% da 3 su 2.6 tentativi a partita:

Certo, serve una mano molto educata per raggiungere certe percentuali (che caleranno, ma non crolleranno), e i numeri di Wagner ai liberi sembrano confermare questa teoria (84.4% su quasi due tentativi a partita), ma la dote migliore di Wagner è il sapersi riposizionare sull’arco in base allo sviluppo dell’azione, come si può ben vedere dalla clip contro Denver: un semplice aggiustamento di mezzo metro ha facilitato enormemente il compito di Troy Brown Jr.

Non a caso, le triple di Wagner seguono spesso variazioni di giochi di pick&pop, dopo le quali il tedesco è abilissimo a riposizionarsi sul perimetro o in ala o in angolo:

Tra i giocatori che sfruttano queste particolari situazioni più del 10% dei loro possessi, Wagner è finora nono nella lega per punti per possesso (1.39) in situazioni di spot up, ed è quinto per Effective Field Goal % (76.7%). Non sarà banale, ma se, come fatto sinora, Wagner riesce ad essere quantomeno non un minus in difesa, il tedesco potrebbe diventare un’arma molto importante dalla panca per diverse squadre nel suo futuro NBA.

3) Klay Thompson, mestiere reporter

Durante il secondo quarto di Golden State-Chicago, Klay Thompson ha sostituito la bordocampista di NBC Sports Bay Area Kerith Burke aggiudicandosi l’appellativo Reporter Klay. Klay non ha veramente svolto il lavoro di bordocampista, è stato più una terza spalla dei “resident” Bob Fitzgerald e Kelenna Azubuike (sì, proprio lui), ma l’esperimento è comunque riuscito.

Klay si è dimostrato molto disinvolto e a suo agio, condendo il tutto con qualche battuta. Il momento più alto è stato però senza dubbio la sua review delle cosiddette “bobblehead” a lui dedicate dai Warriors e distribuite nell’arena nel corso degli anni:

Ottimo l’incipit (“Most importantly, congratulations to Mrs. Princi-pessa“), molto buono il commento delle bobblehead. Non male anche quando flexa dopo la schiacciata di Paschall. Preparatevi, al termine della sua carriera Klay sarà un commentatore stabile dei Golden State Warriors, sperando che quel momento arrivi il più tardi possibile:

Probabilmente NBC dovrebbe considerare di invitare Klay più spesso, potrebbe essere una delle migliori ragioni per seguire Golden State quest’anno. Per inciso: Headband Klay, Rocco Klay, Surfer Klay, questa la mia top3.

4) La settimana folle di Clint Capela

Sapete come io non sia un grande estimatore di Capela in ottica play-off, ma la striscia di partite contro potenziali avversarie dei Rockets ad ovest in cui lo svizzero ha girato a 18+21 (non è un errore di battitura) ha dato qualche spunto interessante che potrebbe rivelarsi utile per D’Antoni ad aprile.

Portland, Denver, Clippers, Dallas, queste le quattro squadre in oggetto, tre delle quali lock per i playoff, la quarta una che tenderei a non escludere ancora. Le tre certe del posto hanno una caratteristica in comune: non hanno un ottimo lungo rimbalzista (forse unico difetto che si possa imputare ai Clippers, come dicevamo già ad inizio stagione: chi marca Anthony Davis?), e Capela ha fatto registrare 6.3 rimbalzi offensivi di media in queste tre partite:

Creare extra possessi, soprattutto in un contesto offensivo efficace come quello di Houston, potrebbe risultare di estrema importanza ai play-off. Ad ovest, possiamo dividere le prime sette in due categorie: quelle che hanno un lungo dominante a rimbalzo e quelle che non lo hanno. Capela, Gobert, KAT e Davis fanno rientrare le loro franchigie nella prima categoria, mentre i matchup contro Denver, Clippers e Dallas dovrebbero eventualmente favorire i Rockets sotto questo aspetto:

Dallas e Denver non sembrano matchup ingiocabili per Capela, e probabilmente nemmeno i Clippers con lineup aventi Harrell. Se riuscisse a stare in campo 30 minuti a partita, Capela potrebbe garantire a Houston 5/6 punti extra per gara in un contesto dove ogni dettaglio conta.

5) DeAndre Jordan, un problema per i Nets

Forse è stata una conditio sine qua non per avere Irving e Durant, ma il contratto dato a Jordan quest’estate sembra destinato a diventare uno dei peggiori della lega nel giro di massimo un paio di anni. Per ora non c’è stato nemmeno paragone tra le prestazioni di Jordan e quelle di Allen: il centro al terzo anno è stato nettamente quello più utile tra i due nelle dinamiche di gioco:

Jordan è sempre stato molto legato a quel pezzetto di parquet che sta sotto al proprio canestro, ma la situazione è notevolmente peggiorata negli ultimi due anni, arrivando all’apice all’inizio di questa stagione, in cui DeAndre sta giocando solamente 21.4 minuti a partita, il minimo dalla sua stagione da sophomore. Questa caratteristica diventa ancor più evidente contro un attacco 5-out come quello dei Suns: Jordan non sa davvero cosa fare, appena fa un passo fuori dall’area dei tre secondi commette errori grossolani o abbocca a finte alle quali non dovrebbe abboccare (chi non salterebbe su una finta di tiro di Rubio dai 5 metri quando si è in bonus?).

Non appena portato fuori dal pitturato, la sua lentezza di piedi, da far invidia al miglior Big Al Jefferson, gli impedisce di essere un fattore a protezione del ferro:

Ci sono solo quattro combinazioni di quattro giocatori in cui compare Jordan tra le 20 più utilizzate dai Nets: sono rispettivamente sedicesima, diciottesima, diciannovesima e ventesima per net rating. Questo DeAndre Jordan non è un giocatore passabile per la Regular Season, figuriamoci se potrà giocare per 25 minuti di buon basket nei play-off 2021.

[Disclaimer: nell’ultima partita contro i Celtics è sembrato il DeAndre Jordan dei bei tempi]

6) Keita Bates-Diop alla riscossa

Il sophomore dei Timberwolves ha approfittato dell’assenza di Covington nella partita contro i Suns per giocare 37 minuti e far registrare il suo career-high, da22 punti, sebbene in stagione non avesse mai giocato più di 20 minuti. Il mix di ball handling, fisicità e capacità di concludere a canestro mi ha sinceramente sorpreso:

Le cose che più mi hanno colpito nel match sono state la sua capacità di effettuare il primo passo sia a destra che a sinistra, il saper concludere al ferro con entrambe le mani, ma soprattutto l’eccellente controllo della parte superiore del corpo e la protezione della traiettoria di tiro con il braccio di aiuto:

Il prodotto di Ohio State ha fatto seguire altre due buone prestazioni contro Atlanta e San Antonio, mettendo in mostra anche un rilascio notevolmente migliorato:

La corsa ai play-off di Minnesota potrebbe aver trovato un’arma in più.

7) Fred VanVleet e la ricerca del contratto da 50 milioni

Il titolo è una voluta esagerazione, ma non vedo perché Fred non possa puntare ad un triennale che si aggiri intorno ai 16/17 milioni annui. Senza Lowry in campo, il prodotto di Wichita State sta mettendo in mostra tutti i suoi miglioramenti, soprattutto per quel che riguarda la gestione degli spazi:

VanVleet è sempre stato un giocatore molto ponderato nelle sue decisioni in merito alla distribuzione della palla, ma sinora si era limitato a situazioni “standard”, per così dire. Ultimamente, VanVleet sta dimostrando più estro e fantasia nella gestione del pallone:

Le sue prestazioni al tiro sembrano destinate a non calare (massimo in carriera per tiri da tre tentati, 6.8 col 38.2%), ma soprattutto sta diventando molto più aggressivo dal palleggio facendo seguito alle prestazioni nelle scorse Finals (4.4 liberi a partita, il suo massimo era 1.8). Il tutto continuando a fornire prestazioni dignose dall’altro lato del campo. Nell’azione seguente, VanVleet legge la transizione e devia il passaggio di Simmons (è quarto nella lega per deflections a partita):

La difesa al titolo dei Raptors potrebbe rivelarsi più divertente del previsto, e VanVleet potrebbe essere uno dei pesci più grossi della Free Agency che sta arrivando.

8) Golden State Wildcats

Come detto sopra, c’è poco di cui essere felici quest’anno nella Baia. Il modo corretto di prendere la stagione corrente è probabilmente immaginare come possano alcuni dei protagonisti di questa pessima annata essere sparring partner per future buone annate. Eric Paschall e Omari Spellman, il frontcourt titolare dei Villanova Wildcats che vinsero il titolo NCAA nel 2018 (grazie anche alla prestazione in finale di Donte “Big Ragù” Di Vincenzo) potrebbero, per ragioni diverse, essere buoni giocatori nelle rotazioni di Golden State per i prossimi anni.

Spellman è quello dei due di cui si parla di meno, fondamentalmente perché ha un talento offensivo molto inferiore a Paschall e perché non è più un rookie, ma non va dimenticato come sia un anno più giovane del suo compagno di squadra. Non ci sono statistiche per tenere traccia di quanto sto per dire, ma Spellman si sta dimostrando un ottimo difensore in aiuto. Nella sola partita contro i Bulls ha stoppato per ben tre volte l’uomo marcato dal centro di turno (Spellman sta giocando principalmente da 4 in questo inizio di stagione), sempre capendo quale fosse il momento esatto per staccarsi dal proprio uomo come nella clip qua sopra.

Sebbene sembri tuttora essere lontano dal suo peso forma, Spellman sta accettando i cambi che lo portano a fronteggiare guardie più veloci di lui, raramente sfigurando:

Sembra esserci qualcosa di Draymondiano in alcune di queste sequenze. A ciò, Spellman aggiunge 2.1 tentativi da 3 a partita, convertiti con il 37.5%.

Di Paschall ormai parlano in molti, quindi c’è poco da dire se non che si sta dimostrando, se ce ne fosse bisogno, uno scorer molto variegato che riesce a mantenere una buona True Shooting Percentage nonostante si stia prendendo 12.5 tiri a partita:

Potrebbe esserci non poca Villanova anche nelle rotazioni degli anni a venire in quel di San Francisco.

9) Duncan Robinson merita di stare in NBA

Sembra che la premiata ditta Riley-Spoelstra ce l’abbia fatta a tutti quanti, ancora una volta: Duncan Robinson sta diventando la versione più grossa di Wayne Ellington (costando un quinto dell’originale):

Uscito da Michigan, Robinson aveva la nomea di ottimo tiratore, ma lasciava più di qualche dubbio come difensore, e tuttora il suo fisico non sembra essere fatto esattamente per quello scopo. Tuttavia, raramente sbaglia una rotazione quest’anno:

Robinson è una parte importante della rotazione degli Heat (24.8 minuti e 45.8% da tre su 6.5 tentativi a partita), e non ci sono ragioni per cui dovrebbe smettere di esserlo anche nei mesi primaverili.

10) La difesa dei Suns senza Baynes è un colabrodo

13 partite giocate con Baynes: 7-6 di record. 5 partite senza Baynes: 1-4. E non è colpa del calendario, anzi: le sconfitte sono arrivate contro Sacramento, New Orleans, Denver e Washington. Il dato che più aveva colpito della difesa di inizio di stagione dei Suns era la percentuale da 3 degli avversari, tra le più basse della lega, figlia parzialmente della mano fredda degli avversari ma soprattutto di un’ottima difesa sul perimetro. Nelle ultime quattro sconfitte, gli avversari hanno tirato col 47% da 3 su 33 tentativi a partita. Di nuovo, mix di mano calda e pessima difesa perimetrale.

Nella clip qua sopra, è palese che manchi un leader vocale a guidare le rotazioni: da Baynes a Diallo il passo è breve. Okobo legge in ritardo la rotazione quel tanto che basta per chiamare Diallo all’aiuto, Saric collassa sull’uomo di Diallo, Booker lo fa parzialmente (?), Bertans rimane liberissimo in punta, scarico e tripla.

Qua è la premiata ditta Kaminsky-Johnson ad addormentarsi su un blocco portato con intensità inesistente. Chiedete a 100 tifosi Suns di indicarvi un responsabile fra tutti di questo crollo difensivo, 99 vi diranno Frank The Tank. Certamente è anche una questione di mano calda, ma prendersi triple con tre metri di spazio davanti è più facile che tirarle con la mano in faccia.

Andrea Bandiziol

Andrea, 30 anni di Udine, è uno di quelli a cui potete scrivere se gli articoli di The Shot vi piacciono particolarmente. Se invece non vi piacciono, potete contattare gli altri caporedattori. Ha avuto la disgrazia di innamorarsi dei Suns di Nash e di tifare Phoenix da allora. Non è molto contento quando gli si ricorda che i Suns ora avrebbero potuto avere Doncic a roster.

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