Il fantastico inizio di Malcolm Brogdon

 Il fantastico inizio di Malcolm Brogdon

Complici i tanti cambiamenti in rosa, l’assenza iniziale di Oladipo e gli acciacchi fisici di Myles Turner, l’inizio di stagione degli Indiana Pacers non è stato dei più rosei: la partenza da incubo (0-3) si sta progressivamente assestando (8-6 ora, sesto posto nella Eastern Conference). La nota veramente lieta per la franchigia di Indianapolis è il rendimento stellare di Malcolm Brogdon: l’ex play dei Bucks sta infatti trascinando i compagni con una personalità ed un rendimento che va oltre le più rosee aspettative di qualsiasi suo estimatore. Brogdon veleggia, dopo 12 gare, a 19.2 punti, 4.8 rimbalzi e 8.2 assist di media, tutti massimi in carriera.

Se già l’impatto crescente nello scoring stupisce (19.2 PPG con il 57.6% di TS%), a impressionare è soprattutto il miglioramento del suo apporto in regia: rispetto alla scorsa stagione ha praticamente triplicato il numero di assist a partita (8.2 a fronte di 3.2 del 18/19), risultando terzo nell’intera lega, dietro solo ai fenomenali LeBron James e Luka Doncic. L’attacco dei Pacers inizia e finisce con lui.

Le soluzioni offensive

Le soluzioni predilette da Brogdon sono essenzialmente due: 3.1 assist a gara sono smazzati verso T.J. Warren, in questo momento il più pericoloso tiratore sul perimetro dei Pacers, che produce 1.28 PPP in situazione di spot-up. 2.1 assist a gara invece, sono riservati a Sabonis, maestro nell’arte del post-up (73esimo percentile, 1.0 PPP): i due si intendono a meraviglia, e ciò è testimoniato dal fatto che sono i giocatori che si scambiano maggiormente la palla tra loro. Il 24.4% dei passaggi di Brogdon è rivolto a Sabonis, e il 28.6% dei passaggi di Domantas fa il percorso inverso: un inatteso duo che, finora, produce 40.8 punti per partita, decisamente la combo più prolifica dell’attacco gialloblu.

Qui si può apprezzare come le collaborazioni Brogdon-Sabonis possano arrivare da classici P&R o sfruttando la dinamicità del lituano. Con Warren invece si fa preferire la soluzione di penetra e scarica.

Malcolm Brogdon è, infine, decisamente a suo agio anche sul piano della costruzione personale del tiro: il 47.7% dei suoi tiri arrivano dal palleggio, che conclude con un discreto 40.5% complessivo. Il dato scende, se osserviamo i tiri da 3%: l’11,7% percento delle triple arrivano in situazioni di catch and shoot, convertiti con un eccellente 40%. Meno bene dal palleggio, con il 27.6% dall’arco.

Brogdon è un abilissimo penetratore, ma in questa stagione sta mostrando progressi nelle soluzioni personali in isolamento: qui lo vediamo attaccare con intelligenza il lungo avversario dopo un cambio sul P&R.

Molto interessante, parlando delle soluzioni offensive di Brogdon, notare come il nostro abbia considerevolmente aumentato la distanza media delle sue conclusioni. Se nell’ultima stagione in maglia Bucks tale dato era 3.3 metri, quest’anno le conclusioni partono da 4,20 metri: praticamente un metro più lontano. Si è assistito a un calo delle conclusioni nella restricted area (49.3% la scorsa stagione, 34.1% in questa), a testimonianza del fatto che le penetrazioni di Brogdon sono sempre più improntate a favorire le conclusioni dei compagni, dotati di un tiro mediamente più affidabile dei Bucks dell’anno passato.

Il seguente grafico sintetizza i cambiamenti in senso generale rispetto a questo dato statistico:

Il dato non propriamente positivo è rappresentato dall’aumento consistente (+17,5 punti percentuali) dei tiri da 2 a ridosso dei 3 punti, il tipo di tiro di cui le squadre NBA stanno cercando di liberarsi

Ciò che più di tutto testimonia che, in assenza di Oladipo, Brogdon ha dimostrato di essere in grado di prendere in mano l’attacco dei Pacers è l’Offensive Rating: si passa da un eccellente 109.9 con lui in campo (337 minuti in stagione) a 102.2, valore più basso di tutto il roster, quando Malcolm siede in panchina (148 minuti). Un differenza notevole che dimostra, nel bene e nel male, come i Pacers siano Brogdon-dipendenti in questa prima parte di stagione.

Il rientro di Oladipo

È chiaro che la stagione dei Pacers però subirà un cambiamento quando rientrerà il giocatore più importante della franchigia, ossia Victor Oladipo. Quello che succederà ai numeri di Malcolm Brogdon sarà una questione importante, ma secondaria rispetto a quanto (e se) il rendimento del ROY 2017 riuscirà a incastrarsi in modo efficace con il rientrante All-Star.

Un dato molto interessante per capire se i due potranno essere complementari è lo usage rate, che indica la percentuale di possessi impiegata da un giocatore: nel caso di Brogdon si passa dal 20 della scorsa stagione a 26.6. In questo aspetto chiaramente l’esperienza con Giannis Antetokounmpo (32.3 in questa statistica nel 2018-19) ai Bucks potrà aiutare Brogdon a mantenere la sua efficienza: il greco dei Bucks storicamente assorbe una maggiore porzione di possessi rispetto a Oladipo.

Per coach McMillan sarà fondamentale non schiacciare la gestione dei possessi del suo #7: il suo maggior coinvolgimento ha fatto crescere in modo più che proporzionale l’AST% (16.3% – 39.4%) rispetto al numero di palle perse su 100 possessi (10% -14.7%), con l’AST/TO ratio (il rapporto tra il numero di assist e palle perse) passato a 2.80 rispetto al 2.25 dell’anno passato. 

Il giorno in cui Victor Oladipo tornerà a roster, sperando in una tregua generale sul fronte infortuni di cui Brogdon stesso è stato recentemente vittima, Indiana disporrà di uno dei backcourt più interessanti e completi della Lega, completando un ideale quintetto composto da una coppia di lunghi su cui la dirigenza punta molto in termini di sviluppo. Attorno a loro un gruppo di giocatori interessanti e funzionali, per provare a dare uno sguardo al futuro in modo più ottimistico di quanto i tifosi Pacers siano abituati a fare.


Articolo a cura di Luca Bagni e Michele Laffranchi.

Michele Laffranchi

Fagocita sport fin dalla nascita. Da anni la notte si confonde con le gare NBA, per fortuna. L’altra sua passione è la scrittura: le fonde qui per raccontare sport, la cosa più meravigliosa che ci sia. Dopo il “quick release” di Stephen Curry, ovviamente.

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