Il lato oscuro di John Stockton

 Il lato oscuro di John Stockton

Copertina a cura di Marco D’Amato

Sappiamo tutti quanto John Stockton abbia rappresentato il modello di “playmaker puro” per almeno due decadi della National Basketball Association. Nato a Spokane nello Stato di Washington, è tutt’oggi detentore di due record difficili da superare, come quello degli assist totali in carriera (15.806) e dei recuperi (3.265).

In realtà, nel suo palmares ci sono altre eccellenze individuali che dovrebbero sottolinearne la grandezza tra i pari ruolo: come il numero di stagioni da assist leader con 9, la media di passaggi vincenti più alta per una stagione con 14,5 e la più alta percentuale dal campo di sempre per una guardia (con 54,6%). Oltre a ciò, ci sono due importantissime medaglie d’oro olimpiche a Barcellona ed Atlanta, ma nessun anello di campione. E questo lascia sempre impressionati, quando si pensa ai 18 anni passati a fianco di Karl Malone, costruendo una delle coppie più efficaci nella storia della lega. Almeno per l’immaginario collettivo.

 

Oltretutto – non dimentichiamocelo – in 19 stagioni di onoratissima carriera, Stockton ha giocato tutte le partite in calendario per 17 campionati (compreso quello del primo lockout), saltando solo quattro gare nella stagione del 1989/90 e diciotto nel 1997/98 a causa di un infortunio al ginocchio. Durante quell’annata,  i suoi Jazz riusciranno comunque a giocarsi le proprie chance fino in fondo, cadendo per il secondo anno consecutivo contro i Bulls di Jordan, Rodman e Pippen. Una storia che conosciamo perfettamente.

 

Ma oggi, in occasione del suo cinquantottesimo compleanno, non vogliamo analizzare la storia di questo “piccolo grande uomo”, uno dei più atipici per fisicità e potenziale tra i cosiddetti “più grandi di sempre”. Guardiamo invece all’altro lato della medaglia: perché se da una parte viene considerato tra le top point guard di sempre, dall’altra una rilettura del suo gioco rischia di minimizzarne l’efficacia in campo, seppur in clamorosa controtendenza con i numeri di cui sopra. Magari trovando una spiegazione concreta agli insuccessi copiosi dei suoi Jazz, nel ventennio da lui percorso.

 

Insomma, vogliamo parlare del lato oscuro di John Stockton, magari generando qualche mugugno durante il percorso, con la volontà di soppesare pregi ed difetti di questo giocatore, collocandolo definitivamente dove merita. E per farlo, dobbiamo partire da tre momenti differenti nella sua carriera.

29 Maggio del 1997

Gara 6 tra Houston e Utah, finale di Conference. Si gioca in Texas e per i Jazz è l’occasione per staccare il primo biglietto per le Finals, malgrado appaia come semplice preludio ad una settima sfida risolutiva. Con una manciata di secondi da giocare – e con due punti di vantaggio per Houston in seguito a due liberi messi a segno da Charles Barkley – Stockton sale decisamente in cattedra, completando una partita da incorniciare. Dapprima batte in penetrazione Sedale Threatt lasciando 22 secondi sul cronometro della sfida, impattandola sul 100 pari. Poi, con il punteggio mantenutosi invariato, riceve il pallone a metà campo con poco più di 2 secondi sul cronometro, realizzando una tripla a fil di sirena incredibile, chiudendo con 11 punti (su 14 totali) negli ultimi 2 minuti di partita. Chiuderà a quota 25 con 13 assist.

Primo turno dei playoff 1994, ad ovest

Gli Utah Jazz incrociano i San Antonio Spurs, titolari della quarta piazza di Conference. Stockton e Malone hanno vinto appena due gare meno durante la regular season, ma vengono sconfitti all’esordio in Texas, con l’obbligo di impattare nella seconda sfida. Lo scontro è di quelli senza esclusione di colpi, con Dennis Rodman che ci prova in ogni modo lecito ed illecito, e le reazioni dei Jazz di fronte al suo stile di interpretare la sfida “alla Pistons” sono lì a dimostrarlo.

 

Un suo sgambetto lontano dalla palla a John Stockton passa alla storia, anche per il violento impatto con il parquet del playmaker di Utah. “Se faceste un’indagine tra tutti i giocatori della Nba chiedendo loro chi è la guardia più sporca della Nba, chi pensate che sceglierebbero? Direbbero probabilmente John Stockton, ma nessuno fuori dalla lega se lo immaginerebbe” dichiarerà Rodman sulla sua autobiografia “Bad as i wanna be”.

Lui, John, in campo è solito fare stronzate di ogni tipo. Tira gomitate che voi non credereste. In quella serie stava giocando nel suo solito modo, facendo della sporca merda lontano dalla palla, quando gli arbitri non potevano vederlo. Tutti si stancano del suo atteggiamento, e io decisi di fare qualcosa. Quando venne sulla mia strada cercando di tagliare verso il canestro, mi sono spostato e l’ho fatto volare. Fu fragoroso; non volevo nascondere nulla”.

I Jazz vincono quella serie per 3 a 1, con tre successi consecutivi a partire da quella sfida.

Giugno del 1998

Utah si gioca la seconda finale consecutiva contro i Bulls, l’ultima per l’accoppiata “Stockton to Malone”. Il playmaker da Gonzaga disputa la sua miglior partita in gara 1, realizzando la bellezza di 7 punti sui 9 di squadra durante l’overtime, compresa una penetrazione decisiva battendo Steve Kerr. Poi, nei restanti incontri appare stanco e limitabile, ingabbiato dalla difesa di Ron Harper e dai raddoppi di Scottie Pippen. Si risveglia nel finale della decisiva gara 6, realizzando il canestro del più 3, dopo aver fallito due occasioni per chiudere i giochi in precedenza.

 

Non basta, però: Jordan realizzerà quella sequenza da 4 punti ed un recupero in una manciata di rintocchi, quella culminata con “The Last Shot”. Ci sarà tempo per una ultima preghiera lanciata da John, nel tentativo di salvare la giornata e la serie, ma probabilmente neanche i tifosi di casa avrebbero voluto un finale diverso, giunti a quel punto. Giocherà altre cinque stagioni prima di arrendersi, raggiunti i quarant’anni di età.

The dark side of John Stockton

Allora, partiamo dal presupposto che ancora oggi un giocatore come Stockton resta irripetibile. Non fosse altro che per quel fisico da ragionier”, capace di resistere così tanto ad alto livello, in modo coriaceo e senza fronzoli. Per consistenza e longevità – considerando annessi e connessi – siamo di fronte ad un caso unico. Ma quando si parla di “miglior playmaker di sempre”, non è possibile analizzare le sue particolarità secondo i due principi cardine del gioco odierno, in base alle evoluzioni operate negli anni rispetto all’arte del passaggio: timing e spacing. E se rispetto al primo Stockton è ricordato tra le eccellenze assolute, per quanto riguarda il secondo le pecche appaiono visibili, pur giustificate dalle caratteristiche generali del millennio precedente.

 

Il maggior destinatario dei passaggi vincenti di John è stato notoriamente Karl Malone, uno dei migliori realizzatori di sempre. Non ha molto senso domandarsi se The Mailman sia stato tale grazie ai passaggi di Stockton o viceversa, ma appare inevitabile considerare che gran parte delle assistenze del playmaker avvenivano servendo il compagno spalle a canestro, in post, dove poteva sfruttare la sua fisicità ed il suo talento. Apparentemente non il passaggio ideale per creare un vantaggio, ma ci torneremo dopo.

In realtà, a livello di angolazione e timing è necessaria una certa capacità di passatore, in un’epoca dove le spaziature erano decisamente differenti rispetto ad oggi. Questo è un punto a favore di John Stockton, seppur la sua tendenza generale di gestione del gioco lasci qualche dubbio sulle doti assolute di playmaking. Nella primissima parte della sua carriera, l’uomo da Spokane sfruttava a pieno una velocità troppo presto finita nel dimenticatoio – non disdegnando attacchi al ferro e scarichi per i compagni – ma a difesa schierata mostrava già quella tendenza che avrebbe dominato il suo gioco negli anni a seguire.

 

Raramente spostava le difese avversarie su una sua decisione diretta (creando vantaggio come uno Steve Nash), preferendo il fermo della palla in attesa del movimento dei compagni, per servirli o in uscita dai giochi, o ripiegare nel sopracitato post di Malone. Nell’ottimo sistema organizzato da Jerry Sloan, tutto questo risultava statisticamente produttivo in materia di assist smazzati, laddove una serie di tagli e blocchi permettevano ai colleghi di farsi trovare in posizione favorevole per concludere, o impostare l’uno contro uno. Le sue tendenze di attacco in penetrazione (o tiro dalla media) risultano sempre più centellinate con il progredire della carriera, e soprattutto prevedibili, perché osservando gli highlights delle principali giocate di Stockton, emerge un limite non di poco conto, spesso invisibile agli occhi: la tendenza ad usare di meno mano sinistra.

 

Non solo le principali giocate di John, ma anche le sue scelte di passaggio, tendevano spesso e volentieri dal lato della mano forte, diminuendo la sua imprevedibilità e favorendo le difese aggressive su di lui. Va da sé, infatti, che con l’aumento di pressione coincidente con le gare di post season, Stockton abbia sempre sofferto i difensori capaci di sovrastarlo fisicamente, attivi nel negargli le scelte verso destra, destinati così ad ingabbiarlo.

Non a caso, nell’incredibile tiro in gara 6 del 1997 contro Houston, opziona un palleggio rapido  verso sinistra lasciando stupita una difesa comunque imbrigliata nei blocchi, per mettere a segno una conclusione dal quoziente di difficoltà piuttosto basso in teoria (lasciando perdere contesto e secondi a disposizione, ovviamente).
Per la stessa ragione, nei canestri che decidono gara 1 delle Finals ’98, Phil Jackson va su tutte le furie rispetto a Steve Kerr, reo di essersi fatto bucare più volte (l’ultima decisiva) dal diretto avversario, sempre in penetrazione diretta verso destra. La direzione da difendere e limitare assolutamente.

Se a tutto questo aggiungiamo un buon tiro da dietro l’arco (opzionato quando necessario) ed una tendenza verso il passaggio “sicuro” rispetto a quello creativo, possiamo giungere alla conclusione che John Stockton era un creatore di gioco piuttosto prudente, controllato, incapace di creare grandi vantaggi per i compagni ma contemporaneamente in grado di gestire la situazione il più possibile in sicurezza.

Dove eccelleva assolutamente, invece, era nel lato difensivo del gioco: una condizione piuttosto particolare, se torniamo a valutarne la fisicità limitata da madre natura.
Eppure – anche a tutela di quanto espresso da Rodman nella sua biografia scritta con Tim Keown – quella malizia tipica di chi si trova inevitabilmente in svantaggio, lo ha reso uno dei giocatori più sporchi nelle decadi di azione. Il tutto in modo invisibile, agendo sui blocchi, protetto dagli sguardi indiscreti degli arbitri (che gli riconoscevano qualche piccolo vantaggio dovuto alla statura).

 

A livello di rotazioni e cambi sistematici era semplicemente magistrale, sbagliando molto poco e facendosi forte di mani rapidissime, grazie alle quali è riuscito a metter insieme il maggior numero di recuperi nella storia del gioco. Collezionando molti di questi, tra l’altro, in situazioni di disturbo del post basso avversario: una posizione chiave da difendere, perché centrale nelle impostazioni offensive negli anni ’90. Insomma, ad osservare con la dovuta distanza la carriera del buon John, emerge un lato oscuro che cambia notevolmente i riflessi di colui che spesso viene definito “il miglior playmaker puro di sempre”.

Abbiamo a che fare con un uomo conservativo nelle manovre offensive, poco creatore e molto attendista, perfettamente inserito in un sistema di gioco che gestiva senza condurre, riuscendo spesso a dare l’ultimo passaggio sfruttando i valori tattici di squadra, o il talento dei singoli compagni. Di contro, questo simpatico “uomo qualunque” con i capelli a spazzola, in difesa si trasformava in un autentico demonio, capace di attaccare la palla come pochi, spesso e volentieri usando mezzi illeciti per innervosire e penalizzare gli avversari, di primo acchito sottovalutanti la sua pericolosità in relazione a quella stazza ordinaria.

Un piccolo, grande, uomo

Non è difficile definire John Stockton il più grande playmaker di tutti i tempi, soprattutto se guardiamo con nostalgia al gioco del passato, decisamente più arcaico rispetto a quello odierno (non necessariamente peggiore, è questione di gusti). Le statistiche (anche quelle avanzate) vanno decisamente incontro a questa teoria, anche se non tutto luccica come dovrebbe indagando in modo approfondito. Ma non ce n’è bisogno. Il vero problema del playmaker da Gonzaga sono decisamente gli anelli mancanti, ma se vogliamo paragonarlo ad uno Steve Nash il quantitativo di vittorie resta il medesimo, e si attesta sullo zero.

 

La più grande ed oggettiva difficoltà è circoscritta semmai ai limiti conservativi della sua manovra, troppo facile da neutralizzare nelle partite che contano, generanti dei cali piuttosto netti a livello di prestazioni in post season. Anche nonostante quei momenti clutch che abbiamo in parte anche citato, e che contribuiscono a scolpirne la leggenda. Nonostante questo, in un sistema come quello dei Jazz strutturato attorno alla sua figura (per giungere agli apici di fine millennio), la prudenza di cui sopra risulta ingrediente perfetto, capace di occultare i restanti limiti citati (passaggi sbagliati, gestione dubbia dei contropiedi, inutilizzo della mano sinistra e volume realizzativo limitato).

 

Se poi aggiungiamo il contributo grintoso offerto nel lato difensivo del campo, un giudizio positivo sulla sua storia è decisamente scontato, ma giungere ad una conclusione assoluta – per quanto sia inutile determinare il “migliore di sempre” in qualcosa, oltre che impossibile – resta strettamente soggettivo. Se intendiamo il playmaking come regia oculata di un sistema di gioco, Stockton ne resta il principale rappresentate. Di contro, se vediamo come obiettivo la creazione di vantaggi per i compagni, destinati più volte a finalizzare (sfruttando comunque la propria pericolosità offensiva), il buon John resterà sicuramente nella top 5 ogni epoca, ma non al vertice.

 

Attenzione però: tutte queste chiacchiere (volutamente discutibili, perché quello è l’obiettivo), non devono togliere un granello di unicità al nostro John Houston Stockton.
Un uomo che si è ripetuto per oltre una decade con una precisione ed una consistenza uniche, con cifre di tutto rispetto nonostante tutto. Soprattutto malgrado quell’aspetto ordinario, che lo ha scolpito con merito nel Mount Rushmore del gioco, pur senza quell’apice mai giunto, forse a causa di una serie di scherzi del destino. Riassumibili con il nome di Michael Jordan, a voler semplificare.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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Davide TorelliDavideDavide Torellireech Recent comment authors
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reech
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reech

bell’articolo👏

Davide
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Davide

Una delle peggiori analisi sul basket mai lette in vita mia. Qualche hi light su YouTube e si diventa esperti. Aiuto. Stockton non sapeva creare vantaggi e usava solo la mano destra! Mio dio che bestemmia. Tecnica allo stato purissimo. Tiratore micidiale come pochi nella storia. Per lo spacing chiedete a malone…. unico difetto : aver giocato le finali contro Jordan. Assolutamente imbattibile.