Toronto è la dimora degli Undrafted

 Toronto è la dimora degli Undrafted

Copertina a cura di Alessandro Cardona

Correva l’anno 1993, nelle sale americane e di tutto il mondo usciva Jurassic Park di Steven Spielberg, primo capitolo di una fortunata serie di film; protagonisti indiscussi della vicenda sono i rettili più famosi della storia, i dinosauri. In breve questi animali vengono riportati in vita attraverso la tecnica della clonazione su un isola chiamata Isla Sorna, e successivamente inseriti in un enorme parco divertimenti situato in un isola confinante, l’Isla Nublar. Il film è entrato nell’immaginario collettivo della comunità di Toronto al tal punto da intitolargli la piazza all’esterno della Scotiabank Arena – dove i tifosi senza biglietto si radunano per vedere la partita. Ma il nome non è l’unica cosa che hanno preso dal film, perché oltre a quello hanno ereditato la capacità di clonare e sviluppare un particolare tipo di specie: gli undrafted.

GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI

I Toronto Raptors sono diventati i primi nella storia NBA a vincere un titolo senza giocatori scelti in lottery a roster. Fred VanVleet ad esempio non è nemmeno stato scelto. L’ex Wichita State, paladino degli undrafted dei Raptors, si rese protagonista di quella fantastica cavalcata dello scorso anno a suon di triple e difesa da manuale su Curry, dimostrando come non è un numero al Draft che definisce il tuo valore, ma l’impegno e la perseveranza.

Ecco, Toronto ha deciso di sposare in toto questo concetto, e quest’anno sono addirittura sette gli undrafted in squadra: VanVleet, Thomas, Boucher, Brisset, Miller, Ponds e Davis. Di questi sette, almeno quattro sono stabilmente nelle rotazioni di Coach Nurse, ognuno portando il proprio mattoncino alla causa. Alla fine di febbraio i sette undrafted a roster avevano contribuito a ben 12.2 delle 41.1 Win Shares totali accumulate fin lì, niente male considerando la serie di infortuni che ha afflitto Toronto quest’anno, con Siakam e Lowry prima e Gasol, VanVleet e Ibaka poi.

Ognuno di loro porta in dote alla squadra quello per cui è stato scelto: l’atletismo debordante di Davis, la versatilità come cambio dei lunghi di Boucher, la solidità difensiva di Brisset, la pericolosità dall’arco di Thomas. È spesso la loro la scossa emotiva che cambia le partite per Toronto, rigorosamente in uscita dalla panchina. Un tesoro inestimabile riconosciuto anche dai veterani della squadra come Lowry e Gasol, e dal GM Ujiri, che ha avuto il merito di sceglierli nell’universo dei “giocattoli difettosi”.

TUTTO PARTE DALLA GAVETTA

Prendiamo ad esempio Terence Davis. Dopo una convincente stagione da Senior con Ole Miss – culminata con la qualificazione al torneo NCAA e l’ammissione nel Second Team All-SEC – decide di rendersi eleggibile per il Draft, non prima però di essere sceso in campo al Portsmouth Invitational Tournamnet. Il torneo, che vede in campo i migliori Senior di tutta la nazione, è un occasione ghiotta per mettersi in mostra, sopratutto agli occhi dei 30 GM NBA.

Le cose vanno per il verso giusto, e il giocatore da Southaven Mississipi si guadagna un invito per il G-League Elite Camp 2019 dove finalmente ottiene, dopo una prestazione da 24 punti in 22 minuti, la possibilità di poter competere con i migliori prospetti collegiali della nazione; gli si aprono le porte dell’NBA Pre Draft Camp. Anche qui Davis riesce a mettersi in mostra – 15 punti di media con il 57% dal campo – ma non quel tanto che basta per meritarsi l’agognata chiamata tra i migliori 60 a Brooklyn.

Sbarratagli la porta principale, non gli resta che quella di sevizio, sotto forma di proposta da parte dei Denver Nuggets di aggregarsi al roster della Summer League, dove ancora una volta ha tutto da dimostrare. Qui il nostro Terence si gioca bene le sue carte, tanto da suscitare l’interesse dei Toronto Raptors, i quali decidono di firmarlo con un Two-Way contract ad inizio stagione, il resto è storia recente.

Qualche lampo l’aveva già fatto intravedere in Summer League

Anche il suo compagno Boucher condivide un percorso simile; pure lui undrafted dopo un biennio agli Oregon Ducks – dove per via della rottura del legamento crociato non poté giocare alle Final Four 2017 contro North Carolina – è passato alla cronaca per essere stato uno dei primi giocatori a siglare un Two-Way contract con i Golden State Warriors, i quali non del tutto convinti del potenziale lo lasciarono scadere al termine della stagione. A questo punte le sliding doors lo spediscono alla corte dei Raptors 905, la squadra di G-League, dove firma da free agent. Nella stagione 2018/19 porta a casa sia il titolo di MVP che quello di DPOY, meritandosi la chiamata in prima squadra.

A dire il vero qualche comparsata in NBA c’era già stata durante la stagione scorsa – 28 gare disputate, 2 in post season – ma in quella corrente ha visto salire vertiginosamente il suo minutaggio, passato dai 5.8 minuti a partita ai 13.3 attuali. Oggi Boucher e Davis sono due elementi solidi delle rotazioni, e nonostante qualche alto e basso comprensibile vista la scarsa esperienza, sono in grado sempre di portare una ventata d’aria fresca con la second unit, rendendoli forse il segreto meglio custodito di Nurse.

L’ IMPATTO DI DAVIS DALLA PANCHINA

Secondo i dati forniti da fivethirtyeight.com, Terence Davis è titolare del miglior RAPTOR tra i rookie quest’anno, davanti a Kendrick Nunn e Brandon Clarke. Semplificando un po’, questa statistica calcola l’impatto del giocatore in termini di punti segnati e concessi dalla sua squadra quando è in campo e quando siede in panchina. L’impatto di Davis è tangibile: l’ORtg con lui in campo passa da 108.9 a 112.3, + 3.4 di differenziale, e anche l’eFG% complessiva di squadra migliora di +.008, passando da 533. a 541.

In situazioni di spot-up è una vera e propria minaccia, dove segna 1.13 PPP (78,5° percentile), costituendo il 30.5% delle sue conclusioni. Quando il ragazzo da Southaven è in serata tendi a notarlo, ne sanno qualcosa i Chicago Bulls che l’hanno affrontato lo scorso 2 febbraio.

La capacità di attaccare il ferro in transizione, di controllare il corpo, di mettersi in posizione sugli scarichi; tutte qualità che, unite al suo insensato atletismo lo rendono difficile da arginare in campo aperto.

Sono molti quelli all’interno dello spogliatoio a cui Davis chiede consigli, ma se deve fare un nome su tutti sicuramente quello di Norman Powell è in cima alla lista. La guardia da San Diego è una sorta di fratello maggiore per lui – tanto da prenderlo sotto la sua ala protettiva – e lo stesso Powell non ha mai nascosto di considerarlo il “suo” rookie”. Ad esempio nella recente sconfitta contro Milwaukee – in cui Powell era in borghese per via della frattura all’anulare – Davis ha chiuso il primo tempo con un misero 0/5 dal campo. Scoraggiato, durante l’halftime il ragazzo viene preso sotto braccio proprio dal numero 24, il quale lo invita a calmarsi e a lasciare che sia la partita ad andare da lui; il consiglio Zen pare funzionare dato che l’ex Ole Miss torna in campo nella ripresa con una intensità diversa, chiudendo con 10 PT in 9 minuti, il tutto con un notevole 75% dal campo.

Nonostante la sua stagione sia stata un continuo saliscendi in termini di rendimento e minutaggio, il mese di febbraio è stato sicuramente speciale per lui, facendo registrare il massimo in termini di minuti (22.3), punti (12.2) e rimbalzi (4.2); oltre ad un curioso 43.6% da 3PT su ben 5.5 tentavi a partita. I margini di miglioramento sono ampissimi – ma il ragazzo dispone già di una buona base di partenza – sicuramente avrà bisogno di sviluppare un gioco più interno, vera e propria zona morta del suo arsenale; basti pensare che il suo fatturato dentro l’area recita un pessimo 6/25 In the paint (non restricted) e un ancor più eloquente 1/15 dal mid-range. Non appena riuscirà ad implementare un gioco spalle a canestro riusciremo a vedere il quadro completo, e a quel punto capiremo se il coaching staff di Toronto ci avrà preso un’altra volta.

IL RAGAZZO VENUTO DALLE ANTILLE

Tra gli altri undrafted a roster spicca su tutti il nome di Chris Boucher. Il ragazzo proveniente da Saint Lucia, un’isoletta situata nelle Piccole Antille, è cresciuto in maniera graduale ma costante durante l’anno, fino a diventare l’ennesima freccia in faretra di un parco lunghi tra i più interessanti della lega. L’ex Ducks è dotato di un ottimo telaio, che fa di lui un 6’10 in grado di andare forte a rimbalzo, di avere un ottimo tempismo per stoppare – dopo la pausa dell’All Star Game viaggia a 1.5 stoppate a partita – e di correre splendidamente il campo.

Anche qui vale il discorso fatto per Davis, stiamo grattando la superficie di un giocatore che non sarà mai un all-star ma di cui sono ben evidenti punti di forza e debolezza, ma sul resto si può lavorare. Ad esempio in situazioni di Roll-Man siamo ancora in fase embrionale, ma i margini di crescita sono lì da vedere. Secondo i dati forniti da NBA.com in situazioni di rollante produce 1.17 PPP, il 28.4% del suo attacco; non ha ancora la capacità di chiudere al ferro con entrambe le mani, ne tanto meno il controllo del corpo di Siakam in quelle situazioni, ma la sua lunghezza e agilità nel breve costituiscono due fattori che giocano in suo favore. Il mese di marzo appena cominciato ha visto un leggero calo del suo minutaggio , ma è anche il mese in cui è arrivato, nella trasferta dei Toronto Raptors a Phoenix, il career high in termini di rimbalzi (15 di cui 6 offensivi) e minuti (29), il tutto condito dalla doppia doppia con i punti (19).

Ci sarebbe tanto di cui discutere, ma la cosa che più salta agli occhi è il suo istinto naturale per il rimbalzo, specialmente offensivo. Come già detto precedentemente, il feeling con questo fondamentale è innato: guardatelo seguire a rimbalzo la penetrazione di Anunoby, notate come anticipi la difesa sul appoggio sbagliato del compagno, e come quel secondo di vantaggio gli permetta di schiacciare indisturbato. O ancora, osservatelo lottare a rimbalzo contro tre maglie nere sul tiro sbagliato dello stesso Anunoby; notate come riesca ad intuire la direzione della palla dopo essere finita sul ferro permettendo così di lucrare due punti dal nulla.

In queste due azioni c’è tutto Boucher, tutto il suo essere, ed è tutto quello che Nurse vuole da lui. Ma c’è dell’altro, o almeno ci sarebbe: le cose più interessanti in partita le ha fatte nel secondo tempo, e sono le due triple dall’angolo destro, la seconda per chiudere la partita a 2 minuti dalla fine. Ora, alla voce tiri da 3 siamo ai lavori in corso – 28% su quasi 2 tentativi – ma quelle due fiammate fanno ben sperare: se riuscisse ad inserire il tiro dagli angoli nel suo arsenale diventerebbe importante per lo spacing dei Raptors, aprendo spazi alle penetrazioni degli esterni come Powell e Davis.

LA MIGLIOR ORGANIZZAZIONE DELLA LEGA?

Mentre scrivo Toronto ha matematicamente raggiunto l’accesso alla postseason, certezza acquisita il 5 marzo, dopo la vittoria in trasferta sul campo dei Golden State Warriors. Non era mai accaduto prima nella storia della franchigia di agguantare il treno playoff così presto, e nemmeno in così poche partite (62). Come è stato possibile farlo dopo la partenza dei due ex Spurs? Semplice: organizzazione, pianificazione e sviluppo.

Non è un caso se Danny Green nell’unica stagione in Canada abbia tirato con la miglior percentuale da 3 in carriera – un ridicolo 45.5% . E non è nemmeno un caso l’esplosione di Norman Powell, il quale da un anno con l’altro ha visto raddoppiare praticamente tutte le principale voci statistiche: dai punti (dai 8.6 ai 16.4 attuali), ai tiri (dai 6.7 ai 11.7), fino alle rubate (0.7 contro le 1.3 odierne). Chiedete ai VanVleet, agli Anunoby, fino a scomodare i Siakam di turno, chiedete quanto lavoro c’è stato dietro e quanto siano stati seguiti dai rispettivi development coach. E diciamoci pure la verità, i big free agent a Toronto non ci sono mai voluti venire, e quello che hanno costruito negli anni lo hanno sempre costruito via Draft o tramite trade, sin dall’anno in cui scelsero Vince Carter.

Oggi vale ancora lo stesso principio, e Boucher e Davis sono solo gli ultimi prodotti di uno scouting che ha – quasi – sempre funzionato nel corso degli anni. I Toronto Raptors costituiscono la mosca bianca all’interno del panorama NBA, e sebbene siano passati ventisette anni dal primo Jurassic Park, Isla Sorna esiste ancora.

Matteo Beltrami

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