Il disastro dei Bulls in quattro punti

 Il disastro dei Bulls in quattro punti

Copertina a cura di Francesco Perillo

L’All Star Game è ormai passato e la stagione dei Bulls è sostanzialmente deragliata, seguendo il copione di quelle passate. Molte delle buone premesse che vi avevamo raccontato all’inizio di questa Regular Season non si sono concretizzate. La franchigia dell’Illinois, nel momento in cui scrivo, giace miseramente nella parte senza speranze della NBA, al numero 7 della lottery ed a sei vittorie di distanza dall’ottavo posto, occupato dai Nets. Alcuni di voi potrebbero pensare che per i Bulls ci siano chances di arrivare ai playoff ma le speranze sono soltanto matematiche. Tra infortuni, tattiche sbagliate ed un limite stesso del roster ci sono varie ragioni per cui i Chicago Bulls di questa stagione sono destinati all’ennesimo fallimento.

1) Fantastic Mr. Boylen

L’avventura di Jim Boylen sulla panchina dei Bulls è iniziata in maniera tragicomica e tragicomico è il proseguimento della sua carriera da allenatore, più con picchi di tragedia che di commedia. Se la difesa è stata tutto sommato accettabile, nonostante i bassi di inizio stagione, l’attacco è stato il vero grande problema dei Bulls: l’ex coach degli Utah Utes non è stato capace di creare un sistema offensivo credibile, le uniche opzioni praticate erano “palla a LaVine” oppure uno stantio giro palla fino alla fine dei 24 secondi. La difesa di inizio stagione merita una brevissima digressione: i Bulls sostanzialmente raddoppiavano su ogni possesso avversario con risultati disastrosi, come i Bucks ai tempi di Jason Kidd.

Nella prossima clip Satoransky e LaVine raddoppiano Rozier dopo nemmeno 3 secondi di possesso. Il raddoppio non è granché efficace e Rozier pesca facilmente l’uomo libero. A quel punto basta un extra pass per trovare una tripla facile:

 

La situazione in difesa è comunque migliorata. I Bulls si sono stabiliti come tredicesimi in NBA per DRTG grazie soprattutto alla presenza a roster di faticatori come Arcidiacono e di specialisti difensivi come Kris Dunn. La difesa dei Bulls è quella che concede meno tiri in assoluto di tutta l’NBA.

L’attacco dei Tori è, invece, uno dei peggiori della lega, la vera nota dolente di questa squadra. I pick’n’pop sono stati abbandonati a causa dello stato di forma mentale e tecnico orrido di Lauri Markkanen. Privi di spacing, in attacco si vive di sole iniziative dei singoli, spesso affidate alle mani di LaVine, quando è presente, o nei folti capelli di Coby White, che per quanto sia talentuoso resta un rookie.

Dal punto di vista degli schemi in uscita dai timeout, Boylen è nettamente il peggior allenatore della lega. Parliamo di un coach capace solamente di affidarsi a LaVine, che peraltro non è assolutamente granché in quanto a creazione di gioco, nei finali di gara nonostante le molte bocche da fuoco disponibili.

Tralasciando la disposizione offensiva dei Bulls quantomeno rivedibile, nella clip sotto LaVine piuttosto che cercare di muovere la palla prova un improbabile tiro da 3 contestato con 15 secondi sul cronometro:

 

In sostanza i Bulls si ritrovano ad essere una squadra giovane e che ha bisogno di tempo per crescere, ma che non ha nessun tipo di identità offensiva su cui costruire un progetto tecnico serio (o che renda godibile la visione delle partite da parte di noi appassionati). C’è sicuramente un problema di esecuzioni sia in attacco che in difesa. La storia recente però ci insegna che anche in squadre di bassa classifica (come Nets e Hornets) è possibile mostrare un’identità di gioco marcata.

Dal punto di vista del rapporto con i giocatori non è andata molto meglio. La regola d’oro di qualsiasi allenatore è: mai inimicarsi la propria stella. Boylen ci è riuscito, facendosi odiare da LaVine per cose come queste.

Boylen si è difeso dicendo che i timeout che chiama a partite compromesse servono per insegnare a dei ragazzi che hanno giocato meno delle situazioni tattiche. Una spiegazione anche logica, ma che va a violare una delle regole non scritte dell’NBA. LaVine si era già lamentato a novembre perché si sentiva “eccessivamente colpevolizzato” da parte del suo allenatore. Boylen infatti lo aveva tolto dopo metà primo quarto contro gli Heat per quelli che a detta di Boylen erano “tre egregi errori difensivi”. Sulla gravità di questi errori potete giudicare voi.

Zach LaVine non è certamente noto per la difesa ed è giusto riprenderlo per i suoi errori difensivi. Resta però il fatto che Boylen non può andare a mettere i problemi della sua stella in pubblica piazza. Già l’allenatore dei Bulls si è reso noto lo scorso anno di un episodio senza precedenti nella storia NBA, ovvero lo sciopero dei giocatori che protestavano per i suoi allenamenti reputati troppo duri. Nulla sembra essere migliorato quest’anno da questo punto di vista, con numerosi report che parlano di un Boylen mal sopportato dallo spogliatoio dei Bulls: non certo un buon segno per un allenatore appena rinnovato con contratto pluriennale.

Non smetterò mai di allenare fino a che non si sente il suono della campana.

Jim Boylen sui suoi timeout chiamati a 30 secondi dalla fine

2) Come va il core dei Bulls?

La risposta è male, molto male.

Possiamo definire il core dei Bulls quello formato da Kris Dunn, Lauri Markkanen, Zach LaVine, Wendell Carter Jr e Coby White. Inizio dalle note positive, che purtroppo sono ben poche, e la prima è sicuramente l’apporto offensivo di Zach LaVine.

Il giocatore ex Minnesota aveva iniziato la stagione con la prospettiva di provare ad essere un titolare all’All Star Game a Chicago, proposito non rispettato. A livello di tiro il miglioramento è stato notevole, soprattutto per quanto riguarda il volume dei tiri da 3, passati da 5 a 8 per partita. L’efficienza è rimasta la stessa, sicuramente un fattore positivo, restando sempre al 37%. A livello difensivo LaVine resta un fattore negativo per la propria squadra ma ha comunque ha mostrato miglioramenti nell’attitudine difensiva e la speranza è che, prima o poi, riesca a diventare un difensore quantomeno di sistema.

L’altra nota positiva è certamente l’evoluzione di Wendell Carter Jr su entrambi i lati del campo. Il 20enne cestista statunitense è diventato un giocatore molto più efficiente in attacco, e con un usage limitato riesce a produrre di più. La sua mano, già apprezzabile dalla media, mostra quelle capacità che un giorno potrebbero portarlo ad essere un discreto tiratore da 3. Sia il volume di tiri da 3 presi che le percentuali restano però troppo basse e gli infortuni non stanno aiutando nei suoi progressi.

Wendell in difesa sfrutta la sua mobilità per poter marcare tutti i ruoli del frontcourt e, grazie alla sua agilità, riesce a reggere anche gli switch con le guardie nei pick’n’roll. Il paragone più comune per lo skillset di WCJ è Al Horford, e trovo sia un’ottima comparazione. Il suo vero limite per ora in difesa resta la gestione dei falli, quasi 4 a partita, veramente troppi per quella che è l’ancora difensiva dei Bulls. Il dramma della franchigia dell’Illinois sono stati però gli infortuni e Wendell è stato il giocatore più colpito con solo 81 partite giocate in 2 stagioni in maglia Bulls.

Arriviamo quindi alla vera delusione della stagione dei Bulls, Lauri Markkanen. Il lungo finlandese dopo due stagioni positive, seppur martoriate dagli infortuni, era atteso alla stagione della consacrazione definitiva tra i migliori giovani dell’NBA. Nel season opener contro gli Hornets sembrava poter continuare su questo trend, chiudendo con 35 punti e 17 rimbalzi nonostante avesse tirato con il 14% da 3.

 

Proprio il tiro da 3, che è sempre stato il suo punto di forza, è stato la rovina di Markkanen in questa stagione. Attualmente la percentuale si attesta sul 34%, che non sarebbe male se non fosse il minimo in carriera e se, soprattutto, non fosse figlia di un mese di dicembre dove ha tirato col 41.6%, che gli ha rialzato notevolmente la media. Nei primi due mesi della stagione ha infatti tirato con il 21% e il 31%, e nell’ultimo con il 34% ma il vero problema rappresenta la sua assoluta regressione dal punto di vista della fiducia e del volume di tiri: ben 4 a partita in meno rispetto lo scorso anno, al minimo storico della sua carriera NBA (12 tiri a partita).

Shot Chart MARKKANEN

In due delle sue lacune principali, l’attacco nel pitturato e la difesa, Markkanen sembra aver fatto dei timidi passi avanti. La sua percentuale nel pitturato è passata dal 54 al 56%, un dato che comunque resta sotto la media di lega e soprattutto dei pari ruolo. Peraltro, in una stagione in cui il tiro da 3 non è solido Markkanen non può prescindere dal rendimento nella restricted area.

 

Markkanen sarà free agent l’anno prossimo, e già sono saltati fuori vari scenari di trade possibili per il giovane lungo finnico. Sin dal Draft è sempre stato palese come Lauri avesse bisogno di una buona guida per poter mettere a frutto il suo talento. Un talento sospeso su quel sottilissimo limbo che va tra l’essere Dirk Nowitzki o Andrea Bargnani. La domanda da fare è: i Bulls sono il posto giusto per poter crescere Markkanen o è Markkanen stesso a mancare delle componenti che potrebbero farlo crescere?

Giudizio sospeso invece su Otto Porter Jr, che doveva essere il glue guy dei Bulls e che invece ha passato la stagione in infermeria.

– Come avresti reagito se ti avessero detto in preseason che i Bulls sarebbero stati a marzo a 20 vittorie dal .500?

– Sarei stato sorpreso, per non dire letteralmente scioccato.

Wendell Carter Jr

3) I rookies

Come ormai da tradizione (il terzo anno di fila), i Bulls nello scorso Draft avevano la settima scelta, con cui hanno selezionato Coby White. Con la trentottesima scelta, hanno invece selezionato Daniel Gafford. Il primo è un playmaker di 20 anni e il secondo un centro di 21 anni.

Gafford si è caratterizzato già in sede di Draft come un rim-runner molto atletico ma con una tecnica di base molto grezza. Assegnato quasi subito alla squadra di G-League dei Bulls, i Windy City Bulls, non si pensava avrebbe giocato molto questa stagione, vista la presenza nel suo ruolo di Wendell Carter Jr, Kornet e la buonanima di Cristiano Felicio. Grazie agli infortuni frequenti di WCJ, il poco peso sotto canestro di Kornet ed il rendimento poco decoroso di Felicio, il centro proveniente dall’università dell’Arkansas è partito titolare per 7 partite e ha mostrato degli sprazzi di talento, pur non mettendo splendide cifre.

Qui blocca molto bene e legge ottimamente l’azione per un facile rimbalzo offensivo:

 

Gafford nei suoi minuti limitati si è imposto come il miglior interior defender della squadra assieme a Carter Jr. Nonostante il campione sia piuttosto ridotto va sottolineato che stiamo parlando del terzo per defensive box plus minus di tutti i Bulls, dietro solo a un grande difensore come Dunn e a Shaquille Harrison, che è anch’egli un valido difensore.

A livello offensivo probabilmente non sarà mai capace di crearsi un tiro e sembra mancare della sensibilità di mano necessaria per poter estendere il proprio range. Guardando i liberi si nota come abbia mantenuto i difetti visti al college, con una forma di tiro che lo penalizza molto e lo fa tirare con il 50% dalla linea della carità. Ha buonissime capacità da bloccante ed è molto bravo nel prendere posizione a rimbalzo sfruttando il suo atletismo.

Qui riesce a tagliare fuori dal rimbalzo uno dei migliori rimbalzisti della lega:

 

Discorso diverso per Coby White. La giovanissima guardia proveniente da North Carolina (bei ricordi per i tifosi Bulls quest’accostamento) ha confermato quelli che erano i suoi pregi ed i suoi difetti all’entrata nella lega. Sostanzialmente la notte del Draft lo si descriveva come una combo guard dalle grandissime capacità di scoring e dalla buona applicazione difensiva, limitato però da un wingspan molto ridotto ed una tunnel vision quando ha la palla che lo penalizza nella creazione di gioco.

In NBA ha dimostrato soprattutto il primo assunto, ovvero la grandissima facilità nel segnare. La sua forma di tiro molto veloce lo rende capace di triple in transizione scagliate ad una velocità disarmante. La sua velocità di gamba è tra le migliori di una lega di superatleti, e lo rende un vero e proprio razzo in transizione.

 

Quello che risalta in particolare del suo arsenale offensivo è l’incredibile capacità di procurarsi tiri in situazioni di traffico. Oltre all’atletismo White ha un’ottima lettura delle difese che gli permette di sfruttare il suo primo passo strabordante per crearsi un tiro. Il finishing nel pitturato non è ancora ad un buon livello: nella restricted area tira con il 47%, ampiamente sotto la media di lega. Ha la sensibilità per poter concludere bene a canestro ed è sicuramente tra le cose che potrà migliorare nelle prossime stagioni.

Coby White
Da 3 è già un tiratore più che affidabile.

Continua a mostrare delle lacune in visione offensiva. Non è ancora dato sapere realmente se le sue abilità si stiano sviluppando o meno, dato che Boylen non utilizza mai White come handler principale. In difesa, come si diceva la notte del Draft, mostra una buona applicazione: nel sistema difensivo dei Bulls è tra i giocatori più aggressivi nel tentare il recupero palla ad inizio azione.

Dal post-All Star Game White sta vivendo il momento più positivo della sua breve carriera. Nelle 7 partite dopo la pausa viaggia infatti con 27 punti di media e con le incredibili percentuali del 50% dal campo ed il 50% da 3. Gli attesi miglioramenti offensivi sembrano arrivare rapidi, visto anche che in questa brevissima stretch segna nel pitturato con il 52%, un miglioramento vistoso rispetto al resto della stagione. Sicuramente le cifre caleranno perché sono insostenibili sul lungo periodo, ma Coby White c’è e vuole dimostrare che anche lui può diventare una delle migliori guardie della lega.

In sostanza i Bulls hanno pescato bene al draft con White e Gafford, come è capitato anche nelle scorse stagioni. Uno dei pochi meriti del duo GarPax è infatti sempre stato quello di riuscire a scovare del talento anche in posizioni più basse. Gafford si può imporre come una versione lite di Capela, in sostanza un giocatore moderno e utilissimo nella lega attuale. White potrebbe avere invece un potenziale da star. Molto dipenderà dal suo sviluppo nella visione di gioco che potrebbe permettergli in futuro di generare spaziature migliori ed alleggerire la pressione dei difensori.

Il mio segreto, come dicono tutti, sono i miei capelli. Sono praticamente il mio marchio.

Coby White

4) Il futuro dei Chicago Bulls

Con queste premesse, il futuro non sembra assolutamente roseo. I Bulls hanno buoni giovani come Lavine, Markkanen, Wendell e Coby White. Pur sospendendo il giudizio sull’ultimo, nessuno dei primi tre ha il potenziale, a meno di miglioramenti repentini, di imporsi come stella di una contender. Il management della squadra è quello che è in carica da più anni dell’intera lega ed ha smesso di essere efficiente quantomeno dal 2014.

Le scelte in free agency estive non sono andate benissimo, nonostante fossero giuste sulla carta. Thaddeus Young doveva essere il veterano affidabile che portava minuti di qualità dalla panca. Invece ha fatto i capricci per i minuti e in attacco è stato un buco nero. Satoransky ha performato discretamente, ma anche lui si è perso negli abissi dei Chicago Bulls attuali.

A livello contrattuale spicca la questione del rinnovo di Kris Dunn, in scadenza quest’estate. Dunn è un giocatore che è di una grandissima utilità per una squadra forte, una sorta di Marcus Smart, ma che paga l’essere un non-shooter. L’ex Minnesota sarà RFA in estate. e probabilmente ci sarà la fila di buone squadre pronte a corteggiarlo per assicurarsi uno dei migliori difensori tra gli esterni della lega.

Kris Dunn
Qui siamo quasi a livelli Simmonsiani.

La domanda reale dei Bulls è: Dunn fa parte del core del futuro di questa franchigia? In base alla risposta la dirigenza dovrà decidere se e quanto pagarlo. Il problema è che si rischia di pagare troppo un giocatore élite a livello difensivo ma che compromette le spaziatura quando è in campo.

LaVine è un’altra questione sospesa ma estremamente importante per il futuro dei Chicago Bulls. L’esplosiva guardia ex Minnesota guadagna quasi 20 mln all’anno, una cifra non esagerata ma nemmeno bassa per una guardia che fa del lato offensivo la sua caratteristica maggiore. LaVine non ha purtroppo una grande intelligenza cestistica con la palla in mano e sembra prendere sempre le scelte sbagliate nei finali di partita. Senza contare il lato difensivo, dove nonostante la maggiore applicazione di questa stagione resta ancora un netto minus. In sostanza, LaVine non potrà mai essere la stella di una squadra che lotta per più di un settimo/ottavo posto ai playoff. In una contender vera il ruolo di LaVine è più da terza opzione offensiva o da sesto uomo in uscita dalla panchina.

La mia critica a LaVine può sembrare esagerata a quelli che vedono i tabellini delle partite e notano la costanza con cui LaVine segni tanti punti. In parte hanno ragione, perché sicuramente Zach è un prodigio offensivo, con un ottimo tiro da 3 ed un atletismo che non ha risentito troppo del grave stop al ginocchio. Il suo problema è che per essere una stella NBA bisogna essere élite almeno in uno dei due lati del campo, come un Lillard o un Harden. LaVine non è forte quanto loro da quel lato ed è troppo inefficiente dal punto di vista difensivo per potergli costruire una squadra attorno.

Ultima ma non meno importante sarà la decisione sul rinnovo di Otto Porter Jr. OPJ ha uno dei contratti più sproporzionati della lega rispetto al ruolo che ricopre. Nonostante ciò è un ottimo giocatore ed un’ancora difensiva di tutto rispetto. Prima dell’inizio della stagione sembrava essere destinato al rinnovo a cifre leggermente ribassate ma l’annata disastrata dagli infortuni sembra aver distrutto il suo valore in quella che è la peggiore classe di FA degli ultimi anni. Sembra quindi complicato che OPJ rinunci alla sua player option, come invece si poteva ipotizzare ad inizio stagione. Non è scontato però che resti ai Bulls, anche se i margini di manovra nello scambiare un contratto del genere sono molto limitati.

Paxson e Forman sembrano essere arrivati al capolinea. Il CEO dei Bulls Michael Reinsdorf ha iniziato ufficialmente la ricerca di un nuovo GM durante l’All Star Game. Paxson e Forman verrano riassegnati in ruoli minori. Ad oggi i principali candidati sembrano essere Sam Presti, che sarebbe il grande colpo sognato dalla dirigenza dei Tori, e Chad Buchanan, GM degli Indiana Pacers. In ogni caso la storia di GarPax è finalmente giunta ad un termine sperato da tutti i tifosi Bulls nel mondo. I tifosi hanno cominciato a disertare lo United Center e hanno esposto i banner #FireGarPax durante l’All Star Game svolto a Chicago. Chiunque arriverà dovrà avere le spalle larghissime per rimettere a posto quella che ad oggi è una delle peggiori organizzazioni dell’NBA.

Giorgio Di Maio

Giorgio Di Maio vive a Roma dove è nato nel 1997. Lavora per Ubitennis e in passato ha collaborato con Dude Mag ed NBA Revolution. Tifa Roma e Chicago Bulls.

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