A Cleveland è successo un casino

 A Cleveland è successo un casino

Copertina a cura di Sebastiano Barban

Cleveland. Da dove iniziare se non dal “Beile-out”? Innanzitutto chiariamo una cosa, non è stato un licenziamento. Coach Beilein, scelto a maggio con un contratto quinquennale -a testimonianza di quanto Altman e la dirigenza tutta puntassero su di lui- ha scelto di accordarsi con la franchigia per una separazione consensuale.

Grande rispetto per il coach. Come giustamente detto da Barkley e da Shaq ad “Inside the NBA”, parliamo di un professionista rispettatissimo nell’ambiente: questa separazione è chiaramente una sconfitta per la franchigia e per i suoi giocatori.

I motivi della separazione

Inutile girarci attorno, il coach ha presto perso le redini dello spogliatoio. Se sono assolutamente falsi i recenti rumors che parlano di un “ultimatum” del nuovo arrivato Drummond (“o me o lui”), restio a farsi allenare da quello che viene ritenuto un college coach, sono invece confermatissime le voci sul malcontento tanto di veterani come Kevin Love quanto di giovani come Sexton.

Così si è espresso infatti il sophomore dei Cavs a domanda diretta durante l’all-star weekend: “You know how he is, he is very detail-oriented and it’s detail, detail, detail. He loves details. And he always wants us to make sure that when we are out there, we are giving it our all. College coaches, you know how they are. They want you to go 1,000 percent every second of the day. He’s been in college for 20 years, more than that. We’ve had to tell him, like, ‘Coach, we’ve got 82 (games), we can’t kill ourselves’.” Parole certamente rispettose ma che, pronunciate il giorno prima dell’ufficialità dell’addio di Beilein, sono suonate per i fan come una sorta di benservito.

Insomma, spogliatoio stanco di lunghissime sessioni video, allenamenti sui fondamentali (qui in verità la frustrazione è comprensibile, parliamo in qualche caso di Campioni NBA), sessioni atletiche difficilmente sostenibili per una stagione di 82 partite. Beilein veniva visto come un “dittatore” (voce interna allo spogliatoio riportata da Shams Charania, Joe Vardon, e Jason Lloyd di The Athletic) poco incline al confronto con i giocatori ed incapace di rapportarsi con professionisti affermati, abituato com’è alle gerarchie ferree del college basketball.

Ma il vero punto di non ritorno è stato il famoso lapsus “thugs” (epiteto a sfondo razzista che noi tradurremmo con “teppisti”) per “slugs” (“lumache”) durante una sessione video. Sempre secondo Charania/Vardon/Lloyd, da quel momento lo spogliatoio intero ha definitivamente voltato le spalle al coach, fedelissimi (tipo Tristan Thompson) compresi. A nulla sono servite le scuse di Beilein quando è stato avvisato della gaffe da un assistente, scuse ritenute dalla squadra più di circostanza che realmente sentite: “There was no coming back from that”, voce anonima dallo spogliatoio.

Un esempio per spiegare l’atmosfera? Immaginate sessioni di allenamento in un clima surreale, con i giocatori che si allenano canticchiando canzoni contenenti la parola “thug” per deridere l’allenatore (le più gettonate “Thugz Mansion” di Tupac e “I’m a Thug” di Trick Daddy) e Beilein che allena facendo finta di non sentire.

Come ne esce lo spogliatoio?

Ne esce abbastanza male. Certo da questa cronaca sono palesi gli errori del coach, che è stato probabilmente superficiale nel suo approccio ad un roster NBA, ma è evidente che da dei professionisti sia lecito attendersi atteggiamenti più maturi.

Alla fine i giocatori ne escono come una banda di frignoni con poca voglia di lavorare. Conoscendo bene la carriera dei veterani, oltre che l’attitudine di giovani “tori” come Sexton o Osman, non credo questa sia la verità, ma è inevitabile che quando escono rumors in cui ti lamenti del troppo lavoro, soprattutto se nel contempo sei (al momento del cambio di coach) 14-40, questa sarà la percezione.

Andre Drummond ai Cavs

In questa situazione, con Kevin Love che continua a sperare in una trade alla prima occasione utile, e con nessuna novità concreta sul fronte Tristan Thompson, arriva ai Cavs Andre Drummond: la trade ha coinvolto Henson, Knight ed una seconda scelta futura.

Anche qui diciamo subito la nostra opinione: è una buona mossa di Altman. Intendiamoci, le perplessità sono comprensibili. Con una player option da quasi 29 milioni per il 2021 che Andre andrà quasi certamente ad esercitare (e se non lo farà ci hai perso una seconda dal valore marginale), Cleveland torna ad intasare un cap che nel 2020 (con le scadenze di TT, Dellavedova, Zizic e appunto Henson e Knight) andava a snellirsi. Perché lo fa? I nostri lettori più attenti ricorderanno quanto dicevamo in tempi non sospetti (fine settembre) nella nostra preview stagionale:

–nella free agency 2020 non si prospettano molti giocatori interessanti; il rischio di aver fatto diligentemente i compiti a casa per poi scoprire che il professore è assente è abbastanza alto. È possibile quindi che Altman scelga di usare alcuni dei contratti (o anche tutti) in scadenza per prendersi scelte e “contrattoni” scomodi a scadenza più lunga e posticipare la caccia al 2021 o anche al 2022? Anche questo avrebbe senso, sia per quanto detto sulla FA 2020, sia perché in ottica young core andresti ad aggiungere i giocatori presi nel Draft 2020, dove con ogni probabilità i Cavs avranno una scelta alta. Vedremo–

I nuovi Cavaliers di coach Bickerstaff

Se comunque la scelta a livello economico ha certamente margini di discutibilità (anche tra noi redattori abbiamo idee contrastanti), meno comprensibile è questa improvvisa avversione verso il Drummond giocatore. Parliamo di un rimbalzista elitario (15.5 reb a partita, migliore della lega), quinto miglior giocatore della lega per deflections (3.6), terzo nella lega per rubate (1.9), in top10 nelle stoppate (1.6).

In questa stagione, dopo un inizio promettente, Cleveland è tornata ai pessimi standard difensivi della scorsa (peggior squadra della lega, 115.1 di DefRtg). Fatto dovuto certamente ad una certa indolenza generalizzata da parte dei giocatori che si spera con coach Bickerstaff possa cambiare, ma soprattutto ad una reale incapacità di difendere il pitturato. Cleveland concede il canestro da meno di 5 piedi (1,5 metri) nel 65% abbondante dei casi e concede il canestro nel 45% dei casi quando gli avversari tirano da 5 a 9 piedi (da 1,5 a 2,7 metri), risultando i 30esimi su 30 nella lega in entrambe le classifiche. All’eye-test sembra davvero che subiscano una schiacciata ogni 2 canestri subiti.

Se dovrà essere il lavoro del nuovo allenatore a proteggere il pitturato nelle situazioni di difesa non piazzata (parliamo ad esempio delle pessime transizioni dei Cavs, che ovviamente incidono in questi numeri), un centro finalmente non sottodimensionato come Drummond è un grosso aiuto nella difesa dei tabelloni. In realtà al momento non si sta vedendo molto questo upgrade, anzi, ma parliamo di 4 partite e non è sensato dare giudizi affrettati in un senso o nell’altro.

Un altro aspetto critico del nuovo acquisto Cavs è una sua certa recente tendenza a portare e a gestire tanto la palla. A Detroit Andre giocava da point center senza avere assolutamente le capacità per farlo, ma si trattava di una situazione di necessità in un’altra squadra allo sbando, più che una scelta ponderata.

Non tanto perché non ci fossero giocatori migliori nel fondamentale, ma perché mancava leadership sulla palla, problema che ai Cavs non dovrebbe porsi. Garland per primo quasi subisce Sexton in questo senso, ma all’occorrenza ci sono anche Osman e Porter oltre a loro due. E allora come si integra Drummond offensivamente?

A Drummond andrà per forza tolta la palla dalle mani: con i suoi 4.2 screen assist a partita ha le qualità per sostituire i numeri simili di Thompson (4.5) come bloccante. In effetti anche come bloccanti nel pick&roll le statistiche mostrano una grande affinità tecnica tra i due per punti per possesso (rispettivamente 0.96 e 0.93), numero di possessi (3.3 e 2.8), Efg% (53.3% e 50.9%). L’idea è di sfruttare queste qualità simili per garantire una certa continuità di soluzioni tra quintetto e panchina.

Oltre alla gestione di Drummond, a domanda precisa sui nuovi Cleveland Cavaliers, il nuovo coach ha risposto che queste ultime partite della stagione serviranno a “sperimentare nuove soluzioni”.

Per prima cosa Porter avrà probabilmente (finalmente) la possibilità di esprimersi nel ruolo a lui più congeniale di guardia, in coppia con Garland. Avevamo parlato qui, della convivenza difficile tra Sexton e Garland. In secondo luogo potremmo vedere a tratti dei Cavaliers in formato twin towers, con risultati si spera migliori di quanto si stia vedendo in questi primi assaggi (nelle 2-man lineup la coppia Drummond+altro lungo è sempre tra le difensivamente meno performanti), per quanto i minuti giocati siano ancora molto pochi. Infine potremmo vedere, di conseguenza, qualche cambio in quintetto. Lo stesso Bickerstaff ha dichiarato di voler partire dal lavoro di Beilein per poi, via via, valutare dei cambiamenti.

Senza dare colpe a nessuno, è indubbio che con Beilein la stagione si stesse semplicemente trascinando verso la conclusione, seppur dopo un inizio positivo. Cosa inaccettabile per una franchigia che magari non avrà ancora ambizioni di competitività, ma deve ricostruire con grinta, orgoglio, dignità, voglia e cultura del lavoro.

Al netto delle considerazioni tecniche è questo che si chiede oggi a Bickerstaff.

Dimitri Lazzari

Una volta fan n1 di Allen Iverson. Tifa Cavaliers dal 2003, folgorato dalla maestosità di LeBron James. Oggi vive in una relazione aperta con Kevin Love.

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