Anche i repubblicani comprano le sneakers

 Anche i repubblicani comprano le sneakers

Pubblichiamo un breve estratto dal libro “Stand Up Speak Out. Storia e storie di sport e diritti civili negli USA”, a cura di Claudio Pellecchia e Alessandro Cappelli, edito da Kenness Publishing, disponibile in libreria e online dal 30 gennaio.

– «Tu sei pazzo».

– «No, così è troppo estremo».

– «Quello che sta accadendo alla nostra gente in questo Paese è estremo».

Craig Hodges non ci sta. Non può accettare che Michael Jordan e Magic Johnson, icone globali, riconosciute e riconoscibili di almeno due generazioni di afroamericani, reagiscano così all’idea di boicottare Gara-1 delle Finali NBA del 1991. […]

È la mattina del 3 marzo quando Rodney King è alla guida della sua auto nelle strade di Rialto, Contea di San Bernardino, in California. Una pattuglia gli segnala di fermarsi per aver superato il limite di velocità. Ma la paura di perdere la licenza è troppo più forte della prudenza e decide di darsi alla fuga. Ne nasce un inseguimento rocambolesco che va avanti per circa 13 chilometri, fin quando King decide che, licenza o meno, è meglio consegnarsi agli agenti.

I primi a scendere dalla macchina sono i due passeggeri a bordo dell’auto di King. Si stendono a terra come da ordine dell’agente Tim Singer: sono disarmati e inoffensivi, ma i poliziotti li aggrediscono ugualmente con calci, pugni e manganellate.

King, dal canto suo, aspetta prima di scendere. E, quando lo fa, ride e saluta ironicamente l’elicottero che aveva seguito tutto dall’alto. Per i poliziotti è un ulteriore affronto. Fa in tempo a mettersi una mano dietro la schiena, come per cercare un’arma nella tasca posteriore dei pantaloni: la reazione degli agenti è immediata, violenta, sproporzionata. Lo aggrediscono in quattro: King oppone resistenza, prova a scappare, ma uno degli agenti lo ferma usando il taser. Il pestaggio che segue è durissimo e dopo l’arresto King viene portato d’urgenza al Pacifica Hospital in condizioni critiche: dal referto risulteranno fratture al volto, una caviglia rotta, abrasioni e lacerazioni su tutto il corpo.

La brutalità delle forze dell’ordine, tuttavia, era stata ‘immortalata’, di nascosto, da un videoamatore di nome George Holliday. Nelle ore successive, il video viene trasmesso dai maggiori network televisivi statunitensi e mondiali, riportando alla luce il problema mai risolto della violenza della polizia contro gli afroamericani.

Per questo Hodges ha chiesto ai due giocatori più rappresentativi della NBA di dare un segnale. Un segnale che non arriverà. […]

Nel 1992, dopo aver vinto il secondo titolo consecutivo con i Chicago Bulls, Hodges viene rilasciato. E nessuna delle altre 29 squadre pensa di firmare un giocatore di 32 anni, due volte campione NBA e con il 40% al tiro da tre in carriera. Una circostanza che suonerebbe abbastanza strana, se non fosse che il 5 giugno del 1992 – nel pieno delle Finali tra Bulls e Portland Trail Blazers –, in un’intervista pubblicata sul New York Times, Hodges aveva apertamente criticato Michael Jordan (e, quindi, l’intera lega) per il silenzio sui fatti di Los Angeles.

Tra l’aprile e il maggio di quello stesso anno, infatti, l’assoluzione degli agenti coinvolti nel pestaggio di Rodney King aveva portato a una serie di sommosse in tutta l’area metropolitana di Los Angeles, provocando 54 vittime e più di 2.000 feriti. E il 29 aprile, subito dopo aver chiuso il primo turno di playoff con una memorabile performance da 56 punti contro i Miami Heat, Jordan aveva dichiarato di non poter commentare perché doveva «saperne di più a riguardo».

Del resto, il rapporto dell’uomo da Wilmington con la politica e le sue implicazioni sociali era sempre stato conflittuale.

Nel 1990 venne contattato dai responsabili del Comitato Nazionale Democratico durante la campagna elettorale per il Senato in North Carolina. La richiesta era supportare, lui che aveva guidato i “Tar Heels” di UNC al titolo NCAA nel 1982, il candidato Harvey Gantt contro il repubblicano Jesse Helms, l’uomo che si era opposto alla proposta di rendere il compleanno di Martin Luther King una festa nazionale, e che nel 1996 darà il nome alla legge che inasprirà l’embargo degli Stati Uniti nei confronti di Cuba, durante l’amministrazione Clinton, l’ “Helms-Burton Act”.

Jordan aveva scelto di non schierarsi e di non supportare in alcun modo Gantt, spiegando di non essere particolarmente interessato alla politica e informato sui temi della campagna elettorale. Aggiungendo, poi, quella frase che Sam Smith riporterà nel suo libro del 1995 Second Coming: The Strange Odyssey of Michael Jordan,attribuendola a un non meglio precisato amico di MJ: «Anche i Repubblicani comprano le scarpe». Una dichiarazione talmente controversa da portare lo stesso Smith a modificarla nella versione più famosa, sostituendo la parola ‘scarpe’ con ‘sneakers’.

Ma quel virgolettato, sulla cui provenienza e veridicità si sarebbe dibattuto a lungo nei trent’anni successivi, causa al numero 23 più famoso di sempre numerosi problemi in termini di popolarità nella comunità afroamericana e non solo. […]

Per questo, nel 2004, Jordan decide di supportare la campagna elettorale di Barack Obama per la corsa a Senatore con una cospicua donazione: «Quando mi è arrivato l’assegno non sapevo se incassarlo o incorniciarlo», dirà successivamente Obama. […]

Nel 2014, in qualità di proprietario degli Charlotte Bobcats (poi Hornets), è tra le voci più critiche nei confronti di Donald Sterling, owner dei Los Angeles Clippers, che in una conversazione con la sua compagna aveva usato un tono discriminatorio nei confronti delle minoranze: «Sono disgustato dal fatto che un ormai ex proprietario di una squadra possa avere un tono e delle idee così offensive. E sono furioso perché nella NBA non c’è spazio per il razzismo e l’odio che ha espresso il signor Sterling».

Allo stesso modo, due anni più tardi, nel 2016, pubblica un articolo su The Undefeated in cui esprime tutta la sua solidarietà verso la comunità afroamericana per tutti i numerosi casi di violenze da parte della polizia ai danni dei neri d’America. […]

E quando Donald Trump, nel 2017, ha negato l’invito alla Casa Bianca ai Golden State Warriors campioni NBA […] Jordan non si fa mancare un commento critico nei confronti del Presidente più divisivo della storia recente, probabilmente di sempre. Intervistato dallo Charlotte Obsverver, MJ spiega che: «Uno dei diritti fondamentali su cui si fondano gli Stati Uniti è la libertà di parola, che hanno una lunga tradizione di proteste pacifiche e non violente. Coloro che esercitano il diritto di esprimersi pacificamente non dovrebbero essere demonizzati o ostracizzati. In un momento di crescente divisione e odio dovremmo cercare modi per lavorare insieme e sostenerci a vicenda e non creare più divisioni».

A un quarto di secolo dal pestaggio di Rodney King e da un silenzio giudicato ‘complice’, Jordan prova a rimediare, con la certezza e la tranquillità di chi, comunque, non ha perso nulla.                

Craig Hodges, invece, ha già perso tutto. Quel che gli è rimasto di quei giorni di campione NBA senza squadra è un posto da allenatore alla Rich East High School. Quasi tutti si sono dimenticati di lui. Ma forse ‘dimenticati’ non è nemmeno il termine giusto.

Nella prefazione al libro del 2016 Long Shot: The Triumphs and Struggles of an NBA Freedom Fighter, dedicato alla parabola del formidabile tiratore dell’Illinois, il giornalista Dave Zirin aveva ricordato come, quando aveva iniziato a seguire la NBA nel 2003, chiedesse a tutti i giocatori perché non si esprimessero su temi politici. La risposta era stata unanime: «Non vogliamo fare la fine di Craig Hodges».

La Redazione

La redazione è un mostro a più teste e con un numero ancora maggiore di mani. E come nel significato più letterale, del latino monstrum, è una "cosa straordinaria".

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