Analisi della trade più complicata degli ultimi 20 anni

 Analisi della trade più complicata degli ultimi 20 anni

Nella notte tra martedì 4 e mercoledì 5 febbraio, si è conclusa la trade che ha coinvolto più giocatori dal 2000, quando i New York Knicks scambiarono Patrick Ewing ai Seattle Supersonics. Qui su The Shot abbiamo deciso di raccontarla prendendo in considerazione i punti di vista dei tifosi delle squadre che sono state coinvolte nello scambio. Per prima cosa, però, è bene ricapitolare quanto successo:

Atlanta riceve: Clint Capela, Nenê.

Denver riceve: Keita Bates-Diop, Shabazz Napier, Noah Vonleh, Gerald Green ed una scelta al primo giro del 2020 (da Houston).

Houston riceve: Robert Covington, Jordan Bell ed una scelta al secondo giro del 2024 (da Atlanta, via Golden State).

Minnesota riceve: Malik Beasley, Juancho Hernangómez, Jarred Vanderbilt, Evan Turner ed una scelta al primo giro del 2020 protetta in lottery fino al 2022 (da Atlanta via Brooklyn).

PUNTO DI VISTA DEGLI HAWKS

Per prima cosa qualche dettaglio tecnico. Per ottenere Capela, in primo luogo, gli Hawks hanno dovuto annunciare il taglio di Chandler Parsons, in modo da poter assorbire i contratti di Capela e di Nenê; in secondo luogo, Atlanta ha dovuto cedere due pick e Turner (cap filler, sostanzialmente inutile all’interno delle rotazioni). Le due pick sono una seconda scelta degli Warriors del 2024 e la prima dei Nets di quest’anno (intorno alla 15 per capirci). Considerando le previsioni per il draft, credo che la decisione di dare via queste scelte per un giocatore di cui sai già cosa aspettarti sia più che lecita, soprattutto alla luce di uno scouting che ha lasciato a desiderare nello scorso draft. Inoltre, prendere Capela ora ti garantisce che in estate, con parecchi milioni liberi, non andrai in panic mode a spendere un max per Drummond.

Nenê, invece, dovrebbe essere tagliato entro il 15 febbraio quando non il suo contratto per la stagione 2020/21 diventerebbe garantito. Stando a quanto riportato da earlybirdrights, con il taglio di Nenê gli Hawks avrebbero circa 50 milioni di dollari di cap space in estate.

Capela è ciò che serve ad Atlanta?

Sì, o almeno, è molto più adatto degli altri accostati agli Hawks. Lo svizzero è un ottimo rim runner, rimbalzista e rim protector. Non è il miglior centro quando devi switchare sui piccoli in un pick&roll, ma è di certo migliore degli altri giocatori accostati agli Hawks in questi giorni (Adams e Drummond).

Atlanta ha bisogno di far felice Trae Young. È la loro stella e l’unico giocatore a roster che dopo il rookie contract meriterà un max salariale. Bisogna costruire su Young e c’è bisogno che lui sia felice. Inoltre, sembra che Schlenk abbia ricevuto pressioni dal proprietario degli Hawks, Tony Ressler, per aggiungere tasselli più competitivi al roster il prima possibile. Possiamo stare qui a discutere per ore di quanto queste pressioni non siano utili al fine di costruire un roster realmente funzionale e competitivo -per la fretta si rischiano di fare molti errori- ma Capela è una buona scelta.

Il contratto dell’ex giocatore degli Houston Rockets non è per niente male: 4 anni di contratto a circa 20 milioni l’anno ma l’impatto dello svizzero è da valutare per bene nel contesto di squadra. Una nota negativa è rappresentata dalle condizioni fisiche di Capela (tediato dalla fascite plantare nelle scorse settimane) e dal lieve declino delle ultime due stagioni, nonostante la giovanissima età. Entrambe situazioni andranno monitorate, ma gli Hawks hanno tempo e possibilità di fare le dovute valutazioni.

E John Collins ?

Con l’arrivo di Clint Capela come verrà trattato l’attuale centro titolare della squadra? Io credo fortemente in Collins: ottimo giocatore che, però, ha troppi limiti per meritare un max contract in una contender. Atlanta, quindi, se vuole costruire un buon roster, non può permettersi di darglielo.

Collins è un gran attaccante, un ottimo rollante, ha un tiro abbastanza solido dal perimetro, sta migliorando come rim protector, ma non ha l’impatto difensivo che serve in un roster in cui il primo terminale è un giocatore con le difficoltà difensive di Trae Young.

Il fit con Capela non è buono. Malgrado Collins sia in grado di allargare il campo questa non è la sua miglior caratteristica. Per analizzare al meglio questa situazione possiamo guardare come Collins si è comportato quando ha giocato con Damian Jones, archetipo di giocatore simile allo svizzero. Collins non rende bene in queste situazioni, trovando l’area intasata dall’altro lungo e in difesa non può tenere costantemente i 4 avversari : contro ali veloci fatica troppo. Infatti, le lineup con lui e Jones hanno tenuto un offensive rating di 106.4, piazzandosi nel 24esimo percentile.

Per questa serie di motivi, Collins potrebbe essere messo in vetrina in questo finale di stagione, cercando di farlo tirare di più da 3 e sperando in percentuali più alte, per cercare la trade perfetta nella prossima estate.

Spacing

Quando ieri sera ho scritto questa parte, non avevo ovviamente considerato il ritorno tanto atteso di Dedmon in ottica spacing. Dedmon, nonostante una stagione non buona, è un centro che può difendere sui lunghi avversari e che in attacco può essere messo nell’angolo a ricevere e tirare. Oltre a migliorare lo spacing di Atlanta nei minuti in cui Capela sarà in panchina, il ritorno di Dedmon, comunque, si potrebbe interpretare in ottica di rivalutazione del giocatore per poi scambiarlo nuovamente in estate per altri asset: la prossima stagione il suo contratto diventa un expiring in quanto nel 2021/22 è garantito solo per un 1 milione di dollari.

Durante la prossima free agency Atlanta avrà poco più di 60 milioni garantiti che può iniziare a spendere con maggiore consapevolezza aggiungendo pezzi importanti in ottica spacing. L’obiettivo principale dovrebbe e potrebbe essere Joe Harris, un potenziale quintetto composto da Trae Young, Cam Reddish, Joe Harris e Clint Capela ti regala un ottimo ibrido difensivo e, se Reddish continuasse a migliorare come sta facendo ora, anche delle buone spaziature.

Futuro

Bisogna anche considerare che gli Hawks avranno una delle prime scelte al draft e, escludendo Wiseman e Okongwu, i quali sarebbero inutili con Capela, potrebbero puntare forte su Edwards oppure Okoro (nel caso in cui la scelta non fosse tra le primissime). Edwards potrebbe avere molti punti nelle mani, togliendo parte del carico offensivo dalle spalle di Trae, e in difesa potrebbe essere un difensore neutro, uno che non è da coprire. Okoro, invece, è uno dei migliori difensori del prossimo draft e la sua comparison è Marcus Smart. Se si dovesse prendere Okoro un giocatore come Joe Harris sarebbe necessariamente il bisogno primario della squadra.

PUNTO DI VISTA DEI ROCKETS

Con la trade che ha portato Robert Covington e Jordan Bell a Houston, il coach D’Antoni ha portato il suo “esperimento” a un livello successivo, a tratti estremo.

Perché i Rockets rinunciano al proprio centro titolare di questi ultimi anni per giocare con una small lineup che vede PJ Tucker come nuovo centro e al momento solo Hartenstein e Chandler come veri e propri centri di ruolo a roster.

Il centro svizzero è stato parte fondamentale nel gioco di Houston in questi anni, crescendo sempre di più dal punto di vista individuale. I suoi compiti erano relativamente “semplici” per un 5, nessun ruolo alla Davis, Jokic o Towns: difendere il pitturato, agire come bloccante nei PnR, concludere al ferro e catturare rimbalzi. E Capela si è ritagliato un ruolo sempre maggiore, trovando il suo habitat ideale nell’era Chris Paul, giocando con lui nei PnR e fungendo da ricevitore alla grande mole di lob recapitati dallo stesso CP3 o dal Barba.

Ma con Westbrook il discorso è cambiato totalmente e Capela non ha più trovato quei benefici. Perché con l’ex OKC si giocano molti meno pick and roll (Houston nel 2017-18 era 9° per azioni usando il PnR, quest’anno è ultima) e quindi lo svizzero ha assunto un ruolo sempre più marginale, con Tucker che aveva assunto il ruolo da “falso 5” sempre più spesso in stagione, proprio per permettere al nuovo backcourt di rendere al meglio (soprattutto al #0, che trovava in Capela spesso un “ostacolo” tra lui e il ferro, preferendo giocare circondato da tiratori e sfruttando a pieno lo spacing di Houston e la sua esplosività e capacità di attaccare il ferro).

L’arrivo di Covington cambia drasticamente il gioco dei Rockets, che ancora una volta si confermano la squadra più “anticonformista” della lega. Perché dopo aver rispolverato l’isolamento come principale arma offensiva, Houston sceglie un quintetto “minuscolo” che punta sul talento immenso del duo Harden-Westbrook e su svariati tiratori, andando in controtendenza con squadre come Lakers, Clippers o Jazz (o Sixers, ma in un’altra conference) che, ad esempio, fanno della fisicità uno dei loro punti di forza.

E questo potrebbe creare problemi difensivi, soprattutto quando ci sarà da combattere nei pressi del ferro, come dimostra questa immagine in cui vengono presi i matchup difensivi degli ultimi 3 anni di RoCo e Tucker contro i principali big che potrebbero affrontare da qui alle Finals. Alcuni campioni sono piccoli, soprattutto con Covington, ma i segnali non sono certo incoraggianti.

C’è da dire, però, che il sistema difensivo fatto di continui switch difensivi potrebbe essere ideale per RoCo, che non è il miglior lockdown defender della lega ma è un perfetto difensore “da sistema” in grado di eccellere nelle letture di passaggio, nelle rubate e anche come stoppatore. I numeri quest’anno, inoltre, parlano di un Covington in calo difensivamente: 1.9 di defensive win shares è il suo secondo peggior dato in una stagione da almeno 30 gare giocate, così come il suo DBPM di 1.4 che è il suo peggiore risultato dal 2015-16.

Col gioco di Houston, che vede nell’ex T-Wolves un giocatore che non si vedeva da Ariza, RoCo potrebbe tornare a splendere difensivamente, ma molto dipenderà da come verrà utilizzato contro i big delle altre contender.

Al contrario, le avversarie dovranno trovare il modo di contenere un backcourt con 2 MVP in campo e un frontcourt che vede Gordon, House, Tucker e Covington, tutti tiratori validi in spot up che si troveranno a tirare un mare di triple wide open sfruttando gli scarichi del duo Beard & Brodie e allargando il campo per le loro star, garantendo così autostrade verso il ferro per Westbrook e spazio ad Harden per colpire in ISO.

E Covington è semplicemente il role player perfetto per questa squadra dal punto di vista offensivo. Innanzitutto è un tiratore da 3 valido a “discapito” del 34.6% da 3 finora che ne fa la sua peggior stagione dal 2016-17 e a Houston i tiratori riescono a ritrovarsi beneficiando di della gravity di Harden o dei drive & kick di Westbrook come accaduto per McLemore. Inoltre, Covington è un giocatore che sa anche tagliare a canestro, tanto che anno scorso è finito nel 95esimo percentile in questa specifica giocata.

L’innesto di Bell è sicuramente più marginale e non credo giocherà chissà quanto, soprattutto viste le rotazioni di D’Antoni, ma si cercherà di far emergere in lui le sue doti da rim protector e da screener (un po’ quello che faceva Capela finora), cercando di sfruttarlo come alternativa alla small lineup assieme a un Hartenstein che ora potrebbe ottenere un ruolo di maggior rilievo.

In tutto ciò Houston va anche a risparmiare qualcosa liberandosi dei contratti di Nenè, Green e Capela, trovandosi così ora di 5.8 milioni sotto la luxury tax e con 2 spot liberi a roster. Probabile che da qui alla deadline (o a quella di iscrizione ai playoff) si vada alla ricerca di un altro centro e di un’altra ala, ma intanto con questa trade l’esperimento Houston è pronto a raggiungere un nuovo stadio.

PUNTO DI VISTA DEI NUGGETS

A Denver salutano il Colorado Malik Beasley, scelto alla 19 nel 2016, Juancho Hernangomez, scelto alla 15 nel 2016 e Jarred Vanderbilt, scelto nel secondo giro del Draft 2018. Senza nulla togliere a JVando, questa trade ha sicuramente come protagonisti Beasley e Juancho: con la partenza del prodotto di Florida State Denver perde un grandissimo tiratore (38% in carriera da 3) e buon difensore che, pur non giocando allo stesso livello dell’anno scorso, ha dimostrato di poter avere minuti importanti in questa Lega; con la partenza di Juancho, invece, i Nuggets perdono più dal punto di vista umano che strettamente tecnico: difatti, lo spagnolo era un grande collante per lo spogliatoio nonché il miglior amico di Nikola Jokic (c’è da dire, invece, che spesso con tutto il roster al completo l’ex Estudiantes non era esattamente la prima scelta in rotazione per Mike Malone, 11 minuti a partita per lui quest’anno).

Da capire comunque la mossa di Tim Connelly visto che a Denver erano già sicuri di non rinnovare il loro rapporto con Beasley e Hernangomez a prescindere. Questa trade, invece, sarà una grande opportunità per Vanderbilt: a Denver non ha avuto tanto spazio ma con i Timberwolves potrebbe dimostrare il suo valore in questa seconda parte di stagione.

In arrivo, invece, Shabazz Napier, Noah Vonleh, Keita Bates-Diop, Gerald Green – che Denver ha già intenzione di rilasciare – e una prima scelta da Houston. Niente che ha più valore di quelli che se ne sono andati, niente che cambia le idee dei Nuggets per la prossima Free Agency: Napier e Vonleh come Beasley e Hernangomez sono nel loro ultimo anno di contratto e Bates-Diop ha un non garantito; in estate Denver potrà decidere se continuare con o senza questi nuovi innesti.

Devo essere sincero con voi, l’unico di cui capisco l’utilità è Noah Vonleh: finchè Plumlee sarà out per infortunio potrà fare il vice Jokic, magari giocando qualche minuto da 4 per preservare Paul Millsap in vista dei PO; Shabazz Napier approda nel Colorado e si ritrova a fare il terzo play visto il rientro di Murray e Monte Morris davanti a lui nelle gerarchie; Keita Bates-Diop è un classe 96 che può fare il 3/4 ma che al momento vedo dietro a chiunque nel roster dei Nuggets se al completo.

Tutto sommato è una mossa capibile da parte di Tim Connelly e del Front Office dei Nuggets. Credo, tuttavia, abbiano ancora qualcosa in mente nel futuro più prossimo: muovere la prima di Houston, provare a bussare alla porta dei Pelicans in queste ultime ore con un nuovo pacchetto per Jrue Holiday (altamente complicato e improbabile sia perché Jrue ha detto che vuole rimanere in Louisiana sia perché Denver non penso abbia un pacchetto che soddisfi David Griffin), provare a parlare con Phoenix l’ultima suggestione Kelly Oubre o fare all in quest’estate e prendere una stella da affiancare a Jokic e Murray.

PUNTO DI VISTA DEI TIMBERWOLVES

Non lo nasconderò, a primo acchito è stato difficile trovare una valida motivazione per cui il nuovissimo front office di Minnesota abbia potuto portare a termine uno scambio di questo tipo, dando via il proprio miglior asset e una serie di giocatori relativamente utili per prendere quattro contratti in scadenza e una scelta lottery protected dai Nets. In realtà, dopo una rapida considerazione sullo stato attuale del roster, non è difficile capire cosa sia passato per la testa a Rosas e ai suoi collaboratori.

Covington è un 3&D pazzesco e ha uno dei contratti più team-friendly della lega, ma al momento è al picco del suo valore e tenerlo — rischiando un calo di rendimento o un ritorno dei problemi fisici che l’avevano tenuto ai box lo scorso anno — era un rischio che una franchigia alla disperata ricerca di talento come Minnesota non poteva permettersi. La partenza di Napier, Bates-Diop, Vonleh e Bell ha poco o nulla a che vedere con una bocciatura dal punto di vista tecnico (eccezion fatta forse per l’ultimo), ma semplicemente come un modo di far quadrare i conti in una trade gigantesca e complessa come poche altre.

Il ragionamento dietro alle acquisizioni è altrettanto semplice. I Timberwolves hanno cominciato un processo di cambiamento dell’attacco che li ha portati a correre e tirare parecchio da 3 (39.5 tiri da fuori tentati a partita, 11 in più rispetto all’anno scorso e 17 in più rispetto a due anni fa), una sorta di rivoluzione copernicana per una franchigia così ancorata a idee di basket ormai desuete. Rosas e i suoi hanno piano piano cominciato a sostituire i pezzi del roster che non avrebbero trovato posto nel nuovo sistema — Jeff Teague su tutti, spedito ad Atlanta proprio in cambio di un tiratore come Allen Crabbe — o a far lavorare i giocatori su aspetti del loro gioco ancora inesplorati, come testimonia la trasformazione di Gorgui Dieng in un tiratore più che affidabile (39% da 3 su 2.6 tentativi a partita). L’obiettivo iniziale era quello di arrivare a D’Angelo Russell, però le discussioni con Golden State si sono arenate quando Minnesota non ha voluto includere la propria scelta non protetta al prossimo draft.

Hernangómez e Beasley non hanno il talento di D’Lo, ma sono giocatori che potrebbero integrarsi a meraviglia con il nuovo sistema degli Wolves, mentre Vanderbilt ha ricevuto molti apprezzamenti da svariati esperti di G League e potrebbe essere un progetto interessante da sviluppare. Similarmente a quanto detto prima, Evan Turner arriva principalmente per questioni salariali, ma la sua presenza sarà importante per dare playmaking a una squadra rimasta con una sola point guard di ruolo a roster.

Cosa perde Minnesota?

Se escludiamo Karl-Anthony Towns e l’acerbissimo rookie Jarrett Culver, senza grossi dubbi Covington era sostanzialmente l’unico giocatore con valore in sede di scambi. L’idea di scambiarlo è comprensibile, ma così facendo Minnesota perde la sua àncora difensiva, uno dei suoi pochi tiratori e, componente da non sottovalutare, il migliore amico e confidente di KAT nel roster senza ricevere in cambio nulla di lontanamente paragonabile. Le preoccupazioni per il ginocchio operato durante la scorsa stagione sono comprensibili, così come il sopracitato timore di una perdita di valore, ma la sensazione è che si potesse ottenere qualcosa in più. Per Covington questo scambio rappresenta un ovvio upgrade, e l’ormai ex #33 dei Timberwolves non ha nascosto di essere al settimo cielo: tornare dove la sua carriera NBA è iniziata e potersi giocare il titolo vicino a dei fuoriclasse come James Harden e Russell Westbrook non è cosa da tutti i giorni.

Per quanto riguarda gli altri giocatori in uscita, il discorso su Vonleh e Bell è lineare: erano arrivati per mettersi in mostra e scommettere su loro stessi in futuro, ma per un motivo o per l’altro — il primo ha sofferto l’ottima stagione di Gorgui Dieng, il secondo non ha mai avuto la fiducia del coaching staff e in campo ha convinto poco, costando di fatto una partita già vinta — non sono riusciti nel loro intento. Vonleh va a Denver, rimpiazzando Plumlee fino al suo ritorno dall’infortunio e cercando di strappare un contratto per la prossima stagione, mentre Bell va a rimpinguare la scarna rotazione dei lunghi di Houston. Napier invece aveva ormai conquistato il cuore dei tifosi di Minnesota con la sua grinta, il suo stile di gioco ordinato e la sua schiettezza davanti ai media. Oltre alla questione affettiva, però, c’è poco altro: il contratto del #13 sarebbe scaduto quest’estate e la sua dimensione rimarrà sempre quella di una point guard in uscita dalla panchina senza infamia e senza lode.

Un discorso leggermente diverso è da fare per Keita Bates-Diop. Il 24enne difficilmente diventerà una stella, però ha qualche margine di miglioramento interessante: pur essendo atleticamente sotto la media della lega, KBD sa usare le sue braccia lunghissime e il suo buon QI cestistico per rendersi utile difensivamente — Saunders era arrivato addirittura a provarlo come 5 per qualche scampolo di partita — e in attacco è un discreto tiratore dagli angoli e finisher al ferro.

Cosa guadagna Minnesota?

Del pacchetto di quattro giocatori arrivati nel Minnesota, quello meno interessante per gli Wolves è sicuramente Evan Turner: arrivato da Atlanta per far quadrare i conti dello scambio, l’ex Blazers porterà esperienza e playmaking a una squadra che ha disperatamente bisogno di entrambi: al momento l’unica PG a roster è il two-way player Jordan McLaughlin, e nonostante per giorni si sia vociferato di un interessamento per Dennis Smith Jr. non è sicuro che i Timberwolves decidano di operare ancora via trade, probabilmente decidendo di dividere i minuti tra Culver, Turner, McLaughlin e Wiggins. Ad oggi è difficile prevedere se Turner rimarrà un salary filler oppure potrà essere papabile di rinnovo — a cifre ovviamente molto ridotte rispetto ai 18.6 milioni attuali — in estate; per adesso il prodotto di Ohio State si è limitato a dare spettacolo su Twitter, chiedendo al partente Bates-Diop se potesse affittare la sua casa. Jarred Vanderbilt invece rappresenta un progetto di sviluppo interessante per la franchigia, più o meno come quello cominciato in estate con Naz Reid: il ventenne ha giocato appena 26 partite in NBA in due anni, ma in G League ha fatto vedere molto di positivo.

Juancho Hernangómez avrà finalmente la possibilità di esprimersi al meglio, dopo tre anni e mezzo passati a cercare spazio nelle lunghissime rotazioni dei Nuggets. Lo spagnolo è reduce da un Mondiale favoloso, e durante il corso della sua carriera a tratti ha dimostrato di poter essere un tiratore quantomeno affidabile (35% in carriera su 2.1 tentativi a partita). Come tutti gli altri giocatori arrivati in questo scambio, Juancho è in scadenza di contratto e cercherà di massimizzare le sue occasioni in un contesto in ricerca di qualsiasi tipo di input come quello di Minnesota. Il fit offensivo con Karl-Anthony Towns sembra poter funzionare discretamente, ma resterà da capire se sarà possibile tenerli in campo insieme senza imbarcare troppa acqua difensivamente.

Prima di parlare di Malik Beasley, il pezzo forte (ebbene sì, avete letto bene) del pacchetto arrivato a Minnie, è necessario considerare due elementi che nelle classiche valutazioni successive allo scambio sono stati trascurati: lo spazio salariale guadagnato e la scelta di Brooklyn. I Nets hanno altissime probabilità di fare i playoff con un seed basso — vanificando la protezione –, facendo diventare la scelta una possibile pedina di scambio per cercare di arrivare a qualche giocatore in estate (still looking at you, D’Angelo). Inoltre gli Wolves avranno un sacco di spazio di manovra in una free agency che, per quanto povera, potrebbe finalmente aiutare il front office a circondare Towns di talento.

Malik Beasley è senza dubbio il miglior giocatore arrivato a Minnesota in questa blockbuster trade. Esattamente come Juancho, Malik ha spesso faticato a trovare lo spazio che meritava a causa del roster zeppo di talento a disposizione di Mike Malone, perciò Denver ha preferito inserirlo in uno scambio piuttosto che perderlo a zero in estate. Il 23enne non ha mai fatto mistero di voler monetizzare in estate, rifiutando una proposta di rinnovo da 30 milioni in 3 anni da parte della squadra che aveva scelto: probabile che con Minnie Beasley riesca a esprimersi al meglio e possa pretendere un contratto più redditizio in estate, considerando anche il fatto che la scarsità di nomi altisonanti disponibili porterà alcune squadre a offrire contratti ricchi a destra e a manca. Lasciando da parte questi discorsi da offseason, Beasley si presenta come un 2/3 che sa fare principalmente una cosa: segnare.

La scorsa stagione l’ex #23 produceva 1.22 punti per tentativo di tiro, 94esimo percentile (dati Cleaning the Glass): quest’anno l’efficienza è calata, ma le abilità al tiro da fuori sono rimaste le stesse; quest’anno Beasley sta tirando con il 40.5% in situazioni di spot-up, e ha dimostrato di poter tirare in maniera efficace anche in uscita dai blocchi. Fino a qui, tutto bene. Il problema del matrimonio tra Malik e gli Wolves nasce quando l’ex #23 mette piede in area: quest’anno sta tirando con il 52.1% dalla restricted area, e come se non bastasse un quinto dei suoi tiri arriva dal mid-range (convertiti con un terribile 38.6%, numeri che farebbero impallidire perfino Wiggins).

Difensivamente Beasley si presenta come un giocatore a tratti dannoso, con letture insufficienti e distrazioni a tratti imbarazzanti: questo aspetto rappresenterà un altro problema per Saunders e il suo staff, che devono già fare i conti con una squadra che dopo la partenza di Covington manca terribilmente di difensori validi.


Articolo a cura di Matteo Berta, Alex Di Marcantonio, Alberto Motta e Daniele Sorato

Daniele Sorato

Volevo scrivere una bio divertente per impressionare i futuri lettori, ma sono una persona troppo noiosa per farlo. Di professione sono tifoso dei Timberwolves (mio malgrado) e della Juventus, mentre nel tempo libero studio Scienze Internazionali all’Università degli Studi di Milano, viaggio e colleziono dischi.

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