I migliori colpi della storia alla Deadline

 I migliori colpi della storia alla Deadline

A differenza delle altre leghe di pallacanestro di tutto il mondo, la NBA organizza una stagione composta da 82 partite per ogni squadra, e ciò significa non essere quasi mai a riposo. Di conseguenza, la necessità di aver un roster ben strutturato e di qualità è di primaria importanza. Come per il mercato di gennaio nel calcio, in NBA si possono effettuare scambi tra le varie squadre fino a 10 giorni prima dell’inizio dell’ All-Star Game, quindi quest’anno entro le 21 italiane del 6 febbraio (la famosa NBA Trade Deadline). Una fase in cui ci si trova a tirare un po’ le somme sull’andamento di risultati in campo, ma soprattutto sui rendimenti dei giocatori a roster.

Ci si rende conto di chi potrebbe essere lasciato andare, in che posizione serve intervenire, chi potrebbe dare quel plus per poter tentare di arrivare fino in fondo nei Playoff. La Trade Deadline non può essere sottovalutata da nessun punto di vista perché, come vedremo tra poco, spesso è stata più che determinante nel rovesciare le sorti di svariate franchigie. Ecco i migliori affari avvenuti nel corso di questi anni.

2001, Dikembe Mutombo ai 76ers

Philadelphia riceve: Dikembe Mutombo

Atlanta riceve: Pepe Sánchez, Toni Kukoc, Nazr Mohammed, Theo Ratliff

Quell’anno non può che essere ricordato per la lotta continua tra i Los Angeles Lakers di Bryant e O’Neal contro i Philadelphia 76ers del micidiale Allen Iverson. Per far arrivare il centro congolese alla corte di Larry Brown vennero mandati agli Hawks Pepe Sánchez, Toni Kukoc, Nazr Mohammed e Theo Ratliff. La partita del giocatore africano nell’ASG dello stesso anno stregò letteralmente tutta la dirigenza dei 76ers, che ne intravide le potenzialità per giocare al fianco di Iverson. Un giocatore dominante, portentoso e uno tra i pochi di poter dire di essersela giocata contro uno dei migliori di sempre nel suo ruolo, cioè il 34 dei Lakers.

All’epoca molti considerarono la trade folle, vedendo nel mezzo dei giocatori scambiati nomi del calibro di Kukoc e Ratliff, ma in questo modo i 76ers videro aumentare in maniera esponenziale le possibilità di vincere il titolo. Mutombo in poco tempo riuscì ad ambientarsi e a inserirsi negli ingranaggi di coach Brown per poter puntare diretti al titolo finale. Le giornate a Philadelphia, all’epoca, erano sempre elettrizzanti a causa di una squadra con enorme potenziale e per la presenza di due fenomeni come Iverson e lo stesso Mutombo. Due leader che finalmente avevano riportato la gioia e grande piacere tra i tifosi.

Gara 7 contro i Bucks, per il titolo di campioni della Eastern Conference, fu uno dei picchi della carriera di Muotmbo: al First Union Center il numero 55 decise assieme al piccoletto con la casacca numero 3 che era ora di salire in cattedra e giocarsi tutto contro i Lakers. Mutombo in quella gara fu davvero ovunque, e la sua fisicità e il gioco sotto canestro in entrambe le fasi diventano il fattore determinante per chiudere la serie. 23 punti, 19 rimbalzi e 7 stoppate furono i suoi numeri in quella gara memorabile, un uragano atterrato a Philadelphia.

Phila sconfisse in 7 gare sia Toronto sia Milwaukee, ma i gialloviola di Kobe e Shaq erano di un altro pianeta. Anche lì, il peso specifico di Mutombo non fu da poco (con 2.2 stoppate per partita alle Finals), ma il roster dei Lakers era nettamente superiore ai 76ers. Il sogno si infranse a pochi passi dal traguardo dopo cinque gare, subendo un sonoro 4-1. Al termine della stagione Dikembe venne nominato per la quarta volta in carriera come Miglior difensore dell’anno, e venne incluso nel First Team All-Defense.

2004, Rasheed Wallace ai Pistons

Detroit riceve: Rasheed Wallace, Mike James

Boston riceve: Chucky Atkins, Lindsey Hunter, 1st round pick

Atlanta riceve: Bob Sura, Željko Rebrača, 1st round pick

Il 20 febbraio 2004 i Detroit Pistons vedono arrivare l’anello mancante di quei Bad Boys 2.0 che avrebbero trionfato nel giugno dello stesso anno. Wallace fu scambiato ai Pistons insieme alla guardia Mike James. A sua volta, Detroit inviò le guardie Chucky Atkins, Lindsey Hunter e una scelta del primo turno a Boston e la guardia Bob Sura, il centro Željko Rebrača e una scelta del primo turno ad Atlanta. Boston inviò anche Chris Mills ad Atlanta per completare l’accordo.

Sheed ebbe la personalità di entrare in un team davvero di altissimo livello e rendersi il vero ago della bilancia per spostare gli equilibri. Già l’anno prima Detroit era rimasta a bocca asciutta, fermandosi alle Eastern Conference Finals, ma in quel momento si doveva puntare diretti al Larry O’Brien Trophy senza remore. Joe Dumars, il GM dei Pistons nel 2004, sapeva di dover trovare quel qualcuno che rendesse la forza di quel team inarrestabile. Billups, Hamilton, Ben Wallace e Tayshaun Prince erano già ottimi giocatori, ma con Rasheed divennero inarrestabili. Il suo caratteraccio non lo aveva aiutato in tutta la sua carriera, ma l’approdo a Detroit con altre teste calde fu il colpo di genio.

Nel 2005 Sheed arrivò a una spanna dal back-to-back, perdendo contro i San Antonio Spurs. Federico Buffa e Flavio Tranquillo, commentatori di Gara 7 di quella serie, enfatizzarono al meglio la partita controversa del numero 36 di Detroit, condita da 4 falli ma anche da giocate da fuoriclasse, come il tiro da tre sul 68-75 per gli Spurs a venti secondi dal termine dell’ultimo quarto di gioco.

Tanto genio e tanta sregolatezza. Una figura che ha fatto sempre parlare di sé, nel bene e nel male. Come quando si scagliò contro LeBron James nel 2009, reo di ricevere un trattamento differente dagli arbitri durante le partite. O quando cercò di “boicottare” l’All-Star Game del 2008, arrivato per sostituire l’infortunato Kevin Garnett, passeggiando in campo e senza alcuna voglia di starci dentro. Sheed era estremamente talentuoso, senza peli sulla lingua e fuori da ogni logica. Definì quella squadra con parole inequivocabili: “full of dog-faced gremlins getting down on all fours ready to scrap”. Ball don’t lie, Sheed.

2002, Ron Artest ai Pacers

Indiana riceve: Ron Artest, Brad Miller, Ron Mercer, Kevin Ollie

Chicago riceve: Jalen Rose, Travis Best, Norm Richardson, 2nd round pick

Artest, ora noto come Metta World Peace, fu acquisito dagli Indiana Pacers nel febbraio 2002 insieme a Brad Miller, Ron Mercer e Kevin Ollie in cambio di Jalen Rose, Travis Best, Norm Richardson e una scelta del secondo turno del 2002. Forse molti lo ricordano per quella che fu una delle peggiori risse sportive di tutti i tempi, il famigerato Malice at the Palace, che ne comportò l’assenza dai campi per 68 partite e la permanenza con i Pacers per solo due stagioni e mezzo, un’eternità e un grande dispiacere per un giocatore dalle sua qualità.

Allo stesso tempo parliamo di una figura dall’ostico carattere, ma che in poco tempo si era conquistato le lodi di tutti gli addetti ai lavori. Era un giocatore fatto di sola sostanza fisica e nessun mezzo termine, che dominava le aree difensive come se fossero il giardino di casa sua. Nel 2003-2004 Artest fu All-Star, Defensive Player of the Year, First Team All-Defense e All-NBA Third Team.

La famosa rissa del 19 novembre 2004 fu un duro colpo per i Pacers, in piena fase di risalita tra i top team, che lo scambiarono con Sacramento al termine di quella fatidica stagione. Non dimentichiamo anche quando l’allora allenatore dei Pacers, Rick Carlisle lo sospese per due partite. Il motivo? Aveva chiesto un mese di ferie per chiudere l’album R&B che stava producendo direttamente. Non solo si era buttato nella scena musicale come rapper, ma ora era anche un produttore.

La competitività di Artest è sempre stata quello che lo ha distinto dagli altri, ma la sua testa calda non lo ha di certo accompagnato. Però non si è mai tirato indietro nei momenti in cui c’era il bisogno di essere più duro degli altri. In un’intervista, Artest ha dichiarato di aver lasciato pochi ricordi positivi e tanti rimpianti: “That team was crazy. That team was unbelievable. That team was a hell of a team. Everybody says we could have won it. We definitely could have won it.”

2011, Carmelo Anthony ai Knicks

New York riceve: Carmelo Anthony, Chauncey Billups, Shelden Williams, Anthony Carter, Renaldo Balkman, Corey Brewer

Denver riceve: Wilson Chandler, Danilo Gallinari, Raymond Felton, Timofey Mozgov, 1st round pick, due 2nd round pick, cash considerations

Minnesota riceve: Eddy Curry, Anthony Randolph, cash considerations

Molto probabilmente l’acquisizione di ‘Melo è stato il momento più alto dei Knicks negli ultimi dieci anni, dove tuttora non riescono ancora a trovare una quadra perfetta per poter ricostruire in modo solido. In quel momento parlavamo di un All-Star nel pieno della sua carriera, una figura di cui a New York avevano disperato bisogno. New York inviò Wilson Chandler, Danilo Gallinari, Raymond Felton, Timofey Mozgov, una scelta per il primo turno e due seconde future a Denver ed Eddy Curry, Anthony Randolph e soldi ai Timberwolves. Anche qui, una operazione di mastodontiche dimensioni per quantitativo di giocatori presenti nella trade. L’obiettivo era quello di aggiungere una stella al roster e quindi di creare una situazione di maggiore attenzione attorno a tutto l’ambiente.

Senza dubbio si vedrà il Melo migliore delle ultime stagioni, ma allo stesso tempo un giocatore ancora troppo ancorato alla sua idea individualista di gioco. Sarebbe dovuto arrivare a New York per essere colui che innalzava il gioco dei suoi compagni e si mettesse a disposizione come un vero leader, ma la verità è stata esattamente l’opposto. Soprattutto per questa mentalità, Anthony non è riuscito mai ad alzare un titolo nella sua carriera e con i Knicks non è mai arrivato oltre il secondo turno dei Playoff, centrati nelle prime tre stagioni del numero 7 ai Knicks.

Ovviamente, bisogna sottolineare anche come l’acquisto di Anthony abbia permesso ai Knicks di riaffacciarsi tra le grandi della Lega e non si può negare che non abbia lasciato il segno in diverse memorabili occasioni. In Gara 2 dei Playoff 2011 contro i Boston Celtics, giocatasi al TD Garden dopo aver perso la prima partita della serie, ‘Melo salì in cattedra con 42 punti, 17 rimbalzi, 6 assist e 2 stoppate. New York si trovava senza Billups e Stoudemire, quindi tutto era sulle spalle del numero 7. In quella occasione vedemmo Anthony al top della forma. Scatti brucianti, cambi di direzione, tiri dovunque gli capitasse l’occasione e una presenza difensiva importante. I Knicks persero ugualmente, ma ebbero l’assaggio di un grande giocatore se accompagnato da una grande squadra.

Nella stagione 2012-2013 assistemmo al migliore Anthony della carriera. L’apice fu raggiunto il 24 gennaio 2014, con i 62 punti infilati a referto contro Charlotte che lo resero ancor più l’icona della franchigia. Il suo ricordo nella Grande Mela è comunque rimasto molto positivo e verrà ricordato per aver giocato al picco del suo talento, senza poterlo confermare con un titolo.

2017, DeMarcus Cousins ai Pelicans

New Orleans riceve: DeMarcus Cousins, Omar Casspi

Sacramento riceve: Buddy Hield, Langston Galloway, Tyreke Evans, 1st round pick

Diciamo che la mossa dei Kings non fu proprio delle migliori, a primo impatto. Privarsi del proprio migliore giocatore da tanti anni a questa parte non può che essere una scelta fagocitata da un insieme di fattori: rapporti ormai ai ferri corti, voglia del giocatore di provare ad ambire più in alto in relazione al suo talento o voler ricostruire ancora una volta la franchigia attorno a ragazzi più giovani e meno problematici. DeMarcus non è mai stato uno propriamente gestibile sotto il profilo comportamentale, e infatti fu proprio il front office di Sacramento a spiegare la scelta cosi: “character matters“. Cousins venne mandato a New Orleans con Omri Casspi in cambio di Buddy Hield, Langston Galloway, Tyreke Evans e la scelta del primo turno dei Pelicans.

I Kings avevano scelto di unire maggiormente lo spogliatoio, ma rinunciando alla loro stella polare. La scommessa di Divac fu uno sconvolgimento pazzesco per tutti i tifosi dei Kings, già poco spinti nel tifare la propria squadra da cui non poter pretendere nulla. La scelta, dopo quasi tre anni, sembra stia girando per il verso a cui i Kings facevano riferimento al momento della trade, cioè riportare tanti giovani talentuosi nella franchigia e ampliare il cap space.

Cousins ha rivelato di aver sofferto molto nel lasciare Sacramento, la squadra che lo ha scelto al Draft 2010 e lo ha praticamente svezzato tra i professionisti. “It was because of my [Kings assistant] equipment manager [Miguel Lopez], who has been there since my rookie season. He was emotional right away. He just put me in a place. I haven’t cried in a long time.” Ai Pelicans, Cousins confermò il suo status crescente di top player nella Lega e la coppia con Anthony Davis sembrava devastante e piena di potenziale. La squadra di New Orleans era in piena ricostruzione e stavano puntando tutto su giovani talenti e figure già presenti da anni in NBA.

Uno dei momenti più alti della carriera di Cousins a NOLA non può che essere contro i Bulls, in una gara che sembrava non finire mai. I Pelicans vinsero per 132-128 in trasferta a Chicago, ma il premio come MVP della gara era tutto per il centro numero 0. 44 punti, 24 rimbalzi, 10 assist e quattro palle rubate in 52 minuti di gioco. Cousins diventò anche il quinto giocatore nella storia della NBA a produrre numeri di almeno 40 punti, 20 rimbalzi e 10 assist in una gara. Gli altri giocatori a realizzare l’impresa sono stati Kareem Abdul-Jabbar, Wilt Chamberlain, Oscar Robertson ed Elgin Baylor. Quello era il giocatore che vorremmo vedere sempre sul parquet, dominatore dentro e fuori l’area di gioco. Se mettessimo da parte i continui infortuni nella sua carriera, parleremmo di un giocatore davvero totale.

2008, Pau Gasol ai Lakers

Los Angeles riceve: Pau Gasol

Memphis riceve: Kwame Brown, Javaris Crittenton, Aaron McKie, diritti su Marc Gasol, due 1st round pick

Non ho sentito nessuna voce sui Lakers che mi volevano quando è successo. Ero scioccato. Assolutamente scioccato”. Il primo febbraio 2008 lo ricorderemo come uno dei giorni più importanti per il futuro destino della Lega. I Lakers di Bryant e Odom avevano già un organico di tutto rispetto, ma mancava ancora una vera e propria stella da affiancare a Kobe. I Memphis Grizzlies ricevettero Kwame Brown, Javaris Crittenton, Aaron McKie, i diritti di Marc Gasol e le scelte del primo turno nel 2008 e 2010.

L’impatto del giocatore spagnolo fu devastante (record di 22-5 con lui presente nel quintetto iniziale), e finalmente Kobe aveva trovato una degna spalla. I giallo-viola non superavano il primo turno dei Playoffs dalla stagione 2003-2004 e l’arrivo ad un passo dal titolo poteva essere già considerato un successo. Le Finals contro i Celtics si conclusero con una netta sconfitta per 4-2, ma si poteva intuire che qualcosa sarebbe cambiato negli anni a venire. I due anni successivi in NBA furono di completo dominio da parte di Gasol e i Lakers, con due titoli contro Orlando (2009) e Boston (2010). L’ex numero 16 giallo-viola arrivò in punta di piedi, consapevole di aver coronato un sogno impensabile al meglio di tutte le più rosee aspettative, e lasciò più di un grande ricordo.

Questi due anni sono stati forse i migliori nella carriera dello spagnolo. Gara-6 nel 2010 contro gli Oklahoma City Thunder di Kevin Durant, ad esempio, mise in risalto uno dei momenti più importanti per il trionfo finale dei suoi Lakers. Con due secondi rimasti in gioco e i Lakers in svantaggio 94-93, Kobe prese in mano il tiro per per la vittoria. Il tiro non entrò, ma Gasol, si lanciò in punta di piedi sotto canestro per recuperare il rimbalzo con 0,5 secondi rimanenti. I Lakers vinsero la gara 95-94 per poi aggiudicarsi la serie, in dirittura d’arrivo verso un’epica vittoria di 7 partite sui Boston Celtics.

Proprio l’ultima partita contro i Celtics, rappresentò la fine grandiosa di un’epopea irripetibile. 19 punti e 18 rimbalzi fondamentali: il nono rimbalzo offensivo dello spagnolo fu la giocata più importante in tutta la sua vita in giallo-viola. Non era il gregario che cercava Bryant, era la sua spalla intoccabile. Oltre a due campionati, Gasol fece incetta di riconoscimenti personali tra cui tre selezioni per l’All-Star Game (2009-11), un All-NBA Second-Team nel 2011 ed un All-NBA Third Team (2009-10).

2003, Ray Allen ai Sonics

Seattle riceve: Ray Allen, Flip Murray, Kevin Ollie, 1st round pick

Milwaukee riceve: Gary Payton, Desmond Mason

I tifosi di Milwaukee di vecchia data probabilmente stanno ancora pensato a cosa sarebbero potuti essere con Jesus Shuttleswortha roster, a partire dal 2003: probabilmente una delle mosse più stupide mai fatte dalla dirigenza dei Bucks. Milwaukee acquisì Gary Payton e Desmond Mason; i Seattle Supersonics ricevettero Ray Allen, Flip Murray, Kevin Ollie e una scelta del primo giro al Draft.

Alla base di quello scambio, c’erano i continui diverbi tra Allen e George Karl, l’allenatore all’epoca dei Bucks. Ray è sempre stato maniacale nel suo continuo lavoro di miglioramento individuale e ciò, a detta di Karl, diventava dannoso per l’affiatamento dello spogliatoio. Secondo lui, si concentrava solo su di lui più che sul gioco di squadra. Il problema era legato alle diverse personalità presenti nel team: ognuno mostrava un ego non di facile gestione e così fu presa la decisione più folle.

Allen è sempre stato ossessivo nel voler raggiungere sempre più alti livelli di competitività. La leadership che oggi vediamo in Antetoukoumpo, è la stessa che Ray voleva avere ai tempi: “Quando la gente dice che Dio mi ha benedetto con un bel tiro in sospensione, mi fa davvero incazzare. A quelle persone persone dico sempre di non sottovalutare il lavoro che svolgo tutti i giorni. Non alcuni giorni”. Nell’era dei Big Three – Allen, Cassell e Robinson – Milwaukee avrebbe potuto competere tranquillamente per vincere un titolo, ma lo scontro personale ha avuto la meglio nel distruggere una possibile futura contender.

1995, Clyde Drexler ai Rockets

Houston riceve: Clyde Drexler, Tracy Murray

Portland riceve: Otis Thorpe, Marcelo Nicola, 1st round pick

Gli Houston Rockets acquisirono Clyde Drexler e Tracy Murray dai Portland Trail Blazers in cambio di Otis Thorpe, Marcelo Nicola e una scelta al primo giro. Drexler si era messo in mostra con i Blazers, ma era stufo di dover navigare tra i bassifondi della classifica. Non tutti furono cosi entusiasti di vedere Drexler sul parquet dei Rockets specie a causa della rinuncia a Thorpe sotto canestro, ma a tutti gli effetti il 14 febbraio 1995 fu il più bel San Valentino che possano ricordare i tifosi di Houston.

Con un record di 47-35, i Rockets avanzarono zoppicando fino al sesto posto nella Western Conference. L’acquisizione di Drexler aprì la strada a un improbabile secondo anello consecutivo, dopo quello conquistato nel 1994. I Rockets arrivarono ai playoffs, diventando la squadra con la posizione più bassa in classifica a trionfare nelle Finals. Spazzarono via Utah, Phoenix, San Antonio e Orlando in finale tra gli scetticismi generali.

Alessandro Ranieri

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