Mark Eaton, non è un gioco per piccoli

 Mark Eaton, non è un gioco per piccoli

Da amanti della pallacanestro, siamo spesso abituati a guardare i centimetri in avanzo rispetto ad una altezza media, come un valore inestimabile. “You can’t teach height” diceva Red Auerbach, e tutto sommato questo aforisma ha sempre funzionato come legge primaria, in materia di reclutamenti cestistici o scelte al Draft: il big man è imprescindibile nel gioco, anche nonostante le evoluzioni recenti del ruolo.

Chiaramente non si tratta di un postulato che coniuga la lunghezza con il successo in campo, anche perché quando i centimetri in eccesso divengono tanti,  la mobilità ne risente e le capacità tecniche di conseguenza. Lo dimostrano “comprimari” destinati a passar alla storia più come personaggi che per i successi in campo, come Shawn Bradley, Gheroghe Muresan o Manute Bol tanto per citarne tre, eccezion fatta ovviamente per Yao Ming. Probabilmente se raggiungi i 224 centimetri di altezza ed al basket non sei proprio interessato (e contemporaneamente sei biblicamente grosso), quel naturale sviluppo verso il cielo può apparire più una condanna che un valore, soprattutto in un’epoca in cui i giganti non sono più creduti idoli da venerare. 

Diciamo che sei arrivato sul pianeta con qualche secolo di ritardo, e devi arrangiarti a portar la tua croce nonostante tutto.

La storia di Mark Eaton inizia sostanzialmente così, per quanto il colosso di Inglewood in California sia ancora ricordato come uno dei più prolifici stoppatori nella storia del gioco. Non certo una cosa che aveva previsto in gioventù. Anche perché al “piccolo” Mark l’unico sport che piace è la pallanuoto, e non ha nessuna intenzione di avventurarsi correndo malamente in un rettangolo, palleggiando una palla a spicchi.

In piscina funziona piuttosto bene, ma è inevitabile non provarsi su un parquet negli anni della High School, in cui risulta comunque un totem: lo metti con le braccia alzate sotto canestro, ed in qualche modo funziona. Tanto il suo futuro sarà decisamente altrove, probabilmente tra una imprecazione e l’altra, a causa di letti troppo corti o porte troppo basse dentro le quali passare.

Il ragazzo si diploma alla Westminster High School, diventando poi meccanico specializzato in un istituto di Phoenix, iniziando a lavorare in una officina a Orange County in California, atteso da una vita piuttosto lineare. Nonostante le mastodontiche sembianze. Magari può arrotondare facendo la comparsa in qualche film a Hollywood, no? Che tutto sommato ci è nato ad un tiro di schioppo.

Molti anni dopo – oramai professionista e conosciuto – leggenda narrerà che fosse proprio lui a nascondersi dietro il costume di Chewbacca, il bizzarro personaggio di oltre due metri co-pilota della nave di Han Solo nella trilogia di Guerre Stellari. 

Una storia mai smentita fino al giorno della dura verità, quella che racconta di un altro giocatore a vestire quei panni nel set de Il Ritorno dello Jeti, Mark McNamara.
Un centro di “appena” 211 centimetri visto anche alla Libertas Livorno, protagonista di una carriera piuttosto insipida in Nba passando dai Lakers agli Spurs, vincendo pure un titolo con i Sixers del 1983 nel suo anno da rookie, scendendo in campo appena due volte in post season.

Ma a quel punto il buon Eaton era già un personaggio a Salt Lake City, difendendo il canestro dei suoi Jazz come pochi altri sono stati in grado di fare nella storia della NBA.

Il meccanico e UCLA

Torniamo un attimo indietro: avevamo lasciato Mark Eaton a riparare macchine tra olio e bulloni, tutto sommato incamminandosi verso un futuro “normale”, distante dalla pallacanestro. Come potrete immaginarvi però, quel meccanico non passa certo inosservato. Con la pallacanestro non ci sa fare – per quanto possa occasionalmente dilettarsi nei campetti vicini all’officina – ma Tom Lubin,  assistente allenatore del Cypress Junior College,  lo scopre quasi per caso convincendolo a mollar guanti e brugole per riprovarci con il canestro, cambiandogli sostanzialmente la vita.

Nei due anni di esordio viaggia attorno ai 14 punti di media, prima di venir selezionato addirittura nel Draft del 1979: lo chiamano i Phoenix Suns con la scelta 107, ma lui preferisce declinare. Ha la grande occasione di vestire la casacca dei Bruins di UCLA, ed intende tornare virtualmente sui banchi di scuola (tradotto, giocare nel prestigioso Pauley Pavillion sperando di poter essere selezionato più in alto, due anni dopo).

Le cose però non vanno benissimo, perché Eaton in campo non è proprio in grado di starci a certi livelli, e finisce ai margini delle rotazioni giocando poco (30 partite per 196 minuti totali) e male (1,3 punti e  2 rimbalzi di media nel suo anno da senior).

Eppure qualcosa succede, perché un certo Wilt Chamberlain è solito passare dalla palestra in cui i Bruins si allenano, chiaramente colpito da quel legnoso omaccione che si muove goffamente per il campo, demoralizzato per gli scarsi risultati. Ed ecco il prezioso consiglio che vale una carriera: non cercare inutilmente di realizzare, lascia quel compito agli altri. Anzi, permetti loro di farlo al meglio, concentrandoti nel difendere il canestro, catturare i rimbalzi e servire la palla in mani più sapienti, aiutando la squadra a vincere. 

La saggezza di Wilt darà presto i suoi frutti: “You can’t teach height” dichiarerà Frank Layden di Utah in occasione del Draft del 1982, dopo aver chiamato Mark Eaton con la pick numero 72 al quarto giro. Un piccolo miglioramento rispetto a qualche anno prima, non certo una garanzia di restare in squadra.

Nonostante questo i Jazz in quegli anni sono veramente messi male, ed il centrone esordisce il 29 Ottobre del 1982 contro i San Antonio Spurs, all’età di 25 anni, completando una stagione da 3,4 stoppate di media in appena 18 minuti di impiego. Siamo già al record di franchigia, ed ancora non è presenza stabile in quintetto, facendo registrare contemporaneamente quasi 6 rimbalzi e 4 punti ad incontro.

Intanto Utah prova lentamente a trasformarsi attraverso le scelte, dopo aver ricevuto il rifiuto di Dominique Wilkins (scambiato per un John Drew destinato al rehab per problemi di droga) e mantenendosi quel realizzatore di razza di Adrian Dantley.

Nel 1983 arriva Thurl Bailey, nel 1984 un tale John Stockton e nel 1985 Karl Malone: tre prospetti da aggiungersi alla guardia Darrell Griffith, secondo violino conclamato fuori per tutta la stagione di esordio per The Mailman. Ma in realtà la squadra aveva già iniziato a funzionare a partire dal secondo anno di Eaton, con lui promosso a ruolo di titolare inamovibile, Griffith e Dantley sugli scudi ed un convincente rientro proprio di Drew, con 17 punti per gara prima di cader definitivamente nell’oblio dopo la radiazione del 1985. Allontanato a vita dal commissioner David Stern.

Not in my house

I Jazz di quegli anni fondano tutto il loro gioco attorno alla figura del gigantesco Eaton, che a prescindere da statistiche che di per sé dicono già tanto, rappresenta un valore inestimabile sotto canestro, anche solo con la sua semplice presenza. Nella sua seconda stagione in NBA le stoppate di media sono 4.3 in appena 26 minuti di impiego, destinate a raggiungere la clamorosa cifra di 5,6 nella stagione 1984/85, la migliore in carriera, alle quali accompagna anche 9,7 punti ed 11,3 rimbalzi da titolare inamovibile: 34 minuti di impiego per 82 gare disputate nello starting five.

Chiaramente è nominato Defensive Player of the Year, anche perché le statistiche non spiegano l’influenza che Mark ha sotto i canestri avversari. È un classico che rivedremo anche in futuro con Dikembe Mutombo: per un certo numero di stoppate a referto, sono almeno il doppio le conclusioni influenzate, i tiri forzati dal mid range, le scelte di retromarcia piuttosto che scontrarsi contro un muro proibitivo da superare. “Not in my house”, insomma.

In ogni caso, a proposito comunque di statistiche, per ben quattro volte raggiunge la tripla doppia andando in doppia cifra con i respingimenti al mittente.

Nel frattempo a Utah si iniziano a giocare anche i playoff, ed alla prima qualificazione di sempre si ferma alla semifinale di conference, ancora prima dell’esplosione del dynamic duoStockton to Malone”. Ed è proprio con la crescita di The Mailman che Eaton vede aumentare (se possibile) la propria influenza nello scacchiere tattico della squadra, rappresentando una certezza che permette a Malone di sviluppare il suo gioco offensivo senza doversi preoccupare troppo di difendere il ferro, diventando una delle più letali power forward della lega.

Durante l’All Stars Game di Houston del 1989, Karl vince il premio di Mvp con 28 punti e 9 rimbalzi, e Stockton accompagna il tutto con 11 punti e 17 assist, ma i Jazz sono l’unica squadra insieme ai Cavaliers a “portare” tre giocatori a roster, perché anche Eaton viene convocato. Si tratta di una selezione storica – considerando che offensivamente parlando l’ex meccanico californiano non raggiungerà mai la doppia cifra di media – che racconta quanto la sua importanza in campo sia andata crescendo, fondamentale nel successo dei suoi divenuti per numeri la miglior difesa della lega.

A livello playoff, però, le cose non andranno benissimo fino alla stagione 1991/92, in cui i Jazz (dopo aver sconfitto i Clippers in 5 partite) arrivano in finale di Conference sconfiggendo i Sonics di un giovane Shawn Kemp, per cadere in 6 partite contro i Blazers. Ad un passo dall’ultimo atto. Il progetto sembra maturo, ma per una serie di imprevisti il raggiungimento della finale sarà ancora rimandato di qualche anno, primo fra tutti proprio il ritiro di Mark, che getta la spugna al termine della stagione seguente.

Per quanto il calo numerico (a livello di stoppate e rimbalzi) sia inevitabile, è importante sottolineare come il gigantesco centro non abbia mai saltato più di 3 gare a stagione fino a quell’anno, a testimonianza di una tenuta fisica invidiabile per stazza e lunghezza, in 11 anni di onorata carriera professionistica. Ma a 36 anni di età, dopo aver comunque stretto i denti spesso e volentieri, i problemi iniziano a manifestarsi tutti insieme, e pure senza troppi fronzoli.

Nella sua ultima stagione collezionerà 64 presenze, ma più che altro resterà in campo appena 17 minuti di media, il minimo in carriera compresa la stagione da rookie.
Le cause sono immaginabili: le ginocchia che scricchiolano, la schiena che lo martorizza, la mobilità in campo che lo abbandona definitivamente.
Eppure la sua etica del lavoro e quella mentalità vincente a sostegno dei compagni (probabilmente forgiata dai consigli di Wilt ai tempi di UCLA) lo hanno reso personaggio indispensabile nello spogliatoio, anche con l’abbandono fisico, anche con il rendimento in calo, cercando sempre e comunque di esserci prima di gettare la spugna.

Il 1 marzo del 1996 la sua canotta con il numero 53 viene appesa sul soffitto del Delta Center a Salt Lake City, a testimonianza di quanto la sua figura sia stata centrale nella crescita dei Jazz, che di lì a poco arriveranno a giocarsi due edizioni delle Finals consecutive scontrandosi contro il muro di Michael Jordan. Purtroppo per loro, in quegli anni a fare le veci dell’intimidatore è l’umilissimo Greg Ostertag di “appena” 218 centimetri, che si applica al meglio delle sue possibilità non arrivando neanche vicino all’influenza che Eaton aveva su una gara, o quella che avrebbe potuto avere in quelle serie se solo ci fosse arrivato vicino al suo prime.

In 11 stagioni disputate Eaton giocherà 875 partite per un totale di 3064 tiri respinti (attualmente quarto ogni epoca), vincendo 4 volte la classifica annuale dedicata per una media complessiva di 3,5 a gara. A livello di punti e rimbalzi le sue medie totali si attestano rispettivamente su 6,0 e 7,9. Nel 1985 e nel 1989 viene eletto Defensive Player of the Year, chiudendo con 19 gare con almeno 10 stoppate a referto. Nei playoff la media stoppate è seconda solo a quella di Hakeem Olajuwon, con 2,8 in 74 partite ( 210 totali).

Oggi – il 24 hennaio 2020 – il buon Mark compie la bellezza di 63 anni, continuando a presentare al mondo la sua forza di spirito reinventandosi motivatore di successo secondo il mantra “believe in yourself”, ma contemporaneamente mostrando capacità di scrittore, oratore ed imprenditore a tutto tondo (è anche proprietario di una catena di ristoranti).

L’immagine che probabilmente lo racconta al meglio, risale all’ultima fase della carriera, e proviene da una gara al Charlotte Coliseum tra i padroni di casa ed i suoi Utah Jazz. Un giovane ed atletico Rex Champan sfugge a Thurl Bailey sulla linea di fondo, staccando con sicurezza verso il canestro, puntando al ferro per una bimane. Lì sotto, senza alzarsi di un millimetro, il mostruoso Eaton si presenta in tutta la sua lunghezza, con le braccia ben espanse fino a raggiungere il canestro in piena estensione. Chapman resta decisamente bloccato di fronte a quel totem inamovibile, terminando la sua incursione sulle sue mani, atterrando arreso.

A giudicare dall’immediata reazione di Eaton, gli arbitri dovrebbero aver fischiato fallo. Sicuramente la colpa è di Karl Malone che contribuisce all’azione difensiva da dietro, con troppa irruenza. Tuttavia quella stoppata senza saltare ci restituisce l’essenza di Eaton: mostruosamente solido, impossibile da valicare. “You can’t teach height” d’accordo, ma tutto quello che si muove attorno a quella si può perfezionare, in primis la mente.

Mark Eaton continua ad insegnarcelo, a completamento della famosissima citazione di Auerbach, che – comunque vadano le cose – continuerà a restare postulato nel mondo della pallacanestro.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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[…] Mark Eaton, non è un gioco per piccoli, 24 Gennaio 2020 […]