Dominique Wilkins, uno splendido solista

 Dominique Wilkins, uno splendido solista

Lunga, intrigante, spettacolare e (quasi) mai vincente: la storia di Dominique Wilkins attraversa due decenni di pallacanestro, ed è destinata ad inserirlo tra i più grandi interpreti nella storia del gioco. Non fosse altro che per quella rivoluzionaria attitudine allo spettacolo, per le sue roboanti schiacciate, tanto esclamative da regalargli uno dei soprannomi più iconici di sempre: “The Human Highlight Film”.

Ed è proprio nel giorno in cui ricorre la sua nascita – la bellezza di sessant’anni fa – che ha senso percorrerla ancora una volta, con l’intento di rendere onore alle evoluzioni di questo splendido solista dal particolare nome francofono.

Infatti, Nique nasce a Parigi quasi per caso, o meglio, a seguito del padre impegnato con l’U.S. Air Force. Tornerà negli Stati Uniti qualche anno dopo, stanziandosi in quel di Washington nel North Carolina, dove frequenterà la High School con splendidi risultati sportivi: due titoli statali ed altrettanti premi di Mvp,  prima di finire menzionato tra i prospetti più brillanti su Sport Illustrated e disputare l’annuale McDonald’s All-American Game.
Giocherà per tre anni con la University of Georgia, facendo registrare una media complessiva di 21,8 punti per gara, e garantendosi la nomea di giocatore eccitante, tanto da venir chiamato nel Draft del 1982 come terzo assoluto. Davanti a lui, solo James Worthy e Terry Cummings.

Ma contrariamente a quello che potremmo pensare, quella scelta non fu degli Atlanta Hawks, bensì degli Utah Jazz. Nique chiederà di essere ceduto dopo un paio di mesi dalla selezione, piccato rispetto al ruolo destinatogli in squadra: in quel di Salt Lake City avrebbe giocato da power foward, un ruolo che non lo convince assolutamente,  considerando le capacità atletiche ed un altezza che di poco superava i due metri, ideale per un’ala piccola del tempo.
Inoltre i Jazz non navigano in acque cristalline sotto tutti i punti di vista, e così il ragazzo finisce ad Atlanta in cambio di soldi e due giocatori, tali John Drew e Freeman Williams.

Il primo (per la verità un signor realizzatore), concluderà la sua carriera nello Utah tre anni dopo, lottando contro la dipendenza da cocaina e finendo in riabilitazione a metà stagione. Il secondo, invece, vestirà la maglia dei Jazz per appena diciotto gare, prima di finire in CBA.
Insomma, sulla carta sembra un affare senza precedenti per gli Hawks, ma con il senno di poi lo stesso Wilkins avrà modo di chiedersi cosa sarebbe potuto accadere se non avesse forzato la trade, con l’arrivo di Karl Malone e John Stockton al suo fianco.

Anche perché quello che oggi appare il traguardo minimo immaginandosi un trio simile, è esattamente il risultato mancante che lo tormenterà per tutta la carriera.

Da Re di Atlanta a perdente

Dopo una ottima stagione da All-Rookie first team ed i conosciutissimi exploit nelle gare delle schiacciate, Dominique Wilkins dimostra un’attitudine sempre più predisposta verso il successo di squadra, attestandosi  spesso e volentieri attorno ai 30 punti per gara (conquisterà il titolo di miglior marcatore nel 1986). Ma la singola prestazione non è mai sufficiente per vincere.

Il roster attorno a lui non è assolutamente malvagio (con Mike Fratello in panchina e la crescita di Kevin Willis), ma viene a più riprese eliminato in post season dai Celtics di Larry Bird, creando una rivalità destinata ad accendersi definitivamente nella stagione 1987/88, con le due squadre che si ritrovano in semifinale di Conference.
In quella stagione The Human Highlight Film è determinato a mostrarsi qualcosa di più che uno spettacolare schiacciatore, concludendo con il suo massimo in carriera per punti (30,7 per gara) e dando vita ad uno dei duelli più belli nello Slam Dunk Contest durante l’All Stars Saturday.

La sfida all’ultima schiacciata lo vedrà soccombere solo alla fine – per merito del famoso volo di Jordan dalla linea di tiro libero – e probabilmente in modo non casuale considerando che la rivincita tra i due si disputava a Chicago. Nique avrà modo di mettersi in luce anche nella partita delle stelle comunque, dove realizzerà  28 punti. Nei playoff i suoi hanno la meglio su Milwaukee al primo turno, prima di trovar nuovamente  Bird ed i Celtics, con la forte sensazione di poter riuscire nell’impresa di batterli, volando in finale di Conference.

I due intraprendono una battaglia personale tra le più entusiasmanti della decade, con Boston che si porta sul due a zero prima di esser sconfitta tre volte consecutive, con un Nique che sciorina il meglio del suo repertorio : 40 punti in gara 4 ad Atlanta e 35 nella sconfitta di gara 6 al Garden, dove il sogno degli Hawks si infrange per appena due punti. Tutto è rimandato alla decisiva settima sfida.

Qui The Human Highlight Film si supera anche per concretezza, in un duello drammatico con i Celtics di Bird e McHale che la spuntano per 118 a 116. Lui fa registrare 47 punti, con 19 su 33 dal campo, ma non basta. Così come non sono sufficienti i 18 assist di Doc Rivers, la doppia doppia di Willis ed i 22 punti di Randy Wittman: i sogni di gloria sono nuovamente rimandati a data da destinarsi, con molte delusioni da affrontare negli anni a seguire.

Nella decade degli anni 90, Wilkins si conferma come una delle stelle più amate della lega nonostante abbia scollinato i trent’anni, ma è costretto a fermarsi a causa di un bruttissimo infortunio. Il 28 Gennaio del 1992 si rompe il tendine d’Achille in una sfida contro i Philadelphia 76ers, e se fino ad allora non era riuscito a togliersi di dosso l’etichetta di “perdente”, adesso doveva sopportare anche quella di “giocatore finito”.

Lavora a testa bassa, ottenendo un ritorno in tempi record con l’avvio del campionato successivo, mettendo a tacere i detrattori con una stagione strepitosa da 29,9 punti per gara, senza perdere quasi niente in materia di atletismo (considerando che nel frattempo aveva raggiunto i 33 anni d’età). Ma nonostante questo – malgrado una lenta ristrutturazione – gli Hawks non appaiono squadra capace di superare il secondo turno di playoff, almeno fino al campionato seguente, la stagione 1993/94.

È l’anno dell’uscita di scena di Michael Jordan, con una lega orfana che si interroga su chi potrà raccoglierne il testimone, e le velleità di tantissime squadre si alimentano ulteriormente.

Durante la pausa per l’All Stars Game di Minneapolis, Atlanta non funziona assolutamente male, e Nique è convinto di avere finalmente la sua chance per arrivare fino in fondo, grazie all’arrivo (nel frattempo) di una point guard come Mookie Blaylock e la guida di coach Lenny Wilkens. Dominique dichiara che la squadra si è data un limite di due anni per vincere l’anello, soddisfatto per il rendimento, fiducioso di poter anche anticipare i tempi visti i risultati.

In effetti gli Hawks concluderanno la regular season con il primo posto ad Est (grazie a 57 vittorie contro 25 sconfitte), ma poco dopo aver pronunciato quelle parole, la bandiera della squadra verrà spedita nella franchigia più depressa della lega, i Los Angeles Clippers, in cambio di Danny Manning. Si tratta di un affronto che minerebbe la psiche di chiunque: dopo i migliori anni dedicati alla causa, il ritorno da un infortunio che per molti significa “fine carriera”, giunto finalmente a guidare i suoi nella miglior metà di stagione di sempre, Atlanta decide di fare a meno di The Human Highlight Film, sostituendolo con un giocatore che farà comunque le valigie per Phoenix pochi mesi dopo, da free agent.

Lui stringe ancora i denti però, perché c’è un Mondiale da vincere con il Team Usa versione 1994, quel Dream Team II che dominerà la competizione di Toronto, in cui Nique si distingue con oltre 12 punti di media (terzo realizzatore di squadra) e la miglior prestazione in finale, con 20 punti nella sfida per la medaglia d’oro contro la Russia. È il primo trofeo che vince da professionista.

La carriera ad alti livelli di Wilkins finisce sostanzialmente qui, perché dopo 25 gare nella tristezza lonsangelina firma proprio con i “nemici storici” dei Boston Celtics, che guida – da top scorer –  all’ottavo posto playoff nonostante un record perdente, per soccombere al primo turno di fronte ai Magic di Shaq e Penny. Il passare del tempo comincia a farsi sentire, le motivazioni appaiono in vertiginosa decadenza, e Nique si trova di fronte al bivio di ritirarsi a 35 anni o provare nuove avventure. Vincerà la seconda opzione, ovviamente.

Il tentativo di redenzione europea

Sfruttando la clausola di buyout presente nel suo contratto triennale con Boston, Dominique Wilkins è il grande colpo estivo del Panathinaikos Atene, deciso a conquistare l’Eurolega anche in competizione interna con i rivali dell’Olympiakos Pireo.

Non sarà più quel giocatore capace di windmill devastanti ed incursioni da stropicciarsi gli occhi, ma appare comunque impattante per la realtà del vecchio continente, ed il Pana se ne accorge subito puntando dritto alle Final Four di Parigi, la città in cui Nique è nato. Nella capitale francese mette a referto 35 punti con 10 su 18 dal campo in semifinale contro il CSKA, in cui sembra tornato ai tempi delle sfide con Bird, semplicemente cambiando il risultato in suo favore. Poi resta solo da sconfiggere il Barcellona, per alzare al cielo il primo trofeo di squadra della carriera (tralasciando la Coppa di Grecia appena vinta): l’ex numero 21 degli Atlanta Hawks appare da subito come un uomo in missione, trascinando i suoi con 16 punti e 10 rimbalzi in una gara che si complica clamorosamente nel finale, risolta al fotofinish.

Per lui c’è anche il premio di MVP delle Final Four, e la soddisfazione per una conquista tanto prestigiosa deve avergli solleticato vecchie velleità. Perché, in fondo, negli Stati Uniti un’Eurolega conta quanto una vittoria in trasferta a metà stagione in Tv Nazionale, e lui si sente ancora un dannato perdente nonostante tutto.

Inoltre, la nostalgia di casa si fa decisamente sentire, e dopo neanche 12 mesi dalla scelta europea decide di tornare in patria, accasandosi ai San Antonio Spurs: una squadra che deve fronteggiare la regular season priva sia di Sean Elliott (gioca appena 39 gare) che di David Robinson, con risultati ovviamente disastrosi. Vincono appena 20 partite su 82, all’interno delle quali Wilkins si mette in mostra con 18 punti di media, risultando il migliore della peggior squadra della lega, la stessa che la stagione precedente aveva concluso al secondo posto di Conference ad una sola partita dalle 60 vittorie stagionali.

Non tutto il male vien per nuocere per Popovich ed i suoi, perché li attende la prima scelta assoluta del Draft 1998, trasformatasi nel signor Tim Duncan da Wake Forest University, colui che li condurrà prestissimo all’agognato anello.

Dominique Wilkins tutto questo non lo vedrà, perché appena conclusa la sua prima esperienza in Texas fa di nuovo le valigie alla volta dell’Europa, stavolta con fermata in Italia, più precisamente Bologna. Sponda Fortitudo. La storia la conosciamo benissimo, ed ancora una volta Nique recita la parte dell’eterno perdente, protagonista suo malgrado del famosissimo “canestro da 4” di Danilovic.

Si tratta di un anno clamoroso rispetto alla rivalità cittadina tra Virtus e Fortitudo, con le V Nere che conquisteranno l’Europa lasciando ai “fratelli figli unici” una misera Coppa Italia, prima di affrontarli in finale di campionato. Ad un secondo dal termine di gara 4 avrebbe nelle sue mani anche la tripla dello storico scudetto, tecnicamente impossibile ma non fuori di troppo, tutto sommato.

Nella decisiva gara 5 la vittoria sembra già in tasca ad una manciata di secondi dalla fine dei regolamentari, il resto è storia.

Wilkins e Danilovic sono i due giocatori più stanchi in campo, devastati fisicamente da una stagione logorante: il serbo è appena tornato a Bologna rifiutando i lustrini della NBA, pur avendo dimostrato di poter dire la sua a Miami e Dallas. L’altro, che ha oramai abbandonato ogni sogno di gloria nella lega che ha contribuito a far conoscere nel mondo, cerca di cancellare ogni dubbio continuando a vincere fuori dagli Stati Uniti.

Per Dominique la partita non è facile: battibecca con Myers e con l’allenatore, viene richiamato in panchina dopo appena 5 minuti di gioco, tira poco e male dal campo, ma le cose si mettono bene per i suoi. Avanti di undici punti a sei minuti dalla sirena.

A ventisei secondi dalla fine la Fortitudo conduce di quattro lunghezze, ed alla Virtus serve una tripla rapida. La palla arriva in mano a Danilovic, marcato da Wilikins, che da quasi otto metri scocca un tiro fuori equilibro, toccato dal difensore statunitense. Segna e subisce il fallo  – si, secondo gli arbitri è fallo –  impattando la partita.

Nel supplementare a seguire, ogni conclusione del serbo troverà il fondo della retina, mentre ogni tiro di Wilkins si schianterà pesantemente contro il ferro. È lui il colpevole per la clamorosa debacle, ancora oggi – se siete tifosi fortitudini – non ci sono né dubbi a riguardo, né bei ricordi circoscritti alla permanenza italiana di The Human Highlight Film. A nulla serviranno gli ammonimenti dello stesso Danilovic nel post partita, che si rivolgerà malamente ai giornalisti sottolineando quanto fosse opportuno portar rispetto a Nique, che lui è uno di quelli che ha fatto la storia del gioco.

Quattro anni prima del suo ingresso nella Hall Of Fame (classe 2006), Wilkins avrà modo di ricordare quella stagione in modo poco simpatico, in un’intervista alla Gazzetta dello Sport. Definirà il presidente Giorgio Seragnoli “un pazzo” e Carlton Myers “un cancro” che minava l’armonia dello spogliatoio, senza mai passare la palla. Racconterà di aver giocato quella partita con un gomito malmesso, che si era reso disponibile a scendere in campo solo per contribuire con la sua leadership, trovandosi suo malgrado nel ruolo del protagonista dalla parte sbagliata. Ma non serve a niente.

Conclude la sua carriera di nuovo tra i pro, stavolta agli Orlando Magic nella stagione 1998/99. Quella del lock out, dove scende in campo 27 volte per appena 5 punti di media, chiudendo in roster con il fratello Gerald di quattro anni più giovane, anche lui al capolinea di un’avventura da ottimo role player tra Cleveland e New York.

Saluta il mondo della pallacanestro con 9 convocazioni consecutive all’All Stars Game, il titolo di miglior marcatore dell’86 e i due trofei di re degli schiacciatori nella competizione dedicata. Attualmente si trova al tredicesimo posto tra i migliori realizzatori di sempre, con 26668 punti in 1074 gare disputate, pur essendo stato escluso dai 50 migliori giocatori di ogni epoca nominati dalla lega durante il Week End di Cleveland nel 1997.

Ma soprattutto – se vogliamo lasciar perdere il Mondiale e l’Eurolega – chiude 19 anni di professionismo con “zero tituli” come direbbe Mourinho: una macchia indelebile che lo definisce tra i più spettacolari solisti di sempre, tra quelli privi di un anello al dito.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

Lascia una recensione

avatar
500
  Invia  
Notificami