L’incredibile storia del Principe del Baltico

 L’incredibile storia del Principe del Baltico

Quando parliamo di Arvydas Sabonis, l’esercizio retorico più frequente riguarda il tempismo del suo arrivo tra i pro. Cosa sarebbe potuto essere il mostro lituano, se avesse deciso di volare in America prima del compimento dei 31 anni di età?
Un interrogativo che lo stesso Sabas si è sentito rivolgere a più riprese, tornato di strettissima attualità con l’approdo del figlio Domantas nella Nba (a maggior ragione guardando alla crescita costante del centro in forza agli Indiana Pacers).
Eppure, così come i parallelismi tra padre e figlio appaiono complessi, dietro una domanda simile si cela una mancanza di rispetto indiretta verso la carriera del Principe del Baltico, considerando quanto ha lottato per esprimersi liberamente, a partire dalla tenera età di 13 anni.
Arvydas Sabonis non ha combattuto soltanto con infortuni falcidianti per un corpo tanto sviluppato in lunghezza,  ma ha subito l’imposizione della Madre Russia sulle velleità indipendentiste della sua Lituania, obbligato ad onorare una nazionale decisa a spremerlo per l’orgoglio sovietico. Si dice controllato addirittura da KGB perché non “saltasse il muro”, sfuggendo dai confini nazionali per approdare altrove.
Il processo che lo ha portato ad accettare la chiamata dei Portland Trail Blazers nel 1995, è stato più drammatico di quanto può apparire. Così come il suo impatto ha rappresentato una rivoluzione ben più segnante di quanto le cifre raccontino.
Del resto, volessimo trovare un esempio capace di condensare le caratteristiche umane e professionali di Arvydas, potremmo ispirarci sicuramente al suo ingresso nella Hall of Fame di Springfield, datato 12 Agosto 2011.
Una standing ovation da parte della sala, mentre si avvicina al microfono accompagnato da Bill Walton: poco meno di 50 secondi di speech, guardando la platea dritta negli occhi, coinciso ed essenziale in un inglese grammaticalmente elementare. Era la prima volta che tornava degli Stati Uniti dalla fine dell’esperienza con i Trail Blazers, che malgrado la veneranda età, non coincise con la conclusione di una carriera avventurosa.

Una cavalcata entusiasmante e senza fronzoli, lasciando vacante soltanto la casella di World Champion all’interno di un palmares difficile da pareggiare, esplicativo per uno dei più grandi giocatori non americani ad aver mai calcato un campo da basket.
Per raccontarla, quindi, è necessario andare con ordine.

Lo Zar di Russia

Incastonata tra Lettonia, Bielorussia, Polonia e Mar Baltico, la Lituania è un paese passato di mano più volte nel corso del novecento: dichiara la propria indipendenza nel 1918, passando sotto l’Unione Sovietica nel 1939 per esser poi invasa dalla Germania Nazista nel 1941, pagando un prezzo salatissimo in materia di morti innocenti.  Con la conclusione delle ostilità e la riannessione all’interno dell’URSS, ogni volontà di guerriglia a vantaggio della propria autonomia viene repressa da KGB e NKVD, attraverso “operazioni di pulizia” che prevedono uccisioni, torture e le famigerate deportazioni in Siberia.
E proprio nel 1964 – in avvio della fase calda della Guerra Fredda tra Russia e Stati Uniti – Arvydas Sabonis nasce da umile famiglia in quel di Kaunas, oggi il principale centro industriale del paese.
Viene al mondo in un glaciale 19 Dicembre, e passeranno ben 13 anni prima che prenda in mano un pallone da basket per la prima volta, pur trattandosi di uno sport che veniva vissuto come una sorta religione a quelle latitudini.
Del resto, il “piccolo” Arvydas  cresce tanto ed in modo repentino, e riesce a conquistare la nazionale juniones Sovietica nel giro di due anni, giungendo alla guida di uno Zalgris destinato a comandare il campionato con lui al centro del gioco, anche e soprattutto a scapito del CSKA di Mosca.
Effettivamente, se la conquista del titolo sovietico rappresenta una sorta di rivincita per l’identità del suo popolo, la Nazionale non appare il traguardo preferibile per Sabas ma, venendo da subito considerato un “patrimonio da salvaguardare” per i successi futuri, non può far altro che vestirne la maglia facendo quello che sa fare meglio: giocare a pallacanestro.
Dall’alto dei suoi 221 centimetri, in occasione di un tour di esibizione da parte di alcune squadre di college Americane, sottomette nient’altro che Ralph Sampson, già scintillante promessa dall’altra parte del globo.
La selezione sovietica diviene il suo primo palcoscenico mondiale, lasciando a bocca aperta gli osservatori statunitensi, che iniziano a sognarne il reclutamento universitario.
Bobby Knight si innamora delle sue capacità, addirittura Dale Brown di Lousiana State scrive a Regan e Gorbaciov proponendo un programma di scambi culturali con l’impero sovietico: “è meglio di Ewing” si dice in giro, e gli Atlanta Hawks provano a giocare d’anticipo selezionandolo con la pick 77 del Draft del 1985. È troppo giovane però, e la violazione della norma a riguardo invalida tutto.
L’anno seguente ha la meglio Portland, chiamandolo a fine del primo giro, poco prima di incontrare David Robinson e la nazionale Usa ai Mondiali spagnoli, facendo inevitabilmente un figurone (pur uscendo sconfitto di appena due punti in finale).
Ma figuriamoci se i russi si sognano di condividere con gli acerrimi nemici un talento simile.
Il primo Sabonis è un giocatore unico nel suo genere, tecnicamente devastante con un utilizzo magistrale del piede perno, che lo rende sostanzialmente immarcabile in post basso, forte di una gamma di movimenti infinita e una sviluppatissima intelligenza cestistica.
Contemporaneamente è capace di segnare con continuità anche dal mid range, con qualche incursione da dietro l’arco, caratteristiche che lo rendono devastante in tutto il Vecchio Continente ed oltre, considerando un atletismo più che accettabile, almeno fino al fattaccio.

Si, perché i sovietici ne abusano al limite delle possibilità, senza garantire particolari riguardi verso il suo corpo, costringendolo a giocare anche da acciaccato.
È così che si procura la rottura completa del tendine d’Achille della gamba destra, venendo spedito in Lituania per finire sotto i ferri, un’operazione in cui i medici deputati ricevono indicazioni da luminari moscoviti addirittura tramite telegrafo.
Terminata una riabilitazione assolutamente insufficiente rispetto alla gravità dell’infortunio, il suo tendine d’Achille cede di nuovo, stavolta durante un’azione quotidiana, e la seconda operazione appare l’anticamera della conclusione forzata di una carriera spezzata poco dopo l’avvio.
Un potenziale what if appunto, ma è qui che entrano in gioco i Portland Trail Blazers.
Offrono assistenza medica al giocatore del quale detengono i diritti di scelta, sostenuti da Stern e dal magnate di Atlanta Ted Turner (a capo degli Hawks), ed accolgono il Principe del Baltico permettendogli una riabilitazione a cinque stelle in Oregon.
Una vera e propria dichiarazione di amore, mentre in URSS lo davano tutti per spacciato. 
Quando ritorna in patria mancano poco meno di 3 mesi dalle Olimpiadi di Seul, e gli Americani – coscienti delle capacità sul campo del gigantesco lituano – lasciano intendere che in cambio delle cure offerte desidererebbero che non partecipasse ai Giochi, togliendo di mezzo l’avversario più pericoloso. Oltretutto giocare così presto avrebbe messo a repentaglio la stabilità del suo corpo.
Chiaramente la federazione sovietica convoca Sabonis al camp preolimpico e, con coach Gomelski che promette ai suoi l’aiuto per giocare fuori dalla Madre Patria in caso di medaglia d’oro, non è difficile immaginare le motivazioni che animano un Principe reduce dalle sfarzosità d’oltreoceano.
Alla fine russi e statunitensi si incontrano in semifinale, ed Arvydas battaglia contro il solito David Robinson, ottenendo la meglio in materia di risultati di squadra: americani fuori, e strada spianata verso il successo iridato.
Quella sconfitta sarà l’evento scatenante per la nascita del Dream Team, mentre per quanto riguarda Sabonis, le condizioni in cui versa il suo corpo lo portano a restare a Kaunas, seppur contrariato.
Coach Gomelski lo aiuterà a sbarcare in Spagna l’anno seguente, a Valladolid, dove gioca tre anni recuperando completamente dai fastidi, fino ad ottenere la prestigiosa chiamata dal Real Madrid, con il quale vincerà la Liga e finalmente l’Eurolega. Ovviamente da MVP.
È il 1992, molte cose stanno cambiando, e la Lituania è appena divenuta una nazione indipendente che può partecipare alle Olimpiadi di Barcellona, magari gareggiando con la squadra più forte di sempre capitanata da Jordan, Magic e Bird.
Sarunas Marciulionis – compagno di Sabas e già in forza ai Golden State Warriors – riesce a staccare un assegno addirittura alla band dei Grateful Dead per finanziare la divisa nazionale, producendo una maglia iconica, psichedelica, addirittura benaugurante.
La Lituania finisce sul podio ottenendo il bronzo, presentandosi al mondo intero come “nazione”. Sabonis sparisce in occasione della premiazione finale, riemergendo – come leggenda narra – dal dormitorio femminile qualche giorno dopo.
È tempo del grande salto, quindi.
All’età di 31 anni Arvydas Sabonis risponde finalmente alla chiamata di Portland, sbarcando nel campionato di pallacanestro più importante del mondo, con l’idea ovviamente di vincerlo. Che praticamente è l’unico titolo che gli manca.

Sabas sbarca in America

La versione di Sabonis che calca i parquet statunitensi, è inevitabilmente differente da quella dei suoi anni d’oro, prima degli infortuni. Se vogliamo considerare il periodo spagnolo come la seconda fase di una carriera impressionante, la terza parte relativa ai sette campionati a Portland si avvia in uno scetticismo generale.
“Basandosi solo sulle radiografie, sarebbe pronto per ricevere un tagliando per il parcheggio per gli invalidi” dichiarano dallo staff medico dei Blazers, e ci sono da sottolineare due piccoli difetti che fino ad ora non abbiamo trattato: una tendenza al sacrificio in allenamento non esattamente sviluppata e una passione per l’alcool piuttosto spiccata.
Unendo questo con condizioni atletiche limitate – 31 anni non sono l’età ideale per presentarsi come rookie in NBA – sarebbe facile immaginarsi un fragoroso fallimento del progetto.
Ed invece i Blazers conoscono perfettamente le capacità tecniche e l’intelligenza cestistica di Sabonis, investendolo di fiducia e venendo ripagati da subito, con una stagione d’esordio da 14,5 punti e 8 rimbalzi per gara in 24 minuti di impiego medio.
Del resto, offensivamente il lituano sa fare tutto: gancio, semi gancio, scivolamento, passo e tiro con una capacità di prendere posizione che agevola il servizio da parte dei compagni. Non è più in grado di partire in palleggio concludendo in penetrazione, né di giocare sopra il ferro intimidendo gli avversari nella metà campo difensiva, ma il suo piazzato dalla distanza continua ad essere efficace, e poi c’è il suo talento di passatore.
In una delle prime gare con la maglia di Portland, distrugge ogni lecito dubbio dei compagni con due giocate consecutive incredibili: una clamorosa visione direttamente da dietro la schiena ed un assist smarcante ed imprevisto, entrambe capaci di cogliere impreparata la difesa.
Se in post basso le sue movenze sono enciclopediche, lentezza e difficoltà difensiva rappresentano un problema, così come una presenza a rimbalzo offensivo limitata dalla mancanza di esplosività.
Per quanto non giochi mai una stagione completa (eccetto quella funestata dal lock out), 82 gare sono complicate da sopportare, con i Blazers in fase di trasformazione a caccia del titolo Nba.

Nella stagione 1995/96 – in cui ottiene il riconoscimento dell’ all-rookie first team – conquista il quintetto base nei playoff, onorandoli con 23,5 punti ed oltre 10 rimbalzi per gara in 36 minuti di gioco, nelle cinque partite a disposizione. Ma quella è ancora la squadra di Rod Strickland, che da lì a poco lascerà spazio agli arrivi di Damon Stoudamire e Rasheed Wallace prima, e di Scottie Pippen e Steve Smith poi, completando un organico profondo e competitivo.
Lui, nel frattempo, bissa il bronzo di Barcellona con la Lituania nelle Olimpiadi di Atlanta del 1996, quando ormai in America tutti lo conoscono, lo apprezzano, lo temono.
Nei playoff del 1999, i Blazers eliminano in semifinale di Conference i Jazz di Stockton e Malone, con un Sabas che può far valere la sua tecnica nella sfida diretta contro l’umilissimo Ostertag. Ma raggiunta l’ultima fase del tabellone ad ovest, ritrova ancora quel David Robinson con il quale aveva combattuto a Seul ’88, ma le cose vanno decisamente peggio.
L’Ammiraglio ha passato un numero minore di acciacchi, e soprattutto è stato seguito da un sistema meno improvvisato di quello sovietico, rispetto ad un Arvydas che gioca comunque una gara 2 gagliarda, teoricamente vincendo anche il confronto. Peccato che quelli siano gli Spurs di un giovanissimo Duncan, e lo sweep viene servito senza troppi complimenti.
L’anno seguente arrivano i sopracitati Pippen e Smith, con il ritorno in finale di Conference, ma l’esito è il medesimo: Portland esce dopo sette partite, sconfitta da una clamorosa rimonta dei Lakers targati Kobe, Shaq e Phil Jackson nell’ultima frazione dell’incontro decisivo.
Sabonis soffre  tremendamente O’Neal – in una fase oggettivamente devastante della sua carriera – caricandosi di falli ed incidendo pochissimo anche in attacco.
A 35 anni suonati decide di provarci ancora, giocando altri due stagioni con l’intermezzo del 2001/02, in cui i guai fisici lo costringono al ritiro, salvo tornare per 78 partite al compimento del trentottesimo anno di età.
Qualsiasi altro essere umano opterebbe per il ritiro, ed invece nella carriera del Principe del Baltico c’è spazio per una quarta ed ultima fase: il ritorno allo Zalgris di Kaunas, dove gioca un’edizione clamorosa dell’Eurolega 2003/04 in cui viene addirittura nominato MVP.
Raggiunti i 40 anni, diviene anche proprietario di maggioranza della squadra della sua città, proseguendo in una storia personale che passa dall’ingresso nella Hall of Fame per giungere al “passaggio del testimone” al figlio Domantas, dalle caratteristiche diverse ma granitico come il padre alla sua età, seppur in contesti differenti.
Forse, considerando l’attitudine forzata dal fisico in decadenza, tra i giocatori odierni quello che lo ricorda di più per caratteristiche è Nikola Jokic, ma non chiamate Arvydas Sabonis un what if.
Non lo è stato.
Guardate il suo palmares, i suoi highlights anche precedenti all’arrivo in America. Pensate che ha combattuto anche contro la Russia Sovietica, mentre sconfiggeva gli Stati Uniti alle Olimpiadi, prima di superare un infortunio che avrebbe distrutto la carriera di un qualsiasi altro atleta della sua stazza.
Pensate che ha lottato contro tutto e tutti, anche contro il destino, volendo. E che in tutto questo ha sempre mantenuto concretezza e risultati, dominando il gioco con la mente quando fisicamente non ne aveva più le possibilità.
Oggi, allo scoccare del suo cinquantacinquesimo compleanno, più che chiedervi cosa sarebbe potuto essere, domandatevi chi altro potrà fare altrettanto.
E alla fine, se volete, riempitevi pure un bicchierino di vodka e fate un brindisi al Principe del Baltico, che uno in quel modo lo vedremo ripassare difficilmente, anche in NBA.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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