Intervista ad Alessandro Mamoli per l’uscita di “Basketball journey”

 Intervista ad Alessandro Mamoli per l’uscita di “Basketball journey”

Basketball Journey (ed. Rizzoli) è il nuovo libro di Alessandro Mamoli, ex giocatore di basket, oggi noto giornalista e commentatore per Sky Sport NBA, e Michele Pettene, giornalista con la passione per la pallacanestro, già autore del romanzo sportivo La morte è certa, la vita no. Il libro è frutto di un viaggio compiuto dai due autori in alcuni dei luoghi più importanti per la storia della pallacanestro americana e segue un filo logico che va da Springfield, Massachussetts, dove James Naismith ideò le basi del basket, fino a Lawrence, Kansas, dove lo stesso Naismith è sepolto.

Noi di The Shot siamo andati alla presentazione del libro al Mondadori Megastore di Milano. Qui abbiamo avuto modo di parlare direttamente con Alessandro e domandargli di questa sua ultima fatica.

D: Come sono nati il sodalizio con Michele e l’idea di Basketball journey?

Alessandro: Inizialmente doveva essere un progetto documentaristico. Avrei voluto raccontare tramite video le storie sportive che poi ho raccontato nel libro. Da lì è nata poi l’idea di un progetto social, e di conseguenza è nata anche l’idea di scrivere qualcosa per approfondire quelle stesse storie. In seguito però non ho avuto modo di fare il documentario ed è saltato anche il progetto social, quindi ho deciso di dedicarmi allo sviluppo del libro grazie ad una persona che mi ha spinto in questa direzione. Essendo un progetto impegnativo non me la sentivo di avventurarmici in solitaria, quindi Michele è stata la prima persona che mi è venuta in mente quando si è configurata l’idea di questo libro on the road. Lo conosco bene, mi piace come scrive e ritengo che sia una persona che meriti della visibilità. Ho voluto quindi dargli l’opportunità di mettere in mostra le sue capacità in un contesto un po’ più ampio rispetto a quello con cui avesse avuto a che fare finora.

D: Il viaggio invece come lo avete organizzato?

A: Abbiamo cercato di studiare geograficamente i luoghi da visitare, in modo che ci fosse connessione territoriale. La prima parte del tragitto l’abbiamo fatta tutta in macchina, l’unico “salto geografico” lo abbiamo compiuto da Indianapolis a Lawrence, dove è sepolto il Doc [James Naismith, ndr], con l’epilogo poi del titolo NBA vinto da Toronto che abbiamo in realtà cavalcato in un secondo momento per chiudere il cerchio con quanto avessimo raccolto fino a quel momento.

D: Il fatto di dedicare il libro a Naismith è qualcosa che sentivi di voler fare da tempo o è una cosa nata nel corso del viaggio?

A: No, no…La riconoscenza è una cosa che mi appartiene, a prescindere che sia per Naismith o per altre persone. Quando arrivi a 45 anni, ti guardi indietro e ti accorgi che tutto quello che hai fatto nella tua vita è legato alla pallacanestro, ti poni la domanda “Ma dove è iniziato tutto questo?”. Se pensi al tuo inizio personale puoi dare la “colpa” – o il merito – alle persone che ti hanno formato come allenatori o insegnanti, ma poi il vero inizio di tutto è quello: un professore di educazione fisica che nel 1891 decide di appendere due ceste di frutta in palestra e inventare la pallacanestro. Mi sembrava una cosa doverosa in qualche modo.

D: Nel corso delle varie tappe tu e Michele avete conosciuto Jimmy Plump e visitato la Hoosiers Gym, oltre a un sacco di altri luoghi storici e carichi di significato per gli amanti di questo sport. Com’è stato conoscere Jimmy e visitare questi luoghi? Cosa vi ha lasciato?

A: Per come siamo fatti noi, è stato meraviglioso. Io e Miky la pensiamo allo stesso modo e l’ho scelto per accompagnarmi anche per questo: ha il mio stesso tipo di ammirazione nei confronti del passato e ha quel tipo di reazione nel momento in cui conosce qualche personalità che ha fatto la storia di questo sport o va in un luogo in cui è successo qualche avvenimento importante. Poi c’è comunque da dire che ogni luogo che abbiamo visitato ci ha lasciato qualcosa di diverso: se visiti la palestra di Hershey, dove Wilt ha segnato i 100 punti in una partita, puoi rivivere quei momenti solo immaginandoli nella tua testa, mentre per esempio la Silent Night o la rivalità tra Duke e North Carolina le abbiamo vissute in modo tangibile ed è stata tutta un’altra cosa.

D: Nel libro parlate di Wilt e Kobe come “alfa e omega” della città di Philadelphia. Come avete provato a valutare il rapporto che hanno i cittadini di Philly e la gente che avete conosciuto con queste due figure?

A: Attraverso la ricerca, il parlare, il realizzare. Come abbiamo scritto, è abbastanza mortificante che a Philadelphia sia rimasto poco il segno del passaggio di Wilt Chamberlain. È vero che era un’altra epoca, perché oggi nell’era dei social c’è più senso di appartenenza e sei più in grado di capire cosa ti succede attorno perché ce l’hai a portata di telefonino, però proprio per questo forse vale la pena lasciare un segno, visto che non c’è più la possibilità di rendergli omaggio. Adesso a dire il vero credo che una targa l’abbiano messa, però quando vai sul posto ti accorgi un po’ della reazione delle persone.

Bryant invece non è proprio benvoluto, perché i suoi concittadini non lo vedono come un figlio della città di Philadelphia. Diciamo che forse è un po’ più legato lui alla città di quanto la città sia legata a lui, perché è dove è nato e – in parte – cresciuto. Quando pensi a Kobe pensi a un atleta, quindi di conseguenza lo riconosci per la carriera che ha avuto e lui la carriera l’ha passata tutta a Los Angeles, tant’è che quando giocò le Finals del 2001 a Philadelphia lo fischiarono.

D: Ultima domanda: qual è l’esperienza di questo viaggio che ti ha colpito di più, quella a cui sei più legato?

A: Non ce n’è una in particolare. Ce ne sono state diverse che mi hanno lasciato diverse sensazioni, ma forse la cosa più toccante è stata visitare il cimitero di Lawrence e trovarmi veramente lì, dov’è sepolto Naismith. Stessa cosa per Jim Valvano, che ha una storia che mi è sempre piaciuta: pur non essendo un grande allenatore, quello che ha fatto in vita e l’epicità di quel titolo del 1983 con North Carolina State, ai miei occhi lo rende unico. Ma mi ha colpito molto anche assistere con i miei occhi alla rivalità Duke-UNC e alla Silent Night, un’esperienza che vissuta dal vivo riflette tutti gli aspetti della pallacanestro: riesci a divertirti e impazzire all’interno di una palestra da 2500 persone in un college di Division III come Taylor University, dove sono riusciti a creare una tradizione unica al mondo.

Davvero però non saprei dire quale sia l’esperienza che più mi ha segnato di questo viaggio: siamo passati dalla più grande rivalità del college basket, alle high school dove hanno giocato alcuni dei più grandi giocatori di sempre (Crispus Attucks di Oscar Robertson, Lower Merion di Kobe Bryant, Overbrook di Wilt Chamberlain), fino a conoscere Bobby Plump, il cui tiro oggi è considerato l’evento sportivo più famoso nello stato dell’Indiana. Ci sono stati i Colts, gli Hoosiers di Bobby Knight che finirono una stagione da imbattuti vincendo un titolo nazionale, ma se chiedete a qualcuno dell’Indiana vi dirà che quel tiro di Bobby Plump per quello che significava il torneo statale ai tempi, resta tutt’oggi la pagina di sport più importante dell’Indiana.

Sebastiano Barban

Tifo Bucks da prima che andasse di moda, colleziono jerseys, accendini e delusioni.

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