Abbiamo intervistato Aleksandar Djordjević

 Abbiamo intervistato Aleksandar Djordjević

Mezzora prima di ogni partita, beveva un doppio caffè con aggiunta di ginseng. Era una specie di rito, per lui, un gesto simbolico. Gli dava la carica giusta. E di carica, voglia di competere, di vincere, ne aveva in abbondanza. Aneddoti a parte, molto adatti al contesto, stiamo parlando di un talento unico, un campione che ha fatto la storia del basket italiano ed europeo. Un giocatore impossibile da dimenticare, per chi ha vissuto il basket negli anni ’90. Un vincente, che non ha mai smesso di vincere. In campo come in panchina.  

C’è un addirittura un movimento, un’azione in campo, che ha preso il suo nome. Si chiama “movimento alla Djordjević”, lo stesso Steph Curry ne va ghiotto. Il play scarica la palla sulla penetrazione, non ferma il movimento, continua a tagliare, esce dall’angolo, riceve nuovamente la palla e tira da fuori in catch-and-shoot.

All’interno del rettangolo, la stella nata a Belgrado era parecchio all’avanguardia, fin da quando iniziò a fare sul serio con la palla a spicchi. Avanti rispetto ai suoi tempi, già molto moderno. Sempre estremamente carico, leader, determinato, concentrato, senza fronzoli. Doti tecniche di prim’ordine e faccia tosta per mettere in pratica tutto il talento che madre natura gli aveva donato.

Alexandar Djordjević – detto Sasha – accorpava a indiscusse doti come distributore e passatore, una verve offensiva degna delle migliori point-guard del pianeta. Una voce un po’ fuori dal coro, in Italia, in un’epoca in cui il prototipo del playmaker di alto livello corrispondeva all’identikit di gente come Roberto Brunamonti, Davide Bonora o Nando Gentile (padre di Alessandro). Ragionatori puri, con l’obiettivo primario di impostare lo schema.

C’è anche andato nella NBA, Djordjević. C’è andato un po’ tardi, a 29 anni, perché amava stare e giocare in Italia. C’è andato nel periodo in cui persisteva ancora una qual certa “diffidenza” verso i giocatori non americani. Quando la fase lunare dei vari Nowitzki, Gasol e Ginobili era ancora di là da venire. E gente come Danilović, Sabonis o Kukoč , stava cercando di dare quantomeno continuità al lavoro incredibile iniziato dal compianto Drazen Petrović.  

“Il mondo NBA era affascinante. Oggi c’è molta più consapevolezza, ci sono molte più informazioni a disposizione. Ma, a quei tempi, bisognava andare nel momento giusto e nella squadra giusta. Bisognava avere pazienza e accettare magari un ruolo non da protagonista assoluto come in Italia, come in Europa”

ci dice senza mezzi termini Sasha

Non si può non essere d’accordo. Danilović in maglia Virtus sarebbe stata la prima e la seconda opzione offensiva di qualsiasi squadra con le più alte ambizioni lungo l’intero Vecchio Continente. Nella NBA, agli Heat, magari tirava dopo Alonzo Mourning, Tim Hardaway, Rex Champan o addirittura Voshon Leonard (specialista, con un gran tiro da oltre l’arco). Alla fine, Predrag andava comunque in doppia-cifra di media. Ma solo perché il talento lo puoi contenere fino a un certo punto.      

Era il 1996, secoli fa. La squadra di cui Djordjević ha indossato la maglia erano i Portland Trail Blazers (per sole 8 partite). Michael Jordan il miglior giocatore in circolazione, i Bulls (72 vittorie) forse la corazzata più forte di sempre.  

Jordan? Decisamente il giocatore più forte contro cui abbia mai giocato”, mi dice proprio Djordjević in persona – oggi allenatore della Virtus Bologna Segafredo – con cui ho avuto modo di chiacchierare durante la presentazione dei nuovi prodotti Segafredo Zanetti (sponsor della squadra), presso la sede milanese della società di comunicazione Barabino & Partners. Beh, sono decisamente in tanti (tutti?) quelli che potrebbero dare una risposta del genere. Ma sono anche decisamente pochi – in Europa – quelli che possono dire di aver fatto parte della stessa “palla a due” con Air Jordan.     

La Virtus Bologna Segafredo ha iniziato la stagione con un record di dieci vittorie e zero sconfitte. È saldamente prima in classifica, dopo essersi aggiudicata – lo scorso anno – la Basketball Champions League. “Voglio ringraziare il patron Massimo Zanetti, per il percorso che ha deciso di fare insieme a noi”, tiene a precisare subito Djordjević. E fa bene, perché califfi come Teodosić magari non arrivano, se alla base non c’è un percorso chiaro, un progetto concreto di squadra.    

La Virtus sta esprimendo nel complesso un gioco molto spettacolare, fatto di numerosi tagli, ribaltamenti di campo (con penetrazioni dal lato-debole), palla che si muove a buon ritmo e frequenti extra-pass. “Ci sta che si perda qualche pallone in più”, ammette Sasha. Ci sta, certo. Lo scotto da pagare per far saltare la gente sulla sedia. Perché il basket è intrattenimento. E la squadra di Sasha sta raggiungendo pienamente questo obiettivo, mentre continua a collezionare W lungo tutta la Penisola.

Nel frattempo, da quando Djordjević ha smesso di giocare (2005), il basket europeo si è avvicinato in maniera inesorabile a quello americano. Al momento, in una selezione random della Top 10 dell’attuale NBA, nessuno – e dico nessuno – avrebbe il coraggio di lasciare fuori Giannis o Luka Doncic. Scusate se poco. Negli anni ’90, era una cosa impensabile. Era fantascienza allo stato puro.    

“Per Doncić, sky is the limit, come dicono gli americani. Sta facendo davvero grandi cose. Ha un talento immenso e una fisicità straordinaria, ma quello che spesso molti non vedono è la sua etica lavorativa. Sa leggere il gioco e gioca in maniera semplice, cercando raramente la soluzione spettacolare fine a sé stessa. La pallacanestro è più bella quando è semplice. Ma giocare in modo semplice è anche più difficile”.

Djordjević non ha dubbi

Poi, l’ex play di Milano si ferma un attimo e fa una riflessione interessante – e probabilmente molto veritiera – sull’importanza dei fondamentali:

“Al giorno d’oggi, molti ragazzini non hanno tempo di guardare le partite per intero. Si fermano agli highlights, dove purtroppo si percepisce solo una parte degli aspetti di gioco. Studiano poco la pallacanestro. Poi vanno in palestra e cercano di imitare il gesto spettacolare, togliendo focus e tempo all’apprendimento dei fondamentali, che sono irrinunciabili se si vuol giocare a basket ad alto livello”.

Ad alto livello come fa Doncić, che proprio sull’accuratezza dei fondamentali basa idealmente tutto il proprio gioco. Lo step-back di Luka è perfetto, perché l’ultimo palleggio prima del tiro è fatto nella posizione migliore per permettere un caricamento più efficace. La sua penetrazione finisce al ferro, nonostante un’esplosività limitata, proprio perché gli angoli del suo corpo durante il terzo-tempo nascondono la palla dalle grinfie della difesa. Luka sa eseguire a memoria un passaggio a due mani dal petto, ma anche a due mani sopra la testa, quando decide di penetrare e scaricare in salto all’uomo in spot-up. Sembrano gesti semplici, da minibasket, ma farli in modo corretto e a velocità NBA con quei risultati è tutt’altro che scontato. Giocare in modo semplice è anche più difficile. Amen.     

“Guardate i fondamentali che aveva Larry Bird, ci ha costruito su una carriera epica. Riceveva il passaggio e le sue tre dita erano già pronte a comporre la V sulla palla in modo automatico. Incredibile”.

Se gli chiedi dell’eccessivo utilizzo del tiro da 3 nella NBA, Sasha ti sorprende. Come quando andava in entrata, sembrava quasi metterla in layup, ma in una frazione di secondo decideva di scaricare l’assist al taglio sulla linea di fondo:

“Non generalizzerei sull’eccessivo utilizzo del tiro da fuori in NBA. Alcune squadre lo fanno, è vero, per allargare il campo, perché i giocatori che hanno sono abituati a tirare con più range, ma ci sono anche esempi di squadre come i Sixers che lo utilizzano di meno e vincono lo stesso. Anche in passato, non solo adesso, il tiro da 3 era una delle armi principali. Prendiamo i Rockets di Olajuwon, costruiti sul gioco in post di Hakeem e su una serie di tiratori perimetrali, come Horry, Elie, Maxwell, che aspettavano lo scarico del centro per metterla in spot-up”.   

Alla fine, gli chiedo di Nico Mannion, figlio di quel Pace Mannion di Cantù contro cui Djordjević ha avuto modo di giocare tante volte ai tempi di Milano:

“È uno dei giovani più interessanti in circolazione. Può essere un giocatore importante, sia in NBA che in Europa. Dipende solo da lui”.

Poi ci salutiamo e lui si va a prendere un caffè. Stringe qualche mano, scambia qualche battuta con i presenti. Lo fa con la stessa aria di sempre, diretto, fiero, cordiale, ma con pochi fronzoli. Con lo stesso piglio di quando giocava, un poeta mai estinto di un basket mai tramontato.  

Luciano M aka Penny di Nba2face

“Aggrappato” alla NBA dal 1990, quando lo “small ball” equivaleva a una bestemmia. Ex playmaker di Serie C, palleggio veloce e tiro da tre di Shaquille O’Neal. Mai tifato per nessuna squadra, ma il pensiero degli Orlando Magic di Penny lo destabilizza sempre.

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