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Dwight, il figliol prodigo

 Dwight, il figliol prodigo

Prequel

La metà di agosto è appena superata, quando un autentico fulmine a ciel sereno squarcia l’azzurro sopra i fan dei Lakers, che hanno concluso da poco la conta dei nuovi arrivi provenienti dalla free agency.
Danny Green da Toronto, Quinn Cook dai Warriors, Avery Bradley via Memphis, Troy Daniels dai Suns, Jared Dudley da Brooklyn ed, infine, DeMarcus Cousins, anche lui via Golden State. Tutto sommato non malaccio, da sommare all’acquisto di Anthony Davis.
Piccolo problema, l’arma segreta attesissima che ha fatto vedere grandi cose a Sacramento e New Orleans, dopo un anno di rieducazione (e ricadute) nella baia di San Francisco, si è da poco rotto il legamento crociato del ginocchio in una partitella di allenamento.
La suddetta conta delle novità si conclude con inevitabili imprecazioni, le ennesime dopo una stagione caratterizzata dalla malasorte:

È a questo punto che, praticamente dal nulla, sbuca l’auto-candidatura di un ex che non si è lasciato dietro un ricordo certamente brillante, caduto nell’oblio ed in attesa di un buyout: “Amo Los Angeles, e lo Staples Center sarà uno dei luoghi più fighi di tutta la Nba questa stagione” dichiarava Dwight Howard già un mese prima dell’infortunio di DMC, dopo essere finito ai Grizzlies da Washington, in seguito ad un campionato da appena nove partite giocate.

Il ricordo della pessima stagione 2012/2013 è ancora vivido, ma dopo aver fatto pubblicamente l’occhiolino a Lakers e Clippers, l’ex Superman appare il più quotato per coprire quel buco appena emerso nel ruolo di centro, presumibilmente senza troppe pretese contrattuali.
Le critiche all’operazione si sprecano, e tanti dei già imprecanti fan dei Lakers rincarano la dose: “non vogliamo un ritorno di Dwight” dicono, minacciando ed incolpando un po’ tutti tra dirigenza e “giocatori influenti” (si, il solito Lebron in veste di presunto plenipotenziario).
Ma il ragazzo si dichiara pentito e cambiato, sfoggia una forma fisica invidiabile e garantisce di aver risolto ogni tipo di problema precedentemente patito, convincendo la più cinematografica delle squadre Nba e garantendosi un clamoroso ritorno.

È un traditore” rincarano la dose i suoi detrattori. “Dopo averci mollato nella free agency 2013, scegliendo Houston, ci ha costretti ad anni sterili di ricostruzione e fallimenti”.
Niente da fare, Howard firma e ostenta una forma smagliante nei campetti di Venice Beach, sboroneggiando come pochi in un video divenuto virale.

Lebron lo accoglie, addirittura Kobe si dichiara fiducioso, e la stagione 2019/2020 dei Lakers si colora con un nuovo personaggio di cui discutere: Dwight è ancora un giocatore o si rivelerà un danno in campo e per lo spogliatoio?
La fan base si divide, a volte in modo anche eccessivamente infantile, con toni che sfiorano il tragicomico alternati a meme geniali, ma non c’è nulla da fare: il figliol prodigo, è tornato.

Il tradimento

Ma facciamo un piccolo balzo indietro di sei anni, quando il povero Superman decideva che Houston sarebbe stato il luogo migliore in cui vincere il primo anello di campione.
Firma un quadriennale da 88 milioni di dollari, e si becca l’etichetta di infame e traditore dai tifosi Lakers di tutto il mondo, che ancora possono godersi gli ultimi sprazzi di un Bryant sacrificatosi fino alla rottura del tendine d’Achille, per portare la squadra ai playoff l’anno precedente.
Quando lui e Kobe si incontrano sul parquet dello Staples Center, la scaramuccia è dietro l’angolo: i due vengono divisi, prendendosi a male parole dopo un rimbalzo con gomiti troppo alti da parte del centro, che si becca più volte il famoso appellativo “soft” (provando a rispondere con un “try me” poco convincente).

Apriti cielo, quindi: il pubblico è in delirio, ed il traditore Howard non riuscirà a scrollarsi più di dosso l’aggettivo, inanellando una stagione deludente dopo l’altra, passando attraverso qualche presunto scandalo erotico che non guasta, giusto per restare sulla cresta dell’onda degli sbeffeggiamenti generali. Insomma, un disastro.

Ma in mezzo a tutto questo rumore, è opportuno ricordarsi che il centro passato direttamente dal liceo ai Pro, ha avuto più di un problemino fisico a minarne la carriera.
Il primo di questi accade proprio nella primavera del 2012, operandosi un’ernia al disco per presentarsi comunque al training camp della sua nuova squadra, convinto proprio dallo stesso Kobe a firmare.
Le cose vengono messe in chiaro da subito: nelle gerarchie offensive di squadra Dwight viene subito dietro a Gasol e ovviamente a Bryant, e probabilmente la cosa non gli piace tantissimo.

Del resto, che quest’ultimo sia giustamente un intoccabile nella storia dei Lakers (e per i loro fans), è cosa consolidata. Almeno quanto sia conosciuta la sua ossessione maniacale per il duro lavoro, condita da atteggiamenti estremamente competitivi, dove lo spronare i compagni diventa talvolta annientarli psicologicamente. Di contro, un boccheggiante e poco elastico Howard sembra poco incline al sacrificio, e le difficoltà che occulta rispetto ad un recupero mai effettivamente completato dall’operazione, non aiutano: subisce più di qualche provocazione dal “despota”, e qualche volta minaccia quasi di reagire violentemente. O almeno, così raccontano i media, che marciano clamorosamente sulla questione, sfruttando il malcontento di una stagione piuttosto deludente nei risultati.

Il numero di sconfitte è logorante, e ci si mette anche Metta World Peace in un dopo gara, invitando il compagno a mostrare la foto di una massa bianco-giallastra fuoriuscita dal disco della sua schiena ad un giornalista di Bleacher Report, che la definirà come un qualcosa di disgustoso di oltre 12 cm di lunghezza. “Non ho idea di come abbia potuto giocare in questa stagione” rincara la dose l’ex Ron Artest “se la gente che lo critica vedesse quella foto, si ricrederebbe”.

Ma Howard preferisce non renderla pubblica, giocando sul dolore e prendendosi la colpa del fallimento stagionale, salvo poi essere invitato da Kobe stesso ripensarci, magari rifirmando da free agent. Si tratta dello stesso compagno che pochi mesi prima lo aveva definito “troppo concentrato sulla sua immagine, piuttosto che sulla sostanza del gioco”, di fronte ai cronisti.

Non c’è mai stato un problema con Kobe” ha commentato Dwight Howard qualche anno dopo, cercando di non approfondire troppo la faccenda. Le storie che sono circolate erano tutte costruite ad arte dai giornalisti a suo dire, anzi: quella faccenda del “soft” gli aveva cambiato completamente la prospettiva di sé , rendendolo più concreto nel lavorare sulla sua forma fisica, pur non riuscendo a scacciare la sfortuna (e gli infortuni), prima di ritrovarsi tra gli indesiderati della lega.

Cornuto e mazziato, quindi, almeno fino a quando – nel riproporsi quest’anno a dei Lakers in piena emergenza di completamento roster – non è tornato umilmente a casa, accettando di partire dalla panchina, e ricominciando dal gioco sporco in quella manciata di minuti a disposizione, con l’obiettivo di ripulirsi la coscienza e la fama.

Di solito si dice che il buongiorno si vede dal mattino, ma stavolta lo scetticismo che aleggia tra i tifosi gialloviola non avrebbe ammesso né repliche né seconde possibilità: il figliol prodigo deve farsi trovare pronto subito, ed in campo. Altrimenti può tornarsene da dove è venuto.
Il contratto con cui i Lakers lo hanno firmato, permetterebbe loro di interrompere il rapporto al primo scricchiolio sia fisico che psicologico, figuriamoci se seminasse zizzania nello spogliatoio di Lebron James ed Anthony Davis.

La redenzione?

Ed eccolo qua, Dwight Howard versione 2019/2020: un ragazzone sorridente con una capigliatura discutibile, a volte un po’ macchinoso in attacco, altre vittima dell’eccessiva voglia di far bene.
Non gioca tanto in avvio, anzi, nella opening night contro i Clippers si becca una stoppata da dietro da parte di Kawhi Leonard, in cui appare quasi muoversi al rallentatore. Ci mette una vita a caricare il balzo, salire verso il canestro e trovarsi la palla portata via dalle manone di The Klaw:

I Lakers perdono il derby, ma Dwight non si da per vinto. Il calendario offre una seconda sfida non semplice contro Utah, e poi qualche incontro di assestamento non esattamente in salita, almeno sulla carta.
Con i Jazz gioca 19 minuti, cattura 7 rimbalzi e mostra una discreta presenza in difesa, esaltandosi (addirittura) con 5 punti a referto. Qualcuno scuote ancora la testa, ma l’impegno c’è, e come pedina sulla scacchiera partendo dalla panchina, anche questo Dwight potrebbe pure essere sufficiente, si dice.

Poi arrivano gli Hornets allo Staples, la gara è decisamente di quelle in cui basta giocare un quarto per mettere il fieno in cascina, ed Howard a tratti si prende la scena.
Anzi, ce lo ritroviamo ad aizzare la folla, a prendersi le ovazioni, ad esultare dopo una schiacciata o una delle sue 4 stoppate totali:

L’ultima volta che gli era capitato si trovava in Cina, durante le due gare surreali di preseason disputate dai Lakers in pieno Morey Gate, ed il pubblico gli aveva dedicato una sonora ovazione al primo ingresso sul parquet. Applausi finiti lì, però: abbiamo già citato la troppa voglia di far bene, vero? Beh, nelle gare cinesi la faccenda per lui appariva decisamente molto rugginosa.

Non come avvenuto con gli Hornets, però. Registra 16 punti e 10 rimbalzi in 23 minuti (giocati anche grazie ad un discreto periodo di garbage time), e qualche lontana reminiscenza degli anni in cui si metteva quel mantello da supereroe, volando quasi dalla linea di tiro libero per portarsi a casa la gara delle schiacciata all’All Star Game. I suoi anni d’oro, insomma.
Per quanto sia un indicatore obsoleto, dopo 6 gare di stagione regolare Howard si trova al secondo posto, dopo Leonard, per quanto riguarda il plus/minus, ma soprattutto offre un preziosissimo lavoro in difesa che non viene supportato da nessuna statistica effettiva, difendendo l’area pitturata e contestando più tiri possibili in coppia con Anthony Davis:

Una dimensione sulla quale il giocatore (che fu Defensive Player of the Year nel 2009, 2010 e 2011) deve decisamente concentrarsi, all’interno di un sistema offensivo che gerarchicamente appare ben strutturato, dove il lavoro sporco diviene fondamentale per portare a casa le vittorie.
Nel successo contro Dallas, ad esempio, è un suo blocco irregolare (dichiaratamente errato non fischio arbitrale ammesso anche dalla Nba) a permettere a Danny Green di segnare il buzzer beater che manda la sfida al supplementare, poi conquistato da Lebron e compagni. A prescindere dalla correttezza o meno del gesto, per ottenere risultati soddisfacenti è necessario passare anche da giocate simili, laddove la vittoria conta più di ogni altra cosa. Ed in ogni caso, Dwight mette a referto 8 rimbalzi, due recuperi e tre stoppate nei 26 minuti di gioco disputati:

Ma è nella sfida più complessa nell’avvio di stagione dei Lakers, che Howard dimostra il raggiungimento di uno stato di forma (e di una consapevolezza) che può far ben sperare compagni e coaching staff per per il proseguo. Nella vittoria esterna in quel di San Antonio, dopo essersi fatti rimontare un vantaggio agile nell’ultimo periodo, Dwight domina sotto canestro anche offensivamente, salendo in cattedra a livello realizzativo nei minuti finali di partita. La chiude con 14 punti (7 su 7 dal campo), 13 rimbalzi e 2 stoppate, compresa la trasformazione di un lob da parte di Avery Bradley che appare quasi un flash back dal passato:

Attenzione, però: è presto, anzi, prestissimo per dire che quella di Howard sia la storia di redenzione più bella dell’anno, ed è pure pericoloso perché se di redenzione potremmo mai parlare, dovremmo farlo a giochi conclusi, risultati alla mano. E la strada è ancora infinita là, davanti a lui.

Ma come rispose il padre al figlio fedele, dopo aver sacrificato il proverbiale vitello grasso nella parabola più discussa riportata nel Vangelo secondo Luca : “questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Calza decisamente a pennello pensando a quel ragazzone con la capigliatura bizzarra, tirato a lucido e ridanciano, felice di poter meritare il perdono di Los Angeles, o almeno di una parte della fan base dei Lakers.

Gli altri, continueranno ad aspettarlo scettici al varco, è vero; ma per il bene dei gialloviola, sarebbe preferibile non sentirli mai bofonchiare il più supponente dei “te l’avevo detto”, almeno per i prossimi 10/12 mesi.



Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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[…] Dwight, il figliol prodigo, 5 Novembre 2019 […]