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La promessa di Coby White

 La promessa di Coby White

È un pomeriggio qualsiasi, quello in cui Coby White viene invitato da sua madre a sedersi sul letto nella camera dei genitori. Uno di quelli apparentemente senza pretese. In realtà Coby immagina perfettamente che l’argomento di discussione sia il padre Donald, ex giocatore all’Università di North Carolina Central, adesso umile lavoratore dedito alla famiglia e malato di cancro al fegato.

<<Non c’è niente da fare>> sospira la madre guardando verso il basso, dopo aver perso minuti ad introdurre malamente una notizia dal sapore irreversibile, che scuote nel profondo il figlio diciassettenne, già promessa della pallacanestro alla Greenfield High School di Wilson, nel North Carolina. Donald non è curabile, ed è solo questione di tempo. Un concetto che Coby White fatica ad accettare, riempendosi di rabbia e sfogandola con un fragoroso pugno contro il muro, inconsolabile per un’ingiustizia tanto grande. 

Era stato Donald White il primo a mettergli una palla a spicchi tra le mani, raccontandogli di quando schiacciava in testa agli avversari al College, sfidandolo a horse nel cortile tutti i santissimi giorni, dopo che aveva finito i compiti. Una profonda fede, l’attitudine al sacrificio e la passione per la pallacanestro, oltre che uno spiccato modo di dimostrare l’amore per i propri figli: quello era il padre per Coby, che ancora si vergognava di lui quando lo baciava sulla guancia, magari dopo una partita e davanti ai compagni. Gli stessi che adoravano “Doc” (così lo avevano ribattezzato), intrattenendosi volentieri ad ascoltare le storie del vecchio di Coby, caratterizzato da un modo così forte di connettersi con il prossimo.

Dalla High School al Draft, passando per UNC

Al termine della sua stagione da senior alla Greenfield, Coby White viene nominato Mr. Basketball 2018 per il North Carolina, divenendo anche giocatore dell’anno dello Stato secondo Usa Today.  Partecipa al McDonald’s All-American ed al Jordan Brand Classic, impressionando soprattutto in quest’ultima competizione, concludendo con 21 punti, 5 rimbalzi, 3 assist e 5 recuperi. Del resto, aveva chiuso la sua ultima stagione con una media di 30 punti per gara e 9 assist in 35 partite, tanto da finire nell’All-America first team stilato dal sito specializzato in High School MaxPreps. Nessuno stupore, quindi, nel ritrovarselo nella Nazionale Statunitense Under 18 impegnata nell’Americas Championship in Canada quell’estate stessa, guidandola alla medaglia d’oro da top scorer del gruppo:

Nel frattempo aveva risposto affermativamente al reclutamento di UNC, convinto dalla sua storia, dal programma e soprattutto dalla splendida impressione avuta da Donald nel colloquio con coach Roy Williams. Oltretutto la vicinanza con la sua città natale di Goldsboro rappresentava un valore aggiunto, considerando la malattia del padre, e la necessità eventuale di vicinanza con la famiglia.

<<Non resterò su questa terra a lungo, Coby>> ripeteva spesso Donald. <<Quindi avrò bisogno che ti prenda cura di tua madre, assicurandoti che tutto vada per il meglio. Io spero di avere la possibilità di vederti giocare al college, ma se non sarà possibile, so che lo farai alla grande>>. Nonostante questo, era uscito indenne da una prima operazione per la rimozione di alcune masse tumorali, recuperando bene e tornando ad apparire invincibile agli occhi del figlio, almeno fino a quel pomeriggio in cui la madre raccontò la verità sul suo destino. Più o meno a partire da allora, tutto andò a rotoli, con un peggioramento continuo dovuto da una malattia aggressiva, lancinante, non limitabile. Un calvario che portò presto Donald a perdere coscienza di sé stesso e di chi gli stava intorno, fino alla morte.

Con la maglia della University of North Carolina, Coby White gioca appena una stagione. Le sue cifre raccontano di 16 punti, 3 rimbalzi, 4 assist ed un recupero per allacciata di scarpe, con i Tar Heels capaci di conquistare un titolo di Conference ed il torneo NCAA, uscendo nelle Sweet 16 contro Auburn.

Nell’unico campionato disputato, supera il record di realizzazioni totali detenuto da un certo Michael Jordan relativo alla stagione da freshman, oltre che conquistare quello per il maggior numero di triple realizzate. Immediatamente dopo, si rende eleggibile per il Draft Nba 2019.

Eppure c’era qualcosa in lui che non gli permetteva di godersi quei risultati, quella crescita sul campo, quelle prospettive che si erano aperte sul suo futuro. Era la mancanza di Donald, l’incredulità nel non vederlo intorno mentre il suo gioco cresceva giorno dopo giorno, quella volontà di saperlo orgoglioso di lui, impossibile da realizzare.

Coby è taciturno, spesso triste, si ritira nella sua camera anche dopo le vittorie più altisonanti tenendosi tutto dentro, non parlandone con nessuno. Neanche con quei compagni che probabilmente si chiedono cosa non vada in lui, e che non lo sapranno almeno fino a quando Coby stesso non racconti la sua storia al The Player’s Tribune. Uno sfogo pubblicato prima della notte del Draft, quella che avrebbe determinato il passaggio più importante della sua vita, con l’ingresso nella Nba come scelta numero 7 da parte dei Chicago Bulls.

L’ingresso in Nba

Lo stile di Coby White è esaltante ed indisponente, contagioso ed estremamente creativo, e non solo per quella capigliatura afro che ondeggia al suo avanzare con la palla in mano.  Il suo giocatore preferito, almeno secondo gli annali, è quel Kyrie Irving appena trasferitosi a Brooklyn. Secondo alcuni scouting pre-Draft il suo talento può assomigliare a quello dello sfortunato Brandon Knight, secondo altri potrebbe rivelarsi uno Steve Francis con meno esplosività.

Secondo il personale parere di chi scrive invece, le sue zingarate in penetrazione ricordano molto l’attitudine di Gary Payton, almeno nel lato offensivo del gioco, considerando come l’ex leggenda dei Sonics abbia faticato a costruirsi una continuità in attacco in Nba, soprattutto per quanto riguardava il tiro da dietro l’arco. Una dote che a White sicuramente non manca, valutando la quantità di tentativi a cui ha abituato al College ed alla High School, attestandosi sul 35% di realizzazione a UNC:

A differenza di The Glove, però, le doti di passatore non sembrano eccessivamente sviluppate, e questo rappresenta una parte indubbiamente da migliorare considerando il ruolo di point guard che ricopre, oltre a quello della solidità fisica; un qualcosa che potrebbe compromettere non poco il lato difensivo del suo gioco, una volta giunto “al piano di sopra”, pur avendo dimostrato una grinta invidiabile nell’applicazione dello stesso.

Dotato di una impressionante accelerazione e di un ottimo primo passo in penetrazione, Coby White è provvisto di un discreto ball handling e ottime capacità di lettura delle difese, anche se non gestisce sempre al meglio i pick and roll, qualcosa di indispensabile per gestire l’attacco nella Lega di oggi. Spesso eccede in creatività, forzando qualche palla persa di troppo, ma l’ottimo controllo del corpo coadiuvato da un’attitudine spericolata nelle incursioni al ferro, fanno di lui un prospetto di sicura futuribilità. È chiaro che vista la giovane età, ci sia da lavorare.

Il primo impatto nella lega è apparso subito positivo, a partire da una preseason conclusa con 19 punti di media nelle 5 gare disputate, dimostrandosi efficace a rimbalzo per il ruolo ricoperto, ma confermando una attitudine da passatore decisamente da migliorare. White ha concluso la sua ultima partita prima dell’esordio ufficiale con 29 Punti, mettendosi in mostra nel tiro da tre punti con 6 realizzazioni su 8 tentativi nella vittoria dei Bulls contro gli Hawks:

Nella sconfitta di un punto subita da Chicago nell’opening night in quel di Charlotte, White parte ancora una volta dalla panchina, chiudendo con 17 punti e stavolta smazzando la bellezza (per lui) di sette assistenze. Ma è la seconda partita stagionale che presenta un match up interessante, tutto circoscritto al Draft 2019, nell’opporre a White ed i Bulls, i Memphis Grizzlies di Ja Morant, seconda scelta assoluta e point guard di altissime aspettative. Per quanto il nativo del South Carolina (esploso al secondo anno di college trascinando Murray State al torneo NCAA) parta forte, lo strappo che ricuce la distanza tra le due squadre nel tardo terzo quarto, è principalmente opera di un Coby White inserito dalla panchina:

Il figlio di Donald alterna zingarate entusiasmanti a tiri piazzati da dietro l’arco, favorito dagli scarichi ad opera di Lavine. Al termine della gara, per Chicago arriva la prima W stagionale, con un White da 25 punti e 4 su 8 da dietro l’arco per un 10 su 16 totale dal campo:

Nella terza uscita casalinga, la sfida con i campioni in carica di Toronto, Chicago perde il controllo delle operazioni in conclusione di secondo quarto, subendo un parziale nel terzo di 36 a 21. Nel complesso i Bulls tirano con il 29% dal campo, e White stavolta non brilla chiudendo con 3 su 14 e soprattutto 0 su 4 da dietro l’arco. Per lui ci saranno 8 punti a referto, tutti nella prima frazione, e tutta la difficoltà di impatto per quello che è il primo back to back della carriera con la maglia dei Tori dell’Illinois, si manifesta inesorabilmente. Una serata storta, alla quale faranno seguito i 5 punti in appena 16 minuti nella sconfitta al Madison Square Garden con i Knicks, e gli 8 punti in 21 minuti contro Cleveland, con un pessimo 3 su 12 dal campo:

Sicuramente cinque gare sono poche per valutare il potenziale di White nella Nba, ma il ragazzo avrebbe le carte in regola per conquistare lo starting five di Chicago, seppur dopo un rallentamento vistoso dopo un esordio di sicuro impatto.

#FMF, una promessa

#FMF, cioè “For my father”. È questo l’hashtag che chiude ogni post che Coby White pubblica sul suo profilo Instagram, mettendo ben in chiaro per chi sta giocando, guidato dal suo esempio con la determinazione che sembra contraddistinguerlo in questa cavalcata che lo ha portato nei campi della National Basketball Association.

La vicinanza della madre e della sorella sono state determinanti, per aiutarlo ad alleviare il dolore di una perdita tanto sofferta, dalla quale trarre ispirazione per continuare a crescere. Dalle colonne online del Player’s Tribune, White ha raccontato quanto il confronto con i familiari lo abbia riportato a rivalutare la sua fede, messa in dubbio durante i giorni più difficili della malattia di Donald. Non esiste un modo per sentirsi meglio subito, se non quello di concentrarsi sulla propria realizzazione, parlando con il proprio Dio in caso si possegga il dono della fede. Un qualcosa che White ha decisamente ripreso a fare per uscire dal mutismo dei suoi giorni a North Carolina, trovando la motivazione necessaria per sviluppare al meglio il suo gioco: rendere il padre orgoglioso di sé, ovunque si trovi, sentendolo vicino.

Davide Torelli

http://www.davidetorelli.com

Nato a Montevarchi (Toscana), all' età di sette anni scopre Magic vs Michael e le Nba Finals, prima di venir rapito dai guizzi di Reign Man e giurare fedeltà eterna al basket Nba. Nel frattempo combina di tutto - scrivendo di tutto - restando comunque incensurato. Founder di Nba Week, tra le altre cose.

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